Da quindici anni il Liceo scientifico Einstein di Rimini offre ai propri alunni degli stimolanti incontri con poeti e scrittori. Nel 2002 un
primo volume li ha documentati, presentando le testimonianze di Lalla Romano, Fulvio Tomizza, Raffaello Baldini, Eraldo Affinati, Dacia Maraini, Sebastiano Vassalli, Daniele Del Giudice, Tonino
Guerra, Piero Meldini, Mario Rigoni Stern, Jacqueline Risset, Francesca Sanvitale.
Quelle pagine erano introdotte da Anna Maria Torri che scriveva: «E’ importante che ci siano delle occasioni in cui
gli studenti siano liberi di ‘incontrare’ i testi, che le loro opinioni, le loro reazioni, magari ingenue, siano considerate ‘legittime’, da insegnanti che si collocano sullo ‘sfondo’ e accettano
cornici interpretative altre, pur avendo loro stessi suggerito e negoziato certe letture».
Nel 2004, gli stessi incontri sono stati riproposti con una mostra di foto scattate da Nicola De
Luigi.
Ora escono altre «Conversazioni d’Autore» per gli anni 2003-2006, introdotte dal preside dello
Scientifico, Giuseppe Prosperi (che dirige la scuola dal 1993, foto a sinistra)
e con prefazione di Maurizio Giuseppucci il quale osserva: «Il compito della scuola è lasciare che i testi interroghino gli studenti, ammesso che una funzione critica le sia ancora concesso
‘praticare’, oltre ogni incombente ‘praxis’».
Gli autori qui raccolti sono Umberto Piersanti, Gëzim Hajdari, Gianni D’Elia, Franco Loi, Edoardo Sanguineti, Claudio Magris (foto in
alto), Erri De Luca e Milo De Angelis.
Domande e risposte permettono di ‘fare i conti’ non soltanto con gli autori che parlano, ma anche con quelli letti dagli studenti secondo programma. Umberto Piersanti ad esempio spiega il suo
debito con Torquato Tasso, Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli di cui apprezza «lo sguardo che fruga il bosco, l’amore per le erbe, per la concretezza, per certe tonalità».
Gianni D’Elia definisce «La ginestra» di Leopardi «il più grande poema politico della nostra tradizione moderna», una poesia che parla del mondo contemporaneo proponendo solidarietà umana e
ripudio della guerra.
Gëzim Hajdari si sofferma sulla cosiddetta «industria culturale», accusata di distruggere ogni consapevolezza umana; e tratta del dramma degli «scrittori migranti» finiti suicidi, anche se il
tema dell’esilio accomuna tutti i poeti, cacciati sempre da qualche cosa come scriveva Eliot. Hajdari, esule in Italia dal 1992, non si sente alla fine diverso da noi perché «anche l’Italia è in
esilio».
Franco Loi, poeta dialettale milanese, dichiara di scrivere per necessità, per rivedere la sua esperienza, raccontarsi a se stesso. Ai giovani dice di aver molta fiducia verso di loro, «ma so che
il mondo intorno a noi è estremamente negativo, e che bisogna pagare dei prezzi».
Edoardo Sanguineti tiene una lezione sulla figura dell’intellettuale, inteso come «portatore di una coscienza culturale», precisando che cultura è «il modo in cui un gruppo umano struttura il
proprio atteggiamento verso il mondo». E chiude citando tre nomi illustri: Leopardi che conosce il mondo dalla sua biblioteca, ma «la biblioteca è un’esperienza di realtà», non una luogo chiuso
al mondo; Platone che era «impegnatissimo politicamente»; e Galileo, che da una cosa minima, «un tubo preso come giocattolo», scopre una novità enorme, cioè che la Luna non è perpetua.
Claudio Magris racconta del modo in cui sono nati i suoi libri, sottolineando come ogni dimensione autobiografica sia in realtà specchio della Storia più generale. Nella quale ci si forma e si
vive: «Noi sappiamo molte cose sulle dispute intorno all’origine della vita, ma assai poco sulla vita stessa», osserva a proposito del suo «Danubio». Dove come in «Microcosmi», è andato «alla
ricerca di tanti destini sperduti, di tanti destini dimenticati».
Erri De Luca racconta la biblioteca paterna negativamente, la ricorda come un luogo di isolamento che alla fine versa l’individuo dentro le parole: «È un intestardirsi dentro un vicolo cieco». Da
quei libri egli scappa, dichiarandosi autodidatta e rifiutando ogni maestro: «Non è una posizione comoda, non si impara granché da soli, ma a me è andata così. Probabilmente avevo torto, ma era
un torto cui non potevo riparare».
Per il poeta Milo De Angelis ci sono soltanto alcuni suoi testi letti nel gennaio 2006. «Che testimoniano la presenza di sottili corrispondenze» tra il «De rerum natura» di Lucrezio ed alcuni
motivi presenti «nell’ultimo De Angelis».
Il volume è chiuso da Lidano Arcangeli con le «Note di un osservatore», in cui c’è un’interessante provocazione a proposito dell’educare: «È il mondo degli adulti a doversi fermare e
riflettere».
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