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9 avril 2009 4 09 /04 /avril /2009 17:02
Blog_terr_napolitano Ci culliamo spesso nell'illusione che l'Italia vera sia quella che i cortigiani di turno raccontano in maniera felpata alla gente.
Ma la gente oltre ad orecchie per sentire, ha anche un cervello per ragionare. Purtroppo spesso succede che, per tanti motivi, non ne abbia voglia.

Suggeriva Machiavelli al principe di non toccare donne e portafogli dei sudditi. La gente si "sveglia" quando è coinvolta in situazioni insopportabili. Il terremoto è una di queste situazioni. Non basta dire alla gente, accolta nelle tende (senza altro conforto che quello di un soccorso immediato che non può diventare abitudine di vita), non basta dire che deve fingere di essere in vacanza al campeggio.

Esiste in queste situazioni drammatiche un punto di rottura fra i discorsi paternalistici e la consapevolezza che i cittadini poi esprimono mandando a quel paese tutti i politici. Perché la gente sa in mille modi, anche senza leggere i giornali, che i furfanti esistono, che le tangenti non sono l'etichetta di un dentifricio, che la corruzione per rapporti incestuosi tra pubblico e privati non è nuova sotto il sole d'Italia.

Dice un vecchio proverbio che l'ospite è come il pesce. Dopo tre giorni puzza. L'ospite importante forse dura qualche ora in più perché obbliga la gente ad assistere ai suoi funambolismi verbali.
La discrezione non è una virtù dei leader populisti. Anche a loro converrebbe non approfittare della cortesia delle vittime, costrette dalla loro infelicità a subire tutto. Anche i leader populisti alla fine stancano, perché, riducendo il discorso all'osso, rappresentano soltanto quel Potere che ha al suo passivo tanti demeriti e tante situazioni terribilmente tragiche. In cui s'invocano regole (vedasi Tremonti), ma si fa di tutto poi per non applicarle (ad esempio con i condoni). Dieci ministri in tre giorni a L'Aquila sono un'overdose micidiale.

E' un discorso triste perché alla fine, non per qualunquismo ma per un briciolo di rispetto delle cose accadute, la gente è costretta a mettere tutti nello stesso mazzo di profittatori delle altrui disgrazie. Come persone che hanno vissuto precedenti drammi hanno lucidamente narrato in questi giorni.

Ed allora all'Italia ufficiale ed all'Italia che soffre si affianca una terza Italia, quella che è stanca di tutto e di tutti, e non per colpa propria.
Non è qualunquismo, è disperazione. Non sappiamo se gli inviti del premier a prender una vacanza pasquale presso lontani parenti o a considerarsi campeggiatori sotto la tenda e non terremotati colpiti negli affetti e senza più nulla, siano uno strumento utile a procacciargli popolarità e voti elettorali. Per una specie di cinismo di riflesso davanti a tanto cinismo altrui, la cosa non ci interessa.

La nostra storia passata è stata piena di adunate oceaniche. In un giornale locale una visita del duce venne narrata con la solita cronaca esaltante, infarcita da un'aggiunta perfidamente lucida, laddove si accennava a "ripetute rotture di cordoni". Non è detto che la frase non conservi una stralunata, inquietante attualità.

Oggi, nella zona terremotata è andato il capo dello Stato. Non accompagnato dal capo del governo, chissà perché: ma possiamo immaginarlo. Napolitano non si è fatto intrappolare da quello sciacallaggio morale che convoglia dieci ministri in tre giorni. Ha rimproverato rudemente i fotografi che lo riprendevano, spiegando il senso della sua presenza: non una passerella ma una testimonianza. Queste le sue parole: "Poiché non sono venuto qui per farmi fotografare da voi, fatevi da parte: non rompete!".

Più vicino alla terza Italia, che ama parlare chiaro (e che erroneamente è battezzata come "antipolitica"), Napolitano ha detto che esistono "irresponsabilità diffuse". Provocando l'immediata reazione di Berlusconi: "Non credo che ci siano state delle situazioni" tali da far presumere responsabilità nella costruzione degli edifici.

Sullo sfondo di questa terza Italia stanno giochi e giochetti. "Abitati i due terzi delle aree a rischio", sottotitola il "Corriere della Sera" nel paginone "L'Italia delle case in zona rossa" di G.A. Stella. E' l'Italia di cui lo stesso Stella parla nel supplemento illustrato "Magazine" odierno, circa i "funamboli calabresi". Ovvero quei politici che "in equilibrio assai precario, camminano sul sottilissimo filo che fa da confine tra il centrodestra e il centrosinistra" e che sono "così bravi da riuscire ad appoggiare nello stesso tempo sia l'una che l'altra coalizione".
E' la stessa Italia che dovrebbe "bere" lo spot televisivo sulla Napoli ripulita, mentre io medesimo settimanale presenta un servizio di Agostino Gramigna da Napoli: "Ritorno della monnezza", "I problemi restano. Nascosti".

E' infine lo stesso Paese in cui il governo battuto ieri su ronde ed immigrati vede l'ira leghista e l'esultanza di "Repubblica". Perché, vi scrive Massimo Giannini, "intorno alla leadership attualmente minoritaria, ma radicalmente alternativa di Gianfranco Fini esiste un nocciolo duro, da destra costituzionale e nazionale, non riducibile alla categoria gregaria dell'intendenza" gollista che doveva sempre "seguire" gli ordini del capo.

E' ridotta molto male una democrazia quando, anziché fondarsi sulla dialettica maggioranza-opposizione, vuole sperare qualcosa di positivo dai dissidi interni alla maggioranza stessa.
Berlusconi è molto ben saldo nelle sue convinzioni e posizioni. Oggi risponde a Napolitano con una diagnosi da costruttore edile: "Personalmente ho potuto verificare che molti edifici rappresentano le tecnologie dell’epoca". Quindi non crede "che ci siano state delle situazioni" da far ipotizzare responsabilità nella costruzione degli edifici, anche se giustamente "i pm indagheranno".
Il "nocciolo duro" Fini incontrerà sempre l'osso duro Berlusconi, nato per non perdere e noto per vincere (spesso).

[09.04.2009, anno IV, post n. 106 (826), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Published by antonio montanari - dans antoniomontanari
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