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9 janvier 2009 5 09 /01 /janvier /2009 18:15
Barbone Sul "Corriere della Sera" di oggi, Gian Antonio Stella, scrivendo (come dice il titolo) "In difesa dei clochard lasciati al gelo di notte", ricorda quanto successo a Rimini in novembre: "la bravata criminale dei quattro teppisti" che hanno dato fuoco ad un barbone. Stella mette tra virgolette la spiegazione circolata in città: "per noia".

Ringrazio Stella per aver chiamato "teppisti" i giovani della combriccola, che le cronache locali hanno sempre presentato pietosamente come giovani di brava famiglia.

Circa quel "per noia" che giustamente Stella riporta come citazione, avrei i miei dubbi.
Qualcuno scrisse anche: l'hanno fatto per divertimento. Sopra questo blog osservai il 25 novembre:

"L'hanno fatto per "divertirsi". Tentato omicidio di un barbone con le fiamme...
Discutete pure della crisi dei valori, del vuoto di questa società, e di tanti bei temi da intellettuali come li chiamano nella mia città (Rimini, il luogo dove tutto ciò è accaduto). Ma io non ci credo. Non credo che a quel "vuoto" declamato non corrisponda un'idea, un'immagine. Un progetto. Per cui si disprezza un altro uomo e si cerca di ucciderlo soltanto perché è un clochard.
L'uomo è un animale politico. Che a vent'anni si dichiari che ci si voleva soltanto divertire, forse è semplicemente il comodo paravento per nascondere le scelte dell'animale politico.
Avallare quelle dichiarazioni significa prendere una scorciatoia per negare le evidenze.
A vent'anni i giovani normali si "divertono" altrimenti. Tirare petardi ad un poveraccio e poi dargli fuoco, è qualcosa che il mondo adulto dovrebbero leggere con un occhio meno rassegnato al verbale di polizia".

A Rimini, c'è sempre un clima strano. Al proposito avevo osservato l'11 novembre:

"Gli hanno dato fuoco, di notte, mentre dormiva sopra una panchina, vicino alla chiesa della Colonnella, all'ingresso sud di Rimini, nella zona dove c'è anche il Palazzo di Giustizia, a due passi verso l'entroterra.

E' un barbone. "Abitava" così da tanti anni in città. Diciamo una ventina? Mi telefona un amico e collega: "Allora era un ragazzo, moro, un po' tarchiato. Si diceva che nei giardinetti dell'Ausa (stava a metà strada fra l'Arco e la vecchia fiera sull'antica statale per San Marino) facesse anche da informatore della polizia e che per questo ogni tanto fosse riempito di botte da nordafricani e compagnia varia".

Lo choc di oggi dipende da tanti fattori di contorno. La caccia al "diverso" è uno sport molto praticato da troppi leader politici.

C'è un altro lato ancora più oscuro ed inquietante. Tutto locale. Talora hai l'impressione che a Rimini la gestione dell'ordine pubblico sia non troppo attenta a curare certe piaghe che poi si sviluppano ed incancreniscono, provocando pensieri violenti verso immigrati o barboni. Qualcuno alla fine dai pensieri passa alle azioni".

Sul blog mi giunse questo commento: "Per quel giovane aggredito in maniera così terribile, oltre che scandalizzati ci siamo preoccupati. Perché in primo luogo ha corso il rischio di essere ucciso (e questo è un dato di fatto che dovrebbe superare ogni altra considerazione), e poi perché il gesto riminese potrebbe rispondere ad un certo clima politico. Che abbiamo visto materializzarsi qualche giorno dopo a Bologna contro dei giovani colpevoli di girare "vestiti da comunisti"".

Risposi
:
"L'estate scorsa si erano dimenticati un cadavere in cella frigorifera all'obitorio, e ne cercavano due in mare e lungo il fiume...
Adesso sapevano qualcosa dai vicini (cattivo odore...) di una casa in cui abitava una vecchia madre con due figli assistiti dai servizi psichiatrici.

Dopo ferragosto i vigili sono andati, i figli hanno resistito nel silenzio.
Ieri i medici ci hanno riprovato, dopo altre sollecitazioni dei vicini (quel cattivo odore...) e con l'aiuto della polizia.

Morale della favola. La povera mamma era già uno scheletro. I figli aspettavano la resurrezione del suo corpo. Le autorità competenti forse anche loro".

Avevo aggiunto nel mio testo dell'11 novembre:

"Siamo circondati da questuanti, in pieno centro cittadino, che fanno i pendolari da Ferrara e da Ancona. Non puoi parcheggiare a pagamento in pieno centro, senza sentirti chiedere "minacciosamente" un pizzo da uomini di colore contro cui hanno inviato denuncia i commercianti ed i residenti della zona qualche giorno fa. ("Nella caserma dei carabinieri sono arrivate diverse denunce da parte degli automobilisti per aver trovato la macchina sfregiata", scrive "NewsRimini" proprio di oggi, intitolando "Esposto dei commercianti contro il racket dei nigeriani".)

Nello scorso agosto presidente della Provincia e sindaco di Rimini si sono detti notevolmente preoccupati per notizie che "configurano un quadro di infiltrazione malavitosa in diversi settori del tessuto economico-imprenditoriale".

Scrissi una lettera ad un giornale locale per dimostrare che il problema non è nuovo, come documentano alcuni dati "storici". Che poi elencavo. La mia lettera non è stata pubblicata.

Non limitiamoci a compiangere la sorte del barbone aggredito con le fiamme. Analizziamo il contesto politico nazionale. Ed il modo di vivere di certi sottoboschi urbani. Su cui è sempre intervenuto don Oreste Benzi, aiutando e salvando molte persone.
Ma la carità non basta, ci vuole la presenza delle forze dell'Ordine, non delle ronde padane, per controllare il territorio. Forze sempre più insufficienti per decisioni romane...

I dati "storici" a cui accenno sopra sono gli stessi che ho pubblicato qui sopra nel post "Cemento 'armato'", e che ripresento di seguito.

Nel 1993 il presidente dell’Antimafia, Luciano Violante, dichiara: "La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente". Gli usurai hanno "i colletti bianchi": a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito ‘facile’ sono finite sotto inchiesta con l’accusa di truffa ed associazione a delinquere.

Nel 1994 il prof. Giancarlo Ferrucini, occupandosi del "balletto dei fallimenti", ipotizza che vi sia interessata anche la mafia, con quelle infiltrazioni denunciate dalla Commissione parlamentare antimafia, che "potrebbero attecchire più facilmente nei settori dell’abbigliamento e della ristorazione, dove fra l’altro si verificano frequenti turn over nella titolarità delle aziende".

Nello stesso anno il senatore Carlo Smuraglia, estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in "aree non tradizionali", spiega che "in Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta, quella che è più difficile" da combattere rispetto a quella che spara e prepara stragi.
Sempre nel 1994 la sezione riminese della "Rete" che fa capo a Leoluca Orlando, in occasione dell’assemblea nazionale tenutasi a Riccione, lancia pesanti accuse alle Giunte di sinistra che avrebbero sottovalutato il fenomeno mafioso in Romagna.

Dicembre 2005, infine. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso spiega: anche per Rimini vale il principio che il denaro si accumula al Sud e si investe al Nord.

Concludo oggi, qui: a Rimini in troppi sembrano mettersi la coscienza a posto dicendo che quei giovanotti erano tutti di buona famiglia. E con ciò? Il loro reato tale resterebbe anche se discendessero da magnanimi lombi.
Per non guardare in faccia la realtà ci nascondiamo dietro troppi alibi.

[09.01.2009, anno IV, post n. 11 (731), © by Antonio Montanari 2009]

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Published by antonio montanari - dans Informazione
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