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Jeudi 31 janvier 2008

Anselmiblog Tina Anselmi ha scritto ieri 30 gennaio una lettera a "Repubblica", il cui titolo chiarisce il contenuto: "Fango sulle istituzioni come voleva Gelli".

Due brevi citazioni: l'esperienza compiuta durante il lavoro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia P2, "mi spinge a vedere nella attuale crisi politica una grave situazione di emergenza democratica. Mi rendo conto che gli anni di Gelli e dei suoi compagni oggi appiano lontani, ma quanto lontani?".

"Anch'io ho vissuto la stagione infelice di tangentopoli, e in quegli anni mi sono battuta a viso scoperto perché non si cadesse nel facile qualunquismo del così fan tutti".

Non ho ascoltato o letto nessuna reazione al testo di Tina Anselmi. Forse i nostri politici che possono avvertire un'affinità con la sua presa di posizione, sono talmente pochi che nessuno li ha interpellati.
O forse ha dato fastidio l'inizio della lettera, in cui Tina Anselmi dichiara di rivolgersi "a quei moderati che hanno a cuore" come lei "le sorti d'Italia, che rispettano le istituzioni e le regole democratiche e che sovente ho sentito dichiararsi discepoli di Alcide De Gasperi".

La verità è che in Italia c'è stato un periodo in cui molti si dichiaravano a gara "discepoli di Alcide De Gasperi". Ma nello stesso tempo essi non potevano aggiungere di rispettare "le istituzioni e le regole democratiche". Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Grazie, Tina Anselmi di questa sua testimonianza. Anch'io sono sempre stato un moderato. Trovandomi anni fa catalogato da qualche imbecille tra gli estremisti, solamente perché ho cercato di rispettare "le istituzioni e le regole democratiche".

Tutto nella vita è soggettivo. Basta non rubare per essere definiti fessi. Basta rispettare il prossimo per essere catalogati ingenui. Basta non rinunciare alla propria dignità per essere considerati dei piantagrane, in questo bel Paese in cui le strizzatine d'occhio non sono un tic occasionale, ma un'abitudine conventuale.

[Anno III, post n. 32 (409)]
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par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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Mercredi 30 janvier 2008

Trioblog Al festival della Terza Repubblica va in finale Franco Marini. Da questa sera è presidente incaricato non per formare un governo di transizione in vista delle elezioni, ma per trovare un accordo (per ora, almeno sulla carta, del tutto impossibile) per scrivere la riforma elettorale.

Alle 17:51 di stasera Marini ha dichiarato "So che nelle attese dei nostri cittadini c'è una attenzione forte alla modifica della legge elettorale".
Scongelate dallo stile politichese, le sue parole dicono tanto: la vogliono i cittadini, quella modifica, ma non le forze politiche che condizionano la crisi. Ad occhio e croce, la missione di Marini appare disperata.
Napolitano con la massima cautela ha fatto capire di non amare lo scioglimento anticipato delle Camere, a due anni dal loro insediamento.

Un tempo le parole di Marini avrebbero potuto ispirare fiumi d'inchiostro per distinguere il Paese reale dal Paese legale. Il primo attento ai problemi ed ai timori della vita quotidiana di tutti. Il secondo preso soltanto nelle proprie cerimonie, non sempre trasparenti. Quando un leader politico è assolto dall'accusa di falso in bilancio perché esso non è più reato in base ad una legge fatta quand'egli era presidente del Consiglio, dai dubbi si passa alle certezze.
Quando si legge quello che si è letto in questi giorni, al Paese reale ed al Paese legale, dobbiamo aggiungere anche quello illegale che è avanzato a grandi passi, conquistando intere regioni.
E questo Paese illegale accusa la Magistratura di guastare le istituzioni e quindi di distruggere lo Stato. Olè.

[Anno III, post n. 31 (408)]
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Mercredi 30 janvier 2008

Magris Da quindici anni il Liceo scientifico Einstein di Rimini offre ai propri alunni degli stimolanti incontri con poeti e scrittori. Nel 2002 un primo volume li ha documentati, presentando le testimonianze di Lalla Romano, Fulvio Tomizza, Raffaello Baldini, Eraldo Affinati, Dacia Maraini, Sebastiano Vassalli, Daniele Del Giudice, Tonino Guerra, Piero Meldini, Mario Rigoni Stern, Jacqueline Risset, Francesca Sanvitale.
Quelle pagine erano introdotte da Anna Maria Torri che scriveva: «E’ importante che ci siano delle occasioni in cui gli studenti siano liberi di ‘incontrare’ i testi, che le loro opinioni, le loro reazioni, magari ingenue, siano considerate ‘legittime’, da insegnanti che si collocano sullo ‘sfondo’ e accettano cornici interpretative altre, pur avendo loro stessi suggerito e negoziato certe letture».
Nel 2004, gli stessi incontri sono stati riproposti con una mostra di foto scattate da Nicola De Luigi.

20050223_prosperi Ora escono altre «Conversazioni d’Autore» per gli anni 2003-2006, introdotte dal preside dello Scientifico, Giuseppe Prosperi (che dirige la scuola dal 1993,
foto a sinistra) e con prefazione di Maurizio Giuseppucci il quale osserva: «Il compito della scuola è lasciare che i testi interroghino gli studenti, ammesso che una funzione critica le sia ancora concesso ‘praticare’, oltre ogni incombente ‘praxis’».
Gli autori qui raccolti sono Umberto Piersanti, Gëzim Hajdari, Gianni D’Elia, Franco Loi, Edoardo Sanguineti, Claudio Magris (
foto in alto), Erri De Luca e Milo De Angelis.

Domande e risposte permettono di ‘fare i conti’ non soltanto con gli autori che parlano, ma anche con quelli letti dagli studenti secondo programma. Umberto Piersanti ad esempio spiega il suo debito con Torquato Tasso, Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli di cui apprezza «lo sguardo che fruga il bosco, l’amore per le erbe, per la concretezza, per certe tonalità».
Gianni D’Elia definisce «La ginestra» di Leopardi «il più grande poema politico della nostra tradizione moderna», una poesia che parla del mondo contemporaneo proponendo solidarietà umana e ripudio della guerra.
Gëzim Hajdari si sofferma sulla cosiddetta «industria culturale», accusata di distruggere ogni consapevolezza umana; e tratta del dramma degli «scrittori migranti» finiti suicidi, anche se il tema dell’esilio accomuna tutti i poeti, cacciati sempre da qualche cosa come scriveva Eliot. Hajdari, esule in Italia dal 1992, non si sente alla fine diverso da noi perché «anche l’Italia è in esilio».
Franco Loi, poeta dialettale milanese, dichiara di scrivere per necessità, per rivedere la sua esperienza, raccontarsi a se stesso. Ai giovani dice di aver molta fiducia verso di loro, «ma so che il mondo intorno a noi è estremamente negativo, e che bisogna pagare dei prezzi».
Edoardo Sanguineti tiene una lezione sulla figura dell’intellettuale, inteso come «portatore di una coscienza culturale», precisando che cultura è «il modo in cui un gruppo umano struttura il proprio atteggiamento verso il mondo». E chiude citando tre nomi illustri: Leopardi che conosce il mondo dalla sua biblioteca, ma «la biblioteca è un’esperienza di realtà», non una luogo chiuso al mondo; Platone che era «impegnatissimo politicamente»; e Galileo, che da una cosa minima, «un tubo preso come giocattolo», scopre una novità enorme, cioè che la Luna non è perpetua.
Claudio Magris racconta del modo in cui sono nati i suoi libri, sottolineando come ogni dimensione autobiografica sia in realtà specchio della Storia più generale. Nella quale ci si forma e si vive: «Noi sappiamo molte cose sulle dispute intorno all’origine della vita, ma assai poco sulla vita stessa», osserva a proposito del suo «Danubio». Dove come in «Microcosmi», è andato «alla ricerca di tanti destini sperduti, di tanti destini dimenticati».
Erri De Luca racconta la biblioteca paterna negativamente, la ricorda come un luogo di isolamento che alla fine versa l’individuo dentro le parole: «È un intestardirsi dentro un vicolo cieco». Da quei libri egli scappa, dichiarandosi autodidatta e rifiutando ogni maestro: «Non è una posizione comoda, non si impara granché da soli, ma a me è andata così. Probabilmente avevo torto, ma era un torto cui non potevo riparare».
Per il poeta Milo De Angelis ci sono soltanto alcuni suoi testi letti nel gennaio 2006. «Che testimoniano la presenza di sottili corrispondenze» tra il «De rerum natura» di Lucrezio ed alcuni motivi presenti «nell’ultimo De Angelis».

Il volume è chiuso da Lidano Arcangeli con le «Note di un osservatore», in cui c’è un’interessante provocazione a proposito dell’educare: «È il mondo degli adulti a doversi fermare e riflettere».

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par antonio montanari publié dans : Rimini
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Mardi 29 janvier 2008
Sanremo2008_inf200x150 Annunciano il festival di Sanremo, edizione n. 58, con Pippo Baudo per la tredicesima volta presentatore, a mezzo secolo dall'esecuzione di "Volare", anzi di "Nel blu dipinto di blu".
Tutto uguale o tutto diverso? Da spalla fungerà Piero Chiambretti, l'eccezione alle regole rappresentate da Baudo, che è l'incarnazione sublime dell'ufficialità. Sorridente ma capace di severità, spontaneo ma preparato al millesimo di secondo in ogni mossa, Baudo è uno che è nato col copione in testa. Se c'è lui, tutto funziona bene. Un nome, una garanzia. Sì, va bene. Ma è sempre il solito Baudo, l'altro sarà il solito Chiambretti, ci saranno due vallette bipartisan, una bionda ed una nera, ed amen. Le solite vallette.
Insomma, tutto uguale.

Il rito delle consultazioni romane per la crisi di governo, sia detto senza offesa per nessuno, rassomiglia al festival di Sanremo. Tutto previsto, il copione non lo scrive Pippo Baudo, ma è quello da 60 anni a questa parte. Si era pensato qualche anno fa di risolvere il problema cambiando il sistema... Ovvero con un capo del governo scelto direttamente dagli elettori, eccetera eccetera.
No, siamo ancora alla passerella all'uscita dallo studio di Napolitano, ai microfoni che raccolgono le dichiarazioni, agli articoli di giornale che cercano retroscena, e trovano soltanto il retrogusto amaro di una situazione senza uscita.
Veltroni voleva mettersi d'accordo con Berlusconi, adesso il Cavaliere va per la sua strada, per cui gli italiani assistono ad un nuovo duello, infarcito di cose assurde (la marcia su Roma minacciata dal signore di Arcore) e delle relative smentite. Che se non arrivassero puntuali, farebbero insospettire.

Tutto qui. Ma tutto questo, il rituale delle consultazioni, delle dichiarazioni, delle interpretazioni, dei passi falsi e dei passi felpati, tutto ciò è un vecchio repertorio che sino a pochi giorni fa era rifiutato da quanti convenivano su riforme istituzionali, su snellimento delle procedure, e su tante altre belle idee che all'improvviso sono sparite.

Siamo tornati alla repliche. E come quando si rivede un vecchio film, si va avanti nelle battute, le sappiamo a memoria, magari sbadigliamo recitandocele sgraziatamente e con ironia.
Se davanti a "questa" politica delle repliche sbadigliamo allo stesso modo, beh, allora non date la colpa a noi, signori del Parlamento.

La Roma di una crisi politica, anche di questa crisi politica, è come il festival di Sanremo, una cerimonia ripetitiva ed un po' noiosa.
Ma Roma non è Sanremo, dev'essere diversa per forza di cose. La vita di ogni giorno non è fatta di canzonette. Esse debbono essere un intervallo, non costituire la trama di un'esistenza intera.
L'Italia 2008, è senza governo, è senza idee. Tutti si sono rimangiato tutto quello che avevano detto. Hanno perso memoria delle loro parole. Insomma c'è sempre del comico anche in ogni momento drammatico.
[Anno III, post n. 30 (407)]
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par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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Lundi 28 janvier 2008
20080128_ruini_2 Nel 'bugiardino' dei prodotti farmaceutici c'è sempre un lungo elenco degli effetti indesiderati indotti dalle sostanze in essi contenute.
Anche nei rapporti fra Stato e Chiesa in Italia, c'è un lungo elenco di effetti: desiderati dagli uni (il Vaticano) e indesiderati dagli altri, i laici. Per cui meraviglia chi si meraviglia di ciò. Succede dal 1870, dalla presa di Porta Pia, con il papa che si sentiva prigioniero, ed a liberarlo fu l'ateo devoto ante-litteram Benito Mussolini con i Patti lateranensi.

Pure adesso la Chiesa di Roma si sente con il bavaglio alla bocca: il papa infatti non può parlare alla Sapienza, per cui i buoni esponenti della miglior politica cattolica (ovvero quella del centro-destra) vanno a pregare in piazza San Pietro (come è successo di recente) per far vedere agli italiani di rito romano quali sono le facce da votare alle prossime elezioni, oscurando il ricordo di un Romano di nome, ovvero Prodi, trinariciuto e pericolosamente bolscevico provenendo dalla copia conferma di Stalingrado, cioè dalla città Bologna la rossa e la grassa, simbolo del peccato e della degradazione morale di un'intera nazione.

Oggi a meravigliarsi degli effetti desiderati dalla Chiesa, è stato addirittura il cardinal Camillo Ruini nel dialogo che sarà trasmesso questa sera da "la 7", ad "Otto e mezzo" di Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni.
Testuali parole del cardinale: "In Italia l'intervento della Chiesa ha un'efficacia maggiore rispetto a quanto avviene in altri Paesi più secolarizzati, ma non per questo è giusto parlare di una maggior ingerenza. Bisogna sfatare l'idea che in Italia ci sia una maggior attenzione della Chiesa verso la politica interna rispetto ad altri Paesi. Ciò non è vero".

Dunque, "un'efficacia maggiore" maggiore in Italia c'è ma non è merito o colpa della Chiesa. Ergo, è soltanto il frutto della sottomissione dei politici nostrani.
Un'ammissione implicita così semplice ed evidente non era mai stata lasciata intravedere da un cardinale. Dobbiamo essergliene grati.
Ma appunto perché chi conosce un po' di storie italiane, sa che la Chiesa sa anche usare i buoni uffici dei partiti per arrivare ai suoi scopi, per favore eminenza non si meravigli. Il Vaticano "non deve chiedere mai". Basta che desideri qualcosa e l'ottiene subito.

[Anno III, post n. 29 (406)]
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par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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