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11 août 2009 2 11 /08 /août /2009 17:56
A proposito della questione sollevata (vedi il post qui) circa la riabilitazione di un sacerdote romagnolo che aveva parteggiato per la RSI (essendo anche cappellano della famigerata III brigata nera mobile del Partito fascista repubblicano "Attilio Pappalardo" di Bologna, compagnia corazzata), aggiungiamo altri particolari.

La brigata "Pappalardo" è creata dal medico Franz Pagliani (1904-1986). Che fu estromesso dalla carica di comandante da Mussolini il 28 gennaio 1945, per le violenze, le torture e gli omicidi che avevano caratterizzato l'azione della brigata.

Mussolini era stato spinto a prendere questa decisione dal generale tedesco Von Senger und Etterlin, che aveva dichiarato: "Le brigate nere compiono azioni che hanno tutte le caratteristiche di assassinii da strada...".

Ma Mussolini era stato contattato anche dal priore dei padri domenicani di Bologna, Domenico Acerbi (1900-1984), il quale aveva vissuto con Gabriele D'Annunzio i fatti di Fiume.

Padre Acerbi riuscì a salvare Bologna dai bombardamenti tedeschi come "città aperta". ("18 luglio 1944. Il Maresciallo Kesserling si impegna a risparmiare Bologna. Il podestà Agnoli, su ispirazione del priore di San Domenico padre Acerbi, invia il 1. luglio al maresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Italia, un memoriale in cui si evidenziano i valori storici e artistici e il carattere di "città ospedaliera" di Bologna. Il maresciallo Kesserling promette nella sua risposta di adoperarsi per risparmiare alla città il coinvolgimento nelle operazioni belliche. A questo proposito ordina lo sgombero degli insediamenti militari non necessari, vieta l'attraversamento e la sosta delle colonne militari nel centro storico, istituisce posti di blocco della Gendarmeria militare alle porte, a salvaguardia della cosiddetta Sperrzone. Questa posizione, peraltro mai concordata ufficialmente con gli Alleati, non costituisce, nonostante gli auspici e gli sforzi del fascismo moderato e della chiesa locale, una vera e propria dichiarazione di "città aperta". Fino all'ultimo la città rimane sotto la minaccia della difesa ad oltranza. Di fatto però i bombardamenti aerei cessano dall'autunno di coinvolgere il centro. All'interno dell'antica cerchia muraria si riversano, negli ultimi mesi di guerra, più di 500.000 persone, cittadini in precedenza sfollati, abitanti del contado bolognese e famiglie di profughi delle regioni del sud liberate". Fonte: www.bibliotecasalaborsa.it.
(Altre fonti: vedi sotto *)


Ritorniamo alla Romagna del periodo bellico.

Nel 2005 esce un volume di Roberto Beretta intitolato "Storia dei preti uccisi dai partigiani".

Un lettore del settimanale "il Ponte" di Rimini scrive al direttore del giornale: "Mi è capitato tra le mani l'interessante libro donato da il Ponte intitolato 'Questa è la mia gente'. Sono andato a cercare nell'indice dei nomi il riferimento a don Federico Semprini, di cui avevo appena letto la vicenda umana nel libro "Storia dei preti uccisi dai partigiani" ediz. Piemme di Roberto Beretta (giornalista di Avvenire). A pagina 130 del testo da voi pubblicato, lo storico Amedeo Montemaggi riferisce che "don Semprini era scomparso il 28 dicembre 1943 in seguito ad uno scompenso cardiaco dovuto ad una grave alterazione fisica."
Nel libro di Beretta, viene invece riportata la testimonianza del Cancelliere di Curia don Agostino Pasquini: "Fu pestato a morte con sacchi di sabbia per evitare di far vedere le ferite. Riportò gravi lesioni interne: trasportato all'ospedale, sopravvisse solo pochi giorni". È morto quindi col più classico e subdolo metodo di giustizia sommaria partigiana. Forse per paura di ritorsioni, neanche nel Bollettino Diocesano si fa alcun riferimento alla sua tragica fine. Le chiedo pertanto se sia possibile, dalle pagine del suo settimanale, riscattare la figura di queste prete diocesano, dimenticato perchè ucciso dai vincitori".

Dopo qualche tempo fui contattato per comporre una risposta documentata che apparve come testo redazionale. E che è questo che riporto qui.

La morte di don Federico Semprini

La tragica vicenda di don Federico Semprini (richiamata di recente da Roberto Beretta che, in «Storia dei preti uccisi dai partigiani», parla del suo «feroce pestaggio»), trova conferma in fonti storiche indirette. Precisiamo sùbito però: le notizie che riportiamo in sèguito obbligano a correggere il tiro rispetto al volume di Beretta, come spiegheremo successivamente.

1. Nel 2004 sono apparse le memorie del partigiano riminese Silvano Lisi (detto Bardàn) il quale a pagina 92 racconta che il sacerdote era «notoriamente acceso fascista, agente segreto dell'Ovra e personale amico di Mussolini secondo sue stesse affermazioni». Lisi ricorda che il sacerdote «era stato ucciso da sconosciuti alcune settimane prima che fosse sfondato il fronte sul Covignano».
Per la «sua posizione» (immaginiamo: posizione politica) il sacerdote avrebbe avuto, a detta di Lisi, «il potere di richiamare dal fronte un giovane, ovviamente anche in cambio di favori non ufficiali».
Lisi riporta da altra fonte orale questa versione: il prete «rifiutò ad un ragazzo un aiuto, una raccomandazione, per evitare il militare» (il ragazzo sembra essere poi morto in guerra). Aggiunge Lisi: «Pochi giorni dopo il fatto il parroco ricevette non so quante botte, imprigionato in un grosso sacco, o forse una coperta, da degli sconosciuti». Ricoverato all'ospedale (allora a San Fortunato), il sacerdote morì «nei giorni seguenti».
Va fatta una precisazione: la morte di don Semprini risale al 27 (o 28) dicembre 1943. Il passaggio del fronte al Covignano è del successivo 19-20 settembre 1944. Quindi non passarono «alcune settimane», ma alcuni mesi, e meraviglia che il testo di Lisi sia stato licenziato senza accurata revisione cronologica.

2. Un'altra testimonianza è stata pubblicata da Bruno Ghigi («La guerra sulla Linea Gotica dal Metauro al Senio fino al Po», 2003, pagina 656). Parla Ettore Angelini: «L'ho visto sulla barella al suo arrivo in ospedale; ricordo che si lamentava molto del male che aveva. Dopo il decesso, parlando con l'addetto alla sistemazione delle salme, questi mi disse che il corpo del poveretto era pieno di tumefazioni e di fratture: che cosa fosse stato a procurargliele non saprei dire. Si raccontava anche che era stato ordinato che il corpo non dovesse essere svestito, nemmeno per il lavaggio».

3. Fonti orali raccolte da noi anni fa, parlano di un delitto commesso da contadini «per vendetta».

4. Gente di San Lorenzo ricorda ancora oggi il racconto di un nipote di don Semprini il quale dichiarava di essere stato presente quando lo zio fu colto da paralisi davanti alla porta della chiesa e cadeva a terra, al rientro in canonica di notte. La morte sopraggiunse dopo poche ore in ospedale, secondo questa versione, negli anni sempre confermata dai congiunti.

5. La precisazione cronologica del fatto (dicembre 1943) non permette l'arbitrario collegamento operato da Beretta con le «rese dei conti» verificatesi nel dopoguerra, ovvero tra la fine del 1944 e tutto il 1947, periodo preso in considerazione da Beretta nel suo volume. Questa nostra precisazione cronologica obbliga anzi ad una diversa considerazione dell'episodio in base di quanto finora riportato.

6. Sono state pubblicate precise parole sulla mancanza di vendette partigiane nel dopoguerra a Rimini. Le riportiamo dal volume sulla «Storia di Rimini» edita da Ghigi nel 2004 (pagina 300): «Se dopo la Liberazione non succedono vendette, secondo testimonianze orali raccontateci dall'editore Giovanni Luisè, il merito va a Guido Nozzoli, ex comandante partigiano, "responsabile diretto" per la zona di Rimini, come lo qualifica un documento del 10 novembre 1944 del locale Comitato militare di liberazione nazionale».

(*) Altre fonti:
www.zimmerit.com
Omar Di Maria, Il console, 2005
Gian Luigi Agnoli, Padre Domenico Acerbi. Missionario domenicano dalla mano di Dio, Bologna, Asterisco, 2000


 

[11.08.2009, anno IV, post n. 231 (951), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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Published by antonio montanari - dans Informazione
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