Mardi 23 septembre 2008
Il post di ieri "Brunetta capisce" è segnalato oggi in home page dalla Stampa.
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Lundi 22 septembre 2008
Brunetta_cuccarini Il ministro Renato Brunetta comincia a capire. In "Repubblica" di ieri s'è letta questa sua nuova dichiarazione sui medici: "I macellai lavorano perché perché i concorsi per i primari negli ospedali, nella stragrande maggioranza, non sono trasparenti e non premiano i migliori".

Benissimo. E' quello che abbiamo qui sostenuto il 18 scorso chiedendo di fare luce appunto sui misteriosi concorsi: "Brunetta ha tutte le ragioni di questo mondo. A patto che, scoperto chi è il "macellaio" in attività ospedaliera, ci spieghi come è stato assunto, per quali meriti, contributi scientifici o calci nel deretano (e da parte di chi questi ultimi sono stati mollati)".

Dunque ministro Brunetta? Vuol fare luce appieno o si accontenta di stare alla ribalta con queste striminzite dichiarazioni?
Se farà luce le perdoneremo quella ridicola definizione che ella ha dato di sé stesso, chiamandosi "la Lorella Cuccarini del governo".

[Anno III, post n. 289 (666), © by Antonio Montanari 2008]

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Vendredi 19 septembre 2008
Tremonti Ieri 18 settembre il "Corriere della Sera" ha pubblicato una lunga intervista di Aldo Cazzullo al ministro Giulio Tremonti.

Il quale ha iniziato il suo discorso con queste parole: "Non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo".

Si dà il caso che la frase di Tremonti sia identica come contenuto a quella con cui si chiudeva il 7 luglio scorso un editoriale di Domenico Siniscalco sulla "Stampa", intitolato "Oltre la crisi globale": "Non siamo alla fine del mondo. Quasi certamente siamo alla fine di un mondo".Siniscalco

[Anno III, post n. 287 (664), © by Antonio Montanari 2008]

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Lundi 15 septembre 2008
Amarcord13a Ieri ho letto in due belle pagine di "Repubblica" sui maestri elementari, un articolo di Jenner Meletti, un breve testo di ElleKappa sul meraviglioso panino della sua insegnante mangiato durante la ricreazione, e quattro ricordi autobiografici affidati agli scrittori Margherita Oggero, Marco Lodoli, Mauro Corona, Simona Vinci.

Mi è tornato in mente che tempo fa avevo progettato di comporre un testo intitolato (appunto) "Maestri". Stamani l'ho cercato sul computer, scoprendo che lunedì 23 dicembre 2002 avevo steso soltanto una "Divagazione" introduttiva, intitolandola "Del guardaroba mentale". Tutto qui:

"Avanzano, della gioventù, le consapevolezze che allora non c’erano. Di null’altro adesso conosci il valore, che delle cose non possedute.
E’ la ricchezza dei sogni di allora. Ragazzi, significava invece sentire il senso del limite. Crescere era scontrarsi con l’impossibilità. Desiderare ma non avere.
La febbre della vita brucia nelle regole da rispettare. Dovevamo non scottarci. E scegliere, cercare la via dell’uscita dal labirinto.
C’era a fianco delle nostre parole, in mezzo ai nostri giorni, il gioco delle eventualità, il rimescolarsi delle varianti, l’affacciarsi a trivi e quadrivi. Era vicino a noi, più minaccioso che confortevole, il guardaroba mentale dove scegliere che cosa indossare.
La volontà respingeva, ogni abito si faceva sentire stretto, come se un panno di cattiva qualità si fosse ritirato ancor prima dell’uso, e deluso c’insegnasse la morale della favola: non sei tu che modelli il vestito.
Le prove le fanno i sarti, con ago e fili e spilli da puntare. La vita ti offre la carità d’un panno non su misura.
Cerchi il meno peggio tra quelli che sono già confezionati. Uno che abbia sintonia con il tuo modo di leggere la pianta topografica della realtà, dove tutto è disegnato. Tranne le strade. (Arràngiati, lo ripetono da millenni.)
Ti dicono che ci sono gli orchi, i precipizi, le sublimazioni amorose. Ma devi indovinare dove si nascondono, o fugacemente si mostrano, quando le luci delle giornate favoriscono l’osservazione, e se soprattutto le apparizioni o le scoperte permettono d’essere annotate con un lapis ormai spuntato, sopra un muro a secco che delimita la corsa e la vista.
Lì hai scritto un appunto, confidando di ritrovarlo ogni volta. Ogni volta che fossi passato. Ma poi diluvia sulla piccola traccia della matita. Oppure si scuotono i mattoni antichi senza più l’impegno di testimoniare ad altri del loro stare di guardia al disinteresse del viandante.
In quel muro avevi segnato una traccia per percorrere il labirinto invisibile, raccontarti l’itinerario possibile, riposare l’affanno, raccogliere l’unica testimonianza onesta: io ci ho provato, non è per colpa mia se ora tutto mi sfugge, scusate l’ardire, ma io avevo scoperto che la strada passa di qua.
Non avevo altra bussola che quella del sole. Ma subito arrivarono le nuvole a confondere l’ansia di uscire da un deserto che non c’è, a giudicarmi indocile perché ho firmato il contratto dell’esistenza ed adesso non trovo le clausole a cui appigliarmi, per preparare la difesa.
Provo a cercare nell’abito che mi hanno consegnato, non so più se all’ingresso in casa o all’uscita di scuola. Ma le tasche sono cucite, e lentamente i calzoni cedono, le gambe s’allungano, comicamente il panno si restringe.
Non ci sto più. Forse sono cresciuto. Oppure è la cattiva stoffa che ti rende ridicolo. Riprova a cercarne un altro, di vestiti. Ma per andare al guardaroba devi ricominciare daccapo. Il giudice della gara non azzera il tempo.
Sul taccuino registra le penalità degli errori di percorso. Hai abbattuto ostacoli, dice.
Dov’erano, chiedi. Io non li ho visti, lo giuro. Era notte, o per colpa del sole? Ti deride. Non preoccuparti mugugna: devi proseguire.
Ma il guardaroba dov’è, gli chiedo. Continua, mi ordina.
Così, passo dopo passo, riprendevi a camminare.
Un attimo mi fermo. Per dire grazie a chi non fu giudice di gara, ma maestro per l’intelletto".

Una quindicina d'anni fa composi altri meno impegnativi ricordi poi pubblicati in un volumetto dal titolo "Anni Cinquanta".
Di lì riprendo il passo sul grembiule, capo di vestiario oggi diventato simbolo politico nelle chiacchiere correnti sulla scuola, in mancanza di meglio (sotto l'aspetto pedagogico):


"La nostra divisa scolastica era composta di tre parti. Un grembiule nero, un colletto bianco ed un fiocco azzurro. Il colletto era concepito come indipendente dal grembiule. Il grembiule aveva una sua antica caratteristica oggi per fortuna scomparsa: doveva inevitabilmente chiudersi sul retro. Chi avrà mai inventato questa straordinaria divisa, priva di ogni praticità? L'apertura posteriore del grembiule ai maschi poneva un problema funzionale, perché in taluni frangenti non coincideva con quella dei calzoni.

Il colletto girava perennemente su se stesso, per cui il fiocco cedeva a posizioni oblique volando da ogni parte, tranne che in quella giusta. Sul petto dalla parte sinistra, infine, la decorazione della riga doveva indicare la classe che si frequentava. Qualcuno si fregiava della decorazione sul braccio come i militari. E tali forse erano i padri dei figli che così venivano esibiti.

Il mio grembiule, con quale stoffa fosse stato confezionato, me lo spiegò mia madre pochi anni fa. Era la camicia nera di mio padre. La fortuna volle che io fossi stato soltanto "figlio della Lupa". Mi avevano dichiarato tale alla nascita, nel 1942. La guerra, con le sue tragiche pagine, mi evitò di salire ai gradi superiori del cursus fascista. Così, non sono mai stato "balilla". Tuttavia, ho portato in me il segno del passato regìme con il candore dell'innocenza, pari a quello con cui mio padre aveva indossato la camicia nera, obbligatoria per mangiare, quando la tessera del fascio veniva chiamata la "tessera del pane". Candore che capisco soltanto ora, ripensando che mio padre non ricordava mai "lui", cioè il duce, e che non ha poi avuto nostalgie politiche. Aveva capìto durante la guerra (penso io), quanto fossero state scioccamente illusorie le sfilate, le parole d'ordine, che nessuno tranne pochi, sul finire di quegli anni Quaranta, voleva rammentare o riproporre a noi giovani, a conflitto mondiale concluso".

L'immagine che metto in testa a questo post, c'entra (di riflesso) con un altro breve passo di "Anni Cinquanta":

"Il carro funebre che stazionava difronte alla chiesa, dichiarava lo stato sociale del defunto. C'erano "accompagni" di prima, seconda o terza classe, come i viaggi in treno. I più benestanti offrivano un supplemento di presunta filantropia, rivolto agli orfanelli che, accompagnati dalle suore, prestavano servizio all'inizio del corteo, nelle loro divise con una corta mantellina, come si vedono anche in certe immagini di Fellini relative però agli Anni Trenta. I maschi anche d'inverno portavano calzoni corti su minuscole gambe arrossate dal freddo. Per primi uscivano dalla chiesa dopo la funzione, e poi dovevano stazionare immobili, ci fosse il sole o la neve, fino a che si completava il rito del saluto dei parenti, recitando preghiere a suffragio dell'anima del defunto. Che la pietà con cui le orazioni venivano pronunciate, fosse o no pari alla spontaneità, nessuno può sapere: ma è facile immaginare quanti amari segni abbia lasciato in quei bambini l'esibizione, oltre tutto frequente, in scenari di dolore che rubavano loro ogni ipotesi di sorriso, instillandogli invece gocce di tristezza supplementare al loro già amaro destino di creature senza un padre o una madre.

Altri poveri passavano per il Borgo San Giovanni, salendo dall'arco d'Augusto alla Caserma Giulio Cesare lungo la via Flaminia, nel pomeriggio, all'ora della distribuzione del rancio. Portavano in mano una gavetta militare ed indossavano abiti la cui abbondanza, rispetto al corpo che ricoprivano, denunciava la provenienza in gesti caritatevoli di soccorso. Era una fila lunga soprattutto d'inverno, costituita in prevalenza da persone anziane che s'affidavano alla pietà dello Stato che non aveva altri modi per intervenire. I Comuni, per l'assistenza sanitaria ai "bisognosi", rilasciavano un documento su cui, a scanso di equivoci, si leggeva: "Tessera di povertà". Un Commissario prefettizio di Rimini, in quegli anni, rifiuterà la domanda per una dentiera, allegando un consiglio: "Se non può mangiare, inzuppi del pane nell'acqua"."

Tornando all'immagine. Non ho trovato la scena del funerale di "Amarcord" di cui parlo nel testo. Mi sono accontentato del solenne cortile del ginnasio liceo "Giulio Cesare" che fu frequentato anche dallo stesso Federico Fellini. Ed a cui io da ragazzino non volli iscrivermi per il terrore che da quella scuola emanava in città.

Post scriptum. Un maestro universitario da me ricordato sul web è il pedagogista Giovanni Maria Bertin.

[Anno III, post n. 282 (659), © by Antonio Montanari 2008]

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Samedi 13 septembre 2008
Doctores Noi bravi scolari di una volta..., m'è venuto da pensare ricordando un vecchio insegnante universitario, Achille Ardigò, appena scomparso. Docente di Sociologia alla Facoltà di Magistero (primi anni Sessanta), Ardigò non mi ha lasciato memorie particolari.
Un po' incolore nelle lezioni, moderatamente cortese negli esami, la sua materia allora andava di moda, ma a me non interessava in maniera particolare. Insomma un esame come un altro, se non fosse che di tutte le sue lezioni e di tutte le letture annesse, a mezzo secolo di distanza è sopravvissuto (per mia colpa) ben poco.

Un primo ricordo. In una pagina di un suo testo Ardigò studiava la dislocazione dei vari gruppi di sensali in piazza Maggiore nelle giornate di mercato. Ne parlai una volta con un rappresentante editoriale bolognese che si mise a ridere, dicendomi nel suo dialetto: "Eh, ci voleva Ardigò per scoprire una cosa che sappiamo tutti...".
L'assistente di Ardigò, il dottor Paolo Guidicini, era un giovane elegante e cordiale, anche troppo con le nostre ragazze se ci accompagnavano nel suo studio quando dovevamo "prendere l'esercitazione". Si trattava di una ricerca da portare all'esame, e da svolgere sul campo. "Ah, lei è di Rimini, allora vada al tal centro professionale, e faccia questo lavoro...".
M'inventai tutto, dai nomi e cognomi degli intervistati, alle statistiche relative alle loro risposte al questionario affidatomi da Guidicini. Dopo qualche anno, ho trovato quelle statistiche pubblicate in un bel volume scientifico.

Gli assistenti non sempre erano simpatici come Guidicini. Quello di Italiano era un pignolo dalla vice stridula, Mario Saccenti (di cognome e di fatto). Apriva l'esame con una domanda di letteratura. A me chiese di parlare del Tasso (era il mio primo esame universitario in assoluto, un gesto da kamikaze a detta degli amici di corso più anziani).
Risposi partendo dall'importanza del Tasso nella storia della letteratura italiana, argomento contenuto nell'ultimo paragrafo del capitolo del volume di Natalino Sapegno. Saccenti m'interruppe obbligandomi a ripartire "dall'inizio", ovvero dalla nascita del Tasso, quindi dal primo paragrafo del testo di Sapegno...
La seconda domanda riguardava la "Commedia". Apriva a caso il libro, puntava l'indice sulla pagina. Eravamo all'Inferno, mi chiese la lista dei dannati che precedevano quel determinato personaggio.
Gettai l'occhio sulle note. Con un sospiro di sollievo, feci il mio bravo elenco. Saccenti con il ghigno perfido che teneva stampato fisso sul volto per terrorizzarci, e con quella vocina stridula, emise la sentenza terrificante: "No. Quelli vengono dopo".

Scrisse la sua brava noticina che consegnò al prof. Ezio Raimondi, il cattedratico della materia, con cui passai a chiudere l'esame, trattando del corso monografico diviso in due parti. La prima riguardava la "Vita" dell'Alfieri. La seconda, un testo allora appena tradotto dal Mulino, il celebre ed indigesto "Wellek e Warren" dal nome degli autori (titolo: "Teoria della letteratura"). Un libro per laureati, non certo adatto a noi ragazzotti di provincia che avevamo fatto le Magistrali con molto affanno.

Comunque Raimondi, dopo che ho risposto alla sua prima domanda, si rivolge a Saccenti, scorrendo la noticina che gli aveva passato con l'esito dell'interrogazione fatta a mio danno...: "Marione", gli grida, "ma questo giovane è preparato". Non potei prendere più di 25/30 per colpa del sadismo di Marione.

Un assistente di Latino ignorava che "nulla sapeva delle nostre cose" equivale a "non sapeva nulla...". Per cui segnava errore nello scritto, adducendo spiegazioni folli. Alla fine nella discussione che ebbi fuori esame con lui, dovette ammettere che tutte le cose che aveva segnato come errori invece andavano bene.
Per Storia medievale e moderna, cattedra della grande e temuta Gina Fasoli (che interrogava durante le lezioni tenute nell'emiciclo di Anatomia..., ma molto corretta e cordiale agli esami), c'era come assistente Paolo Prodi, oggi famoso docente a livello europeo. L'ho rivisto qualche anno fa alla presentazione di un volume sui Malatesti, ma non me la sono sentita d'andarlo a salutare.
Apparteneva alla categoria dei Saccenti, quelli che vedevano l'esaminando con l'occhio del cacciatore che imbraccia un fucile carico. Nella  nostra elementare classificazione, dividevamo gli insegnanti in buoni o carogne. Eravamo molto rozzi ed incivili, noi. Forse lo erano anche quelli che al di là della cattedra credevano che la cultura fosse la memorizzazione di una sequenza di date, e non la capacità di elaborazione della materia.

L'assistente di Pedagogia, Mario Gattullo, un giovane meridionale intelligente e saldo nella sua preparazione (e purtroppo scomparso prematuramente per un incidente stradale), aveva il chiodo fisso della Docimologia. Ovvero la misurazione scientifica della preparazione degli studenti di ogni tipo ed ordine di scuola.
Anche per Pedagogia era obbligatoria un'esercitazione decretata da Gattullo. La svolsi per tre mesi in una classe elementare. Divisa in due gruppi. Il primo, esercitato di continuo, alla fine avrebbe dovuto dimostrare maggiore preparazione del secondo lasciato a riposo.
Per una di quelle situazioni che si verificano nella realtà in contrasto con i presupposti dottrinari per non dire dogmatici, accadde tutto il contrario. Il gruppo sempre esercitato alla fine ebbe risultati peggiori del gruppo inoperoso. Il che fece andare su tutte le furie il dottor Gattullo che, non ligio alla filosofia del pragmatismo statunitense che c'insegnava in teoria, se ne uscì con una sentenza irremovibile: "E' impossibile".

Con questa premessa ed esperienza, accettai il lavoro da svolgere per l'esame di Sociologia, facendo pure ricorso ad una pregiudiziale metodologica degna del miglior empirismo nordamericano: "Questa volta vi frego io".
M'inventai tutto, come ho detto. Quella volta feci centro. E' proprio vero, noi ragazzi di una volta eravamo proprio dei bravi scolari.


[Anno III, post n. 280 (657), © by Antonio Montanari 2008]

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