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Dal 1999

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Dimanche 31 décembre 2006
Una volta, nel repertorio giornalistico, c’erano il papa bianco che celebra in San Pietro e quello nero (dal colore della veste pure lui) che presiede all’Ordine di Gesuiti. Adesso c’è anche un papa «azzurro», Giuliano Ferrara, giornalista e consigliere privilegiato del movimento berlusconiano. Proprio dal partito del signore di Arcore a cui egli aderisce con un entusiasmo sovrannaturale, ricaviamo la tinta con cui il buon Ferrara cerca di accreditarsi quale inedita e somma autorità spirituale nel panorama religioso italiano.
L’editoriale che Ferrara ha composto per «Il Foglio» di sabato 30 dicembre 2006, non è uno scritto normale, ma una predica, un’omelia, l’intervento di chi si ritiene un teologo più a tempo pieno che a tempo perso e che, quindi, si sente autorizzato a (come si suol dire) pontificare sopra un tema che non gli dovrebbe appartenere, ma del quale si è appropriato non per faccia tosta (che non gli manca), ma perché si considera investito d’una funzione salvifica nei confronti dell’intera umanità, od almeno di quello spicchio d’umanità che coincide con gli abitanti dell’Italia.
La sua «Sfida ai cattolici senza dottrina» (questo il titolo dell’editoriale) è una solenne tirata d’orecchie degna d’un teologo del Sant’Uffizio a quanti, tra i fedeli di Santa Romana Chiesa, hanno sostenuto che nel caso di Piergiorgio Welby si trattava di por fine all’accanimento terapeutico e non di eutanasia, e che era stato un errore del Vicariato negargli la cerimonia religiosa.
Ferrara, indossate le sacre vesti dell’Inquisitore, chiede (od ordina?) di portare le pezze d’appoggio dottrinali di questo modo di pensare, i cui seguaci sono accusati di aver ridotto il cristianesimo ad una «filastrocca umanitaria», senza alcuna giustificazione teorica (che in questo caso vuol dire teologica, filosofica e persino politica…).
Ridotto in pillole il profondo argomentare di Ferrara, esso significa che non si può essere buoni cristiani senza essere buoni teologi. Ferrara ovviamente sa ma finge di non sapere che il Vangelo è cosa per tutti, più per gli umili, gli «ultimi» destinati a diventare primi, piuttosto che per un apparato organico specializzato nel distillare norme e discipline che secondo il vento che tira nei sacri palazzi possono anche condurre a bruciare qualche cristiano in odore di eresia.
Proprio per il suo spirito innovatore, Gesù Cristo in quei roghi era vicino non ai carnefici ma agli eretici arsi vivi in nome suo.
Ferrara non agisce da solo, ovviamente, in questa battaglia. A fargli buona compagnia (se non concorrenza) c’è un vero sacerdote, don Gianni Baget Bozzo che in un articolo sulla «Stampa» (28 dicembre 2006) intitolato «Berlusconi l’anima della libertà», ha concluso con un’affermazione alquanto temeraria e bugiarda perché antistorica: «La Repubblica è di sinistra, la democrazia è di destra». Basta ricordare soltanto qualche piccolo particolare delle vicende del secolo passato, per accorgersi che don Gianni ha espresso concetti lontanissimi dalla verità dei fatti. Ma a quale scopo falsifichi la storia non si sa, quando gli basterebbe falsificare la politica (reato condonabile con apposita legge ad personam) sostenendo che Berlusconi in quanto anima della libertà è un politico vero della vera sinistra che ormai in Italia non esiste più.
Miriam Mafai su «Repubblica» (29 dicembre 2006), rifiutando l’etichetta di laicismo applicata al pensiero laico, ha ricordato in conclusione una frase di Enzo Bianchi, il priore di Bose: «Non spetta alle figure ecclesiali della gerarchia entrare nella tecnica, nella economia e nella politica per trovarvi specifiche soluzioni».
Giuliano Ferrara vuol fare l’opposto: da militante politico berlusconiano vuol imporre lui che cosa debbano pensare i cattolici dissidenti rispetto alla gerarchia. Alla quale la gente rivolge domande semplici come quelle apparse il 27 dicembre 2006 nella rubrica della posta di Corrado Augias su «Repubblica»: perché non fu negato il funerale alla guarda svizzera omicida e suicida, perché uno della banda della Magliana è sepolto in una basilica romana?
Antonio Montanari
Vai alla seconda versione di questo articolo, pubblicata come lettera sul Corriere Romagna del 2 gennaio 2007-
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Jeudi 28 décembre 2006
Se ne è andato a 92 anni don Francesco Fuschini, il prete scrittore della Romagna, dopo il lungo silenzio della sua brillante penna, dovuto alla malattia che lo aveva colpito. Lui, abituato a parlare scrivendo ed a scrivere parlando, ha ricevuto dalla vita lo schiaffo di questo silenzio che nel suo spirito avrà perdonato in virtù della  fede, ma che da uomo schietto avrà senz'altro considerato una vigliaccata a tradimento voluta dal destino.
Un suo celebre libro era intitolato «Vita da cani e da preti» (1995), per dire tante cose: che ci sono dei cristiani migliori degli animali. Qui in Romagna la parola cristiani indica genericamente gli uomini, gli uomini e le donne ma persino (per la bizzarria del nostro carattere, cioè della nostra filosofia spicciola), gli animali come quel suo cane Pirro reso celebre dalla penna evangelica di questo figlio di povera gente delle valli del Po. Siamo tutti figli di Dio, pensa la gente come don Francesco, e perché fare tante filippiche distinguendo tra le creature che parlano e quelle che abbaiano?
La vita spesso rovescia i ruoli: parlano più a senso i cani, e troppo spesso abbaiano a sproposito i loro padroni.
Nella prefazione ad un altro libro, «Mea culpa» (1990), Fuschini chiudeva la pagina scrivendo: «Questa sera ho cenato con il mio cane che ha nome Pirro. Gli dico "cappellano" e lui mi lecca».
Questa era la vita semplice di un prete povero, non di un povero prete. Un uomo mite che amava tutti, soprattutto i mangiapreti di quella Romagna all'antica che oggi non c'è più. Quella degli anarchici ai quali don Francesco dedicò un delizioso, amorevole capolavoro, appunto intitolato «L'ultimo anarchico» (1980), il testo del debutto che raccoglieva sparse pagine giornalistiche, e che ne fece un autore di successo suo malgrado.
Quella Romagna cara anche a Max David, la penna romagnola del «Corriere della Sera», il quale una volta raccontò la tragedia avvenuta in un cantiere, con quel muratore che precipita dall'armatura e che, certo della sua fine, urla ai compagni di lavoro: «Zivil e sla banda», civile e con la banda, ovviamente il suo funerale.
A questi uomini lontani dagli altari ma vicini al suo cuore, don Franzchin ha dedicato se stesso e pagine che sono da antologia della migliore letteratura del nostro Novecento, per quello stile originale, fatto di «parole poverette» tanto importanti e ricche da diventare titolo di un altro libro (1981).
Era nato nel 1914 a San Biagio di Argenta, era stato parroco di Porto Fuori a Ravenna dal 1945 al 1982.
Nel suo cuore c'era l'umanità, non c'erano distinzioni teologiche o politiche. Guardava tutti e tutto con l'occhio umile e maestoso del Vangelo che lui visse ed applicò con la semplicità di chi possiede il dono di rendere facile il difficile, e di considerare la vita comune la più bella e solida enciclica che si possa scrivere.

Questo post si legge anche su blog.lastampa.it.


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Jeudi 28 décembre 2006
Ieri sera da New York è giunto sul blog della Stampa questo commento in forma di poesia:
IL MAGGIOLINO

Molti anni fa apparve in casa mia
un maggiolino nobile ed estroso
portando pace, gioia ed allegria;
per tutti noi ei fu meraviglioso.

E disse tanto senza usar parole
perche il vero amore sa tacere;
benedizione fu alla mia prole:
del gioiellino ebbe gran piacere!

Divenne un grande amico in ogni modo,
aiutandomi in tutto, leal, sincero,
e mai sentimmo di tristezza il nodo
perché tra i veri amici c'e amor vero.

Fummo felici! Eppure un bel giorno
mi disse con quegli occhi chiari e buoni:
"Io parto per l'Italia (e poi ritorno)
per andare alla Stampa, e porto doni

ai lettori di Antonio Montanari:
un messaggio di pace e un Buon Natale
per le terre del mondo e tutti i mari
auspicando pace universale."

Or senti, Antonio, quel tuo maggiolino
non è altri che il mio amico; in fondo
accoglilo e tientilo un pochino
per poi mandarlo in giro per il mondo.

Scritto da: Peppino da New York | 27/12/06 a 18:05
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Mercredi 27 décembre 2006
Dunque, il mio maggiolino è diventato famoso.
Le poche righe del post pubblicato sulla StampaWeb il 19 dicembre hanno attirato l'attenzione di vari lettori che mi hanno scritto. Da ogni parte del mondo, è proprio il caso di dire...
Trascrivo qui i commenti ricevuti ed anche le mie risposte.
Uno dei commenti è giunto addirittura d'Oltreoceano, dall'Ecuador.
Questo «maggiolino di Natale» serva da augurio pure per il 2007 a chi passa su questo blog!
Antonio Montanari

Vorrei esser quel maggiolino! Anche io in inverno mi impigrisco molto e desidero un bel letargo fino a marzo :)))))
Scritto da: Genny.c | 19/12/06 a 22:39

Gentile, anzi, gentilissimo Signore, quando ho letto del "suo" Maggiolino di Natale ho pensato che a volte è proprio bello esserci. Lei è una Persona degna di tale nome e della stima di tutto il genere umano. Io la ringrazio sinceramente della commozione che ha voluto regalarmi e son sicura che pensando al suo animo educato e gentile passerò, ricordandola, un Natale sicuramente migliore. Le auguro tutto il bene di questo mondo e grazie ancora per avermi fatto sentire bene.
Roberta
Scritto da: Roberta Pintor | 20/12/06 a 17:15

Sono anch'io commosso delle sue parole, per le quali la ringrazio di cuore.
Scritto da: Antonio Montanari | 20/12/06 a 17:22

Quanta poesia, quanta dolcezza, quanta sensibilità...
Grazie Antonio delle bellissime parole.
Irene
Scritto da: irenespagnuolo | 21/12/06 a 21:44

queste parole semplici ma profonde fanno sentire meno soli gli animi più sensibilmente inquieti. grazie
Scritto da: cristina ricatto | 22/12/06 a 13:37

Grazie a voi, Irene e Cristina.
Fa piacere che le piccole occasioni (non dico le «piccole cose» di pascoliana memoria) possano offrirci uno spunto di dialogo e di amicizia con uno strumento nuovo com'è il web.
Un auguri sincero ad entrambe, ed a tutti quelli che passano nel blog.
Scritto da: Antonio Montanari | 22/12/06 a 15:30

E' proprio bella.
Auguri, dei più sentiti.
Scritto da: Orbita | 23/12/06 a 09:10

Anche a te il mio grazie ed i miei auguri.
Scritto da: Antonio Montanari | 23/12/06 a 15:21

Sono Maria, una straniera, abito a Quito-Ecuador.
Ho incontrato questo sul internet (by chance). Mi piace moltisimo leggere questa poesia.
Credo che il mondo sará sempre bello con poesia, quella dal cuore, della vida semplice.
Saluti
Scritto da: Maria | 24/12/06 a 20:24

Una storia molto bella che invita a dar valore alle piccole cose,che sono poi le più autentiche.Grazie per davvero. Marianna
Scritto da: marianna | 26/12/06 a 20:27

Grazie a Maria (a cui ho risposto anche per mail) ed a Marianna.
Il mio maggiolino (o coccinella) è diventato famoso... merita una foto (vedremo...).
Auguri di buon anno a tutti.
Scritto da: Antonio Montanari | 27/12/06 a 11:34
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Samedi 23 décembre 2006
L'articolo di fondo del Foglio di oggi, che parte dal caso Welby per discutere del ruolo del partito radicale in Italia, è un esempio illuminante non di quell'antipolitica che Giuliano Ferrara rimprovera ai seguaci di Pannella (definiti «l’altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso»), ma di quell'antipolitica a cui lo stesso Ferrara partecipa discutendo dei sacri princìpi della gestione della cosa pubblica, dimenticando che il dramma di vivere è sempre uno, di chi ne è afflitto, vittima e custode di un segreto che la legge non può descrivere perché la norma è sempre astratta, mentre il dolore è concreto.
Tutti fanno finta di non capire che le leggi ci sono già, tutti invocano nuove disposizioni, tra anatemi, condanne morali, rifiuti di funerali religiosi, eccetera eccetera. Questo si chiama svicolare, cerca tempo, dare un colpo al cerchio ed uno alla botte.
Ridurre il problema del rifiuto dell'accanimento terapeutico (problema già risolto dalla norma positiva dello Stato laico e dalla legge morale della Religione cattolica con la sua applicazione al caso personale proprio da parte di un papa, Giovanni Paolo II), ridurre questo problema a battaglia radicale significa soltanto deviare dalla discussione, credere che la Politica sia l'Onnipotenza di quello che non c'é: «una legge, una legge» si grida e s'invoca, ma le leggi ci sono, c'è la Costituzione, c'è soprattutto quello che si chiama il senso comune della gente e della sua coscienza, c'è il rifiuto dell'accanimento terapeutico che non è, onorevole Bindi, eutanasia.
Dividere un corpo senza vita con una spartizione politica come oggi sta succedendo in Italia, con una spartizione che distingue il bonum dell'iniziativa radicale dal malum del suo approdo ad un gesto concreto, dovuto quest'ultimo (secondo Giuliano Ferrara) al fatto che noi abbiamo un sistema politico chiuso, ebbene tutto ciò mi sembra una grande discussione amorale: è come se ad un affamato fosse imposto prima di sedersi a tavola un corso di galateo su come s'impugnano forchette e coltelli, e su come si versa il vino nel bicchiere dopo avere assaggiato il profumo con le delicate narici dannunziane di questi teocon che con il loro atheismus triumphans fanno impazzire di gioia monsignori vaticani ed esponenti della nobiltà nera romana.
par antonio montanari publié dans : antoniomontanari
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