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27 juillet 2010 2 27 /07 /juillet /2010 10:04

La gloria del ricordo, Pandolfo II Malatesti la riceve dai biografi di Francesco Petrarca, nelle pagine che narrano la partecipazione del poeta alle lotte politiche del suo tempo. Pandolfo non brilla mai di luce propria, ma riceve timidi e confusi sprazzi di quella che illumina i racconti sulla vita del cantore di Laura. Seguendo Petrarca incontriamo Pandolfo ed altri personaggi del loro mondo, come il nobile francese Sagremor de Pommier che lavora a Milano quale agente diplomatico e fidato corriere dei Visconti. Nel 1356 lo troviamo in viaggio verso Basilea assieme a Petrarca, in missione ufficiale presso l'imperatore Carlo IV. Negli stessi momenti Pandolfo è al servizio dei Visconti quale comandante delle loro truppe.
Carlo IV era giunto in Italia nell'ottobre 1354 diretto a Roma per ricevere la corona imperiale. La Chiesa lo aveva appoggiato sin dal 1346 quando era soltanto re di Lussemburgo e viveva l'imperatore Ludovico il Bavaro. Alla cui scomparsa (1347) Carlo ne prende il posto. Carlo è un esperto giurista: metà tedesco e metà slavo (dal lato materno), è stato educato in Francia. Molto abile a fare i propri interessi, emana la "Bolla d'oro" (1356) che lo trasforma in un imperatore senza potere, in balìa dei suoi sette elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, i principi di Palatinato, Sassonia e Brandeburgo ed il re di Boemia. Può controllare cancelleria e tesoro del regno, ma la politica la fanno gli altri (G. Sodano).
Appena eletto re di Germania grazie all'intervento di Clemente VI (1346), Carlo giura che una volta proclamato imperatore, rispetterà i dominii della Chiesa in Italia: per questo lo chiamano "imperatore dei preti" (U. Dotti). Papa Clemente diffida, temendo che Carlo usurpi i diritti della Chiesa e non vuole incoronarlo. Le cose cambiano con l'elezione di Innocenzo VI (1352).
Il 1356 è un anno particolare per la Francia, messa in ginocchio a Poitier dal re inglese Edoardo III che nel 1337 ha iniziato la guerra detta dei cento anni, sbarcando in quelle terre sul cui trono vantava diritti per via della madre Isabella, figlia di Filippo IV il Bello. Nel 1358 l'Inghilterra ottiene quasi un terzo della Francia per cui Edoardo rinunzia alle vecchie rivendicazioni. La Francia ne esce con le ossa rotte anche in rapporto al papato, su cui non può più esercitare alcun predominio (A. Saitta). Mentre l'Inghilterra vuol tenere a freno la Chiesa. La quale reagisce inviando da Avignone in Italia (1353) il cardinal Egidio Albornoz.
Tra le lotte armate continentali, nel 1356 si svolge la missione di Sagremor e Petrarca a Basilea alla ricerca dell'imperatore. Lo attendono invano per un mese (Petrarca incontra vecchi amici del tempo degli studi di Diritto a Bologna), poi si avviano verso Praga, dove Carlo IV vive felice. Non si illude (ha osservato P. Lafue) sul potere della sua corona, per un sano realismo fatto di conoscenza della Storia. E soprattutto crede nel potere del denaro, non ritirandosi davanti ad imprese politicamente disoneste per intascare somme di denaro, come fa in l'Italia, e come farebbe "un qualsiasi capobanda mercenario" (C. Vivanti). L. A. Muratori è sferzante: Carlo IV attendeva più a far denaro che a guarir le piaghe della penisola. Indro Montanelli lo battezza "esoso agente di un fisco arbitrario". Cesare Cantù lo definisce un fantoccio a cui i letterati prodigavano latine adulazioni, i giuristi rammentavano i diritti imperiali ed i tiranni volentieri si rivolgevano invocandolo come giudice nei litigi politici.
L'itinerario per Praga, durato tre settimane, è raccontato dallo stesso Petrarca quale viaggio da incubo, con una scorta armata ed in continuo pericolo per gli attacchi dei predoni. L'unica soddisfazione per Petrarca è di aver conosciuto l'imperatrice Anna Schweidnitz (terza moglie di Carlo), la sola donna a cui (congratulandosi per aver generato una femmina) indirizza una lettera (1358), considerata "un vero trattatello in lode delle donne famose" (Dotti).
All'imperatore Petrarca, con la testa piena delle idee politiche astratte degli intellettuali, si è rivolto il 24 febbraio 1351 invocandone la discesa in Italia, per darle una regolata. Nella sua lettera, fa parlare la Roma stracciona dei suoi giorni, un tempo venerabile matrona. Petrarca guarda alle glorie del passato, forse più presenti nelle pagine degli scrittori che nella vita della gente comune di tutti i giorni. Cantù liquida la cotta di Petrarca verso Carlo IV con una brutale battuta: in Avignone l'imperatore aveva voluto vedere la sua Laura, e baciarla per ammirazione. Carlo IV gli risponde che non c'erano più i Latini di una volta: hanno perso la libertà avendo sposato la servitù.
Nel 1355 Carlo riceve la doppia incoronazione, come re d'Italia a Milano il 4 gennaio e come imperatore in aprile a Roma, poi a metà giugno scappa dall'Italia in Boemia per non disturbare la Chiesa. Petrarca gli scrive "un'acerba lettera di rimproveri" (Dotti), dichiarando di censurarsi per non dire tutto quello che pensava di lui ("non audeo clare tibi dicere..."). "Quel sovrano di sangue di ghiaccio e di cervello lucido sapeva benissimo che il 'giardino dell'impero' era un nido di vipere" (Montanelli).
Sagremor ha un progetto in testa per il proprio futuro, passare al servizio dell'imperatore. A cui fa scrivere una lettera di raccomandazione da Petrarca che lo presenta come ottimo soldato, gran banditore delle gesta di Carlo e profondo conoscitore delle cose segrete del poeta. Poi Sagremor cambia idea, forse constatando che la vita politica non è tutta rose e fiori. Qualche anno dopo (1367 o 1368) scrive a Petrarca di esser diventato monaco cistercense.
A Praga, l'anno successivo rispetto a Petrarca e Sagremor, cioè nel gennaio 1357, va anche Pandolfo II quando fugge da Milano dopo la disavventura con Bernabò Visconti che lo fa imprigionare, e dopo la liberazione da parte di Galeazzo Visconti. A febbraio lo insegue Sagremor che poi ritorna a Milano, a rapporto dai Visconti con la facile notizia che Pandolfo con tutti stava sparlando di loro. Sagremor vola di nuovo a Praga dove scopre che il Malatesti si è diretto a Londra. Qui Sagremor lo raggiunge per dargli una lezione: lo sfida a duello. Pandolfo fa finta di nulla e Sagremor va a lamentarsi con il re Edoardo III. Il quale mette per iscritto quello che Sagremor gli ha riferito, per difendere l'onore del messo francese dei Visconti e denigrare l'italiano Malatesti.
Ma il Malatesti non viaggia per conto proprio a far la malalingua per vendetta personale: è un uomo politico la cui famiglia ha appena fatto pace con la Chiesa (8 luglio 1355), soddisfatta anche per gli insuccessi viscontei del 1356 (perdita di Bologna, Pavia, Novara, Genova, Asti e d'altri possedimenti piemontesi). L'accordo con i Malatesti è per la Chiesa una prova generale di quanto poi fa con l'intero territorio del suo Stato (E. Cuozzo).
Per questo fatto la missione europea di Pandolfo appare come parte di un progetto ecclesiastico che doveva tener d'occhio il contesto continentale, e che culmina nello stesso 1357 con le "Costituzioni" promulgate da Albornoz per sistemare una volta per tutte le questioni politiche nelle terre dello Stato della Chiesa, con un stabile ordinamento giuridico ed amministrativo.
L'anno dopo i Visconti fanno pace con la lega che li aveva combattuti. Cantù narra che quando il papa gli chiede conto del denaro speso nella campagna durata 14 anni per domare i signori dello Stato ecclesiastico, Albornoz gli manda un carro con le chiavi di tutte le città assoggettate. Di tasca propria Albornoz lascia un'eredità per fondare a Bologna il collegio spagnolo, tuttora esistente.
Sull'azione politica di Albornoz restano fondamentali le pagine di Gina Fasoli. Alternando trattative diplomatiche a vigorose azioni militari, Albornoz crea "un sistema di poteri locali abbastanza forti per non essere sopraffatti dai vicini, ma non tanto forti da potersi unire e formare fra di loro un blocco" mirante ad ostacolare la sovranità papale. Le "Costituzione" da lui emanate (e chiamate egidiane dal suo nome di battesimo), riprendono vecchie leggi, corrette ed adattate alle nuove esigenze. Si fornisce così "un testo che costituiva il diritto generale cui le leggi locali e particolari dovevano conformarsi". In questo contesto fa sorridere il racconto su Pandolfo II che gira l'Europa per spiegare la notizia più ovvia di tutte fra le diplomazie continentali, ovvero che Bernabò Visconti era un figlio di buona donna.
La lettera dal re inglese consegnata a Sagremor su Pandolfo, il quale non ha accettato la sua sfida a duello, serve al francese per incassare il soldo della missione, dimostrando ai Visconti di aver fatto quanto era in suo potere per umiliare il Malatesti davanti alla più alta autorità politica del momento. Ma, dato che ogni fatto ha il suo risvolto segreto, quella lettera fa di Pandolfo un protagonista della vita continentale. Non un codardo come lo accreditava Sagremor, ma un politico che sapeva muoversi bene proteggendo dagli sguardi indiscreti il vero scopo del suo lavoro diplomatico (o segreto, che dir si voglia). 

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Published by antonio montanari - dans Rimini
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