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4 mars 2010 4 04 /03 /mars /2010 14:54
Vecchia Romagna, etichetta nera: dallo slogan alla realtà, vedi Forlimpopoli, Artusi e il duce

Blog_mussolini_cena


Forlimpopoli è la patria dei miei antenati paterni. Tempo fa avevo letto che Casa Artusi aveva programmato una cena a tema, dedicata a Mussolini Benito, detto il duce.
Mi sono astenuto dal commentare la notizia, per non far insorgere contro la direzione della "Stampa" quei lettori che mi danno la caccia per farmi eliminare dal blog che gestisce il giornale di Torino.

Ma oggi che il giornale stesso pubblica a p. 35 un testo di un romagnolo illustre, il prof. Maurizio Viroli, accenno all'argomento, sottoscrivendo in pieno la conclusione di Viroli: si tratta di una "cena della vergogna" che offre "un prezioso aiuto alla diffusione di quella banalità del male che non distingue fra il giusto e l'ingiusto".

In questi ultimi anni, la cultura politica dei romagnoli in generale, per usare un verbo dantesco legato alla nostra terra [«Oh Romagnuoli tornati in bastardi!» (Pg. 14, 99)], si è guastata appunto imbastardendosi. Scomparsi gli ideali repubblicani. Svanita la vecchia moralità degli anarchici raccontati da Francesco Fuschini, un prete. Non è rimasta che l'eterna cantilena contro quelli di Bologna fatta in nome di nostalgie di un passato dipinto come bello e gradevole. Era un passato di miseria e malattia, povertà ed umiliazioni. Per cui i romagnoli erano ribelli a tempo pieno.

Uno scrittore cesenate di vaglia, Dino Pieri, nel raccontare la vita di un reggimento della prima guerra mondiale, l'XI fanteria in cui muoiono Decio Raggi e Renato Serra, scrive che esso era stato inviato in una delle zone più calde del fronte "probabilmente proprio per punire coloro che nel giugno 1914 avevano organizzato in Romagna la Settimana rossa".

Un collega il cui padre fece il militare in quegli anni, mi raccontava tempo fa che sotto le armi i militari proveniente da Romagna e Sicilia erano messi nelle stesse camerate per affinità di sentimenti ribellistici.

Caro don Fuschini, chissà che cosa scriveresti... Ti rendo omaggio ripubblicando il post dedicato in tua memoria, il 28 dicembre 2006.

Se ne è andato a 92 anni don Francesco Fuschini, il prete scrittore della Romagna, dopo il lungo silenzio della sua brillante penna, dovuto alla malattia che lo aveva colpito.
Lui, abituato a parlare scrivendo ed a scrivere parlando, ha ricevuto dalla vita lo schiaffo di questo silenzio che nel suo spirito avrà perdonato in virtù della  fede, ma che da uomo schietto avrà senz'altro considerato una vigliaccata a tradimento voluta dal destino.
Un suo celebre libro era intitolato «Vita da cani e da preti» (1995), per dire tante cose: che ci sono dei cristiani migliori degli animali. Qui in Romagna la parola cristiani indica genericamente gli uomini, gli uomini e le donne ma persino (per la bizzarria del nostro carattere, cioè della nostra filosofia spicciola), gli animali come quel suo cane Pirro reso celebre dalla penna evangelica di questo figlio di povera gente delle valli del Po.
Siamo tutti figli di Dio, pensa la gente come don Francesco, e perché fare tante filippiche distinguendo tra le creature che parlano e quelle che abbaiano?
La vita spesso rovescia i ruoli: parlano più a senso i cani, e troppo spesso abbaiano a sproposito i loro padroni.
Nella prefazione ad un altro libro, «Mea culpa» (1990), Fuschini chiudeva la pagina scrivendo: «Questa sera ho cenato con il mio cane che ha nome Pirro. Gli dico "cappellano" e lui mi lecca».
Questa era la vita semplice di un prete povero, non di un povero prete. Un uomo mite che amava tutti, soprattutto i mangiapreti di quella Romagna all'antica che oggi non c'è più.
Quella degli anarchici ai quali don Francesco dedicò un delizioso, amorevole capolavoro, appunto intitolato «L'ultimo anarchico» (1980), il testo del debutto che raccoglieva sparse pagine giornalistiche, e che ne fece un autore di successo suo malgrado.
Quella Romagna cara anche a Max David, la penna romagnola del «Corriere della Sera», il quale una volta raccontò la tragedia avvenuta in un cantiere, con quel muratore che precipita dall'armatura e che, certo della sua fine, urla ai compagni di lavoro: «Zivil e sla banda», civile e con la banda, ovviamente il suo funerale.
A questi uomini lontani dagli altari ma vicini al suo cuore, don Franzchin ha dedicato se stesso e pagine che sono da antologia della migliore letteratura del nostro Novecento, per quello stile originale, fatto di «parole poverette» tanto importanti e ricche da diventare titolo di un altro libro (1981).
Era nato nel 1914 a San Biagio di Argenta, era stato parroco di Porto Fuori a Ravenna dal 1945 al 1982.
Nel suo cuore c'era l'umanità, non c'erano distinzioni teologiche o politiche. Guardava tutti e tutto con l'occhio umile e maestoso del Vangelo che lui visse ed applicò con la semplicità di chi possiede il dono di rendere facile il difficile, e di considerare la vita comune la più bella e solida enciclica che si possa scrivere.

[04.03.2010, anno V, post n. 66 (1157), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA[/COPYRIGHT]

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Published by antonio montanari - dans antoniomontanari
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