Dimanche 16 septembre 2007
Ieri sulla Stampa.it ho inserito questo post.
Prete-poeta senza museruola
Oggi a Rimini arriva il nuovo vescovo. Lo saluta, da un giornale locale, un vecchio sacerdote, letterato e poeta dalla sapienza acquisita anche con il tirocinio della vita, don Aldo Magnani, guardando non tanto al presente-futuro, quanto ad un passato lungo 17 anni del precedente pastore. Il bilancio di questo passato è raccolto in un breve passaggio del lungo commento di don Magnani: il motore che ha condotto sinora la vita ecclesiale cittadina era «asmatico e desueto».
Don Magnani non ha avuto mai troppa simpatia per i vertici della curia ormai pensionati. Il suo parlare franco, credo che non sia stato mai gradito né apprezzato dalle persone a cui s’indirizzava. Tutto ciò fa ovviamente parte del gioco della libera esistenza e di una società democratica.
Purtroppo alla voce aperta di questo sacerdote che «giudica e manda» in spirito un po’ evangelico ed un po’ romagnolo (ovvero senza troppi peli sulla lingua), spesso si è soprapposta qualche altra voce meno bene intenzionata e meno democratica, confezionando dossier pubblicati in un quotidiano avvezzo a raccogliere lettori con il raccontare retroscena più o meno rispondenti al vero. Le voci di corridoio non sempre sono le più attendibili. Come dimostrano certe appendici giudiziarie.
La faccenda assume un colore particolare se si considera che qualche voce giornalistica non è alimentata dal desiderio più che legittimo di vendita maggiore di copie, ma di vendetta contro Tizio Caio o Sempronio.
Per cui si fabbricano notizie non rispondenti al vero, addirittura si diffamano persone obbligando a penose rettifiche soltanto perché quelle notizie inventate come strumento di diffamazione fanno parte di un gioco politico a cui prendono parte altri uomini di Chiesa, od almeno legati ad importanti strumenti di essa, con il supporto di istituzioni extra-ecclesiastiche significative perché tengono i cordoni della borsa, elargiscono sovvenzioni, garantiscono protezioni.
Per cui anche chi scrive lettere (fintamente) anonime a qualche voce giornalistica trova ascolto perché ha la protezione del mondo curiale e il salvacondotto di chi paga pubblicità obbligando ad ospitare certe cosucce oscene, appunto le pagine diffamatorie di cui sopra. Come all’epoca dei «bravi» di don Rodrigo (che qualche intellettuale mio concittadino potrebbe ritenere essere un ecclesiastico…, e quindi da ossequiare e rispettare).
Il nuovo vescovo tutte queste cose non le sa. Gli auguriamo di interrogarsi perché quel suo vecchio sacerdote-poeta oggi ha scritto del motore «asmatico e desueto».
Aggiungerei, alla luce della mia esperienza, che si tratta anche di un motore truccato dalla interferenze politiche (da parte della politica e sulla politica) e da quelle certe azioni moralmente riprovevoli che ho ricordato, come le diffamazioni compiute da persone che si ritengono in grado di poterle compiere soltanto perché garantite e protette da personaggi curiali e dai loro finanziatori presenti in ogni occasione ecclesiale con una immodestia anticristiana, e con una spocchia mondana che li rende ridicoli a tutti, compresi quelli che li venerano soltanto perché alla fine allargano i cordoni della borsa.
Rimini, città più di vipere che di vip, luogo che ha sempre avuto una dimensione onirica come in certe scene felliniane, è pure questo scandaloso baratto fra chi svende una forte missione e chi accetta di farsi strumento di personali ricatti. È un mondo di incesti fra denaro e politica, dal quale non stanno lontani neppure quelli che dovrebbero evitarlo, dando a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio quello che è di Dio.
Monsignor Francesco Lambiasi avrà un compito difficile. Dovrà indossare la tuta del meccanico per riparare quello che il suo vecchio prete-poeta chiama il motore «asmatico e desueto». E dovrà ricordarsi del vecchio modo di dire: «Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io».
Scritto il 15/09/07 alle 10:40 in Ri/tratti
Stamani è stato inserito questo commento:
Egregio Demata, la sua testimonianza è molto preziosa.
Lei ha ragione su tutto. Ma proprio per questo mi spiego con attenzione.
Forse ai giovani non interessa l'argomento trattato.
Mi giustifico: partivo dal vecchio prete-poeta che ha avuto il coraggio di scrivere una certa cosa. Sulla quale sarebbe bene che tutti meditassero indipendentemente dall'età. Se dovessimo trattare soltanto dagli argomenti accettati da «tutti», staremmo freschi: di che cosa dovremmo parlare?
Poi: a Rimini non ci sono soltanto giovani che si drogano o vanno a battere per offrire o trovare compagnia. Sulla «Stampa» un personaggio famoso di Rimini tempo fa ha detto che oggi la Riviera è definibile nel binomio «piadina-cocaina».
È una di quelle battute che lasciano il tempo che trovano, adatte a scansare gli argomenti veri, ed a far colpo nell'ascoltatore.
Sullo «Specchio» di due mesi fa ne è uscita un'altra di queste battute: il Tempio malatestiano è simbolo dell'«ateismo riminese». Non commento per non scendere nel turpiloquio (preciso: non è colpa dell'autore dell'articolo ma di chi gli ha spacciato quella definizione).
Io non potevo dilungarmi nel post. Lei tocca un punto dolente, lo sviluppo urbanistico. Ma lei non sa che alla cosiddetta «speculazione edilizia» qui partecipano tutti, bianchi rossi neri e gialli (papalini, cioè la curia...).
Su terreni curiali è stata costruita la nuova fiera di Rimini, qualche anno fa. Dunque, non volendo torniamo al discorso introdotto nel mio testo, proprio per confermare quello che lei sostiene. Ed è per questo che le sono grato della sua attenzione.
Lei ha dimostrato che Rimini è un argomento che interessa nel bene e nel male. Ecco perché ne parlo in sede «nazionale», come si dice nei giornali per distinguere le pagine locali da quelle destinate a tutte le aree geografiche.
Grazie ancora del suo commento.
Caro Colombari, grazie del commento che condivido in pieno. Con un'aggiunta, se permette, autobiografica.
«Se cominciassimo a denunciare le cose che non vanno alla base», lei osserva giustamente, anche i vertici migliorerebbero.
Io in queste faccende affaccendato in sede pubblicistica, ci sono da una quarantina d'anni.
Ho sempre parlato chiaro e denunciato, e sono sempre stato tenuto ai margini. Ed evitato come un «appestato» con prolungamenti che mi hanno costretto ad adire le vie penali. Un processo è in corso. (Non ne parlo per ora. Per rispetto della magistratura.)
Ecco perché di recente ho aperto un blog con il titolo «Appestato», dove può leggere queste due pagine che ritengo istruttive per metterla al corrente sul mio modus operandi:
http://digilander.libero.it/appestato.am/rimini/personale.html
http://digilander.libero.it/appestato.am/storia/rimini.biblio.malat.html
Per una lettera che ho pubblicata su di un quotidiano locale nello scorso marzo, mi è successo il patatrac di cui parlo nel testo del secondo link sopra indicato:
http://digilander.libero.it/appestato.am/storia/rimini.biblio.malat.html
La lettera era intitolata «Cultura a Rimini: affari tra massoni e bancari».
Può vederla qui:
http://antoniomontanari.over-blog.com/article-5907559.html
Per dirle quanto sono ingenuo, me la sono presa con i massoni, quando avrei potuto da anni avere la loro graziosa protezione, essendo stato il fratello di mia madre un grado 32 (ed ora che è scomparso gli hanno dedicato addirittura una loggia, qui a Rimini).
Siccome mi sono sempre considerato e comportato da uomo libero (cercando di non fare il furbo e di non passare per fesso), ho sempre scritto le cose che non vedevo combaciare con una elementare condizione di giustizia e di correttezza nel funzionamento della cosa pubblica.
Allora lei vede, gentile amico, che non basta denunciare gli errori della pubblica amministrazione. I vertici, scusi l'espressione, se ne sbattono. Anzi cercano l'occasione per vendicarsi.
Un altro breve ricordo, quando collaboravo come capocronaca al settimanale locale della Curia "il Ponte", nella pagina d'attualità che curavo, a proposito dei risultati elettorali comunali (15 anni fa o giù di lì), riportai una brevissima rassegna stampa del martedì successivo al voto (giorno in cui si chiudeva il giornale).
Misi una riga e mezzo anche dall'Unità (secondo cui le sorti della giunta di Rimini si sarebbero decise a Bologna). Successe il finimondo, da parte dei democristiani. Tra i quali avevo un amico che mi riferì: «Per fortuna che tu hai un tuo lavoro fuori dal giornale, altrimenti ti avrebbero rovinato».
Quando sento certi discorsi sulla libertà di stampa, mi vien da sorridere. Non dimentico i particolari, e non li invento. I giornali sono lì. Quella volta risposi sul settimanale alla lettera di protesta con una battuta che divenne famosa in città: «Anche se pubblicassimo soltanto gli orari della Sante Messe, qualcuno troverebbe da ridire sul fuso orario».
Scritto da: Antonio Montanari | 19/09/07 a 16:27