Il papa celebra la messa girando le spalle ai fedeli, come nel rito preconciliare. Silvio
Berlusconi gira le spalle a Walter Veltroni. In un collegamento con la festa azzurra della neve a Roccaraso, il cavaliere ha detto: "Non potremmo trattare con forze politiche che mettessero in atto una decisione
criminale come il disegno di legge Gentiloni: non ci sarebbe nessuna possibilità di dialogo con chi agisse in questo modo''.
Insomma oggi domenica 13 rischi di finire in archivio come il giorno delle grandi girate di spalle.
Ed adesso che farà il segretario del Pd? Non ho la palla di cristallo, ma soltanto le ultime notizie d'agenzia. Arturo Parisi ha espresso in maniera inequivocabile il suo pensiero: "Tornare al
proporzionale è già enorme. Accettare la resa al conflitto d'interessi è decisamente troppo".
Sappiamo tutti che la politica è l'arte dell'impossibile. E che quindi le cose potrebbero sistemarsi. Tra una smentita di Berlusconi ed un chiarimento di Veltroni.
Berlusconi potrebbe garantire di risolvere lui stesso il conflitto d'interessi una volta salito nuovamente a palazzo Chigi. E Veltroni potrebbe rassicurare alleati e non, citando una frase del
leader spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero apparsa oggi sul "Corriere della
Sera": "Da quando sto al governo sono diventato più di sinistra".
Il sindaco di Roma cercherebbe in tal modo di convincere i suoi alleati che, per avere un vero governo di sinistra, bisognerebbe approfittare di Berlusconi. Il quale, imitando Zapatero,
diventerebbe un poco alla volta "più di sinistra" di quanto non lo sia stato praticamente in passato.
L'asso nella manica di Berlusconi è la promessa di risolvere definitivamente il conflitto d'interessi in quattro e quattr'otto una volta avuto l'incarico di fare il governo, con o senza nuove
elezioni. Basterebbe una legge di un solo articolo: "Tra me e qualsiasi altra forma di pensiero politico, esiste un conflitto insormontabile che per il bene delle democrazia rende necessario
tenere in nessuna considerazione questa qualsiasi altra forma di pensiero politico".
Coraggio, facciamo finta che tutto sia normale. Un partito si riunisce a porte chiuse. Alle quali bussa un estraneo, addirittura un
giornalista. Miracolo: le porte si aprono. E' successo stamani. Alla riunione del Pd, commissione Manifesto dei valori. Ad essere ammesso è stato Giuliano Ferrara.
Immaginiamo la scena un po' fantozziana. Ma il personaggio di Paolo Villaggio non era impersonato dal conduttore televisivo ed ideologo dei teo-con, che sappiamo essere attore consumato e
giustamente sfrontato, bensì dal presidente della stessa commissione Manifesto dei valori, Alfredo Reichlin.
Al quale, per il ruolo ricoperto, avremmo per l'occasione attribuito una maschera di cortese ferocia (o se volete soltanto di fermezza) nel respingere l'istanza del 'giornalista' Ferrara.
Ferrara ha giustificato la richiesta appunto in base alla professione svolta. Ovviamente, non poteva dire: vengo a sentire che ne pensate delle mie idee sulla moratoria per l'aborto, tanto prima
o poi le dovrete mettere in pratica perché essendo il Tevere molto stretto in questi momenti, non avete scampo...
No, si è giustificato: "Non interverrò, figuriamoci. Io sono qui solo nelle vesti di giornalista".
Immaginiamo che qualcuno gli abbia sussurrato in un orecchio: "Ma figùrati, ascolta e poi facci sapere che cosa ne pensi, anzi ti ringraziamo in anticipo di quello che potrai consigliarci".
Così va il mondo politico della cosiddetta linea di centro-sinistra in Italia: aspetta d'essere imboccata dal consigliere spirituale del capo dell'opposizione.
Verrebbe da ridere ma c'è da piangere. Concordo con quanto ha scritto oggi nel suo blog Pier Luigi
Zanata: "E' inammissibile che buona parte dei politici nostrani non ricordino che l'Italia e' uno stato laico, non confessionale".
E pensare che soltanto ieri, Alfredo Reichlin è stato accusato da Piero
Ostellino sul "Corriere della Sera" di aver abbozzato, assieme ai suoi collaboratori, un Manifesto dei valori pieno di rimandi a Marx ed a Lenin...
L'apertura delle porte può essere una mossa tattica (diabolicamente comunista) di Alfredo Reichlin verso Ferrara (ed il Vaticano)?
Ostellino ha scritto che il testo dei valori del Pd è "unicamente il frutto di una memoria politicamente ripudiata, ma culturalmente non ancora dimenticata".
Concetto che denuncia il persistere di un amarcord pericoloso nell'anima rivoluzionaria del Pd.
Nella mia personale inesperienza, non so se da oggi Alfredo Reichlin sia da considerare più pericoloso per aver aperto le porte a Ferrara (come potrebbe fare qualcuno suggestionato dalla bella
pagina di Ostellino), o se sia da vedere come un eroe che aveva detto "avanti tutta", ma aveva alzato le mani appena Ferrara ha fatto bum bum con la bocca.
Sempre sul "Corriere" di ieri, Filippo Andreatta denunciava all'interno del partito che ha contribuito a far nascere, la presenza di contraddizioni provocate dalle "ambiguità con cui è venuto
alla luce il Pd".
Da questa sera, alle contraddizioni elencate da Filippo Andreatta va aggiunta la scena del pellegrinaggio del cronista Ferrara che entra nelle segrete stanze di un partito che non è il suo.
Un'altra mela avvelenata, o uno scivolo dolce verso la vittoria garantita dal Vaticano?
[Anno III, post n. 389] Fonte
E del papa infin la meraviglia... Il comunicato-stampa odierno del Vaticano, è inusuale. Tirato per la giacchetta, qualcuno tra le mura leonine
ha convinto Sua Santità che non era il caso di insistere, e che anzi bisognava un poco spiegarsi, dopo la bastonata data ieri a Walter Veltroni nell'udienza ufficiale alle autorità romane
(Regione, Provincia, Comune).
Il papa aveva definito "gravissimo" il degrado dell'Urbe, aveva denunciato gli attacchi
"minacciosi e insistenti" alla famiglia, aveva parlato di una "drammatica" situazione degli ospedali cattolici.
La bufera scatenatasi tra Campidoglio e Vaticano da ieri sera sino a stamani, ha convinto quel qualcuno a far stilare un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede. In cui si legge testualmente: "Desta meraviglia la strumentalizzazione
politica che ha fatto seguito alle parole rivolte dal Santo Padre".
Non si dica che è poco. Nel trasferire ogni responsabilità della polemica sulle spalle di chi ha "strumentalizzato" le parole di Benedetto XVI, il Vaticano cava la castagna dal fuoco con
un'eleganza che non può evitare di immaginare l'imbarazzo degli ambienti pontifici.
Dove certamente ci si sarà accorti che non era il caso di lasciar bistrattare il povero Veltroni dopo l'udienza papale. Come tutti sanno, anche all'ombra del cupolone, Veltroni è non soltanto il
sindaco della città eterna e capitale del cattolicesimo, ma pure il segretario-ostetrico di un partito che sta nascendo molto male.
Quel comunicato forse farà il gioco di Veltroni nei confronti di Prodi. Così palazzo Chigi diventa un traguardo più vicino per lui.
Certo è che da oggi Veltroni può mettere nel carniere la meraviglia di un papa per quello che hanno compreso gli avversari del sindaco
capitolino ascoltando un inequivocabile discorso pontificio.
Non sono giorni fortunati per Walter Veltroni. Assediato dalla destra e quasi prigioniero delle avances berlusconiane, quando stamani è
entrato in Vaticano per l'udienza pontificia, certo non poteva immaginare una lavata di testa come quella pronunciata "su" di lui da Benedetto XVI.
Il papa ha definito "gravissimo" il degrado dell'Urbe, ha denunciato gli attacchi "minacciosi e insistenti" alla famiglia, ha parlato di una "drammatica" situazione degli ospedali cattolici.
Due piccioni con una fava: Veltroni è stato simbolicamente 'bastonato' quale sindaco di Roma e quale segretario del Pd. Per dirgli che anche in questa seconda funzione, deve stare attento a
come si muove nei confronti della Chiesa cattolica.
La giornata era cominciata bene con la svolta di Casini sulla legge elettorale ("Intesa con Forza
Italia, Pd e Prc"). Maria Teresa Meli sul "Corriere della Sera" poteva offrire un ottimistico titolo: "E Veltroni rompe l'assedio", anticipando il progetto di consultazione degli aderenti
"magari" anche via Internet per garantire un reale pluralismo.
L'idea veltroniana di consultare il popolo 'democratico' via Internet sa molto di quella moda delle chat che oggi furoreggiano per le anime sole, come forse pure lui è nel suo partito. Ma neppure
così riuscirà a risolvere i problemi di deficit politico che ogni giorno che passa sottolinea nel Pd.
Stamani Riccardo Barenghi sulla "Stampa" ha
scritto un duro editoriale, "L'ammaina bandiera dell'Ulivo": "Il punto, diciamolo con una certa franchezza, è la subalternità ai valori altrui. Come se il centrosinistra italiano non avesse una
sua storia, una sua cultura politica, suoi ideali, non avesse fatto lunghe battaglie, peraltro vinte, su questi temi".
È così. In un altro articolo della "Stampa", Andrea Romano affronta il tema della crisi italiana,
suggerendo di guardare al modello americano, a quella "esibizione di freschezza politica" che nasce da partiti "che hanno saputo coltivare la cultura del confronto senza alcuna reticenza".
Questa cultura manca oggi, e l'impronta di Veltroni è sul luogo del "delitto". Romano spiega che l'anno passato è stato dominato dall'antipolitica.
Su questa interpretazione dei fatti mi sono sempre permesso e mi permetto pure oggi di dissentire, anche se il mio parere non conta nulla. L'antipolitica è nell'immondizia di Napoli, non nel
popolo che protesta civilmente (lasciamo perdere le solite manovre violente, chissà da chi promosse).
Anche Angelo Panebianco invoca l'esempio americano, nel fondo del
"Corriere della Sera", per un partito dalla molte anime in 'lotta' fra loro: però, aggiunge, per arrivare a questo risultato, è necessario il contesto istituzionale maggioritario.
Perché dobbiamo guardare sempre fuori di casa? Sembra un'istanza quasi teologica della politica italiana. Negli Usa, non c'è il Vaticano che detta come da noi oggi il calendario politico.
Ci sono molte "Chiese", e non so se sia bene o se sia male. Ma ci sono anche molti problemi. La sanità a pagamento, ad esempio.
Quando ci si è avviati verso la nascita del Pd, la grande informazione nazionale ha guardato soltanto a Roma, trascurando i contesti periferici dove si è vista anticipata la trama che ha
provocato "L'ammaina bandiera dell'Ulivo". Dico anch'io: guardate agli Usa. Per le primarie democratiche tutti i principali quotidiani hanno i loro inviati che descrivono le piccole realtà
americane. Quando anche da noi si cominceranno a descrivere i contesti periferici, si potrà far comprendere alla gente sia che cosa è la democrazia sostanziale, sia come sono manovrati i
candidati da forze estranee ai movimenti politici che si propongono al voto.
Povero Walter Veltroni. Ormai è ostaggio della destra. Assediato. Prima Giuliano Ferrara lo ha spinto a ritornare sulla questione dell'aborto, e ripetere cose che aveva
già scritto a "Repubblica" il 5 gennaio: "La 194 è una conquista, ma sì al dialogo".
Poi è arrivato addirittura il Cavaliere. Nell'intervista sul "Corriere della Sera" odierno, Berlusconi offre il solito fuoco
d'artificio fra misticismo e retorica che farebbe sorridere in altro contesto, ma adesso fa veramente preoccupare per la salute politica del segretario del Pd.
Berlusconi infatti ripete al "Corriere" quanto detto a Veltroni: "Io sono il tuo Messia, ti libero dall'abbraccio mortale della sinistra, ma se vogliamo fare assieme le riforme prima devi mettere
d'accordo i tuoi...".
Fra le punzecchiature di Ferrara e le profferte di abbracci mortali da parte del signore di Arcore, ieri sulla scena è timidamente apparso il senatore Lamberto Dini. A cui è stato attribuito un rinvio ad aprile dell'ultimatum a Prodi, con la cosiddetta
"frenata".
Oggi, Dini corregge le "interpretazioni improprie" di cui sarebbe stato vittima il suo pensiero.
Ho il massimo rispetto all'altrui pensiero, soprattutto se per spiegare quello del senatore Dini oggi si sono riuniti in tre, cioè tutti i "Liberaldemocratici" italiani, ma rinuncio a capire.
Insomma, essi precisano di chiedere (soltanto?) "risposte chiare da parte della maggioranza".
Noi personalmente la nostra risposta "chiara" per il sen. Dini l'avremmo già, ma non sappiamo se sia di maggioranza o di opposizione. Per cui ci asteniamo dal pronunciarla.
Probabilmente, prima che i tre "Liberaldemocratici" italiani decidano qualcosa, occorrerà attendere che Berlusconi parli come annunciato sul "Corriere" di oggi: "Sto preparando un discorso sulla
democrazia, sulla giustizia e la libertà in Italia, lo terrò alla Camera prima della fine del mese. Una denuncia forte su cui dovranno riflettere i nostri concittadini e i nostri rappresentanti
in Parlamento".
Il governo Prodi non può cadere per merito di Dini, suvvia. La spallata la vuol dare il Cavaliere. Veltroni stia attento a non ripararsi dietro la porta quando Berlusconi prenderà la rincorsa.
Potrebbe travolgerlo, anche senza l'aiuto di Giuliano Ferrara andato intanto in attenta avanscoperta con la questione dell'aborto.
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