Per non dimenticare Enzo Tortora a venti anni dalla sua morte, alle cose scritte nel post precedente, aggiungo la citazione di altri testi pubblicati su questo blog.
Parto dal pezzo intitolato "Giustizia miope" (ovvero "il Paese degli Azzeccagarbugli"),
che riproduco interamente, restando ancora attuale il suo contenuto:
Dovrebbe essere cieca come la fortuna. Ma la Giustizia italiana appare miope. Non vede bene, quando guarda in faccia a qualcuno. Le sfugge il
quadro d'assieme, per cui viene a mancare al suo compito.
È tardiva, lenta, incerta, contorta, non è giusta la nostra Giustizia. Riforma e controriforma, leggi vecchie e disposizioni nuove, tutto alimenta il sacrosanto giro autoreferenziale di chi
detiene un Potere, e lo esercita non a vantaggio della collettività ma del Potere stesso.
Le due classi nobili della Giustizia, magistrati ed avvocati, si passano la palla, recitano la stessa commedia umana. Il dramma degli imputati che non hanno né soldi né alleanze di potere non
interessa a nessuno. Ed allora non chiamiamola Giustizia, ma burocrazia della legge penale.
La Giustizia italiana è un labirinto in cui sopravvive soltanto chi, magistrato o avvocato, conosce le strade per uscire dallo stesso labirinto, ed accompagna chi «può» essere accompagnato. Gli
altri sono numeri e non persone.
L'Italia resta pur sempre il Paese degli Azzeccagarbugli, alcuni con la toga da magistrato, altri con quella d'avvocato. Siamo ad uno stadio storico che esisteva prima di Beccaria, prima
del 1789, prima del mondo moderno. Siamo in un eterno medioevo. Ahinoi.
Ci fu un commento a cui aggiunsi due righe di risposta, in "Giustizia miope/2".
Il 6 settembre 2007 pubblicai "Sabani come Tortora", ed il 4 dicembre successivo "Enzo Biagi ed Enzo Tortora". Riprendo un brano da quest'ultimo.
Biagi «fu il primo a lanciare un appello in suo favore al grido di “E se Tortora fosse innocente?”».
Biagi scrisse: «Mentre voi leggete questo articolo, Enzo Tortora è a colloquio con i giudici: sapremo poi, con più esattezza, di quali reati è incolpato, o meglio di quali deplorevoli fatti si
sarebbe reso responsabile. Fino all'ultima sentenza, per la nostra Costituzione, stiamo parlando di un innocente. Invece, in ogni caso, è già condannato: dalla riprese televisive, dai titoli dei
giornali, dalla vignetta del pappagallo che finalmente parla e dice: “Portolongone”, dal commento senza carità di quello scrittore che afferma: “in qualunque maniera vada, è finito per sempre”. O
dell'altro che annota, seguendo la cronaca: “tempi durissimi per gli strappalacrime”».
[Anno III, post n. 145 (522), © by Antonio Montanari 2008]
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