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29 juillet 2008 2 29 /07 /juillet /2008 12:21
All'amica Cristella che mi ha chiesto un intervento per il suo blog, ho inviato questo testo.

Noi siamo anche quello che i nostri padri ci hanno insegnato. Non soltanto quelli biologici, ma pure i "maestri" come li chiamavano una volta, quelli che educano a distanza di secoli.
Forse oggi ci sentiamo tutti orfani. Il dibattito non accetta precetti suggeriti. Siamo orgogliosi, ed è giusto, di rivendicare la nostra libertà di ricerca. Sono noiosissimi, e da evitare, quanti premettono "come diceva Tizio". Per cui m'affaccio nel discorso con un modesto "ho imparato". Dal Catone dantesco ho imparato che le ragioni delle coscienza possono promuovere un suicida a custode dell'isola del Purgatorio, a simbolo della libertà morale, cioè per rappresentare ragioni con cui superare una condanna pura e semplice del suo gesto, della sua figura e del suo modo di concepire il rapporto vita-dignità.
Ha spiegato un altro mio personale maestro, più vicino nel tempo, Ezio Raimondi, che Catone «diviene col proprio sacrificio un'ombra che annuncia di lontano, e nei limiti di un gesto imperfetto, il vero Cristo liberatore».
Sta scritto: "Non giudicare". Dante non soltanto giudica, ma rovescia un mondo: perché ad uccidere Catone non è la sua stessa mano ma quella di altri, di quanti lo privano del respiro della libertà, lo torturano da vivo sino a gioire della sua fine.
Nel dolore della malattia, fin dove è lecito lasciare che la natura faccia il suo corso senza che l'accanirsi sia soltanto un fatto sperimentale (persino crudele)? Il testamento biologico dovrebbe essere un diritto. Non contrasta con le leggi morali della coscienza, né con le norme del Diritto.
Ho imparato da ragazzino la lezione di un signore che era rientrato dalla Francia, dove era immigrato sotto il fascismo perché anarchico. Aveva trovato qui una compagna che gli aveva dato da poco una bimba. Al medico disse di voler rimanere nel suo letto, rifiutando ogni ricovero ed ogni cura. Lì se ne andò in silenzio. Forse anche per lui le campane della chiesa avrebbero potuto suonare. Come facevano per la "venal prece" dei parrocchiani fedeli e solventi.
Sono amico da tempo del coetaneo don Piergiorgio. Quando dirigeva "il Ponte" (a cui nel 1982 mi chiamò a collaborare), lo salutavo scherzosamente con un vecchio motto della "contestazione globale" (che non ho mai condiviso), "Cloro al clero". Lui è un prete saggio, conosce la storia della Chiesa, legge nei cuori delle persone e non monta mai in cattedra. La nostra città gli può essere grata per tante cose, anche per come ha diretto un giornale. Che non è cosa secondaria, nell’andar del tempo.
La stima che gli porto non fa velo alla mia sincerità. Ha detto cose giuste, condivisibili, nel suo bell'intervento. Non mi soddisfa appieno la conclusione. Certi temi come quello di cui ci occupiamo, non fanno vendere di più. Basta soffermarsi un quarto d'ora presso un'edicola, e vedere quali giornali e quali notizie fanno fare la fila.
Caro Piergiorgio, hai come al solito scritto argomentazioni coraggiose. Una confidenza. Mi fanno paura i discorsi sul relativismo, le accuse al mondo come causa di corruzione, eccetera. Sono i temi prevalenti di un papato "astratto" che gode dell'esibizione del lusso nei paramenti sacri. Io sono fermo al Gesù della stalla, non per un rimpianto della puerizia, ma per rivendicazione "anarchica" di un progetto di salvezza che coinvolga tutti. Ma che fa la Chiesa romana di oggi per condannare le guerre, gli sfruttamenti, le morti per fame, gli egoismi dei popoli ricchi che sterminano quelli poveri? Qualche calibrata frase nel ricercato eloquio della Segreteria di Stato, può bastare?
Per non tirarla troppo per le lunghe. Giovanni Romeo racconta in «Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione» storie di feroce terrorismo ideologico ecclesiastico. Uno dei fatti meno orripilanti: nel 1610 una concubina fu costretta «ad allontanare i sei figli, con la sola esclusione di quelli che avevano meno di tre anni» (p. 53).
Dopo quattro secoli rabbrividiamo al pensiero di queste nefandezze. Tra quattro secoli succederà anche per le cose di oggi? Come quella di cui stiamo occupandoci. Dove più che mai ci sentiamo «imperfetti», ma dove si spera una forza di liberazione che non toglie nulla, ma dona una fine ai dolori non alla vita. Anche Gesù sulla croce rimproverò il Padre: «Perché mi hai abbandonato?».
Oggi quale Chiesa è vicina ai drammi di noi miseri? Non certo quella che programma piani edilizi, vendite di immobili, che guarda non ai gigli dei campi ma ai campi su cui far costruire case, che programma carriere politiche, riscuote affitti dai Comuni per i propri seminari, che coinvolge i teologi anche nel programmare un racconto giornalistico delle feste di un borgo cittadino, perché si crede che tutto ciò rientri in un progetto pastorale. Mentre i giovani fuggono verso lo sballo, dopo aver frequentato in massa le lezioni facoltative di Religione nelle scuole laiche...
Don Piergiorgio, mi piacerebbe leggerti su questi temi per avere un chiarimento da chi ha pensiero libero e sta con i piedi per terra.
Antonio Montanari

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