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12 mars 2010 5 12 /03 /mars /2010 16:09
Tam-Tama, "il Ponte" del 14 marzo 2010



Un meccanico milanese di 18 anni nel 1738 gira nelle campagne reggiane. Sviene per la fame. Lo curano con salassi e lavativi. Aumenta la febbre. Ed amen. Ucciso dal cibo che aveva racimolato nei campi. Quelle erbe lo hanno fatto scoppiare, accerta l'autopsia. Ce lo raccontava Piero Camporesi (1985).

Dimmi cosa mangi, verrebbe da aggiungere, e ti dirò chi sei. Una vecchia offesa suonava: "Morto di fame". Ma non di solo cibo vive l'uomo. Le madri una volta elogiavano la bellezza del figlio soffiandogli sul volto: "At magnaria, ti mangerei". Oggi rischierebbero l'arresto.

Non mangiamo soltanto il cibo che sta nel piatto, ma ci nutriamo pure di quanto esso racconta. Massimo Montanari, storico ed esperto del settore, in un volume ha citato un proverbio catalano: "Mio signore, mangiate voi le pere, perché noi le diamo ai maiali". Il pranzo con cui termina "Amarcord" per le nozze di Gradisca, riassume l'Italia del Ventennio.

Un altro regista, Gianni Amelio (in un suo libro recente, "Un film che si chiama desiderio") fa l'elogio di "Amarcord": Federico Fellini ha "l'aria di chi sta solo raccontando qualche fatterello personale", invece "coglie un'epoca e la giudica senza paraocchi". Lo zio Pataca tradisce il cognato, a cui tocca un'abbondante lezione a base di olio di ricino. La scena torna in mente a proposito di una cena di "Casa Artusi" a Frampul, con "ospite" Benito Mussolini.

Artusi partì da Forlimpopoli per Firenze dopo la notte del Passatore, quando sua sorella impazzì per lo spavento. Zvanì chiama "cortese" il Passatore. Più che un abbaglio storico, è un'imperdonabile licenza poetica. A "Casa Artusi" hanno preso una licenza gastronomica. Il duce, ce lo ha ricordato Vittorio Emiliani, soffrì prima di gastrite e poi di ulcera, per cui doveva andare in bianco almeno a tavola. Non digeriva il rosso del sangiovese. Da sempre. Un goccio per festeggiare il diploma magistrale lo stese a terra.

Per Maurizio Viroli, conterraneo e storico con cattedra a Princeton, è una cena della vergogna: fa diffondere la banalità del male che non distingue fra il giusto e l'ingiusto. Il problema è sempre quello, non della gastronomia ma della Storia. Non riguarda che cosa è servito in tavola, ma quanto bolle in pentola. Le sofisticazioni alimentari sono minori di quelle della politica. Un antico romagnolo burlone avrebbe servito a quella cena sul duce una ciambella all'olio di ricino. Per liberare i commensali da ogni dubbio. [986]

[12.03.2010, anno V, post n. 76 (1167), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA[/COPYRIGHT]





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Published by antonio montanari - dans Informazione
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