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12 septembre 2009 6 12 /09 /septembre /2009 16:00
Fini, in rivolta contro Berlusconi, vive lo stesso problema di Prodi. L'Italia non ama il bipartitismo

Blog_prodi_fini

Come finirà per Fini? Riuscirà un giorno il chierichetto della Chiesa arcoriana a celebrar messa? L'emancipazione di Fini dal padre-padrone Berlusconi non è un fatto soltanto personale. Pone gli stessi interrogativi suggeriti dalla defenestrazione di Prodi.

Prodi era l'Ulivo. Al quale ora fa un pensierino Bersani a caccia di voti per diventare segretario del Pd. Non per grata memoria ma per delineare un futuro programma.
Ulivo significa bipolarismo. Coalizzare partiti diversi fra loro sotto un'insegna comune, con un programma da attuare smussando le differenze fra le singole realtà.

Molti politici lungimiranti hanno preferito dare in pasto Prodi ai leoni del circo, piuttosto che perdere un posto per le poltrone televisive di Bruno Vespa.
E' finita che loro sono stati oscurati dall'oblio e che Prodi è stato sostituito da un Veltroni il quale, anziché unire di più, ha maggiormente diviso.

Risultato finale, la montagna ha partorito il topolino Franceschini. Che però ha saputo tirar fuori le unghie ed i denti, per dimostrare che il sangue trasfusogli da Zaccagnini non è l'acqua minerale che regola la digestione alle attrici degli spot.

Berlusconi ha percorso un itinerario parallelo. Il discorso del predellino di piazza San Babila ha proposto un sogno soltanto suo, destinato a diventare l'incubo degli altri.
Un partito concepito come azienda da gestire attraverso il potere di un uomo solo al comando, a cui tutti debbono obbedire. E le cui parole tutti debbono applicare nell'azione politica quotidiana.

La rivolta di Fini a questo punto non è soltanto un tentativo di emancipazione, è il segno di una crisi profonda che non riguarda più unicamente il suo partito, il futuro del governo e le sorti del cavaliere.
E' segno di una crisi che rispecchia anche quella del Pd, unito talora da qualche festa in giro per l'Italia ma estremamente diviso quando si arriva al dunque delle questioni serie e gravi.

Il Pd non può continuare raccontando che tenta la conciliazione fra Binetti e Marino, etc. Il Pd, e Bersani se ne è accorto, deve ritornare allo spirito delle origini prodiane, al progetto dell'Ulivo, al concetto che il Paese va governato da due coalizioni, non da due partiti. Perché oltretutto sulla giostra c'è pure Di Pietro, l'unico leader che non passerà tra le fila del cavaliere, ma neppure fra quelle del Pd.

E' fallito miseramente sia a destra sia a sinistra il tentativo di dare vita ad una terza Repubblica bipartitica.
Giuliano Ferrara, che è uno dei pochissimi (se non l'unico) dei berlusconiani ad aver capito le cose, ha scritto (lo scorso giugno) che non si può vivere in una continua vigilia da 25 luglio. Ovvero nell'attesa che il capo del governo sia defenestrato da qualche "gran consiglio" che non sappiamo identificare in nessun organo costituzionale attualmente esistente.

Siamo ancora nella prima ed unica Repubblica possibile, in base alle norme scritte. La seconda è stata ipotizzata dopo Tangentopoli come rinascita con una nuova situazione politica.
Ma quale nuova situazione è mai possibile immaginare o descrivere quando l'ago della bilancia diventa come in anni lontani (seppur in diverso contesto) qualche partito di centro che naviga a vista schierandosi localmente un po' a destra ed un po' a sinistra, come fa quello di Casini.

Anche Casini, sul quale la Chiesa aveva puntato tutte le sue scommesse, è travolto dal crollo del sistema bipartitico di cui non fa parte, ma a cui partecipa con la stessa grazia virginale di chi scommette circa il candidato per un matrimonio d'interesse.

E' una contraddizione in termini che la lotta fra due partiti giganti sia in mano alla formica centrista di Casini.
Oggi un conforto solenne gli è stato recato dal buon  pastore margheritino Rutelli: "Si vedrà" ha risposto all'ipotesi di imbarcarsi in un'unica barca con Fini e Casini.
Riusciranno i nostri eroi (con una fusione a freddo fra laici e ecclesiastici) a trasformarlo nel dominus della situazione? Tutti al "centro"? Ma quant'è larga la porta d'ingresso?

C'è poi pure la Lega. Se passa dalle austere stanze vaticane all'ampolla popolar-mitologica con l'acqua del dio Po, così come era transitata (1998) attraverso le accuse di mafia a Berlusconi per poi abbracciarlo appassionatamente, resta una minaccia per la democrazia ben più grave di quella del suo rivale-amico cavaliere.

Padania

Forse soltanto nella prossima primavera (con le elezioni regionali) sarà dato modo di intravedere qualcosa di diverso (insperabile che in Italia ci sia qualcosa di "nuovo"), nella situazione politica a livello parlamentare o governativo (tenendo presenti le differenze fra i due aggettivi e le conseguenti implicazioni sul piano pratico...).

Se Bossi dichiara che Fini, criticando Berlusconi  sulla giustizia ed altro, va verso il suicidio politico, inconsapevolmente esprime tutta la sua devozione al leader della coalizione, pur essendo Bossi stesso capo di un partito diverso e "parallelo" a quello del cavaliere.
Oggi Fini gli ha risposto con tono alto, da statista coi fiocchi: "E' un suicidio della ragione negare l'universalità dei diritti". Meditate gente, meditate. Non è più il balilla della scorsa primavera.

Altra anomalia del bipartitismo italiano: il raggruppamento che comanda è esso stesso un "polo bipartitico"... non un unico partito. Con il che si dimostra che, con poche e confuse idee, non si può governare un Paese il quale voglia presentarsi dignitosamente nel consesso dei popoli, come si diceva una volta.

[12.09.2009, anno IV, post n. 258 (978), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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Published by antonio montanari - dans antoniomontanari
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