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5 mai 2010 3 05 /05 /mai /2010 11:01

Tama_Marta.jpgMarta Lunghi, 22 anni, di Ottobiano (Pavia), è morta sul luogo di lavoro, impigliata nell'ingranaggio della macchina con cui confezionava uova a 5 euro l'ora, in nero. Aveva un diploma del liceo linguistico, sognava di fare l'interprete. Al suo paese era volontaria in biblioteca, aperta soltanto grazie a lei due volte la settimana. La sua storia, segnalata da un lettore di Repubblica (28.4), il Primo Maggio è stata ricordata dal capo dello Stato.


Un libro di Antonello Mangano è intitolato "Gli Africani salveranno l'Italia". Per Marta arriveranno tardi. Nel volume si spiega la speranza partendo da un'amara constatazione: noi italiani siamo abituati a sopportare i soprusi della mafia. I giornali nazionali, si aggiunge, snobbano certe notizie. Non tutti, per la verità. Guido Ruotolo sulla Stampa ha raccolto le vergogne di quello che chiama un moderno Medioevo. E che si registrano non soltanto nella Calabria dei fatti di Rosarno, ma pure nel Friuli che vieta agli extracomunitari la tessera per accedere al fondo di povertà.


Un sindacalista della Cgil nella Piana di Gioia Tauro nota il forte senso della giustizia dei migranti africani, ma aggiunge: il loro coraggio non è premiato ed il reato di clandestinità favorisce gli sfruttatori. Su Repubblica, Paolo Berizzi ha calcolato in 60 mila i clandestini nelle mani del racket. Dove? Pure in Toscana. I nuovi caporali sono spesso cinesi.


Anche gli italiani migrano. Roberto Rossi su l'Unità (30.4) ha raccolto storie di giovani che fuggono all'estero, piccoli e grandi talenti che fanno le valigie. Concita De Gregorio ha raccontato lo stesso giorno di Marco, 24 anni, laureato in Chimica farmaceutica a Firenze con una tesi di ricerca straordinaria su come limitare gli effetti collaterali dei farmaci anticancro. Prima di partire ha sondato inutilmente facoltà ed imprese pubbliche o private. Conclude la direttrice de l'Unità: in Italia "chi studia e lavora fa paura, ti faranno la guerra". Ma non è un altro tipo di mafia?


Un convegno cittadino dell'associazione "Ragionevoli dubbi" (con i giudici Piergiorgio Morosini e Daniele Paci, e l'avvocato Antonio Zavoli), ha concluso che Rimini non ha gli anticorpi per combattere la malavita. Un'altra associazione, "Vedo sento e parlo", annuncia uno studio su come i quotidiani locali hanno letto 17 anni di fatti mafiosi. Un invito: verificate se anche la Rimini della cultura fa parte di quell'Italia mafiosa in cui chi studia fa paura. [993]

 

All'indice 2010 del Tam-Tama sul Ponte.

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Published by antonio montanari - dans il Ponte Rimini
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