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Dal 1999

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Jeudi 31 mai 2007
Prodiemoglie2 Comincio a preoccuparmi di quello che penso. Sino a stamattina credevo di aver sufficiente senso civico nel considerare le critiche al governo un fatto normale per un Paese democratico.

Dopo aver letto a pagina 8 della Stampa di oggi l'intervista di Antonella Rampino alla prof. Flavia Franzoni, moglie di Romano Prodi, ho iniziato a dubitare di me.

Premetto che ho sempre avuto una grande stima della signora Franzoni al punto di pensare talora che lei sarebbe stata più abile del marito a reggere in questi momenti burrascosi il timone del governo.

La doccia fredda mi è venuta da quel passo dell'intervista in cui la prof. si dichiara «molto preoccupata dall'ondata di antipolitica» diffusa nel Paese. Ondata che si manifesta come «sfiducia nelle istituzioni».

La politica, ha detto la signora deve essere «senso civico». Sono d'accordo. Ma «senso civico» non significa obbedienza cieca ed assoluta alle decisioni che un governo può prendere anche in contrasto con le premesse programmatiche da cui è partito sia nella campagna elettorale sia nella presentazione alle Camere per ottenerne la fiducia.


La signora Franzoni si dichiara alla fine favorevole ai Dico, nella sostanza delle cose («Sono favorevole al riconoscimento dei diritti delle persone. E questo sono, in fondo, i Dico»).

Ma se altri componenti della maggioranza di governo i Dico non li vogliono più, allora chi (tra gli elettori) critica questa nuova situazione viene immediatamente sistemato nella categoria dell'antipolitica? E viene catalogato come privo di «senso civico»?

In questi giorni si è diffusa una specie di parola d'ordine, considerare antipolitico tutto ciò che non quadra con il pensiero ufficiale del governo.

Mi sembra troppo facile e troppo comodo. Oltre che troppo antico. Pare di ritornare al vecchio idealismo ottocentesco, poi adottato nel corso del Novecento per giustificare tutte le decisioni prese dallo Stato.


La politica è confronto. Prodi si è incontrato persino con Bossi che, lui sì, ha voluto sin dall'inizio rappresentare l'«antipolitica» al grido di «Roma ladrona».

Non abbiamo nulla da spartire con la Lega se, ad esempio, sollecitiamo lo Stato ad essere laico. Non manchiamo né di realismo né di senso civico. Esercitiamo un diritto tutelato dalla Costituzione.

Questo pensavo sino a stamani. Poi la prof. Franzoni in Prodi mi ha messo un dito nell'occhio ed una pulce nell'orecchio. Forse mi sto sbagliando.

Ma se sbaglio soltanto per il fatto che da semplice cittadino mi permetto di criticare un sistema politico che non sa trovare i rimedi democratici per risolvere i problemi gravi che ci affliggono, allora credo di essere in buona ed illustre compagnia. Forse si sbaglia (con grande buona fede) anche chi accusa i critici di non avere senso civico e di fare antipolitica.
par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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Mercredi 30 mai 2007
Pubblico il testo della lettera inviata il  26 maggio al Corriere Romagna.

«Decenza pubblica»: non c'è solo lo stadio

Debbo una risposta alla cortese sollecitazione di Daniela Montanari (26 maggio). Confermo quanto scritto qui il
19 febbraio: esiste «una decenza pubblica che risiede nel principio di fare gli interessi della collettività, e non quelli di questo o quel potentato economico».
Non sono ritornato più sull'argomento stadio-motoraccio immobiliare per timore di infastidire redazione e lettori, e poi anche perché, dopo aver pubblicato sul «Corriere» il testo intitolato «
Cultura a Rimini: affari tra massoni e bancari» (6 marzo), mi è accaduta una cosa strana. In un altro quotidiano locale il 22 marzo è apparso un articolo in cui mi si accusava d’aver inventato la «patacata» della ben nota biblioteca malatestiana di San Francesco a Rimini (XV sec.). E d’aver plagiato in un mio volume del 1997 un testo altrui apparso (udite, udite) nel 2004. L'articolo citava come fonte un «libello», risultato poi una semplice mail spedita a quel giornale da persona che ha voluto essere presentata con un alias di comodo.
A cavallo di questo episodio ne è accaduto un altro. Il 28 febbraio, circa il preteso «ritrovamento» di un manoscritto cittadino,
sul web scrivevo che esso in realtà non era mai andato perduto ed anzi nel 1986 era stato elencato da una studiosa di Rimini in un suo volume. All'inizio di marzo sono stato scortesemente rimproverato davanti ad estranei, per il solo fatto d’aver osservato ciò. Nel frattempo avevo cominciato ad occuparmi pure delle spese comunali («170 mila euro circa», come da delibera di Giunta del 25 febbraio 2004) per sistemare i locali dove ospitare una biblioteca ‘personale’ che sarà gestita non dal Municipio ma da privati, proprio mentre la città ha bisogno di ulteriori spazi per la biblioteca civica, e sogna una torre di vetro secondo il progetto esposto a metà marzo nella mostra «Passato, presente e futuro della Biblioteca civica Gambalunga».
Come si vede, non ho cessato di occuparmi di «decenza pubblica» e dei problemi che riguardano la collettività, proprio per restare fedele a quanto scritto qui sopra non soltanto il 19 febbraio, ma anche il 2 febbraio con un testo ("Se la politica strizza l’occhio ai
palazzinari") che ha irritato parecchio, stando alle pubbliche reazioni registrate. A questo punto, non mi resta altro che realisticamente constatare come il problema dello stadio non sia l’unico a dover essere sottoposto al test della «decenza pubblica».
In questi giorni si parla tanto di crisi della politica. Non se ne dia la colpa ai cittadini che intervengono contro i Palazzi del potere. Ha ragione il prof. Luca Ricolfi che ha scritto: «Chi fa tutti i giorni il proprio dovere, ma non ha una rete di relazioni che lo sostiene e lo protegge, si accorge sempre più sovente che il gioco è truccato» («Stampa», 26 maggio).
Grazie a lei della sua cortesia, gentile Daniela Montanari, ed al «Corriere» per l’ospitalità.
Antonio Montanari


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Mardi 29 mai 2007

Prodinapolitano Il presidente del Consiglio Romano Prodi non si meraviglia del risultato elettorale. Con una calma olimpica ha detto: «Era un risultato assolutamente atteso». Ha ripetuto che il suo programma riguarda cinque anni. Il primo è servito ad aggiustare le cose. Per cui la gente è rimasta scontenta.

Il ragionamento non fa una grinza. Però caro Prodi, consideri che dalle primarie in avanti lei ha perso consenso, e non certo per colpa sua personale e del suo "piano quinquennale" né per meriti particolari dell'opposizione. Che non le avrà dato una spallata come il Cavaliere sperava, ma un ceffone sì.
Sono convinto che iniziative come il Giorno della Famiglia siano state un bel servizio per l'opposizione, così come i Comitati civici di Gedda per la Dc del dopoguerra.

Anche lei vuole fare «l'antipolitico», ho letto sulla Stampa di stamane nel pezzo di Fabio Martini.
È una reazione stizzita. Più adatta ad un D'Alema che nella scuola di partito era stato abituato a considerare deviazionismo ogni critica alla decisioni della segreteria.
No, caro Prodi, l'Italia ha bisogno di nervi saldi perché abbiamo già troppe esperienze di discorsi a vanvera, come quello di Berlusconi che vuole far costruire dallo Stato case da concedere gratis alla gente. Magari ai ricchi evasori fiscali mascherati da poveri: succede, succede.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, da Avellino, ha suggerito rigore ed impegno da parte di tutti per rispondere alla crisi della politica italiana. Un discorso calmo, un invito alla responsabilità. La denuncia della crisi, ha detto, non deve essere fine a se stessa.
Caro presidente, lo ripeta tutti i giorni a tutti i politici che incontra: l'Italia ha bisogno di vedere realizzata una democrazia sostanziale che aiuti i giovani, non derida i vecchi, premi i meriti, non coltivi soltanto la malapianta delle raccomandazioni. Un Paese che (lo ha detto Prodi a Firenze) ponga dei limiti al lavoro precario che «distrugge una generazione».

Un Paese in cui vien da ridere pensando al fatto che sino ad ieri l'anti-Stato veniva collocato nel Sud, ed adesso è stato trasferito al Nord. È nata la questione settentrionale, ma non è stata risolta quella meridionale.
Coraggio signori. Vogliamo un Paese in cui i commenti freschi alle elezioni si ascoltino anche sulle reti della Rai. Ieri sera prima di cena c'è stato soltanto il fido Fede, e dopo è andata in onda una tavola rotonda sulla Sette.
Libertà è anche informazione, non soltanto per il canone versato.

par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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Lundi 28 mai 2007

Scuola02g Dove sta tutto lo scandalo provocato dal ministro Turco, circa l'auspicato intervento dei Nas nelle scuole?

Faccio un esempio. Se scoppia un incendio, intervengono i vigili del fuoco con gli idranti. Non arrivano gli addetti alle pubbliche relazioni spirituali a spiegare che quelle fiamme possono raffigurare il nostro destino ultraterreno perché siamo tutti dei peccatori.

Gira la droga nelle aule? Si chiama tecnicamente spaccio. Il potere del corpo docente è limitato all'uso del telefono per chiamare la più vicina caserma dei CC od un ufficio di Polizia.

Nessun docente può perquisire un alunno. Nessuna prof. può odorare lo zainetto o chissacosa di un allievo per vedere se il fanciullino vi nasconde sostanze da smerciare.

Dove sia lo scandalo non vedo.
Una cosa è l'uso personale sul quale può intervenire l'opera educativa (ma chi educa a che cosa, stando a quello che si legge?). Un'altra faccenda è lo smercio di sostanze proibite.
par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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Dimanche 27 mai 2007

Prodi02hIl mio post «Bulli over 40», dove si parlava anche del congiuntivo (la cui crisi è stata presa da Alfio Caruso a simbolo della crisi della società italiana), ha ricevuto molte attente, ponderate risposte.

Ho già scritto in calce ai commenti che ai politici italiani d'ogni colore più che il congiuntivo piace il condizionale, anzi la condizionale.
Non possiamo cavarcela con una battuta che poi alla fine non è tale. Perché nel frattempo il discorso politico si è allargato ed allarmato.

Ho accumulato tanti ritagli da non poter citare che quelli più freschi.
Omar Calabrese, semiologo, e Giampaolo Pansa (giornalista e storico) buttano oggi alle ortiche la tonaca del Partito democratico con una delusione che troverà altre, numerose e forse infinite conferme nei prossimi giorni.


Il problema non è da poco. Chi scrive sui giornali ha un sèguito non indifferente. Calabrese e Pansa non sono due blogger da nulla come il sottoscritto. Fanno opinione. Ma nello stesso tempo fanno da termometro. Il loro sfogo racconta molto della crisi della politica italiana.

Adesso le fonti ufficiali diranno che la colpa è tutta della cosiddetta «antipolitica», appoggiandosi proprio al grido di Pansa di «viva il qualunquismo, viva l'antipolitica».

Credo che la cosiddetta «antipolitica» sia soltanto l'espressione non soltanto del diffuso malessere che ormai tutti notano (anche  l'algido D'Alema), ma proprio la manifestazione di un progetto politico vero e proprio. Per far contare non i voti delle correnti dei partiti confluenti nel Partito democratico, ma i voti dei singoli cittadini. I quali hanno bisogno di respirare un'aria diversa da quella fumosa e nebbiosa delle segreterie nazionali, regionali, provinciali ed infine di quartiere. E magari di condominio.


I nostri politici di ogni colore si leggano sulla Stampa di ieri il testo di Luca Ricolfi : «Chi fa tutti i giorni il proprio dovere, ma non ha una rete di relazioni che lo sostiene e lo protegge, si accorge sempre più sovente che il gioco è truccato».
E su quella di oggi l'intervento di  Barbara Spinelli: «Se è veramente forte, il politico non s'indigna se criticato».

La forza del politico dovrebbe servire per cancellare la debolezza del cittadino, non per schiacciare chi non gode di «una rete di relazioni che lo sostiene e lo protegge».


Il discorso è molto semplice. Se i nostri politici, per gretti interessi di bottega, non lo capiranno, sì che spunteranno i fenomeni qualunquistici dell'«antipolitica». È già accaduto quando l'operazione «mani pulite» era all'inizio applaudita da quanti poi si schierarono contro di essa. Vista da alcuni come occasione per spazzare via la vecchia classe dirigente, essa si rivoltò verso di loro.

L'articolo di Ricolfi di ieri cominciava così: «Qualche politico comincia ad avere paura, altri fingono di essere preoccupati, altri ancora preferiscono minimizzare. Certo è che da qualche settimana lo spettro del 1992 ritorna ad aleggiare nei palazzi della politica».

I prossimi giorni potrebbero farci capire se quello spettro spazzerà via gli abitanti del Palazzo in preda al panico o se sarà lo spettro ad essere espulso con la precisa coscienza che occorre cambiare musica nella direzione politica del Paese. Per ascoltare le esigenze della gente comune, non le richieste dei privilegiati e dei raccomandati. Si chiede troppo ad un Paese che voglia restare (o piuttosto divenire finalmente) democratico?


par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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