Dimanche 30 septembre 2007
L'effetto Bossi si è manifestato in Silvio Berlusconi a 24 ore dall'assunzione della medicina, ovvero dall'ascolto della predica.
Ieri il capo della Lega aveva gridato: «Ora ci vuole una lotta di liberazione». Oggi il Cavaliere rilancia (al ribasso): scenderemo in piazza per chiedere nuove elezioni. C'è la sua bella differenza, come tra una Ferrari ed un'automobilina a pedali.
Si sa come vanno le cose del mondo, Bossi può tuonare, Berlusconi deve moderare. Ma insomma, parenti serpenti o soltanto inconcludenti, sempre parenti sono, perché stanno nella stessa Casa, anche se gli uomini di Bossi prendono in giro le donne del Cavaliere.
I circoli della libertà della signora MVBrambilla sono ieri diventati il «Circolo della Libertina». Sarà sì una goliardata, ma se l'avesse detto Grillo, al TG2 avrebbero gridato all'attentato come quel comico Beppe Braida che a Zelig faceva la parodia di un altro TG, quello di Rete 4 e di Emilio Fede.
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha commentato l'uscita di ieri di Bossi: «Capisco che è un periodo in cui chi la spara più grossa ha i titoli. Ma io non sono per accettare come innocente chi la spara grossa. Può contribuire in modo drammatico a generare odio. Non puoi usare un termine come guerra di liberazione - afferma - primo perché parli di guerra nel tuo Paese e poi perché per noi di guerra di liberazione ce ne è solo una, quella contro i fascisti».
Finiamo sempre a dover fare i conti con la Storia passata. Di quella presente non ci accorgiamo mai. Prendiamo tutto come uno scherzo. Berlusconi ieri ha giustificato Bossi: «Lui usa sempre un linguaggio colorito nelle riunioni, ma poi, nella pratica, ha sempre dimostrato un grande senso di responsabilità».
Traduzione: dice sempre delle gran 'cose', ma poi fa quello che voglio io. Bisogna vedere se sulla seconda parte è d'accordo, e fino a quando, anche l'on. Umberto Bossi.
par antonio montanari
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Vendredi 28 septembre 2007
Il 19 scorso il prof. Giovanni Sartori in un fondo del «Corriere della Sera» parlava dei «miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica». Parole da far sobbalzare sulla sedia, per la violenza insita nel concetto di uno Stato giunto alla sua putrefazione finale.Ciò che non mi convince mai, sia detto con tutto il rispetto, quando si parla dell'Italia di oggi, è la definizione di «Seconda Repubblica».Da nessuna parte dove si macina il Diritto (ovvero in Parlamento), si mai è detto che la Prima Repubblica era stata messa in soffitta da una nuova Carta costituzionale e da un nuovo assetto conseguente ad essa.Pazienza, accettiamo per buona quest'etichetta che proviene da un figura illustre dalla Scienza politica, come spiega sull'«Espresso» uscito oggi Edmondo Berselli, un saggista a tutto campo che si occupa di sport il lunedì mattina alla radio, di televisione e vita dei partiti il venerdì sul settimanale romano, e che negli altri giorni scrive articoli gustosi di varia umanità sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.Orbene Berselli sull'«Espresso» di oggi parte da una premessa: «il professor Giovanni Sartori è il maggiore scienziato politico italiano, possiede un prestigio indiscusso, ha un alone di autorità internazionale».Poi riporta la frase sui «miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica», per concludere dopo aver riempito tutta la pagina con un non troppo enigmatico: «caro maestro, 'che fare'?».Tutto finirebbe lì, se non fosse per il «Che fare?», titolo di un'opera di Lenin...Sul «Corriere della Sera» di oggi, Gian Antonio Stella ripesca un brano di Luigi Einaudi dallo stesso quotidiano di via Solferino, del primo febbraio 1919: «Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi (...) persuasi di avere il dono divino di guidare i popoli nel procacciarsi il pane quotidiano. Troppo a lungo li abbiamo sopportati. I professori ritornino ad insegnare, i consiglieri di Stato ai loro pareri, i militari ai reggimenti e, se passano i limiti d'età, si piglino il meritato riposo». Conclude Stella: «Era un qualunquista, Luigi Einaudi? Un demagogo? Un populista? Un «giullare della Suburra»? Meglio andarci piano, sempre, con le etichette insultanti. Forse, se i politici «padreterni» di allora lo avessero ascoltato senza fare spallucce, tre anni dopo ci saremmo evitati la Marcia su Roma».Una sola annotazione. Il gioco delle citazioni è molto più ampio e perverso di quello che si possa immaginare.Un titolo, e basta: «Il ministro della malavita». Altro articolo, altro giornale, l'«Avanti» del 14 marzo 1909. Altro autore, Gaetano Salvemini. Un solo personaggio attaccato: Giovanni Giolitti.L'accusa: essersi procurato il suffragio elettorale nel Mezzogiorno usando questure e malavita.Sono passati 98 anni. Sembra oggi.
par antonio montanari
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Mercredi 26 septembre 2007
«Né qualunquismo né antipolitica, c’è domanda di buona politica». Lo ha detto ieri sera Rosi Bindi a «Ballarò», dimostrando ancora una volta di aver compreso il senso del passaggio attuale nella vita politica del nostro Paese.
Lo aveva sostenuto subito dopo l’apparizione di Grillo sulle piazze con i banchetti per la raccolta di firme in quella giornata di protesta contro gli attuali politici che ha raccolto adesioni, (ovviamente) allarmato e persino scandalizzato.
Lo ha ripetuto con una lucidità che avrei apprezzato anche nell’altro concorrente alla corsa per il posto di segretario del futuro Pd, non perché personalmente preferisca Veltroni alla Bindi (o viceversa), ma solamente perché nei momenti capitali delle vicende collettive, più si è lucidi da parte di chi «sta a Roma», e meglio è per tutti.
Se volessimo buttarla sul tono scherzoso, verrebbe da dire che, se delle Botteghe oscure s’è persa traccia nella geografia politica romana, ne sono rimasti forti segni nel sangue del candidato diessino. Al punto che la pasionaria Bindi riesce a dire quello che non dice Veltroni pur non facendo grandi sforzi di tipo teorico, ma soltanto ispirandosi al buon senso di chi ha vissuto in prima persona altri difficili momenti. Quando, come ha spiegato ieri sera, le riunioni democristiane si iniziavano in dieci e si finivano in cinque, perché gli altri nel frattempo erano stati arrestati. Non lo ha detto il comico Crozza all’inizio di trasmissione, ma chi all’epoca era segretaria della Dc veneta.
Il realismo di Rosy Bindi sottolinea sempre più il distacco rispetto al tono da parata hollywoodiana in cui l’attuale sindaco di Roma incarta tutto quanto lo circonda. Il suo ottimismo festaiolo contrasta con le amarezza quotidianamente vissuta dalla gente.
Questo è un tema affrontato dall’editoriale di Luigi La Spina sulla «Stampa» di stamane, significativamente intitolato «La casta e la rabbia».
La Spina sviscera un aspetto fondamentale della questione, sotto il profilo dei rapporti fra Stato e cittadini in una realtà democratica. Tutti pensano a Grillo, nessuno sembra ascoltare la voce di chi si sente minacciato nel presente e nel futuro, in tanti aspetti della vita quotidiana.
«L’urlo di Grillo si confonde, minacciosamente, con quello disperato di tanti giovani e di tanti loro genitori», conclude La Spina: «Peccato che il primo faccia tanto rumore e il secondo si estingua nell’indifferenza di tutti».
Le parole pronunciate dalla signora Bindi ieri sera a tarda ora, quando i giornali andavano in macchina, permettono di aver fiducia che qualche politico sappia sottrarsi a questa indifferenza generale.
Più numerosi saranno questi politici di maggioranza e di opposizione, meglio sarà per il nostro Paese.
Non dimentichiamo però la risposta che il Cavaliere dette a quella figlia di un operaio che lamentava le non allegre condizioni economiche del padre: se guadagna poco, è segno che ha lavorato poco, segua il mio esempio. Il concetto era questo, non giuro sulle parole.
Fatto sta che quando i politici vogliono fare i comici o peggio (a definire rompicoglioni il povero Marco Biagi fu un ministro degli Interni), non è un bel segno. Non occupiamoci soltanto dei comici che vogliono fare i politici. Ma segniamo a dito quei politici che fanno i comici per non segnarli a matita poi sulla scheda elettorale.
Breve postilla con ringraziamento ad Arrigo Levi per la lettera pubblicata sulla «Stampa» di ieri, in ricordo di Giorgio Fattori.
Levi scrive che ogni giornale ha un’anima, «una personalità che misteriosamente si trasmette di generazione in generazione, e di cui sono guardiani, insieme con una proprietà responsabile, non soltanto i direttori, i redattori e i collaboratori, ma, con un giudizio pressoché infallibile, i lettori: che sono e rimangono i veri padroni del giornale».
In questo blog da «lettore», memore della frequentazione della rubrica delle lettere della «Stampa» in cui fui spesso ospitato, esprimo a Levi la gratitudine di chi compera ogni mattina il giornale, e non può offrire altro che un’onesta lettura come premessa indispensabile per dialogare con il giornale stesso. Ora anche sul web.
par antonio montanari
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