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12 mai 2009 2 12 /05 /mai /2009 11:00

1233860007538_05 Antonio Castronuovo è una firma conosciuta. Scrittore e direttore della rivista di cultura romagnola «la Piê», come studioso de futurismo nella nostra regione ha appena pubblicato «Avanguardia balneare: figure e vicende del futurismo a Rimini» (Editrice La Mandragora, euro 15).

E’ un testo che interessa per vari motivi che ben emergono dalle parole del suo autore.


Una prima curiosità nasce proprio dal titolo: perché chiama «balneare» il futurismo riminese?

«Più che di futurismo in senso stretto, si può parlare per Rimini di ardori e pungoli d’avanguardia, che essendo inoltre concentrati nei periodi estivi mi hanno suggerito il titolo del volumetto. In ogni caso, se anche non ci fu una vera stagione futurista riminese, il fenomeno attraversò la città dal 1909 agli anni Venti, e assunse l’aspetto di una sorta di calda euforia, più spensierata e goliardica che seriamente futurista. In ogni caso questa euforia s’instradò lungo un tragitto di modernità culturale e, per quanto marginalmente, contribuì allo svecchiamento della cultura locale, favorì il processo di abbattimento degli ultimi languori romantici. È la ragione per cui ho ritenuto che il fenomeno andasse pubblicizzato e storicizzato».


Non pochi furono i personaggi che concorsero all’avventura, e non pochi gli strumenti giornalistici che ne furono coinvolti…

«Tra le figure che appaiono in questa storia sta in primo luogo Addo Cupi, la vera levatrice del futurismo riminese. Poi Benso Becca, Giacomo Donati e altri. Anche Luigi Pasquini ebbe inclinazioni futuriste e qualcosa fece per il movimento, come oggi testimoniano alcuni documenti del suo bel fondo archivistico presso a Biblioteca Gambalunga. Il futurismo riminese è fondamentalmente un’avanguardia di carta, fatta di articoli e libelli. Le riviste che si fecero portatrici dei messaggi di avanguardia furono perlopiù gazzette balneari, come “Il Gazzettino Azzurro” e “Il Pesceragno”, ma ci furono anche strumenti pubblicistici speciali, come “Ohè..Hop!” e “L’Arco”, entrambi pezzi molto rari... Non mancò nel futurismo riminese un momento, per così dire, di “alta filosofia”, vale a dire il movimento del “dinamismo” ideato da Donati, che produsse anche un manifesto, forma espressiva amata dai futuristi. Ma tutto si spense lasciando ben poca brace».


Il futurismo riminese è ben documentato? Con quali materiali si è confrontato?

«Ho voluto scrivere il libro perché quest’anno, come è a tutti noto, è il centenario del futurismo, un centenario già gravato da polemiche, scatenate dall’incapacità del Comitato scientifico nazionale di organizzare un evento unitario, che desse un’idea complessiva di questa grande avanguardia tutta italiana.

Eppure io credo che non fosse possibile dare tale idea unitaria: il futurismo assume sapore a contatto con le periferie, ed è dunque logico e corretto far emergere le cose che sono state fatte, appunto, nelle tante città italiane toccate dal movimento. Ecco perché, dopo aver prodotto negli anni scorsi studi sui futurismi di varie città romagnole, ho voluto ora concentrarmi su Rimini e Ravenna (città in cui sto organizzando una mostra e un catalogo).

Ciò premesso, il futurismo riminese era già stato ampiamente studiato, da Ennio Grassi soprattutto, con saggi e libri dei quali sono ampiamente debitore. Diciamo che ho semplicemente confrontato gli studi già esistenti con i documenti originali, andandoli a guardare, leggere e copiare soprattutto alla Gambalunga (“L’arco” invece l’ho trovato solo alla Saffi di Forlì).

Ne è venuto fuori un libretto agile, che ho voluto stampare a tiratura limitata e con una copertina un po’ “gridata” – come futurismo comanda – ma senza rinunciare alla scientificità della struttura, con tanto di bibliografia ragionata e una appendice che riproduce un lungo articolo di Giacomo Donati, “L’iconoclastia nuova”.

Spero che questo lavoro, certamente non molto importante, possa se non altro servire ad attrarre un po’ di interesse dei riminesi verso un pezzetto del loro passato. In fondo, tutte le cose narrate nel libro, sono state combinate da loro!...».

Una annotazione sull’immagine. Il primo manifesto futurista appare nella Gazzetta dell'Emilia il 5 febbraio 1909, poi uscì il 20 dello stesso mese su “Le Figaro” a Parigi. Fonte immagine, “Repubblica di Bologna”.

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Published by antonio montanari - dans Rimini