Vendredi 20 avril 2012
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Ci siamo lasciati con la cicoria romana di Rutelli, divenuta cicuta, per l'archiviata Margherita così piena di soldi da non
sapere la mano destra quello che la mano sinistra faceva, onde evitare pregiudizi politici al gestore dei fondi. Poi al "Ponte" c'è stata la settimana delle ferie post-pasquali che ci hanno
tenuto lo stomaco leggero, evitando di descrivere i lauti pranzi in salsa nordista con zucche padane, e relativi zucconi. I quali, costretti dal desiderio di apparire e dalla necessità di essere
qualcuno, hanno offerto il meglio di loro stessi facendosi comprare lauree straniere di cui nessuno sa nulla, tranne la magistratura inquirente.
A questo punto saremmo tentati di passare ad altro argomento, se non avessimo il perfido senso del cronista inutile che è convinto di un sol fatto, indipendentemente dalle notizie degli ultimi
periodi: i Partiti (nel senso di gruppi di Potere, con le dovute e rispettose iniziali maiuscole), sono la garanzia che quanti vi si trovano dentro sono degli "arrivati", ovvero persone
privilegiate che se la ridono del resto del mondo.
A vent'anni esatti dalle Mani pulite milanesi, l'Italia dopo aver festeggiato in pompa magna la sua Unità, ne ha dato eccellente prova con tante inchieste da Nord a Sud, da Est ad Ovest, che ne
sono umile conferma: fatta la Penisola, restano ancora da fare i suoi cittadini. Il 10 maggio 1992 Umberto Bossi ha proclamato a Pontida la nascita della "Repubblica del Nord". Forse si trattava
di discorsi fatti dopo un'indigestione di prelibatezze padane che sono piatti ottimi dell'arte culinaria, ma dotati di un potere calorico capace di alterare la visione e la comprensione delle
cose.
Fatto sta che, da quel giorno, i politici in un modo o nell'altro hanno pensato in cuor loro che, se uno aveva il coraggio di dire certe cose, una qualche ragione l'aveva. Le ultime notizie
forniscono una versione molto tragica: la ragione stava nel partecipare alla divisione del bottino, prima definito finanziamento pubblico dei partiti, poi, dopo un certo referendum, elegantemente
battezzato rimborso elettorale.
La morale della favola è soltanto una, quella di un bel gruzzolo di soldi che alcuni poi gestivano ad uso personale, come le cronache dei giornali ora denunciano. Quattro anni fa i più autorevoli
commentatori moderati inneggiavano alla grande abilità strategica di Bossi: aveva rinnovato la politica
italiana. Oggi una risata accompagna la lettura dei loro testi. [Anno XXXI, n. 1077]
Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, rimini, 22.04.2012
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Dimanche 8 avril 2012
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Maggio 2005, Francesco Rutelli dichiara con orgoglio: "Ho tirato la carretta, ho mangiato pane e cicoria". Sono parole passate alla Storia, come la
frase con cui Winston Churchill nel maggio 1940 prometteva ai sudditi di Sua Maestà "lacrime e sangue". Poi la cicoria rutelliana è diventata una bella Margherita, simbolo e nome di un partito.
Rutelli era stato chiaro ed onesto. Avrebbe potuto imitare il francese Sarkosy che, vinte le elezioni, gloriosamente accusava Socrate di aver pronunciata una frase assurda come il "Conosci te
stesso", che è evidente occasione di imbarazzo per chi ama guardarsi allo specchio vedendosi un novello Napoleone.
Allora tememmo che, per imitare Sarkosy, qualcuno potesse lanciare uno slogan vagamente allusivo: "Più cicuta per tutti". Rutelli ebbe il coraggio
di fermarsi alla cicoria. Non sappiamo se nei successivi momenti della sua avventura politica, quella dieta a base di cicoria abbia prodotto soltanto effetti positivi. Abbiamo cominciato a
dubitarne quando alla fine dello scorso gennaio è apparsa una notizia di cronaca giudiziaria in cui si parlava, non sappiamo se a torto o ragione, di 13 milioni di euro scomparsi dalla cassaforte
della Margherita, un partito già passato in archivio dopo il suo secondo congresso del 2007.
Ciò che confonde il cittadino ignaro dei segreti della Politica cosiddetta occulta (che permette di dare soldi a partiti che non esistono più), è la
constatazione che, se non succede nulla di illecito, certi particolari sono gelosamente conservati sotto sale e custoditi in grande silenzio per non suscitare reazioni antipatiche. Gira e rigira,
ogni giorno sentiamo ripetere la solfa che sono necessari più sacrifici per tutti. Ma poi scopriamo che esistono sconosciuti tesoretti o tesoroni, i quali sempre ingolosiscono qualcuno, a quanto
pare.
Rutelli, nel 2009, ha risfogliato la margherita (senza maiuscola) chiedendosi: lo amo o non lo amo? Pensava a Bersani. Di cui diceva: è soltanto un
vecchio comunista. Rutelli usava le stesse parole di Berlusconi.
Il 19 marzo 2012 Rutelli ci ha veramente commossi quando, senza mezze parole, è andato giù duro contro il tesoriere del suo partito: uno che "si
presentava come uno scout, austero, inflessibile, severo". Sono stati i momenti in cui Rutelli ha suscitato in noi sincera tenerezza. Lui che aveva fatto della cicoria il nuovo menu politico per
cambiare l'Italia, si vedeva ricambiato con la vecchia cicuta della corruzione. [Anno XXXI, n. 1076]
Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, Rimini, 8.4.2012
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Vendredi 6 avril 2012
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17:50
Auguri sinceri a Pier Luigi Celli, riminese illustre, per l'incarico di presidente dell'Enit, affidatogli dal Consiglio dei
ministri.
L'Enit (Ente nazionale industrie turistiche) è stato avvolto anche di recente da violente polemiche, culminate in un
commissariamento che ora si conclude con la nomina di Celli.
Nel 2009, la legge finanziaria aveva ridotto i fondi dell'Enit da 49 a 33 milioni di euro. Qualcuno allora, in base a ciò, parlò dell'Enit come di un ente inutile. La tesi però era vecchia, per
farla breve, perché la riforma regionale del 2001 aveva cambiato le carte in tavola, rafforzando in materia i poteri delle Regioni.
Nel dicembre 2011 c'è stato anche un piccolo giallo: la manovra economica di Monti all'inizio prevedeva l'eliminazione dell'Enit, scomparsa nel documento di programmazione
economica definitivo fatto circolare.
Pure 50 anni fa (e parlo per conoscenza diretta dei fatti) l'Enit era considerato un carrozzone superfluo della Pubblica amministrazione, perché esisteva pure il Commissariato per il Turismo
presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (con ruolo corrispondente ad un ministero...).
Il personaggio più celebre ad occupare la poltrona di Commissario per il Turismo, fu Pietro Romani (dal 1947 al 1959), passato alla storia soltanto perché cognato di Alcide De Gasperi. Nel 1959,
Romani era poi andato a presiedere la ben nota agenzia Cit.
Alla fine dello scorso mese di marzo, il vicepresidente dell'Enit, Mauro Di Dalmazio, dichiarava: “L'Enit ha sicuramente passato una fase turbolenta, ma dell'Ente si parla molto e spesso a
sproposito, e una delle idee da confutare assolutamente è l'inutilità dell'ente. L'Enit fa molto, in collaborazione con gli operatori e con le regioni. Sta naturalmente cercando un ruolo nuovo ma
non va considerato un orpello inutile...”.
In questo contesto, la nomina di Celli significa due cose. La prima è che il governo Monti vuol mettere in ordine un carrozzone giudicato spesso molto sgangherato (le ultime dure polemiche sono
del passato novembre sul “Fatto Quotidiano”, dove Fabio Amato e Daniele Martini sottolineavano come il direttore dell'Enit fosse politicamente una “creatura” della signora Brambilla, ben
remunerata con 190 mila euro circa all'anno).
La seconda cosa è che al “nostro” Celli toccherà una fatica boia per tentare di mettere ordine in quel carrozzone, nel momento economico più drammatico (anche) per il nostro turismo.
Antonio Montanari
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Jeudi 5 avril 2012
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17:49
In Toscana si preparavano alle cerimonie ufficiali per il centenario (6 aprile) della morte di Giovanni
Pascoli, celebrato in pompa magna a Barga.
Nella Romagna solatìa dolce paese, di Zvanì si ricordavano a bocca storta alcune cose, per etichettarlo come il Vecchio Poeta, e lodare qualcun altro (appena) passato nel mondo dei più.
È successo, per essere precisi, con la scomparsa di Elio Pagliarani, di cui un altro collega poeta (ci si scusi l'iniziale minuscola), Sergio Zavoli, diceva che Pagliarani appunto aveva rifiutato
ogni "poetica ridondante, sentimentale e fanciullina".
Poi nella nostra Rimini è arrivato l'assessore provinciale alla Cultura Carlo Bulletti, con un esemplare comunicato da tramandare ai posteri per l'incipit di rara presunzione: "Non tutti sanno
che...". E l'assessore, pure lui, se la prendeva con le parole fanciulline, evocandole attraverso richiami precisi come il "linguaggio aulico" e lo "stucchevole lirismo".
Pascoli nel 1897 pubblica un saggio, "Il fanciullino", in cui spiega le sue idee sulla Poesia, mica si mette a cantare canzonette da asilo-nido.
Roberta Cavazzuti in un volume (2004) della collana dedicata alla storia della Letteratura italiana diretta da Ezio Raimondi per la Bruno Mondadori, riassume in maniera mirabile
quelle idee.
La novità di Pascoli si può sintetizzare con questa frase della Cavazzuti: "Il poeta coincide con il fanciullo che è in ognuno di noi, non solo in qualche uomo superiore, privilegiato...".
Da non tralasciare un altro passaggio fondamentale: "la poetica pascoliana ripudia" sia la retorica di Carducci sia la dannunziana liturgia della parola.
Bastano queste due brevissime citazioni per comprendere che l'esperienza pascoliana (con tutti gli annessi e connessi storici), è qualcosa di più di un'etichetta di comodo con la quale porla nel
dimenticatoio, per privilegiare i meriti di chi è venuto dopo.
Meriti che non mettiamo in discussione, a patto che non li si spedisca in ridicola concorrenza con quelli di chi ha vissuto altre e più lontane epoche.
Zvanì non è un Vecchio Poeta da rinchiudere in soffitta per cedere posto ad altre Glorie più recenti.
Nelle storie della Letteratura, c'è posto per tutti quanti sono scomparsi dal palcoscenico della vita.
Lasciate che a sbranarsi siano i contemporanei vegeti che ambiscono alla pretesa di esserne unici protagonisti. E che, con tutti i mezzi, cercano di realizzare un loro sogno da inutili
superuomini.
Antonio Montanari
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Samedi 31 mars 2012
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11:48
Rassicuriamo il lettore. Il titolo è giusto. Parliamo della crisi dei comici, non di quella economica. Tra le due situazioni
c'è uno stretto legame. Lo dimostrano severi trattati scientifici, secondo cui la mancanza di ispirazione negli autori satirici è provocata dalla scorretta concorrenza dei politici. Ogni crisi
economica è frutto di fattori che non dipendono dalla volontà di chi dolorosamente la subisce. Bensì è il prodotto di linee politiche sulle quali i cittadini non possono intervenire. Spesso i
loro rappresentanti eletti in Parlamento ed i loro governanti seduti a Roma, si fanno portavoce di interessi diversi da quelli comuni che dovrebbero tutelare.
Le nostre cronache politiche hanno riportato dapprima l'euforia di un capo di governo che sosteneva essere il nostro il migliore dei mondi possibili, con i ristoranti di lusso pieni di clienti.
Poi sono venuti i severi richiami ad un'imminente catastrofe. Occorreva turarsi il naso e bere l'amara pozione del nauseabondo olio di ricino della nostra infanzia.
Messe così le cose, quale spazio possono avere i comici per rinnovare il loro repertorio? Negli ultimi mesi tutte le trasmissioni televisive di satira hanno registrato un calo negli ascolti,
conseguente al calo della qualità dei protagonisti in scena. I critici di mestiere hanno analizzato con arguzia gli andamenti lenti di ogni produzione.
Nella nostra ignoranza, possiamo soltanto constatare che le antiche invenzioni di Paolo Cevoli assessore alle varie ed eventuali del Comune di Roncofritto, sono state superate e cancellate dai
recenti dibattiti politici. Dove un'ipotetica emergenza ha inventato un segretario di partito già ministro nell'ex governo che, a detta del suo leader, si mangia tutti i colleghi segretari da
mane a sera. Sugli avversari così non ricade più la vecchia accusa di mangiare soltanto bambini in salsa moscovita.
Dite voi se ai comici sia o no lasciato lo spazio necessario per respirare e sopravvivere all'abbraccio fatale dell'attuale quadro politico. Che ha come suo massimo esponente il professor Monti,
uomo amabile ma troppo abituato a sfoggiare un sottile spirito all'inglese nel far battute che restano incomprensibili a quanti non abbiano frequentato la Bocconi. Preoccupa che nel giro di
qualche decennio la vecchia caricatura televisiva dello studente calabrese fuoricorso della Bocconi, sia stata soppianta da un vero professore della Bocconi stessa, divenuto presidente del
Consiglio. [Anno XXXI, n. 1075]
"il Ponte", settimanale di Rimini, n. 13, 01.04.2012
Par antonio montanari
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