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Un fresco libro per Indro Montanelli (brevi suoi testi con irridenti epitaffi, documentato commento di
Marcello Staglieno, ed un titolo senza inganni: “Ricordi sott'odio”), ci permette di rammentare la Grande Firma a dieci anni dalla scomparsa. Una sua biografia curata da Sandro Gerbi e Raffaele
Liucci (2009) s'intitola “L'anarchico borghese”. Qui lo si definisce “portavoce del senso comune dell'italiano medio, vellicando il suo innato qualunquismo, e offrendo lustro e autorevolezza agli
impulsi anarcoidi e individualistici presenti nel nostro corpo sociale”.
Un corpo sociale afflitto quasi sempre dalla cieca fiducia nelle parole dell'Aristotele del momento, come quel personaggio di cui si legge in Galileo: “Voi mi avete fatto veder questa cosa
talmente aperta e sensata, che quando il testo di Aristotele non fosse in contrario [...] bisognerebbe per forza confessarla per vera”. Nel 1995 osservammo che Montanelli si era visto soffocare “La Voce”, il nuovo quotidiano fondato dopo
averne abbandonato un altro che aveva creato dopo la fuga dal “Corrierone”. Ci permettemmo di commentare che lui, un conservatore tanto feroce da fungere da balia reazionaria per alcune
generazioni di lettori, era stato dirottato con etichette fasulle sulle piste della sinistra più o meno rivoluzionaria.
Montanelli aveva aperto la nuova bottega soltanto perché non sopportava che altri dicesse le cose che sosteneva lui, mettendosi a sedere sul trono di re di certa opinione pubblica, e degradandolo
a cronista di corte. Indro allora tuonava che soltanto pochi lettori intelligenti e veramente liberali avevano comprato "La Voce". Ma erano quei pochi che per vent'anni lui aveva cresciuto,
educando gli altri a rozze ostilità verso la democrazia e la Costituzione.
Nel 2006, Gerbi e Liucci con “Lo Stregone” smentivano numerose cronache montanelliane. Mario Cervi (collega, amico ed allievo di Indro) lo difese: "Voleva che la storia risultasse più
giornalistica, voleva accentuare la sua presenza di testimone dei maggiori eventi. Non era a Milano nei giorni della Liberazione e non poteva perciò aver visto i corpi appesi di piazzale Loreto.
Ma il racconto montanelliano, così come i suoi ritratti, resta genuino, autentico, impeccabile nelle linee generali, che sono quelle che contano". Fu così che l'antiaristotelico per eccellenza si
fece un convinto aristotelico preparando il brodo di coltura per certa politica. ["il Ponte", settimanale, Rimini, XXX, 1057, 20.11.2011]
Testo del 1995, in Fuoritama
--->> anche in "Diario italiano"
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