Jeudi 26 avril 2007

Bayroy François Bayrou si farà un partito e lo chiamerà democratico, come quello di Prodi Rutelli e Fassino. I quali si troveranno così in un bel guaio.
Per restare centrista (o come osserva argutamente Domenico Quirico, per rimanere centrale nel gioco politico francese), Bayrou userà un’etichetta che a livello italiano indica però non soltanto il centro dell’elettorato moderato europeo, ma pure quella parte di sinistra che in Francia guarda a Ségolène Royal.

Dunque l’etichetta di Bayrou turberà alla fine ancor di più gli umori italici.
Già c’era stato un equivoco tra Ségolène Royal e Prodi. Lei dice che lui andrà domani venerdì a Lione. Lui risponde che non sa nulla poi aggiunge: le manderò una cartolina (in video).

Adesso insomma le cose francesi rischiano di spaccare altre uova nella casa «democratica» in costruzione a Roma. Ovvero una bella frittata.
Non so se la traduzione di omlette renda l’idea, ma la sostanza è quella. (I francesi hanno l’equivalente della nostra frase «rompere le uova nel paniere»?)

Comunque la morale della favola è questa. Quando parla il centrista francese Bayrou s’agita il centrista italiano Rutelli, anche perché Bayrou tratta male Berlusconi.
Al quale i «democratici» nostrani di governo stanno invece guardando con simpatia per l’affare Telecom.

Bayrou ha accusato Sarkozy d’avere «qualche somiglianza» con Berlusconi, quasi ricalcando il discorso fatto il giorno precedente da madame Royal. Per la quale, Sarkozy «vuole un’Europa che non vogliamo, un’Europa ultraliberale alla Berlsuconi».

In tal modo pure madame Royal inquieta i colleghi-compagni romani mentre questi pensano appunto al Cavaliere come salvatore della Patria nel campo nella telefonia nazionale.

Quando Fassino e Prodi guardano verso Parigi, tremano. Come quando tengono d’occhio i loro dissidenti interni, in fuga verso l’appuntamento di domenica prossima, detto degli «Uniti a sinistra». (Diceva Totò: «Ma mi faccia il piacere!».)

Intanto si pensa alla gestazione del Pd nostro non di Bayrou. E si cerca di capire il senso di quel motto «una testa – un voto».
A me sembra l’eco della discussione avvenuta nel 1789 agli Stati generali francesi, sul voto non per «ordine» ma appunto per testa.
Quello per «ordine» avrebbe favorito nobili ed ecclesiastici. Il voto per testa avrebbe fatto invece trionfare il «terzo stato», quello da cui nasce tutto quanto succede poi.

Venendo all’oggi, i partiti hanno sostituito gli «ordini» dell’antico regime.
La proposta è di votare non secondo i partiti (cioè la loro consistenza parlamentare odierna), ma secondo le «teste» degli elettori che s’iscriveranno alle primarie a venire del Pd.

Tornando alle storie parallele di Parigi e Roma: Bayrou dimostra come perdendo le elezioni non si abbandoni la speranza di condizionare il quadro politico.
Se vivesse in Italia, lo chiamerebbero Andreotti.

Antonio Montanari

Questo articolo è ripreso da antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it

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Jeudi 26 avril 2007

Il Corriere Romagna di oggi 26 aprile pubblica nella pagina aperta questo mio breve intervento su «Pier Damiani tra Morciano e Rimini», il cui testo completo si legge nel
post precedente:

Il ricordo di san Pier Damiani organizzato a Morciano (27-29 aprile) nel millenario della nascita, riguarda anche Rimini. Dove abitava la famiglia dei Bennoni che gli fece varie donazioni tra cui quella della terra su cui fu fondata, nel 1061 dallo stesso Pier Damiani, l’abbazia di san Gregorio in Conca a Morciano.

Il padre Benno era un grande feudatario, proprietario di vaste estensioni di terreni. Sua moglie Armingarda gli aveva recato in dote altre proprietà fondiarie. Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Uno soltanto, Pietro Bennone, sopravvisse al padre. I territori assoggettati al loro controllo o di loro proprietà s’estendevano tra Rimini, l’entroterra riminese e quello marchigiano.

Quando Benno morì nello stesso 1061, fu ricordato da Pier Damiani in un carme. Benno vi è definito «onore del regno, e gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell’Italia». Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal conte che era un delegato pontificio od imperiale.

Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.

Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiani non l’avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell’indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi  originale tra mondo laico ed ecclesiastico, per conciliare gli interessi «particulari» cioè cittadini con quelli della sede di Pietro.

I riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del pontefice (come il conte) che della loro comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un’espressione della giustizia e dell’equilibrio nei rapporti fra la città e Roma. Nell’additarlo pubblicamente come traditore, sarebbe stata così scritta la sua condanna a morte.
Antonio Montanari
Rimini
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