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25 novembre 2014 2 25 /11 /novembre /2014 17:15

Umanesimo malatestiano.
Nel Tempio, una cultura senza segreti.

Rilettura della cappella delle Arti liberali.

 


La cappella del Tempio malatestiano detta delle sette Arti liberali, presenta le materie di studio per gli uomini liberi (ai servi toccavano le arti manuali).
Essa va "letta" con alcune precauzioni di metodo.
Le materie sono Grammatica, Dialettica, Retorica (il "Trivio"), Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia (il "Quadrivio").
Nella cappella le immagini sono però diciotto. Per questo motivo uno studioso come Corrado Ricci scrisse che in essa vi è "altro ancora", con un'incerta espressione simbolica delle figure.
Noi proponiamo una veloce lettura delle diciotto immagini suddivise nelle due colonne laterali ed in tre strisce per colonna, partendo dall'alto verso il basso per ogni striscia che indichiamo con lettera dell'alfabeto.

Striscia A: la Natura ispira l'Educazione che opera attraverso la Filosofia.
Strisce B e C, le materie di studio: Letteratura, Storia, Retorica (Arte del discorso), Metafisica (o Teologia), Fisica, Musica.
Nelle due strisce successive (D, E), si mostra come conoscere la Natura attraverso le Scienze che sono: Geografia, Astronomia, Logica, Matematica, Mitologia e Botanica.
L'ultima striscia (F) rivela lo scopo della Cultura, ovvero educare ad una vita tra cittadini tutti uguali e quindi liberi: qui le tre immagini rappresentano la Concordia, la Città giusta, e la Scuola.
Il tema della Concordia ha una doppia lettura. Esso riguarda non soltanto la vita della città (opponendosi ai governi dei prìncipi come Sigismondo), ma pure l'Unione fra le due Chiese (proclamata il 6.7.1439 con un decreto destinato a breve durata). Per quella unione i Malatesti hanno svolto un grande ruolo in nome della Chiesa.
Nella tavola della Concordia si raffigura un'unione matrimoniale: la donna potrebbe essere Cleofe Malatesti, scelta dal papa come sposa (1421) di Teodoro, figlio dell'imperatore di Costantinopoli, e poi finita uccisa.

In quest'ultima striscia (F) con la Concordia, la Città giusta, e la Scuola, si dimostra che le «arti liberali» rendono possibile la conquista della libertà come situazione in cui poter realizzare un'armonica convivenza fra gli uomini, e potersi affermare nella società secondo quanto insegnato da Leonardo Bruni con il suo «umanesimo civile».
Le arti liberali inoltre sono ritenute uno strumento per realizzare un'età nuova attraverso lo studio delle «humanae litterae», alle quali Poggio Bracciolini attribuisce un valore formativo umano e civile, considerando i classici come maestri di virtù civili.
Vale la lezione petrarchesca della ricerca della «sapientia» che era stata rivolta a far risorgere la «misera Italia».
Trionfa l'assunto di Coluccio Salutati per il quale gli «studia humanitatis» sono uno strumento per formarsi quali diffusori delle «virtù civili».
E s'intravede il motto albertiano per cui «tiene giogo la fortuna solo a chi gli si sottomette».
In questa "immagine" riminese si raccoglie e sviluppa quella che Eugenio Garin ha chiamato «la conquista dell'antico come senso della Storia», con gli elementi tipici del «primo Umanesimo» che fu esaltazione della vita civile non ancora dominata dalle Signorie.
Ed il fatto che proprio un Signore come Sigismondo offra questa "immagine" di libertà nel suo Tempio, va letto semplicemente quale contrapposizione al potere ecclesiastico.

L'immagine della Città giusta dell'ultima striscia (F) merita un approfondimento.
La figura femminile in essa rappresentata, regge con la mano sinistra l'archipendolo, «lo strumento che simbolicamente tutto eguaglia», come scrive Vittorio Marchis in «Storie di cose semplici» (Milano, 2008, p. 46).
Altre più antiche testimonianze collegano l'archipendolo alla figura di Nèmesi, che con esso misura «la rettitudine delle umane operazioni» (cfr. G. Minervini, «Vaso dipinto di Ruvo», in «Accademia Pontaniana», Fibreno, Napoli 1845, pp. 81-87, 85).
Nèmesi nella mitologia greca e latina rappresenta la «giustizia distributiva» che punisce chi oltrepassa la giusta misura.
Secondo Aristotele, la «giustizia distributiva» impone che «gli eguali siano trattati in modo eguale e gli ineguali in modo ineguale, cosicché la polis dovrà distribuire oneri e benefici in modo proporzionale» (M. Rosenfeld, «Enciclopedia delle Scienze Sociali», 2001)
Vittorio Marchis (p. 47) spiega poi che l'archipendolo resta «simbolo di equilibrio sino a tutta l'età barocca», come testimonia il suo inserimento nell'«Iconologia» di Cesare Ripa (apparsa a Roma nel 1593).
Da Cesare Ripa riprendiamo due spunti. A noi dalla cultura egizia deriva che, per ritrovare il giusto di una cosa, occorre raddrizzarla come fa l'Archipendolo (p. 456 dell'ed. veneziana del 1645).
L'Archipendolo «per similitudine» insegna che, «rispetto alla rettitudine e all'uguaglianza della ragione», la virtù «non pende à gl'estremi, mà nel mezzo si ritiene» (ib., p. 191).
Nella mano destra, infine, la Città giusta regge la «canna», simbolo delle regole morali e delle Leggi della giustizia divina.
Sul pensiero di Aristotele in tema di giustizia, cfr. il testo di L. Guidetti e G. Matteucci, «Grammatiche del pensiero», Bologna 2012, passim.

Il contesto degli antefatti.
Per ciò che potremmo chiamare il contesto degli antefatti, inseriamo alcune notizie collegate al nostro tema.

Di «città giusta» parla nella sua «Laudatio Florentinae urbis» (1404) il Cancelliere fiorentino Leonardo Bruni, richiamandosi ad Aristotele, come osserva Eugenio Garin, nel saggio «La città ideale» (cfr. in «Scienza e vita nel Rinascimento italiano», Bari 1965, pp. 33-56).
Bruni, contro il mito di Roma, presenta Firenze quale modello ideale di una «città giusta, bene ordinata, armoniosa, bella». Bruni spiega che la città per essere libera dev'essere giusta, con leggi razionali.
Per quanto ci riguarda, aggiungiamo soltanto che l'Alberti "riminese" del Tempio di Sigismondo, era di famiglia fiorentina.

Secondo elemento. Come scrive F. Alessio, con l'Umanesimo «compare ex novo quel Platone che il grande ignoto della cultura delle scholae» (cfr. «Il pensiero filosofico», in F. Brioschi e C. Di Girolamo, «Manuale di letteratura italiana», I, Torino 1993, pp. 45-80, p. 77).
Platone aveva sostenuto che Giustizia nella Città è assolvere per essa il compito per il quale la Natura ci ha resi adatti («Repubblica», IV).
Come si legge nel «Dizionario filosofico» di N. Abbagnano (1971), la Giustizia «produce accordo ed amicizia», secondo Platone. Il quale ci spiega che per raggiungere la Giustizia dobbiamo avere una vista penetrante, capace di distinguere le parole scritte in carattere minuscolo (che corrispondono alla Giustizia dell'individuo), da quelle che sono scritte in grande, ovvero della Giustizia e delle altre virtù scritte (Cfr. R. Radice, «Platone», Milano 2014, pp. 87-88).

Infine, apriamo il primo volume de «I sentieri del lettore» di Ezio Raimondi (Bologna, 1994, p. 208) dove troviamo la memoria di una crisi bolognese. Ne parla Lapo di Castiglioncello, attorno al 1430.
Inaugurando il suo corso universitario di Eloquenza, egli sostiene: si vive in tempi miseri e luttuosi, ai quali occorre reagire con l'ideale dell'uomo «saggio, forte, liberale e temperante», e con il progetto di affidare ai «boni viri» la difesa della comunità dalle «rivolte, dalle guerre civili, dagli omicidi, dalle rovine pubbliche».
Lapo dimostra così «fede nella rinascita di un mondo morale connesso ai valori più profondi della sapienza antica», osserva Raimondi.

Infine, va ricordato che, già dai primi decenni del Quattrocento, avviene «una generale riorganizzazione del sistema educativo e dei saperi in chiave storica e antiteologica», per cui la «storia» è «in una volta, comprensione del tempo trascorso e modello del presente» (cfr. N. Gardini, «Rinascimento», Torino 2010, pp. 15, 126).

Nella scelta delle immagini c'è la mano dello stesso architetto (ed ottimo scrittore) Leon Battista Alberti, seguace di un umanesimo civile che vuole una società nuova diversa dai principati.

In tutte le immagini è compendiato un programma pedagogico di impronta umanistica: per formare una società rinnovata dalla concordia, si parte dallo studio della natura. In tal modo è eclissata la teologia. Ecco la rivoluzione di Sigismondo e del suo circolo di intellettuali ed artisti, che tanto dispiacque a Pio II.
Il tema della città nuova si collega a quello della «città ideale» proposto dalla famosa opera della scuola di Piero della Francesca, dietro la quale ci sarebbe invece la mano del progettista del tempio riminese, Leon Battista Alberti, autore del "De Re Aedificatoria" (cfr. G. Morolli, "La vittoria postuma: una città niente affatto 'ideale'", ne "L’Uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze fra Ragione e Bellezza", Firenze 2006, pp. 393-399).
La «concordia dei cittadini» d’ispirazione ciceroniana, è citata in un proverbio latino: «Concordia civium murus urbium». Di qui il collegamento allegorico tra la stessa concordia e l’arte edificatoria.
Per la Mitologia si può rimandare a Macrobio che la chiama «narratio fabulosa»: «haec ipsa veritas per quaedam composita et ficta proferetur» ("Commentarii in somnium Scipionis", 2, 7).
Nel Tempio Malatestiano ci sono due epigrafi scritte nella lingua greca, considerate da Augusto Campana come le prime testimonianze del Rinascimento sia italiano sia europeo. Nella cappella dei Pianeti del Tempio, c'è l'immagine del "rematore", letta di solito come raffigurazione dell'anima di Sigismondo, scesa agli Inferi e risalita in Cielo.
Essa ci sembra però riassumere la storia dell'Ulisse dantesco ("Inferno", c. 26, vv. 90-142) che ai compagni d'avventura con la sua "orazion picciola" ("fatti non foste a viver come bruti"), lancia un "manifesto pre-umanistico", come lo definisce un noto studioso dell'Alighieri, Franco Ferrucci.
Ulisse insegna che la nostra dignità sta nel "seguir virtute e canoscenza", anche se ciò può costarci un naufragio in cui però si salva l'uomo. L'uomo di ogni tempo, e non soltanto quello dell'età e delle pagine di Dante. La smorfia del volto del "rematore", richiama l'Ulisse dantesco. I due isolotti rimandano alle colonne d'Ercole. I venti ricordano il "turbo" che affonda la "compagna picciola" (vv. 101-102).
Alla corte di Rimini nel 1441 prima dell'edificazione del Tempio, era giunto Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455). Ciriaco ha frequentato i circoli umanistici di Firenze, ed è un "lettore di Dante" che per la sua ansia di sapere ama presentarsi nei panni d'Ulisse, come leggiamo in Eugenio Garin. A Ciriaco potrebbe attribuirsi il suggerimento del tema di Ulisse da inserire nel Tempio, quale parte del discorso umanistico per la cappella delle Arti liberali.

Secondo Anthony Grafton, è Ciriaco a comporre le epigrafi riminesi, ispirandosi a quelle napoletane da lui trascritte ("Leon Battista Alberti. Un genio universale", 2003, p. 315).
A proposito della figura dantesca di Ulisse, è utile rileggere quanto osservato da Ezio Raimondi ("Le metamorfosi della parola. Da Dante a Montale", 2004, pp. 190-191): "... l'avventura di Ulisse è anche l'avventura vitale di Dante scrittore in esilio". Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
Raimondi si riferisce alla lettera XV, libro XXI delle "Familiares", diretta a Boccaccio. In cui leggiamo questo passo: "In quo illum satis mirari et laudare vix valeam, quem non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas ab arrepto semel calle distraheret, cum multi quam magni tam delicati ingenii sint, ut ab intentione animi leve illos murmur avertat; quod his familiarius evenit, qui numeris stilum stringunt, quibus preter sententias preter verba iuncture etiam intentis, et quiete ante alios et silentio opus est". ("E in questo non saprei abbastanza ammirarlo e lodarlo; poiché non l’ingiuria dei concittadini, non l’esilio, non la povertà, non gli attacchi degli avversari, non l’amore della moglie e dei figliuoli lo distrassero dal cammino intrapreso; mentre vi sono tanti ingegni grandi, sì ma così sensibili, che un lieve sussurro li distoglie dalla loro intenzione; ciò che avviene più spesso a quelli che scrivono in poesia e che, dovendo badare, oltre che al concetto e alle parole, anche al ritmo, hanno bisogno più di tutti di quiete e di silenzio.")
Il punto di Petrarca "non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas", rimanda al c. XXVI, vv. 94-97 dell'"Inferno" dantesco: "Né dolcezza di figlio, né 'l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta....".
Ecco quindi il citato giudizio di Raimondi: Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
Raimondi prosegue: "L'Ulisse di Dante è una controfigura negativa di Dante stesso. Presenta, sul piano dell'azione di colui che esplora l'ignoto, qualcosa che per Dante rappresenta la sua stessa operazione poetica, e che Petrarca individua subito".

Nel 1628 l'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), professore di Teologia e censore dell'Inquisizione romana, scrive che Sigismondo dedica il Tempio di Rimini alla memoria di san Francesco, ma con immagini di miti pagani e simboli profani.
Gli risponde dalla stessa Rimini nel 1718 Giuseppe Malatesta Garuffi con la "Lettera apologetica [...] in difesa del Tempio famosissimo di san Francesco", sostenendo che il testo di Wadding contiene alcuni periodi pieni di calunnia contro il sacro edificio.
Garuffi esamina dottamente le singole cappelle del Tempio: ha fatto studi teologici (è sacerdote) ed è stato direttore della Biblioteca Alessandro Gambalunga di Rimini (1678-1694).
A Garuffi risponde immediatamente un anonimo riminese, con una pedante requisitoria in difesa di padre Wadding. La replica di Garuffi arriva nel 1727. Il ritardo di tanti anni significa soltanto indifferenza verso argomenti ritenuti giustamente deboli.
Il discorso dei miti pagani e dei simboli profani, è una costante del dibattito culturale sul Tempio riminese, da cui sono derivate pure le tentazioni di farne un luogo pieno di misteriose velleità esoteriche. Contro di esse mette in guardia Franco Bacchelli in un saggio prezioso (2002).
Bacchelli osserva che "vi sono certo buone ragioni per diffidare" delle interpretazioni massoniche suggerite da una citazione del "De re militari" di Roberto Valturio. In essa si accenna alla suggestione esercitata sopra Sigismondo dalle "parti più riposte e recondite della filosofia". Bacchelli ricorda un passo di Carlo Dionisotti: quando si trattava di fede cristiana, "Valturio era intransigente: non poteva fare a meno di registrare la pratica della divinazione, ma la deplorava e la interdiva nel presente come arte diabolica".
Per la cappella dei Pianeti nel Tempio riminese, Bacchelli conclude che i bassorilievi dimostrano la convinzione del committente "che è nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno dei più rilevanti accadimenti terrestri".
Questo principio è "pacificamente accettato" nelle corti poste tra Venezia, Ferrara e Rimini, prima che sul finire del XV secolo Giovanni Pico della Mirandola proceda "ad una radicale negazione dell'esistenza degli influssi astrali".
Bacchelli illustra le contraddizioni del Tempio Malatestiano che rispecchiano quelle delle menti di Sigismondo e del suo ambiente, in cui convivono elementi cristiani ed echi pagani.
Il testo di Bacchelli è fondamentale per comprendere il senso dell'Umanesimo riminese: un grande progetto culturale che si realizza sia nel Tempio sia nella (scomparsa) Biblioteca dei Malatesti in San Francesco.

Il dato locale di Rimini va però inserito nel contesto "padano" descritto da Gian Mario Anselmi con un avviso: è necessario ridisegnare una nuova geografia, non per semplificare le cose, ma per comprendere e valorizzare "una complessità irriducibile a tradizionali formule di comodo".

La Biblioteca dei Malatesti in San Francesco, a fianco del Tempio, è la prima pubblica in Italia, e modello di quella gloriosa (e sopravvissuta) di Cesena. Ideata da Carlo Malatesti (1368-1429), progettata nel 1430 da Galeotto Roberto «ad comunem usum pauperum et aliorum studentium», nasce nel 1432.
Accoglie moltissimi volumi donati da Sigismondo e procurati dai suoi uomini di corte, fra cui c'è Roberto Valturio.
Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi, tracce del progetto umanistico di Sigismondo per diffondere una conoscenza di tutte le voci classiche.
Nel 1475 Valturio lascia la propria biblioteca a quella di San Francesco, ad uso degli studenti e dei cittadini con la clausola che i frati facciano edificare un locale nel sovrastante solario, dato che quello al piano terra era "pregiudicevole a materiali sì fatti", come scrive Angelo Battaglini (1792).
Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490. Lo testimonia una lapide trascritta non correttamente: nel testo latino non c'è il verbo "sum" (io sono) ma l'aggettivo "summa", legato alla parola "cura". L'abbaglio sintetizza il disinteresse culturale verso il tema dell'Umanesimo riminese.
Il saggio di Franco Bacchelli si trova nel volume dedicato alla "Cultura letteraria nelle corti dei Malatesti", a cura di Antonio Piromalli, con scritti pure di Augusto Campana e di Aldo Francesco Massèra. È il XIV della "Storia delle Signorie Malatestiane", edita da Bruno Ghigi.

Alle pagine sull'Umanesino riminese. Indice.

Antonio Montanari

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7 août 2014 4 07 /08 /août /2014 12:01

Una nuova collana della casa editrice bolognese il Mulino presenta, sotto il titolo di «Ritrovare l'Italia» un volume di Anna Foa, «Andare per ghetti e giudecche», in cui le pagine fondamentali riminesi sull'argomento sono completamente dimenticate.
Il tema ebraico non ha avuto successo neppure in sede locale. Il capitolo relativo contenuto nel secondo volume della storia della Chiesa riminese, trascura le fonti aggiornate, con quell'arroganza di chi guarda soltanto il proprio ombelico, considerandolo fonte di ogni sapere. Ma questa è una patologia abbastanza diffusa che meriterebbe un'analisi tutta a sé stante.
La presenza ebraica è documentabile per Rimini sin dal 1015 con il teloneo «judeorum», ovvero l'appalto dei dazi d'entrata nel porto. La questione è esaminabile soltanto in senso indiziario, partendo dai secoli successivi.
A metà del 1400 Rimini è il principale centro finanziario ebraico della Romagna, dalla quale transitano gruppi provenienti dalla Marca e dall'Umbria e diretti nella pianura padana per evitare gli effetti della predicazione degli Zoccolanti contro gli Ebrei e le loro attività finanziarie caratterizzate da tassi che a Ravenna sono documentati anche al 30 ed al 40 per cento. Di solito gli Ebrei praticavano «tassi notevolmente inferiori agli usurai cristiani». E per questo dovettero subire nel 1429 e nel 1503 un assalto ai loro banchi (A. FALCIONI, La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, 1. L'economia, Rimini 1998, p. 158).
Di tutto ciò, come già anticipato sopra, non si trova traccia nel secondo vol. della «Storia della Chiesa riminese» che arriva sino «ai primi anni del Cinquecento», nella parte dedicata all'argomento. A p. 322 si legge infatti: «… da parte della Chiesa locale non si rilevano atteggiamenti di intolleranza od ostilità verso gli ebrei» (cfr. O. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, pp. 317-340).
Guardiamo ai fatti. Nel 1515 (il 13 aprile) a Rimini si discute la proposta di bandire gli Ebrei dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo. Ed il Consiglio generale approva all'unanimità l'adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla». Per le donne, il successivo 28 aprile, è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli. Restano disattesi questi ordini del segno distintivo se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, sono ripetuti in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio».
Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale della città obbliga gli Ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove già si trovavano. Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che con la «bolla» intitolata «Cum nimis absurdum» del 17 luglio 1555 istituisce il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, seguendo il modello realizzato nel 1516 dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Cfr. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, su cui v. la nota bibliografica in calce.
L'importanza del ruolo degli Ebrei riminesi è attestata dal fatto che essi realizzano in città tre sinagoghe, e non due come si sostiene dal cit. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, p. 329. La prima sinagoga è attestata sin dal 1486, sulla piazza della fontana (ora Cavour) dal lato della pescheria settecentesca, nella contrada di San Silvestro. Essa è poi definita come «vechia», quando è realizzata la seconda che in rogito del 1507 è chiamata «magna», nella contrada di Santa Colomba o San Gregorio da Rimini (via Sigismondo), nella porzione di quartiere tra l'odierna via Cairoli ed il Teatro Galli, lato monte.
Nel 1555 la sinagoga «magna» risulta invece situata in contrada di San Giovanni Evangelista detta «delli Hebrei» (via Cairoli), a poca distanza dalla chiesa di San Giovanni Evangelista (Sant'Agostino), e proprio dalla sua parte, come si ricava dal documento datato 14 novembre riguardante la decisione presa dagli Ebrei riuniti nella Sinagoga «magna» di vendere la casa detta «la Sinagoga vechia».
Della sinagoga «vechia» in questo documento del 1555 si scrive che è posta vicino («iuxta») alla strada detta «Rivolo della Fontana» o «del Corso», cioè nell'angolo della piazza Cavour con la contrada di Santa Colomba (via Sigismondo). Il «Rivolo» andava dalla piazza del Castello sino alla piazza Cavour, cambiando poi qui il nome in contrada di San Silvestro.
La sinagoga «vechia» era quindi situata nella parrocchia di San Silvestro, delimitabile con il corso d'Augusto, via Cairoli e via Sigismondo e piazza Cavour. La nuova sinagoga è trasferita prima nella zona della parrocchia di Santa Colomba che è speculare verso monte rispetto alla parrocchia di San Silvestro; e poi nella parrocchia di Sant'Agostino sul lato dove sorge la chiesa.
Nel 1569, dopo che il 26 febbraio papa Pio V ha dato il bando agli Ebrei da tutte le sue terre ad eccezione di Ancona e Roma, gli israeliti di Rimini decidono di vendere l'ultima sinagoga, quella posta nella parrocchia di Sant'Agostino. Il 16 maggio il bolognese Prospero Caravita (abitante in Rimini) ed il ravennate Emanuellino di Salomone, come rappresentanti della comunità israelitica locale, stipulano l'atto relativo, consapevoli che per l'editto pontificio tutti gli Ebrei che si trovavano nella nostra città l'avrebbero dovuta abbandonare entro breve tempo. Quest'ultima sinagoga è composta di tre stanze («una domum consistentem ex tribus stantiis»): la più grande è quella dove si riunivano a pregare gli uomini, un'altra più piccola dove si adunavano a pregare le donne, ed un'altra infine posta sopra quest'ultima e sempre ad uso delle donne.

Nota bibliografica.
A. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, 2011, <http://www.scribd.com/doc/46468695/Ebrei-a-Rimini-1015-1799>.
Il testo sviluppa quattro articoli pubblicati sul settimanale «il Ponte» di Rimini nel 2005: 1. Rimini anticipa il ghetto ebraico (n. 42), 2. Ebrei, dal dazio del porto ai prestiti (n. 43), 3. Ebrei, le sinagoghe e il cimitero (n. 44); e nel 2006: 4. Ebrei di Pesaro a Rimini a fine 1700 (n. 22). Per questi ed altri materiali poi usciti a stampa, tra cui «L' Heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nel secoli XVII e XVIII. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» LVIII (2007), Cesena 2008, pp. 257-277, si veda in http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/storia.ebrei.rimini.1192.html.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

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6 août 2014 3 06 /08 /août /2014 11:59

A Vittorio Emiliani, «Romagnoli & Romagnolacci», come recita il titolo del suo ultimo libro (Minerva ed., Bologna), debbono essere grati per questa sua enciclopedia del ventesimo secolo. Nella quale Rimini ha un ruolo non secondario. A partire proprio dall'introduzione, dove Emiliani ci ricorda (p. 5) un aspetto spesso dimenticato o cancellato per convenienza diciamo così politica, il rispetto del passato.
Emiliani rimanda al piano regolatore di Rimini al quale, alla fine degli anni '60, «ci si aggrappava per scongiurare la speculazione (un nuovo supermarket) che la Curia intendeva autorizzare nel palazzo dell'antico Seminario, a lato nientemeno del magico Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti».
Come, nella stessa zona, quel passato sia stato poi violentato dai politici, lo dimostra ciò che ancor oggi si può vedere ponendosi accanto alla fiancata a mare del Mercato coperto, e guardando verso Est (il Nord è al porto...): ovvero l'inserimento volgare e becero del cemento moderno all'interno dei muri trecenteschi del convento francescano. Dove ebbe sede la prima biblioteca pubblica d'Italia (1430).
E poi andate a controllare qualche vecchio volume che riproduca la facciata della chiesa di san Francesco, alla sinistra di quella del Tempio, oggi orribile prospetto di vetro e cemento. Esisteva ancora negli anni Cinquanta, quando al Tempio si teneva la Sagra musicale malatestiana, la cui prima edizione è del 1950, anno della riconsacrazione della chiesa dopo i restauri postbellici.
Un'altra tirata d'orecchi, Emiliani la riserva a Rimini a p. 111 dove la definisce «strana città che la monocultura turistica esasperata ha letteralmente stravolto».
E pure qui il rinvio è ad una questione edilizia, il rifacimento del teatro in piazza Cavour con un progetto poi ritirato dopo esser stato definito «culone». A questo progetto Emiliani collega «l'ottusità dimostrata da tutta una serie di amministratori riminesi» (p. 112). Non gli si può dare torto.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA



A San Francesco, la biblioteca universitaria
Ritorno all'antico: nel 1400 vi fu quella dei Malatesti
la prima biblioteca pubblica d'Italia.

"Il Ponte", Rimini, 9 aprile 2006.
L'antico convento di San Francesco a Rimini, a fianco del Tempio malatestiano, diventerà la Biblioteca Universitaria di Rimini (BUR, immaginiamo...). È un ritorno alle origini. In quei locali confluirono non soltanto i libri dei frati. Il progetto di costituire una biblioteca aperta la pubblico e utile soprattutto agli studenti poveri, è testimoniato nel 1430 per iniziativa di Galeotto Roberto Malatesti che segue una intenzione dello zio Carlo (morto l'anno prima). Sigismondo, lo «splendido» Sigismondo (così lo chiama Maria Bellonci), arricchisce la biblioteca con «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline». Così testimonia Roberto Valturio (che alla stessa biblioteca lascia i suoi volumi). Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi che restano quali tracce del progetto di Sigismondo per diffondere una conoscenza aperta all’ascolto di tutte le voci, da Aristotele a Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del «De rerum natura», da Seneca a sant’Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue «Vitae» degli antichi filosofi.
Una biblioteca di famiglia dei Malatesti nel XIV secolo è attestata da una lettera di Francesco Petrarca a Pandolfo («Seniles», XIII, 10). Anche il giureconsulto Rainero Meliorati lascia (1499) i propri testi ai frati di Rimini, mentre vanno (1474) a quelli di Cesena le opere possedute dal medico riminese Giovanni Di Marco (come ringraziamento per un vitalizio ricevuto dal signore di quella città, da lui curato).
Una iscrizione del 1490 (e non 1420 come precisa Antonio Bianchi, 1784-1840, da cui attingiamo queste notizie), ricorda il trasferimento della biblioteca francescana al piano superiore del convento da quello a terra «pregiudizievole a materiali sì fatti» (Angelo Battaglini, 1794).
Nel secolo XVII, aggiunge Bianchi, «della preziosa libreria, che i Malatesti, per conservarla ad utile pubblico, avevano dato in custodia ai frati di San Francesco», restano soltanto 400 volumi per la maggior parte manoscritti. Questo «rimasuglio» va perduto secondo monsignor Giacomo Villani (1605-1690), perché quelle carte preziose finiscono in mano ai salumai («deinde in manus salsamentariorum mea aetate pervenisse satis constat»). Federico Sartoni (1730-86), come riferisce Luigi Tonini, sostiene invece che i frati vendettero la libreria alla famiglia romana dei Cesi, alla quale appartengono i fratelli Angelo (vescovo di Rimini dal 1627 al 1646) e Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603.
Nel convento di San Francesco nel 1923 fu trasferita dalla biblioteca Gambalunga la galleria archeologica (che s'affiancava a materiale già collocato nel 1908, scrive P. G. Pasini). Nel 1924 toccò alla pinacoteca. Nel 1938 fu aperto il nuovo museo archeologico ampliato nel 1938 con quello medievale. L'ingresso era nel chiostro a sinistra del Tempio. A. Magini (1934) in una guida della città spiega che alla pinacoteca si accedeva «per un ampio salone settecentesco preceduto da un elegante atrio ad arcate».
Infine, va detto che se la biblioteca Gambalunga (1619) è la terza in Italia ad essere pubblica dopo l’Ambrosiana di Milano (1609) e l’Angelica di Roma (1614), a quella di Francescani e Malatesti del XV secolo spetterebbe il merito di essere stata la prima in assoluto.
Antonio Montanari

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2 mai 2014 5 02 /05 /mai /2014 15:57

Nevio Matteini, una biografia.
A cento anni dalla nascita.
A cento anni dalla nascita, Nevio Matteini è ricordato da una biografia che suo figlio Annio Maria ha pubblicato presso Guaraldi.
Il volume raccoglie memorie domestiche, racconta vari panorami storici che hanno fatto da sfondo al lavoro di Nevio Matteini, e documenta un'intensa attività di cronista e di scrittore.
Ho conosciuto bene il prof. Matteini. Mio padre Valfredo curò per l'editore Cappelli di Bologna la diffusione e la vendita di un'opera di Matteini, «Romagna», apparsa nel 1963.
Trent'anni dopo, il 10 gennaio 1993, riprendendo una frase di Sergio Zavoli, secondo cui «Rimini non onora il cittadino che si fa onore», scrivevo quanto segue.
Ci è capitato di parlarne con un vecchio amico che vive e lavora a Milano, l'arch. Annio Maria Matteini, con cui abbiamo amaramente constatato come nulla Rimini faccia per ricordare chi alla nostra città ha dato tanto. Suo padre, lo scrittore Nevio Matteini, è scomparso il 16 gennaio 1992: ad un anno di distanza, la Cultura riminese sembra averlo dimenticato. E con il suo, potremmo citare altri nomi, tra cui quelli del prof. Carlo Alberto Balducci che ci lasciò nell'estate del '91, o di Luigi Pasquini, Davide Minghini, Flavio Lombardini, Oreste Cavallari, morti da più tempo, e quindi testimoni ancora più accusatori dell'andazzo. È crudele che la città del padre di «Amarcord» debba lamentare quell'invecchiamento aterosclerotico che si sostanzia tra le altre cose nella dimenticanza.
Fine della citazione. Ora aggiungo una notizia d'archivio. Rimini non è soltanto la città delle dimenticanza, ma pure dell'arroganza di certi padri inquisitori, di cui fece le spese lo stesso Nevio Matteini, forse per primo, sul finire degli anni Settanta, con un duro attacco ricevuto da un foglio locale, che prendeva di mira la sua Storia di Rimini.
Ho già raccontato anni fa che in seconda Magistrale fui rimandato in Italiano, ed il prof. Matteini disse a mio padre di andare a ripetizione da lui. Alla lettura della prima prova scritta che mi aveva assegnata (i suoi titoli erano chiaramente liceali, ovvero non facili), ebbi la soddisfazione di sentirmi dire: «Ma lei sa scrivere».
La sua abitudine di dare del lei agli studenti. La adottai quando poi cominciai ad insegnare pure io.
Una delle prime supplenze, appena laureato, nella primavera del 1966, fu proprio nella cattedra di Filosofia, tenuta dal prof. Matteini allo Scientifico Serpieri.
Un gruppo di studenti m'interpella per una conversazione pomeridiana autogestita (l'aggettivo non era ancora entrato nel lessico studentesco). Ci vado volentieri, discutiamo a lungo con libertà ed amicizia. Poi alla fine, uno dei ragazzi della mia terza classe mi ferma: «Lei ieri ci ha dato un'interpretazione luterana di sant'Agostino». Mi mostra il quaderno degli appunti. Gli spiego che la frase tra virgolette non era un mio commento ma un testo dello stesso filosofo d'Ippona.
Il giovanotto si giustifica: ha ricevuto l'imbeccata dell'appunto sugli appunti del sottoscritto da un mio collega di corso, l'insegnate di Religione.
Nel libro di Annio Matteini, ci sono pagine di grande onestà intellettuale, come quando egli ricorda quanto suo padre «avesse patito per la propria giovanile adesione al fascismo», senza mai celarla per «differenziarsi dai tanti che avevano cercato di celare o di negare un passato analogo» (p. 19).
Un altro passo da segnalare: il prof. Matteini aveva un assoluto disdegno verso la borghesia arricchita, altolocata ed incolta che pretendeva di dirigere la vita cittadina, anche grazie all'«ostentato ossequio alle gerarchie ecclesiastiche locali».
Antonio Montanari

Archivio

Il Cagliostro di Matteini
Uno psicopatico minato nel fisico [2008]
"Lo storico Nevio Matteini dice che tentò a più riprese di guadagnarsi la fiducia dei massoni romani, ma con scarsi risultati...". Nel capitolo dedicato ad Alessandro Cagliostro, nella sua storia d'Italia del Settecento, Indro Montanelli ha destinato ad una notorietà internazionale lo studioso Nevio Matteini (Rimini 1914-1992) per il suo saggio del 1960 dedicato a Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro, ora riproposto (settima ristampa) dalla Città di San Leo con prefazione di Annio Maria Matteini, figlio dell'autore.
"Chi fu Cagliostro?" si chiedeva Nevio Matteini. La sua risposta è chiara: si trattava di un "povero essere psicopatico e gravemente minato nel fisico".
Il giudizio nasce dalla documentazione raccolta: i rapporti ufficiali del castellano di San Leo al presidente della legazione d'Urbino. "Inquietissimo", Balsamo manifesta le "più scandalose smanie" non moderate neppure dall'uso del bastone.
Che alla fine dei suoi giorni, incarcerato e malato, Cagliostro esplodesse in siffatto comportamento, non meraviglia. Ciò che stupisce ancor oggi è tutta la sua vita precedente. Per una complessa serie di circostanze, essa diventa qualcosa che (forse) Cagliostro non fu.
Il 7 aprile 1791 Cagliostro è condannato a morte. Papa Pio VI lo grazia e lo fa rinchiudere nel carcere di San Leo. Da questo momento l'uomo vecchio, quel Giuseppe Balsamo nato nel 1743 a Palermo, si trasforma in simbolo di tante cose, a volte speculari e contrapposte fra loro (il libero pensiero e l'oscurantismo ecclesiastico), a volte lontanissime dalle grandi questioni intellettuali, come il ruolo di sua moglie Lorenza Feliciani.
E' lei che fa la prima denunzia contro il marito nel 1789. A Parigi i rivoltosi hanno preso la Bastiglia. A Roma le spie covate in famiglia collaborano al sistema politico ecclesiastico basato sulla delazione e sul sospetto, trionfante dalla Controriforma in poi.
Balsamo ha viaggiato per l'Europa spacciandosi per il conte Alessandro Cagliostro. Lorenza è romana, una popolana di Trastevere, "avida di denaro, di lusso e di piaceri", la racconta Matteini. Secondo Cagliostro, la moglie si era mossa contro di lui a causa delle mene della corte di Francia.
Cagliostro confessa di averla fatta nuotare nell'oro, e di averla portata a sedere a fianco delle più superbe dame delle alte corti. Ma non può essere stata lei a tradirlo, si consola: soltanto perché non "acuta di mente", lei è stata la prima vittima di qualche seduzione.
Certo è che la bella Lorenza amava la vita. Arrestato il marito, seduce il cappuccino incarcerato con lui, un teologo svizzero in procinto di diventar vescovo. Condannato a dieci anni, lui riesce ben presto a liberarsi dai ceppi della legge, forse nel gennaio 1793 (quando avviene a Roma il linciaggio del giornalista Hugo di Bassville, segretario dell'ambasciata francese), per finire fra le braccia accoglienti di lei.
Come osserva Matteini, alla fine la Chiesa di Roma fece "di un avventuriero che mirava solo a mungere quattrini, un martire del pensiero".
Di recente un amico mi ha mostrato una pagina inedita di Aurelio Bertola (marzo 1788) che parla di Cagliostro: "... straordinario uomo; straordinario veramente, giacché senza una gran ragion, senza gran ricchezza, senza gran sapere, senza alcuna amabilità di tratto, senza alcuna eloquenza, sempre ha avuto il segreto di diventar ricco, di passar per dottissimo, di avere amici e fautori e partigiani, quanto forse alcun altro non abbia mai". Insomma un gran ciarlatano.
Annio Matteini presenta la ristampa con un commosso ritratto del padre, ed utili notizie sulle novità presenti in questo antico saggio su Cagliostro.

1992. In ricordo di Nevio Matteini
Nevio Matteini, storico di Rimini e della Romagna, è deceduto a 77 anni. Era stato insegnante di storia e filosofia nel liceo scientifico Serpieri. Con lui scompare un appassionato cultore delle vicende recenti e remote delle nostre terre e della Repubblica di San Marino. Giornalista pubblicista dal 1951, ha collaborato a diverse testate, narrando figure e curiosità del mondo che ci circonda, e che lui esplorava con l'attenzione del cronista giustamente pignolo e l'analisi accurata dell'intellettuale consapevole che cultura è anche parlare di fatti umili e quotidiani. C'è al proposito un suo brano in un'opera del 1963, «Romagna», edita da Cappelli di Bologna, con le stupende foto di Davide Minghini: «I luoghi comuni vogliono una Romagna violenta, sanguinaria, intollerante, sbracata, scettica in religione, eroica per costituzione, classista in politica, vociante, pantagruelica. Una terra insomma singolare più per i difetti, che per le virtù… Ma la verità è un'altra. Il romagnolo è per natura contrario alla spacconeria, buono e ingenuo, rude e sincero, discreto e generoso, tollerante e timido, indipendente e solitario, incredulo più per protesta che per atteggiamento critico». Sono parole che illuminano un mondo, e che spiegano un metodo di lavoro. In quel libro, Matteini ha compiuto un viaggio nella vita d'ogni giorno e tra gli umori della gente comune, alla quale si sentiva legato per estrazione, prima di descrivere i vari itinerari storico-geografici: la scelta delle stesse foto che illustrano il testo documenta questo interesse umano nella descrizione dei luoghi.
Quel libro riproponeva un titolo del '54, sempre uscito da Cappelli, sotto cui erano contenute biografie che spaziavano da Caterina Sforza a Ida Pascoli, da Luigi Orsini al Passatore. Una sostanziosa documentazione sorreggeva il “medaglione” critico, alimentava i ritratti che si allineavano come in una immaginaria galleria, ove artisti e avventurieri trovavano posto e dignità nel ricordo, accanto agli uomini d'arme ed ai poeti.
Nel '52 era apparsa la sua opera prima presso Fiorenzo Mazzini, su Alfredo Oriani, un altro romagnolo illustre e controverso. Le guide turistiche e culturali di Rimini, San Marino e San Leo avevano accompagnato altri volumi, su Francesca da Rimini, il Conte di Cagliostro, i giornali romagnoli e il «Rimino», una delle prime gazzette d'Italia ed un saggio specialistico, sul più antico oppositore politico di Dante, Guido Vernani da Rimini. Sul finire dell'88, uscì «La Repubblica di San Marino nella storia e nell'arte», un volume di 500 pagine, ricco di documenti e di bibliografie che riassume e conclude tutte le precedenti ricerche legate all'«antica terra della libertà».
Nel '77, per i tipi di Maggioli apparve «Rimini negli ultimi due secoli», opera ricca di notizie e di curiose annotazioni, attraverso le quali Matteini ha ricostruito episodi e figure di una città, nella sua evoluzione economica e sociale. Di particolare pregio, la descrizione dei giorni dell'ultima guerra. Sui bombardamenti dal 1° novembre '43 al 21 settembre '44, c'è un passaggio fulminante che fa apprezzare il suo stile narrativo, rivolto all'essenzialità: «Dieci mesi di straziante agonia. Miseria. Fame. Sequestri. Saccheggi. Vessazioni. Rastrellamenti. Vendette. Eccidi».
Matteini, nelle sue fatiche, ha sempre unito all'informazione storica una dignità artistica, da “bella pagina” che si esprimeva con quella sicurezza a cui, noi ragazzi degli anni '60, guardavamo con ammirazione e con invidia. Un'appendice a questi due tomi, contiene la storia del cimitero di Rimini, dove riposa dal 1970 un figlio di Matteini, Ennio, scomparso non ancora ventenne in seguito ad un incidente stradale. A lui, il padre volle dedicare nel '71 un volumetto che raccoglieva lavori scolastici, prose, poesie e disegni del povero ragazzo, introdotti da Carlo Alberto Balducci. Nevio Matteini rivolse al figlio alcune tese e commosse pagine di un dialogo in cui, tra lo strazio, sembra aprirsi la speranza di un conforto: «Nei tuoi occhi tristi, che pur brillavano per sottile vena di dolcezza, era riflesso il tuo destino?… Ennio, aiutaci. Allora stretti a te, sarà bello sentire l'odore del mare e il cinguettio dei passeri sui rami del cipresso». Adesso, sotto quel cipresso padre e figlio riposano assieme.

Antonio Montanari

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7 février 2014 5 07 /02 /février /2014 17:25

Si fa presto a dire «Giorno della Memoria» e poi scordarsi di tutto, per il resto dell'anno. Troppo comodo ridurre i tragici ricordi del passato ad una cerimonia alla quale molta gente partecipa come se fosse un evento mondano qualsiasi.
Una vera «Educazione alla Memoria» dovrebbe realizzarsi come impegno culturale continuo, fatto non tanto di proiezioni cinematografiche (che affascinano ma non possono dire tutto), ma soprattutto di considerazioni sugli eventi accaduti anche prima dell'ultima guerra mondiale, per andare indietro nei secoli, e cercare di comprendere come ad esempio nasca l'odio verso chi non la pensa come chi gestisce il potere, sia quello della Chiesa o quello degli Stati.
E se poi si volesse essere anche un poco più pazienti ed intelligenti, bisognerebbe scomodare anche una piccola riflessione sul Male, sia quello Assoluto sia quello relativo.
Per arrivare a toccare sponde piene di scogli messi lì per nascondere il vero nocciolo del problema: dov'è l'origine di quel Male che troviamo nelle vicende di popoli diversi ed in fasi storiche tanto differenti tra loro?
A questo punto bisognerebbe ricordare scomode verità, come i roghi ecclesiastici nei confronti degli eretici.
Il 29 maggio 1416, avviene l'esecuzione di Girolamo da Praga, seguace di Giovanni Huss, bruciato vivo il 6 luglio dell'anno prima. Poggio Bracciolini ne scrive in una lettera a Leonardo Bruni, da Costanza il giorno successivo, 30 maggio 1416.
Girolamo è vissuto per trecentocinquanta giorni «in durissimis carceribus, in sordibus, in squalore, in stercore, in compendibus, in rerum omnium inopia».
La sua reazione costringe ad ascoltarlo: era venuto al concilio spontaneamente per scolparsi: «Addiderat insuper se sponte venisse ad concilium ad se purgandum».
Girolamo difende Giovanni Huss: nulla egli aveva sostenuto contro la Chiesa («ait nihil illum adversus Ecclesie Dei statum sensisse»).
Secondo Girolamo, Huss aveva soltanto lottato contro l'abuso dei preti, contro la superbia, il fasto e la pompa dei prelati: «sed adversus abusus clericorum, adversus superbiam, fastum et pompa prelatorum».
La descrizione della morte di Girolamo tra le fiamme si sintetizza in queste parole: «vir praeter fidem egregius», uomo egregio oltre ogni credenza, come traduceva Eugenio Garin.
«Memoria» è anche rileggere Poggio Bracciolini, ripensare a Giovanni Huss e Girolamo da Praga. Per stare dalla parte di chi era torturato o bruciato, e non dalla parte di chi accendeva i roghi.
Ma quante persone sono oggi disponibili a credere a siffatta «Educazione alla Memoria»?

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

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23 janvier 2014 4 23 /01 /janvier /2014 09:28

Compromessi politici (e mafiosi) del Dopoguerra


La mostra che l'amico pittore Armido Della Bartola ha allestito, prima di Natale, con opere dedicate alla Rimini distrutta dalle bombe del 1943-44, mi ha suggerito alcune considerazioni. Sono nato nel 1942, di quei giorni non ricordo dunque nulla. Nella memoria e nell'animo sono rimaste però le parole raccolte nei successivi conversari casalinghi. Il ritorno alla normalità fu aspro. Mio padre che era impiegato comunale, tesserato fascista sino al 25 luglio 1943, caduta di Mussolini, quindi senza alcuna adesione alla repubblichina di Salò, fu sottoposto ad epurazione. I nuovi arrivati nella Pubblica amministrazione gli dissero di andare con moglie e figlio a mangiare l'erba ai fossi. L'umiliazione inferta a mio padre resta non soltanto come piaga mia ma pure quale testimonianza della perfidia delle persone che per bassi motivi (ovviamente, fregargli il posto a favore di qualche protetto), oltraggiavano un uomo innocente.
Uscendo dalla mostra di Armido, incontrai altri amici, più anziani di me, che raccontavano del Dopoguerra. Proprio qui sul Corso, davanti ad una libreria, un compagno prese a ceffoni un altro compagno per aver quest'ultimo militato nella repubblichina come guardia del corpo del ‘terrore di Rimini'. Come mai, chiedo, la vigilanza rivoluzionaria dei compagni si era allentata tanto, al punto di accogliere l'ex repubblichino, attorno al quale poi il partito avrebbe fatto quadrato per decenni, mentre un uomo qualunque come quell'impiegato comunale dovette essere sottoposto al Tribunale della Storia perché tesserato fascista sino al 25 luglio 1943? Non ricevo una risposta razionale. Uno scrittore mi obietta che i casi personali non contano, che il racconto dei fatti deve depurarsi da essi, per poi essere affidato alla serenità del giudizio degli Storici.
Qualche giorno dopo ho letto che la moglie di Antonio Gramsci era una spia dell'Nkvd (il Kgb del tempo). E che la cognata Tania, ritenuta sempre un Angelo Custode di Gramsci e come tale eternamente celebrata, era pure lei una spia di Mosca. Giuliano Gramsci, figlio di Antonio, non ha mai voluto vedere né parlare con la zia Tania: lo ha confidato Olga, figlia di Giuliano, a Massimo Caprara nel libro "Paesaggi con figure". Al citato scrittore incontrato sul Corso, se avessi fiducia nella razionalità umana, vorrei chiedere: anche quella di Antonio Gramsci è una vicenda personale di cui non tener conto?
Antonio Montanari

Appendice 2014.
Adesso che Benedetto Benedetti ci ha lasciati, aggiungo al vecchio testo che era lui lo "scrittore" dell'obiezione rivoltami nel 2001.

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11 janvier 2014 6 11 /01 /janvier /2014 17:25
I Comuni spendono e spandono.
E noi paghiamo la mini-IMU.
Lettera pubblicata su "il Ponte", n. 3, 19.01.2014: "Mini-IMU e maxi spreco".

Caro Direttore de "il Ponte", don Giovanni Tonelli,
in virtù della nostra vecchia amicizia, ti confido che il 16 gennaio scorso ho versato i 22 euro della mia mini-Imu voluta dal Governo nazionale, ma conseguente ad una scelta di quello locale. La cifra da me pagata risulta dal calcolo del 40% della differenza fra la tassa del 4% imposta da Roma e l’aumento al 5% voluto dal Comune di Rimini. Quindi se il nostro Comune non avesse mutato la percentuale, non avrei pagato nulla.
Il giorno 17, da un giornale locale apprendo che il nostro Comune ha deciso lo spostamento del termine del pagamento dal 24 gennaio al 16 giugno. Mentre nelle edizioni emiliane di due fogli nazionali leggo le dichiarazioni di Silvia Giannini, assessore al Bilancio e vicesindaco del Comune di Bologna: “Dopo approfondimenti con gli uffici comunali e l’Anci [Associazione Nazionale del Comuni italiani], ci risulta che non siano possibili rinvii”. Verso le 15 dello stesso 17, il Ministero dell’Economia conferma: vale il termine del 24 gennaio.
Mi permetto osservare che i Comuni spendono e spandono, e poi si lamentano che non hanno soldi. Scusatemi se cito le serate musicali organizzate a Rimini tra i ruderi (pericolanti) di Palazzo Lettimi, luogo a cui sono legato da inesistenti ricordi infantili. Lì sono nato e dì lì “sono scappato” causa bombardamenti, quando ancora non ero in grado di conservare alcunché nella memoria. Il nostro Comune nell’occasione coniò lo slogan di “salotto parigino” per definire il rudere di Palazzo Lettimi. Ciò significa non avere né il senso della Storia né il senso del ridicolo.
Molti sindaci d’Italia in questo periodo sembrano colpiti dalla “sindrome Renzi”, ovvero da tentativi d’imitazione del primo cittadino di Firenze, divenuto mattatore in una stagione politica che si spererebbe nuova, ma che per molti aspetti sembra purtroppo ricalcare modelli logori e fallimentari della nostra vita pubblica più recente. Principe dei rottamatori, ha la stima (condizionata) di un “rotTAMAto” come il sottoscritto. Così i suoi seguaci. Che purtroppo non ricordano quanta differenza esista tra l’imitazione e la caricatura.
Il mondo moderno nasce quando si prende coscienza che lo Stato non è la proprietà personale di un re, ma va gestito da tutti i suoi cittadini che non sono più sudditi di un potere imposto. I nostri Sindaci debbono studiare come trasferire nella quotidiana amministrazione delle cose questo principio, per cui per ogni euro di tassa versata io ho il diritto di sapere come viene speso.
Antonio Montanari
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5 janvier 2014 7 05 /01 /janvier /2014 11:21

Cara Befana, risparmiati il carbone per il 2014, ne ho già ricevuto tanto lo scorso anno, con tozze, tozzoni ed anche spintoni, che ti puoi evitare la fatica di procurarmene altro.
Ho cercato sempre di fare il bravo, ma ovviamente c'è sempre in giro qualche "Bravo" di manzoniana memoria che alla fine pretende di prevalere con tutti i mezzi impossibili ed inimmaginabili.
Prosit anche a lui, se non anche a lei, non intesa come Befana istituzionale, ma vista come vera e propria Strega, quale nei fatti s'è dimostrata. Per esser sincero, è in buona compagnia, per cui direi prosit a tutte queste Signore Streghe che sono in circolazione. Ed alle loro compagnie di Bravi che le tutelano e proteggono.
05.01.2014

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4 janvier 2014 6 04 /01 /janvier /2014 11:23

A proposito delle finanze della Provincia.
Lettera pubblicata su "il Ponte", n. 1, 05.01.2014, con il titolo "La genesi e l'oggi".

 

Caro Direttore don Giovanni Tonelli.
Sui giornali si è letta un'importante dichiarazione di Stefano Vitali, fatta il 18 dicembre scorso, in occasione della presentazione del bilancio di previsione della Provincia di Rimini, di cui è presidente. La notizia fondamentale è che, diminuite le entrate, il suo ente ha dovuto ridurre le spese a 24 milioni nel 2013, rispetto ai 71 del 2010.
Sullo sfondo non c'è soltanto l'immagine di salvadanai meno pieni, ma pure quella di qualche brutto temporale che si farà sentire ancora per parecchio tempo. Paragonabile a quello che s'abbatté il 24 giugno 2013, rovinoso soprattutto perché le chiuse agli sbocchi a mare non furono aperte in tempo, a dimostrazione che l'operare umano è responsabile di quanto poi s'imputa direttamente alla Natura…
Il fatto si sta ripetendo nella nostra vita economica, purtroppo. Il presidente Vitali ha sottolineato che certe vicende, come quelle di Aeradria e dell'aeroporto di Miramare, sono legate alle cosiddette «partecipate», le quali sono «figlie di una storia di cui oggi in troppi dimenticano la genesi, preferendo nascondersi dietro l'ignoranza».
Grazie, presidente Vitali per questa chiarezza e per questa denuncia. Lei ha perfettamente ragione: i politici che governano oggi od hanno governato nel passato Rimini, non come persone ovviamente, ma come rappresentanti di certe idee e di precisi partiti, debbono essere attenti alle questioni odierne derivanti dalle loro scelte passate, altrimenti si rischia di ripetere la favola del fatto che loro non c'erano, o se c'erano dormivano (oltretutto profondamente).
Vitali ha avvertito: entro il giugno 2014 (quando dovrebbe esserci l'abolizione delle Province), la questione delle partecipate dovrà essere affrontata perché la nostra Provincia ha 25 milioni di investimenti in esse. Toccherà ai tecnici studiare le situazioni, mentre qualcosa dovrà esser ancora detto dalla Magistratura per il caso di Miramare. Sul quale, qualche giorno prima lo stesso Vitali, durante una trasmissione tv romagnola, aveva ipotizzato l'intervento dei "privati". Ma, egregio presidente, i privati (anche) a Rimini hanno fatto fortuna con i contributi statali largamente distribuiti nel tempo: si può risalire persino ad un caso di più di 50 anni fa… Il declino degli ultimi periodi si sintetizza simbolicamente con la cancellazione della Centrale del latte, voluta in era ormai preistorica da quell'onest'uomo e politico che fu Giuseppe Babbi.
Ora per Miramare siamo in attesa del miracolo, di un uomo che provvidenzialmente salvi tutto e tutti? Verrebbe voglia di chiedere ulteriori notizie, ricorrendo alle celebri parole manzoniane: «Di grazia, non mi dica le cose così in enimma».
Se gli antichi politici, che vollero municipalizzare e privatizzare partecipando (si dice così?) potessero parlare, di certo ne sentiremmo delle belle. Ma nessuno vorrà dire niente perché significherebbe sputare nel piatto nel quale si è lautamente mangiato. Gli enigmi della politica sono spesso finti. Il fatto triste è che se ne parliamo, poi ci accusano di antipolitica, che è invece proprio quella gestita da chi ha mandato così le cose.
Auguri, presidente Vitali. Auguri, vecchia e scassata Rimini. E grazie, caro Direttore per l'ospitalità.
Antonio Montanari
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7 décembre 2013 6 07 /12 /décembre /2013 15:51

Il cane da guardia.
Giornalismo e politica a Rimini in crisi.

Lettera a "il Ponte", 7 dicembre 2013


Caro Direttore don Giovanni Tonelli,
il tuo editoriale apparso nel "Ponte" dell'8 dicembre scorso, lancia un giusto ed onesto allarme sulla crisi di Rimini.
Fonte bene informata mi spiega che la "situazione" dell'aeroporto di Miramare era nota agli addetti ai lavori già da sei anni. Noi "semplici cittadini", come recitavano le cronache politiche di un tempo, abbiamo smesso da parecchio di meravigliarci, non perché dotati di particolare sensibilità, ma soltanto in virtù del fatto che alla favola della cicogna non abbiamo mai creduto. Né ci crediamo soprattutto ora.
Un Comune come Rimini, che per la prestigiosa carica di Assessore alla Cultura va in prestito a Cesena onde trovare una persona degnissima, racconta forse in maniera trascurata ma efficace una certa visione del Mondo che non è considerata meritevole di attenzione.
All'inizio di questo secolo XXI, a Rimini si facevano grandi (e strani) progetti, proprio mentre da molto lontano arrivavano chiari segnali della crisi economica mondiale incipiente, che ora ha ridotto noi italiani come dei naufraghi senza scialuppa di salvataggio. E a chi, come il sottoscritto, ne scrisse qualcosa sopra un quotidiano locale, arrivò la risentita risposta politica che rivendicava, con elegante ma sovrabbondante retorica, l'inconfessata superiorità della classe dirigente amministrativa che si autoproclamava unica depositaria della funzione di decidere.
L'aumento dell'astensionismo alle urne, e quelle forme partitiche classificate con la controversa etichetta di "populismo", confermano un unico dato di fatto: i cittadini non riescono più a sopportare ("digerire") questi politici, con una giudizio sommario che fa di ogni erba un fascio, in una notte scura in cui tutte le vacche sono nere.
Ma è colpa dei cittadini o colpa dei politici che hanno servito a tavola cibi indigesti al punto che l'inventore della riforma elettorale appena bocciata dalla Corte Costituzionale, l'aveva definita una "porcata"? Veniva allora, e viene ancora, facile il gioco di chiedersi se quella etichetta fosse una specie di autobiografia volontaria, confessata per orgoglio di appartenenza ad una certa linea politica.
Hai molta ragione, caro direttore, nel sottolineare, chiudendo l'editoriale, questi aspetti: 1) individualismo dei riminesi, 2) furbizia di certe persone o gruppi, 3) loro recita pubblica, litigando soltanto sui giornali locali (secondo la vecchia lezione dei proverbiali "ladri di Pisa").
L'ultima tua annotazione ("Ognuno però ha il peso di una classe politica che si merita"), centrando il tema con efficacia, abbisognerebbe di un approfondimento che lo spazio non ti permetteva.
Anche tu credi che la libera stampa sia il cane da guardia della democrazia. Per questo, quel cane non deve abbaiare alla luna, ma deve registrare ed illustrare, giorno dopo giorno, tutto quello che non va, senza guardare in faccia a nessuno.
In tempi in cui la crisi della stampa tradizionale fa temere la scomparsa dal formato di carta per molte testate, facendole rifugiare nel mondo del web, occorrerebbe che la gente comune sentisse il bisogno di un'informazione indipendente (come quella che dimostra il tuo fondo), affiancandosi con un sostegno economico al giornale che legge.
Il quale sostegno dovrebbe garantire al cane da guardia il cibo che altrimenti sarebbe costretto ad attendere da altre mani. Un cibo che, se offerto gratis, sempre contiene delicati e dolci sonniferi perché poi il lettore, alzando gli occhi attorno a sé, non veda quanto accade.
Cordiali auguri a tutti.
Antonio Montanari

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