Ieri sera Emilio Fede in apertura del suo TG4 (nella foto una
sua giornalista, Gabriella Giammarco, eletta alla Camera), tutto serio e mesto, a corredo del servizio sull'incontro Berlusconi-Veltroni, ha preso le sue precauzioni di igiene mentale a tutela
del consumatore: "Vorrei ricordare ai telespettatori che governa chi ha vinto le elezioni". Come per allontanare ogni illusione degli sconfitti del Pd: non pensateci che possiate influenzare le
scelte del capo. (La parola "capo" va letta abbassando lentamente la testa in avanti, in segno di deferenza verso il predetto.)
Grazie dottor Fede, per aver spiegato al popolo asino e bue che "governa chi ha vinto le elezioni". Ovviamente non si può aggiungere che un capo di governo può anche essere riconoscente al leader
avversario che ha fatto di tutto per perdere e favorendo inevitabilmente (tertium non datur) il vincitore. Che non ha vinto, ma trionfato.
Stamani mi ha rallegrato un titolo della "Stampa": "Quasi quasi difendo Travaglio", all'articolo di Lucia Annunziata. Che quel "quasi quasi" lo esclude
laddove afferma: la critica (al "potere") ha un "ruolo fondamentale", indipendentemente dal fatto che il critico abbia torto o ragione.
Come si vede è un'affermazione molto "forte", rispetto all'attenuazione del titolo. Ancora più accesa l'altra affermazione di Lucia Annunziata: "La critica è un meccanismo necessario proprio in
quanto violazione dell'ordine costituito".
Molto dolorosa la conclusione del pezzo: "Solo in Italia la leadership identifica il rispetto con l’unanimità di lodi, e la forza delle istituzioni con il silenzio che le circonda".
Per dimostrare che "quasi quasi" Travaglio non potrebbe avere tutti i torti non nel contenuto delle cose che
dice ma nel metodo che adopera, c'è una sua dichiarazione, riportata in un'altra pagina della "Stampa", l'intervista a Travaglio fatta da Sabelli Fioretti e pubblicata in volume.
Travaglio confida non di essere un pericoloso sovversivo di sinistra ma un ammiratore della "destra liberale" quella di "Cavour, Einaudi, De Gasperi, Montanelli. Tutti morti".
Ciò premesso e constatato, forse la popolarità di Travaglio sarà condivisa anche dal ceto moderato raziocinante, quello copernicano di cui parlavo in altra occasione.
[Anno III, post n. 143 (520), © by Antonio Montanari 2008]
Postilla politicamente scorretta ma autobiografica
I quali si trasformano sempre, volenti o nolenti, in una oligarchia che guarda dall'alto in basso i "semplici cittadini".
Per questo motivo mi sono interessato alla questione di Travaglio, non perché lui risulti simpatico o no, o perché io lo consideri un salvatore della Patria. Ma perché le questioni che tratta, riguardano noi tutti.
Dedico a questa postilla una pagina a parte in cui racconto appunto alcuni eventi personali legati al problema della libertà d'informazione.
[Anno III, post n. 144 (521), © by Antonio Montanari 2008]
Pagina speciale
Nel 2001, l'ho già raccontato qui sopra, successe che certe dame seguaci del verbo proveniente da Arcore riuscissero a farmi togliere dall'elenco delle persone che tenevano conferenze storiche in un'associazione cattolica.Da quel giorno, come scritto in precedenza qui sopra, "mi si è stretta attorno una cerchia di isolamento sanitario da «evitato speciale» per cui nel giornale a cui collaboravo, prima mi è stata tolta la sezione culturale, poi non mi hanno commissionato più le recensioni dei testi storici. Per cui (nel 2005) ho preferito abbandonare dopo quasi 25 anni di lavoro, per non avere altre beghe".
C'è nel mezzo un altro episodio che nel blog non mai ho narrato.
Nel 2003 avevo recensito un volumetto segnalando un errore della traduttrice che non si era accorta di un ablativo. Anziché scrivere: "da Dante era stata vista una brutta fanciulla", essa aveva dato al lettore questa frase: "Dante, tutt'altro che bello, vista una ragazza...".
L'editore del volumetto era anche mio editore (da lui non ho ricevuto neppure una lira per due libri miei che ha pubblicato), e ad una cena con la traduttrice aveva sentito discutere del sottoscritto con personaggio autorevole della realtà ecclesiale riminese da cui dipendeva il giornale a cui collaboravo (vedi sopra). L'editore non me lo disse subito, ma me lo confermò dopo che la traduttrice creò un tremendo casino con minaccia di querela per la mia recensione. L'editore giustificò il suo silenzio sostenendo che avrebbe voluto divertirsi.
Il personaggio autorevole era quello che poi disse che soltanto da lui e dalla sua "realtà" istituzionale sarebbe dipesa la trattazione dei temi culturali su quel giornale.
Orbene, se non si è liberi di criticare la traduzione di un testo, volete che si possa esserlo nel trattare di cose ben più drammatiche...?
Una postilla alla postilla. Da una persona obiettivamente vicina al personaggio autorevole è partita una "lettera anonima" contro il sottoscritto, pubblicata da un quotidiano della destra cattolica ed in difesa dell'Occidente, dicendo che era un "libello" che girava in città. Ma questo punto l'ho già trattato qui sopra nel post intitolato "Non siamo scemi".
Documenti sull'episodio del 2003.
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