Jeudi 20 septembre 2007
Veltroni Stamani su «Repubblica» Mario Pirani ha scritto un editoriale sulla nascita del Partito democratico, che comincia così: «Non prendiamoci in giro. La nascita del Partito democratico non sta maturando attraverso una "fusione calda", malgrado le speranze suscitate e che erano sembrate coagularsi in due momenti: i congressi di scioglimento di Ds-Margherita e la presentazione della candidatura Veltroni. Dopo quei passaggi ci si attendeva un rilancio che aprisse subito le porte del costituendo partito a forze sociali fin qui mortificate, a intelligenze creative fin qui messe ai margini, a spiriti liberi pronti a impegnarsi. La delusione è, per contro, palpabile. Il timore che la perigliosa iniziativa sfuggisse di mano alle due nomenclature di riferimento ha prodotto un macchinario selettivo barocco e antidemocratico. Il suo funzionamento è difficilmente comprensibile, di nessuna attrattiva, dissuasivo nei confronti di ogni desiderio di partecipazione. Lo spezzatino delle liste per circoscrizione, la duplicazione delle medesime (più di una per candidato), la designazione delle candidature ad opera di piccoli gruppi di vertice addetti alla bisogna, il rifiuto di permettere le preferenze, così da controllare e gestire rigidamente l'ordine di ogni lista dei designati, (ricalcando l'aborrita - a parole - legge elettorale vigente): questi gli aspetti salienti del marchingegno messo in piedi».


Nelle parole di Pirani si rispecchia la sensazione che provo leggendo le liste riminesi. Non ditemi che parlo di cose periferiche. Il quadro complessivo del mosaico nazionale risulta dalle singole tessere locali. La mia città è una tessera, ma assieme contribuisce a fornire l'immagine generale, che è quella delineabile con le prime parole di Pirani: «Non prendiamoci in giro».


La lista a sostegno di Walter Veltroni nel collegio Nord è guidata da un assessore del Comune di Rimini, Elisa Marchioni, che l'anno scorso entrando in carica disse: «Non sono mai stata iscritta né vicina ad alcun partito, e più che interrogarmi sul centro-destra o sul centro-sinistra, alla proposta di un impegno in giunta, mi sono chiesta se mi sentivo di tirarmi indietro davanti all’opportunità di operare, da un altro punto di vista rispetto a prima, per le persone e la città».


Orbene, adesso a questo assessore verrebbe da chiedere se si è nel frattempo interrogata «sul centro-destra o sul centro-sinistra», per non definirsi più soltanto votata al bene comune della gente.
Ora si tratta di creare un nuovo partito (di centro-sinistra, se non ho io le visioni), per cui sarebbe opportuno sapere se è divenuta consapevole delle differenze fra destra e sinistra, o se per lei ancora tutto fa brodo.
par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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Mercredi 19 septembre 2007
Risposta al commento apparso su Stampa.web al mio «Saluto Romano» di ieri.

Caro Colombari, grazie del commento che condivido in pieno. Con un'aggiunta, se permette, autobiografica.
«Se cominciassimo a denunciare le cose che non vanno alla base», lei osserva giustamente, anche i vertici migliorerebbero.

Io in queste faccende affaccendato in sede pubblicistica, ci sono da una quarantina d'anni.
Ho sempre parlato chiaro e denunciato, e sono sempre stato tenuto ai margini. Ed evitato come un «appestato» con prolungamenti che mi hanno costretto ad adire le vie penali. Un processo è in corso. (Non ne parlo per ora. Per rispetto della magistratura.)

Ecco perché di recente ho aperto un blog con il titolo «Appestato», dove può leggere queste due pagine che ritengo istruttive per metterla al corrente sul mio modus operandi:

http://digilander.libero.it/appestato.am/rimini/personale.html
http://digilander.libero.it/appestato.am/storia/rimini.biblio.malat.html

Per una lettera che ho pubblicata su di un quotidiano locale nello scorso marzo, mi è successo il patatrac di cui parlo nel testo del secondo link sopra indicato:

http://digilander.libero.it/appestato.am/storia/rimini.biblio.malat.html

La lettera era intitolata «Cultura a Rimini: affari tra massoni e bancari».
Può vederla qui:

http://antoniomontanari.over-blog.com/article-5907559.html

Per dirle quanto sono ingenuo, me la sono presa con i massoni, quando avrei potuto da anni avere la loro graziosa protezione, essendo stato il fratello di mia madre un grado 32 (ed ora che è scomparso gli hanno dedicato addirittura una loggia, qui a Rimini).

Siccome mi sono sempre considerato e comportato da uomo libero (cercando di non fare il furbo e di non passare per fesso), ho sempre scritto le cose che non vedevo combaciare con una elementare condizione di giustizia e di correttezza nel funzionamento della cosa pubblica.

Allora lei vede, gentile amico, che non basta denunciare gli errori della pubblica amministrazione. I vertici, scusi l'espressione, se ne sbattono. Anzi cercano l'occasione per vendicarsi.

Un altro breve ricordo, quando collaboravo come capocronaca al settimanale locale della Curia "il Ponte", nella pagina d'attualità che curavo, a proposito dei risultati elettorali comunali (15 anni fa o giù di lì), riportai una brevissima rassegna stampa del martedì successivo al voto (giorno in cui si chiudeva il giornale).
Misi una riga e mezzo anche dall'Unità (secondo cui le sorti della giunta di Rimini si sarebbero decise a Bologna). Successe il finimondo, da parte dei democristiani. Tra i quali avevo un amico che mi riferì: «Per fortuna che tu hai un tuo lavoro fuori dal giornale, altrimenti ti avrebbero rovinato».

Quando sento certi discorsi sulla libertà di stampa, mi vien da sorridere. Non dimentico i particolari, e non li invento. I giornali sono lì. Quella volta risposi sul settimanale alla lettera di protesta con una battuta che divenne famosa in città: «Anche se pubblicassimo soltanto gli orari della Sante Messe, qualcuno troverebbe da ridire sul fuso orario».

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Mardi 18 septembre 2007

TrioIl presidente Romano Prodi ieri sera ospite di Bruno Vespa ha cercato di fare lo spiritoso, ed ha detto una cosa sgradevole: "Non trovo che la società sia meglio" dei politici arraffoni e cialtroni, cambiacasacca e avidi, pavidi, mangia pane a ufo, mediocri.
Le persone che rivestono cariche prestigiose quando parlano di cose serie non possono raccontare barzellette come il Cavaliere o balle come le persone normali al caffè.
Prodi voleva rispondere a Grillo, ha fatto il comico (non allenato) come lui e non ha avuto un'uscita felice.
Ho il sospetto che a qualcuno faccia un favore, il buon Beppe Grillo.
Ha spiazzato Berlusconi che tentava il lancio della Brambilla. Affondata dallo stesso Berlusconi per non dispiacere ai fedeli del partito di Arcore.
Ha spiazzato il vecchio gruppo dirigente dei Ds, con la questione delle banche...
Quello che è stato trattato meglio è stato in fin dei conti Romano Prodi, con l'etichetta dell'Uomo-Valium.
Sai che offesa, qualcuno ladro e qualche altro imbroglione, lui soltanto addormentato...
Il buon Grillo non se ne è accorto, ma il vero antipolitico è lo stesso Prodi che vive a Palazzo Ghigi perché non vogliamo che vi ritorni il Cavaliere.
Insomma la vita a volte fa raggiungere scopi diversi da quelli prefissati.
Alla fine Prodi ne ricava un utile nella cassa elettorale, dove l'acqua non se l'è procurata da solo ma gliela hanno portata gli altri.
E lui ben consapevole di tutto ciò, può porgerci allegramente il suo «saluto Romano» in casa Vespa, con quella battuta che ho riportato all'inizio.
A Prodi rivolgiamo l'invito a non farlo più, altrimenti, come dicevano una volta, sono totò sul sederino.

Al commento di un lettore del blog su Stampa.web, ho risposto con questo testo che inserisco:

Caro Colombari, grazie del commento che condivido in pieno. Con un'aggiunta, se permette, autobiografica.
«Se cominciassimo a denunciare le cose che non vanno alla base», lei osserva giustamente, anche i vertici migliorerebbero.

Io in queste faccende affaccendato in sede pubblicistica, ci sono da una quarantina d'anni.
Ho sempre parlato chiaro e denunciato, e sono sempre stato tenuto ai margini. Ed evitato come un «appestato» con prolungamenti che mi hanno costretto ad adire le vie penali. Un processo è in corso. (Non ne parlo per ora. Per rispetto della magistratura.)

Ecco perché di recente ho aperto un blog con il titolo «Appestato», dove può leggere queste due pagine che ritengo istruttive per metterla al corrente sul mio modus operandi:

http://digilander.libero.it/appestato.am/rimini/personale.html
http://digilander.libero.it/appestato.am/storia/rimini.biblio.malat.html

Per una lettera che ho pubblicata su di un quotidiano locale nello scorso marzo, mi è successo il patatrac di cui parlo nel testo del secondo link sopra indicato:

http://digilander.libero.it/appestato.am/storia/rimini.biblio.malat.html

La lettera era intitolata «Cultura a Rimini: affari tra massoni e bancari».
Può vederla qui:

http://antoniomontanari.over-blog.com/article-5907559.html

Per dirle quanto sono ingenuo, me la sono presa con i massoni, quando avrei potuto da anni avere la loro graziosa protezione, essendo stato il fratello di mia madre un grado 32 (ed ora che è scomparso gli hanno dedicato addirittura una loggia, qui a Rimini).

Siccome mi sono sempre considerato e comportato da uomo libero (cercando di non fare il furbo e di non passare per fesso), ho sempre scritto le cose che non vedevo combaciare con una elementare condizione di giustizia e di correttezza nel funzionamento della cosa pubblica.

Allora lei vede, gentile amico, che non basta denunciare gli errori della pubblica amministrazione. I vertici, scusi l'espressione, se ne sbattono. Anzi cercano l'occasione per vendicarsi.

Un altro breve ricordo, quando collaboravo come capocronaca al settimanale locale della Curia "il Ponte", nella pagina d'attualità che curavo, a proposito dei risultati elettorali comunali (15 anni fa o giù di lì), riportai una brevissima rassegna stampa del martedì successivo al voto (giorno in cui si chiudeva il giornale).
Misi una riga e mezzo anche dall'Unità (secondo cui le sorti della giunta di Rimini si sarebbero decise a Bologna). Successe il finimondo, da parte dei democristiani. Tra i quali avevo un amico che mi riferì: «Per fortuna che tu hai un tuo lavoro fuori dal giornale, altrimenti ti avrebbero rovinato».

Quando sento certi discorsi sulla libertà di stampa, mi vien da sorridere. Non dimentico i particolari, e non li invento. I giornali sono lì. Quella volta risposi sul settimanale alla lettera di protesta con una battuta che divenne famosa in città: «Anche se pubblicassimo soltanto gli orari della Sante Messe, qualcuno troverebbe da ridire sul fuso orario».

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Lundi 17 septembre 2007
Il post apparso ieri qui e sul blog della Stampa, è oggi segnalato in prima pagina da Stampa.it.
In un post di oggi sviluppo il tema dell'antipolitica.

Antipolitici Finalmente si comincia a capire una cosa molto semplice: che la cosiddetta antipolitica è soltanto il frutto di una politica fatta male.
Riccardo Barenghi (appunto la Jena che elogio nel titolo e che tutti i giorni tranne il lunedì azzanna dal suo angolino della terza pagina della Stampa), ha scritto sul suo quotidiano un articolo di fondo intitolato «Politica rovesciata».
La definizione è spiegata nelle ultime righe del pezzo:
«L’antipolitica che da almeno quindici anni serpeggia, e a volte esplode come in questi giorni, non è solo una reazione alla politica. Questo è quel che si vede in superficie e facilmente si registra e commenta. Ma il problema è più grave e più serio: ossia che la politica è ormai diventata il suo contrario. Con i suoi metodi, i suoi privilegi, la sua chiusura nel Palazzo, il suo essere impermeabile a qualsiasi voce cerchi di penetrarla, la sua totale autoreferenzialità, inefficacia, incomprensibilità. Se non si capisce questo, non si capirà mai perché tredici anni fa è arrivato Berlusconi e oggi, dall’altra parte, Grillo. E la politica continuerà a barcamenarsi, cercando risposte difensive e contingenti, dimostrandosi sempre più debole, incapace di affrontare sul serio la sua crisi. A meno che non riesca miracolosamente a fare un’operazione di verità, prendendo atto di un fatto doloroso ma ormai palese: cioè di essere essa stessa l’antipolitica».


Ripeto con Jena: la politica odierna italiana è essa stessa antipolitica. Sono contento della conclusione di Barenghi perché qui sopra, in questo blog da un pezzo sostengo appunto tale tesi, e per dimostrare che non parlo a vanvera, documento tutto.

1. Politica chiusa, dolori aperti (23.12.2006).
A proposito del caso Welby scrivevo:
L'articolo di fondo del Foglio di oggi, che parte dal caso Welby per discutere del ruolo del partito radicale in Italia, è un esempio illuminante non di quell'antipolitica che Giuliano Ferrara rimprovera ai seguaci di Pannella (definiti «l’altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso»), ma di quell'antipolitica a cui lo stesso Ferrara partecipa discutendo dei sacri princìpi della gestione della cosa pubblica...


2. Allarme voto (27.5.2007):

Credo che la cosiddetta «antipolitica» sia soltanto l'espressione non soltanto del diffuso malessere che ormai tutti notano (anche  l'algido D'Alema), ma proprio la manifestazione di un progetto politico vero e proprio. Per far contare non i voti delle correnti dei partiti confluenti nel Partito democratico, ma i voti dei singoli cittadini. I quali hanno bisogno di respirare un'aria diversa da quella fumosa e nebbiosa delle segreterie nazionali, regionali, provinciali ed infine di quartiere. E magari di condominio.
I nostri politici di ogni colore si leggano sulla Stampa di ieri il testo di Luca Ricolfi : «Chi fa tutti i giorni il proprio dovere, ma non ha una rete di relazioni che lo sostiene e lo protegge, si accorge sempre più sovente che il gioco è truccato».
E su quella di oggi l'intervento di  Barbara Spinelli: «Se è veramente forte, il politico non s'indigna se criticato».



3. Non è antipolitica (31.5.2007):

La doccia fredda mi è venuta da quel passo dell'intervista in cui la prof. Flavia Franzoni, moglie di Romano Prodi, si dichiara «molto preoccupata dall'ondata di antipolitica» diffusa nel Paese. Ondata che si manifesta come «sfiducia nelle istituzioni».
La politica, ha detto la signora deve essere «senso civico». Sono d'accordo. Ma «senso civico» non significa obbedienza cieca ed assoluta alle decisioni che un governo può prendere anche in contrasto con le premesse programmatiche da cui è partito sia nella campagna elettorale sia nella presentazione alle Camere per ottenerne la fiducia.


4. No, tu no (16.6.2007)

Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema non ha voluto sull'aereo di Stato l'inviato della «Stampa».
Con una fava ha preso due piccioni, come suol dirsi. Ha dimostrato di aver la stessa allergia di Berlusconi verso chi informa l'opinione pubblica (la stampa in genere non come testata).
E mi ha confermato nell'opinione che l'antipolitica non è nutrita dal risentimento dei cittadini verso i nostri rappresentati (si fa per dire), ma dalle mosse sbagliate degli stessi politici.

5. Veltroni a Torino (27.6.2007)
Mi ha convinto il punto in cui ha sostenuto che l'antipolitica non nasce dal cittadino che protesta, ma da chi soffia sul fuoco del populismo. E di populismo e di idee vecchie ce ne sono in entrambi gli schieramenti, come Veltroni ha dimostrato in vari passaggi.

6. Malaffari e politica (7.8.2007)
L'«Elzeviro» di Maurizio Viroli (La Stampa, 6.8.2007), intitolato «Antipolitica, la vecchia tentazione», m'ha fatto riaffiorare un ricordo tra il personale e lo storico.
Il fratello di mia madre, per meriti politici conquistati sul campo prima, dopo e durante la seconda guerra mondiale, doveva essere il sindaco della città subito dopo la Liberazione. Disse ai compagni del Pci, nel quale militava: «Burdèl, chi ruba va in galera». Scelsero ovviamente un altro.

7. Politica e «grande pubblico» (4.9.2007)
Ha ragione Enrico Letta nel concludere il suo intervento sulla «Stampa» di oggi che, se alla domanda di «un nuovo modello di partito», non sarà data una «risposta credibile», alla fine «prevarranno, in silenzio, altre logiche». [...]

Per non farla lunga, signor sottosegretario, la invito a leggere un bell'articolo apparso domenica scorsa sul «Sole-24 Ore», a firma di Carlo Carboni, intitolato significativamente: «Antipolitica? No, è critica costruttiva».

8. Rosy Bindi, effetto Grillo (10.9.2007)

Secondo Rosy Bindi, davanti alla convocazione popolare di Grillo, è sbagliato parlare di qualunquismo e demagogia: è un fatto a cui, dice, «dobbiamo dare una risposta».
Aspettiamo quella risposta, convinti come siamo che la protesta che serpeggia oggi in Italia non sia soltanto pura antipolitica. Come invece sembrano essere certi freschi discorsi del senatore Francesco Cossiga, sul quale doverosamente ritorneremo in una prossima puntata.


Chiuse le citazioni a scopo documentario, debbo riconoscere che non ho mantenuto la promessa di scrivere su Francesco Cossiga. Che con la storia dei sassolini tolti dalle scarpe è stato il primo padre dell'antipolitica italiana, addirittura nel secolo scorso... nel 1990, facendo il «picconatore» e dichiarando: «In realtà io non esterno. Io comunico. Io non sono matto. Io faccio il matto. E' diverso. Io sono il finto matto che dice le cose come stanno».

Ecco questo è il tema da sviluppare. Lo lascio a chi ne sa più di me.

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Dimanche 16 septembre 2007

Ieri sulla Stampa.it ho inserito questo post.

Prete-poeta senza museruola

Oggi a Rimini arriva il nuovo vescovo. Lo saluta, da un giornale locale, un vecchio sacerdote, letterato e poeta dalla sapienza acquisita anche con il tirocinio della vita, don Aldo Magnani, guardando non tanto al presente-futuro, quanto ad un passato lungo 17 anni del precedente pastore. Il bilancio di questo passato è raccolto in un breve passaggio del lungo commento di don Magnani: il motore che ha condotto sinora la vita ecclesiale cittadina era «asmatico e desueto».

Don Magnani non ha avuto mai troppa simpatia per i vertici della curia ormai pensionati. Il suo parlare franco, credo che non sia stato mai gradito né apprezzato dalle persone a cui s’indirizzava. Tutto ciò fa ovviamente parte del gioco della libera esistenza e di una società democratica.
Purtroppo alla voce aperta di questo sacerdote che «giudica e manda» in spirito un po’ evangelico ed un po’ romagnolo (ovvero senza troppi peli sulla lingua), spesso si è soprapposta qualche altra voce meno bene intenzionata e meno democratica, confezionando dossier pubblicati in un quotidiano avvezzo a raccogliere lettori con il raccontare retroscena più o meno rispondenti al vero. Le voci di corridoio non sempre sono le più attendibili. Come dimostrano certe appendici giudiziarie.

La faccenda assume un colore particolare se si considera che qualche voce giornalistica non è alimentata dal desiderio più che legittimo di vendita maggiore di copie, ma di vendetta contro Tizio Caio o Sempronio.
Per cui si fabbricano notizie non rispondenti al vero, addirittura si diffamano persone obbligando a penose rettifiche soltanto perché quelle notizie inventate come strumento di diffamazione fanno parte di un gioco politico a cui prendono parte altri uomini di Chiesa, od almeno legati ad importanti strumenti di essa, con il supporto di istituzioni extra-ecclesiastiche significative perché tengono i cordoni della borsa, elargiscono sovvenzioni, garantiscono protezioni.

Per cui anche chi scrive lettere (fintamente) anonime a qualche voce giornalistica trova ascolto perché ha la protezione del mondo curiale e il salvacondotto di chi paga pubblicità obbligando ad ospitare certe cosucce oscene, appunto le pagine diffamatorie di cui sopra. Come all’epoca dei «bravi» di don Rodrigo (che qualche intellettuale mio concittadino potrebbe ritenere essere un ecclesiastico…, e quindi da ossequiare e rispettare).
Il nuovo vescovo tutte queste cose non le sa. Gli auguriamo di interrogarsi perché quel suo vecchio sacerdote-poeta oggi ha scritto del motore «asmatico e desueto».

Aggiungerei, alla luce della mia esperienza, che si tratta anche di un motore truccato dalla interferenze politiche (da parte della politica e sulla politica) e da quelle certe azioni moralmente riprovevoli che ho ricordato, come le diffamazioni compiute da persone che si ritengono in grado di poterle compiere soltanto perché garantite e protette da personaggi curiali e dai loro finanziatori presenti in ogni occasione ecclesiale con una immodestia anticristiana, e con una spocchia mondana che li rende ridicoli a tutti, compresi quelli che li venerano soltanto perché alla fine allargano i cordoni della borsa.

Rimini, città più di vipere che di vip, luogo che ha sempre avuto una dimensione onirica come in certe scene felliniane, è pure questo scandaloso baratto fra chi svende una forte missione e chi accetta di farsi strumento di personali ricatti. È un mondo di incesti fra denaro e politica, dal quale non stanno lontani neppure quelli che dovrebbero evitarlo, dando a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio quello che è di Dio.

Monsignor Francesco Lambiasi avrà un compito difficile. Dovrà indossare la tuta del meccanico per riparare quello che il suo vecchio prete-poeta chiama il motore «asmatico e desueto». E dovrà ricordarsi del vecchio modo di dire: «Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io».

Scritto il 15/09/07 alle 10:40 in Ri/tratti 

 

Stamani è stato inserito questo commento:

Egregio Demata, la sua testimonianza è molto preziosa.
Lei ha ragione su tutto. Ma proprio per questo mi spiego con attenzione.

Forse ai giovani non interessa l'argomento trattato.
Mi giustifico: partivo dal vecchio prete-poeta che ha avuto il coraggio di scrivere una certa cosa. Sulla quale sarebbe bene che tutti meditassero indipendentemente dall'età. Se dovessimo trattare soltanto dagli argomenti accettati da «tutti», staremmo freschi: di che cosa dovremmo parlare?

Poi: a Rimini non ci sono soltanto giovani che si drogano o vanno a battere per offrire o trovare compagnia. Sulla «Stampa» un personaggio famoso di Rimini tempo fa ha detto che oggi la Riviera è definibile nel binomio «piadina-cocaina».
È una di quelle battute che lasciano il tempo che trovano, adatte a scansare gli argomenti veri, ed a far colpo nell'ascoltatore.

Sullo «Specchio» di due mesi fa ne è uscita un'altra di queste battute: il Tempio malatestiano è simbolo dell'«ateismo riminese». Non commento per non scendere nel turpiloquio (preciso: non è colpa dell'autore dell'articolo ma di chi gli ha spacciato quella definizione).

Io non potevo dilungarmi nel post. Lei tocca un punto dolente, lo sviluppo urbanistico. Ma lei non sa che alla cosiddetta «speculazione edilizia» qui partecipano tutti, bianchi rossi neri e gialli (papalini, cioè la curia...).
Su terreni curiali è stata costruita la nuova fiera di Rimini, qualche anno fa. Dunque, non volendo torniamo al discorso introdotto nel mio testo, proprio per confermare quello che lei sostiene. Ed è per questo che le sono grato della sua attenzione.

Lei ha dimostrato che Rimini è un argomento che interessa nel bene e nel male. Ecco perché ne parlo in sede «nazionale», come si dice nei giornali per distinguere le pagine locali da quelle destinate a tutte le aree geografiche.

Grazie ancora del suo commento.

par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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