Overblog Suivre ce blog
Administration Créer mon blog

Présentation

  • : Notizie dall'Italia
  • Notizie dall'Italia
  • : Storie, fatti e commenti a cura di Antonio Montanari
  • Contact

Giorno per giorno

Recherche

Archives

1 décembre 2013 7 01 /12 /décembre /2013 14:46

Nel 1997 ho citato l'opinione di Scevola Mariotti in una nota al testo della Storia di Rimino dalle origini al 1832 di Antonio Bianchi, nel cap. 12 dedicato all'XI secolo: «Mariotti precisa che questa nuova lettura comporta conseguenze "di ordine storico". Ed ha ragione: se Bennone fu ucciso, il fatto va inquadrato in lotte precomunali nel corso delle quali egli sarebbe stato colpito per il ruolo di "pater patriae" che gli viene attribuito da Angelo Battaglini, in Saggio di Rime, Rimini 1783, pp. 8-14».
Delle lotte precomunali si occupa lo stesso Antonio Bianchi proprio all'inizio del suo cap. 12, come necessaria introduzione alla raccolta delle notizie elencate in successione cronologica: «Se la prima metà di questo secolo non fu totalmente pacifica pel nostro paese, peggiore di molto dovett'essere l'altra metà, giacché alleggeritosi in Italia il predominio dell'autorità imperiale, crebbe talmente lo spirito d'indipendenza, che ogni città, ogni vescovo ed ogni conte, insomma qualsiasi persona potente, che avesse mezzi da sostenersi voleva farla da padrone assoluto…».
Degna di analisi è la parte dello scritto di Antonio Bianchi dedicata al «pater civitatis»: «Oltre i conti, altra autorità esisteva nelle nostre città col titolo di "pater civitatis", che doveva essere il capo della magistratura civile; il più antico di cui ci sia rimasta memoria è un certo Bennone, morto fra il 1028 e il 1061; del medesimo abbiamo un pomposo elogio scritto da San Pier Damiano, il quale aveva ottenuto dallo stesso Bennone e da altri di sua famiglia molti terreni, sopra uno dei quali fabbricò il monastero di San Gregorio in Conca, che nel 1071 lo stesso San Pier Damiano mise sotto la protezione del vescovo di Rimini e dei suoi successori. Molto ricca e potente era la famiglia di quel Bennone, possedendo castelli e molti terreni, come rilevasi dai documenti pubblicati dal chiarissimo canonico Battaglino».
[…]
Partendo proprio dall'epitaffio di Pier Damiano, Francesco Gaetano Battaglini osserva: «certamente se n'ha a dedurre, che quel Pater patrie della città nostra fu l'unico depositario della giustizia, e della pace de' Riminesi». E conclude che non si può «credere, che ad un uom sì giusto, e sì reputato, e che pel governo da sé fatto meritò encomio sì degno, fosse prima di sua morte tolta di mano la bilancia della giustizia»
Nel 2010 esce il primo volume della «Storia della Chiesa riminese», intitolato Dalle origini all'anno Mille, dove si parla di «Bennone figlio di Vitaliano detto Bennio, che nel 1014 dona al figlio Pietro il castello di Morciano», e lo si dichiara «un importante esponente del ceto dirigente riminese, definito da Pier Damiani decus regni, pater patriae, lux Italiae». In nota, si rimanda al testo sopra esaminato del 1999, senza ulteriori notizie. Recensendo sul web questo volume, facevo notare quello che mancava sulla figura di Benno, e che il lettore ha già qui appreso da quanto scritto. La risposta ufficiale mi è venuta nel 2012 dal secondo volume della stessa «Storia della Chiesa riminese», dove lo studioso che ha composto il saggio del 1999 ha osservato: l'ipotesi di Scevola Mariotti (che «alluderebbe alla morte violenta di Bennone»), «è accolta dal Montanari, che inquadra il fatto in non meglio precisate lotte precomunali». E qui si rimanda alla mia già cit. nota di p. 99 alla Storia d'Antonio Bianchi.
Come ho sopra osservato, è lo stesso Antonio Bianchi che a p. 94 della sua opera scrive: «alleggeritosi in Italia il predominio dell'autorità imperiale, crebbe talmente lo spirito d'indipendenza, che ogni città, ogni vescovo ed ogni conte, insomma qualsiasi persona potente, che avesse mezzi da sostenersi voleva farla da padrone assoluto». Queste sono le lotte precomunali riassunte dall'autore stesso della Storia di Rimino, che evidentemente non è stata fornita integralmente al censore per rispondere alle mie osservazioni. (Posso ipotizzare, come ho scritto allo stesso autore del saggio, che persone poco informate dei fatti gli abbiano fornito, per pura malevolenza nei miei confronti, fotocopia soltanto della p. 99 dell'opera di Antonio Bianchi, e non di tutto il capitolo che inizia a p. 94…)
Nel passo che mi riguarda in questo vol. II della «Storia della Chiesa riminese», immediatamente dopo la citazione riportata, si legge: «Di avviso diverso sono stati, invece, i traduttori dell'opera omnia del Damiani, i quali rendono il passo con una versione più neutra, che esclude ogni riferimento a effettive vicende politiche riminesi: "grazie a lui si rafforzò la pace e scomparvero le minacce di guerra"» . Non si tratta, in verità, di offrire versioni più pronunciate o neutre del testo in questione, ma soltanto di comprendere, come ho già scritto, il costrutto sintattico sottolineato da Scevola Mariotti. Il verso edito da Lokranz come «per quem pax uiguit, bellica sors perimit», non può avere altra versione che quella suggerita da Mariotti stesso («la guerra uccise colui per merito del quale fiorì la pace»), in virtù soltanto della ricordata regola sintattica dell'«antecendente pronominale» omesso. D'altro canto, non è colpa del lettore se in una stessa pagina dell'Opera omnia di Pier Damiano, come abbiamo visto, il ricordo di un verso dell'Eneide ha un doppio errore nel rimando al testo e nella citazione testuale (per cui, come si è visto, «gentis» diventa «genti»). Non è certo colpa della vista del Montanari a cui sfuggono i contorni. Errare humanum est, sed perseverare… E soprattutto non sta bene perseverare quando di tratta di una storia della Chiesa. O forse, proprio per questo, il Maligno meglio si cela tra le pagine dei relativi libri? (Viene purtroppo in mente l'«Agnosco stilum…» di Paolo Sarpi.)
Antonio Montanari

Al testo completo di questo saggio. [Web]

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
10 novembre 2013 7 10 /11 /novembre /2013 16:03

Ci fu un momento nella storia del mondo in cui i Kennedy rappresentarono una speranza per una vita migliore. Furono il «sogno americano» della mia giovinezza. Nella mia scrivania fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo.
Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.

Testi originali apparsi sul blog della "Stampa" di Torino. E presenti tuttora in questo blog.
26.08.2009. Kennedy, furono una speranza
L'ultimo saluto a Ted Kennedy diventa per chi ha qualche anno sulla schiena l'occasione di un ricordo che coinvolge tutta la sua famiglia.
Ci fu un momento nella storia del mondo in cui i Kennedy rappresentarono una speranza per una vita migliore.
Non posso che ripetere quanto già scrissi qui due anni fa. Furono il «sogno americano» della mia giovinezza. Nella mia scrivania fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo.
Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.
Ted vide morire uccisi due fratelli, John nel 1963 e Robert nel 1968. Ma soprattutto il 12 luglio 1969 vide morire quella ragazza, Mary Jo Kopechne, che era in auto con lui. E con lui era finita in acqua giù dal ponte di Chappaquiddick. Ted chiamò la polizia il mattino dopo. Non appena uscito dalla vettura.>
Ted Kennedy è stato un grande sostenitore di Obama. Soprattutto per la drammatica questione della sanità.
"Negli anni '70", ha raccontato suo figlio Patrick, "accompagnai mio padre negli angoli più poveri dell'America per ascoltare chi soffriva e non poteva permettersi cure adeguate. Sono storie che nessuno di noi ha ancora dimenticato e che ancora affliggono il vecchio cuore di mio padre".
Resta il dolore che l'America di Obama abbia ancora situazioni simili a quelle denunciate dalle parole di Patrick.
Sarebbe bello che qualcuno esperto del mondo americano ci spiegasse in poche parole se anche Ted Kennedy ed il suo entourage politico in questi anni hanno fatto tutto il possibile per risolvere quei problemi dell'assistenza sanitaria con cui deve fare i conti Obama in questi mesi.
Adesso la nostra speranza di chiama Obama. Non perché è giovane ed "abbronzato", ma perché è partito con progetti di riforma sociale che ogni giorno negli Usa incontrano sempre più ostacoli.
[26.08.2009, anno IV, post n. 245 (965)]

20 luglio 2007. Politica bollente
Clementina Forleo.
La notizia è di queste ultime ore. Secondo Clementina Forleo, i politici intercettati nell’ambito dell’inchiesta in corso a Milano sui tentativi di scalata ad Antonveneta, Bnl e Rcs «all’evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata».
La seconda signora è Rosy Bindi. Lasciamo alla Giustizia di fare il suo corso, non senza il timore che possa essere come al solito una strada in salita, e restiamo soltanto in compagnia della sfidante al sindaco di Roma Walter Veltroni nella corsa a segretario del futuro Partito democratico.
Ieri Rosy Bindi ha surriscaldato il clima con una dichiarazione rivoluzionaria: «C'è bisogno di una gara di idee».
Come a dire che non bastano le belle facce e le buone intenzioni per fare un partito, ma ci vogliono appunto «idee» (possibilmente nuove, e non riciclate).
La gran discussione sul «sogno americano» svoltasi nei giorni scorsi, mettendo a confronto Veltroni con un altro candidato, Furio Colombo, ha dimostrato come i nostri politici siano bravi a menar il can per l'aia, tentando di parlare di tutte altre cose rispetto a quelle che sono necessarie e fondamentali nella vita del nostro Paese.
Anzitutto non è possibile fare il confronto tra le primarie degli Usa (dove esse sono una tradizione) e quelle nostrane, dove appaiono una specie di tradimento: «Ma come, mi candido io, e vuoi candidarti pure tu: ma che ti ho fatto di male?».
Volevo parlare giorni fa del «sogno americano» della mia giovinezza, dopo la trasmissione di Corrado Augias sulla vedova di JFK.
Nella mia scrivania 45 anni fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo. Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.
La signora Bindi quando invoca «una gara di idee», sottolinea la necessità di scrivere un copione nuovo, non l'imitazione di altre realtà o di altri modelli.
Ha ragione Lucia Annunziata che nella «risposta» di stamani scrive sulla «Stampa»: «Nell'arena sempre crudele della politica italiana si sta avvelenando un atto che dovrebbe essere solo la naturale espressione di una gara».
Ha ragione pure Concita De Gregorio che su «Repubblica» spiega: la candidatura di Rosy Bondi è «anti-apparati, anti-burocrazia, anti-alchimie di potere».
Per questo osservavo all'inizio che Rosy Bindi ha ieri surriscaldato il clima politico nazionale. Da poche ore è intervenuto il fatto nuovo dell'inchiesta milanese che metterà scompiglio nel centro-sinistra: politici non tifosi ma complici.
Antonio Montanari

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Informazione
commenter cet article
30 octobre 2013 3 30 /10 /octobre /2013 11:38

La tragedia della guerra, con la constatazione di quanto fosse stato illusorio il sogno di un conflitto rapido e con la scoperta di un'impreparazione militare che andava a scontrarsi con i miti del guerriero fascista, costringe ad una scelta i ragazzi allevati al canto di Giovinezza. Sono studenti, operai, contadini. Le documentazioni storiche limitano spesso il discorso a quel gruppo di giovani, quasi sempre intellettuali, che hanno potuto e saputo riproporre le vicende della guerra, attraverso scritti ed interventi. Per gli altri basta riandare alle cronache dolorose di quei mesi tra '43 e '44, ed allora ritroviamo accanto ad un professore di scuola media come il santarcangiolese Rino Molari, il ferroviere di Rimini Walter Ghelfi, entrambi fucilati a Fossoli nel luglio '44 assieme ad Edo Bertaccini di Coriano, capitano dell'ottava brigata Garibaldi. [...]

L'altro figlio di Babbi, Angelo, la mattina del 19 al Commissariato di Rimini apprende la notizia che l'indomani suo padre sarebbe stato trasferito a Bologna. Verso le 10.30 del giorno 20, riesce a vederlo alla stazione ferroviaria di Rimini. Giuseppe Babbi viene avviato verso il treno quando si accorge della presenza del figlio, a cui fa segno di allontanarsi. Soltanto a fine aprile Angelo Babbi può avere il permesso per un colloquio col padre nel carcere di Bologna, alla presenza degli agenti: «... però noi parlavamo in dialetto. Mio padre mi disse che l'avevano interrogato più volte e che con lui c'erano... un ragazzo di Rimini, Walter Ghelfi e il prof. Rino Molari di Santarcangelo».
Una delle ultime volte che Angelo Babbi si reca a Bologna dal padre, la famiglia Molari gli affida un pacco da consegnare al professore. «Ma fui costretto a portarlo indietro, perché sia Molari che Ghelfi erano già stati portati nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, dove entrambi furono fucilati», nella notte fra il 12 ed il 13 luglio. Babbi invece viene liberato il 17 luglio. Babbi ha cinquant'anni, Molari trentatré e Ghelfi ventidue. (Dal febbraio del '44 alla liberazione, nel campo di Fossoli transitarono migliaia di prigionieri: inglesi, ebrei, italiani, antifascisti, intellettuali cattolici come Molari. Vi passò anche lo scrittore Primo Levi.) Rino Molari è un docente di lettere di Santarcangelo che nell'anno scolastico '43-44 insegna a Riccione, dove fa amicizia con il parroco di San Lorenzo in Strada don Giovanni Montali, suo compaesano. Poi entra in contatto con l'antifascismo del Cesenate e della Valmarecchia. Trasporta materiale clandestino. Al Provveditorato agli studi di Forlì, per le sue idee, lo giudicano un «elemento poco raccomandabile». Una spia della Repubblica di Salò, Giuseppe Ascoli (alias «capitano Mario Rossi») figlio del generale Ettore Ascoli, lo fa arrestare il 28 aprile '44.
Tonino Guerra in quell'anno cerca di apprendere e di tradurre in realtà la lezione politica e morale di Rino Molari. Ricevuti in consegna dei manifestini lasciati da Molari (nel frattempo ucciso) ad un fabbro, Guerra è fermato da un fascista del suo paese, portato poi a Forlì, quindi a Fossoli («e sono stato nella stessa baracca dove era stato Rino Molari quattro o cinque giorni prima, la numero 19»), infine in prigionia in Germania per un anno.
A don Montali, come scriverà don Domenico Calandrini, «la guerra civile... barbaramente spense il fratello e la sorella, trucidati in casa vecchi e stanchi, e gettati nell'attiguo pozzo, per rabbia contro il vecchio prete che non s'era fatto sorprendere ed arrestare in canonica». Ha ricordato Maurizio Casadei che don Montali «una volta, ritornando da un viaggio trovò il soffitto della camera sfondato dalle pallottole sparate dalla strada. Poi, dopo che i fascisti nel marzo 1944 arrestarono per attività 'sovversiva' il professor Rino Molari [...] la situazione si aggravò. Sospettato di essere un cospiratore e di aiutare partigiani e prigionieri alleati, don Giovanni dovette fuggire, vestito in borghese, a San Marino, prima a Valdragone e poi a Montegiardino». Quando la mattina del 15 settembre '44, i greci liberano San Lorenzo, nel pozzo vicino alla chiesa si scoprono i corpi di Giulia e Luigi Montali. Avevano cinquantanove e sessantasei anni.
Nel Giornale di Rimini del 2 settembre '45 si legge che a Giuseppe Ascoli «e ad altri due o tre individui in costume da ufficiali e sottufficiali dei bersaglieri [...] si imputa il bieco assassinio» dei due fratelli Montali. Ascoli, come si è visto, è il collaborazionista che fece arrestare il prof. Molari. Gli assassini si sarebbero vantati della loro impresa poco dopo «nel ristorante dell'albergo riccionese dove risiedevano i comandanti del battaglione». Secondo Amedeo Montemaggi (vedi Il Ponte, 9 ottobre 1988), in quei giorni «si incolparono falsamente i tedeschi o i bersaglieri».
Ho ascoltato due nipoti di don Montali. Don Michele Bertozzi: «Don Montali forse sapeva qualcosa di grosso, ma non mi volle mai dire niente». La signora Maria Teresa Avellini Semprini: «Luigi Montali forse era stato colpito al cuore, difficile stabilirlo perché il corpo era in stato di decomposizione. Giulia aveva invece ricevuto una fucilata alla testa». La signora Avellini era stata allieva di Rino Molari nel '43-44, e rammentava che cosa era stato raccontato allora dell'arresto del suo insegnante: «Alla pensione Alba, dove Molari era ospite, si presentarono dei fascisti che si sedettero al ristorante, parlando a voce alta fra loro: "Come ci pesa questa divisa...". Molari avrebbe detto: "Trovate la maniera di buttarla via, venite con me...". Così, con l'inganno, Molari venne arrestato». [...]

Queste pagine sono tolte da I giorni dell'ira.
Su Rino Molari altre pagine di Antonio Montanari:
Rimini 150
Riminilibri 1994
Fuorisacco 2013
"Giovinezza", addio
La caccia all'uomo.
Fossoli, il silenzio sulla strage
Antonio Montanari

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Storia 1900
commenter cet article
9 septembre 2013 1 09 /09 /septembre /2013 15:12

Bartolomeo Malatesti, un "dimenticato" Vescovo di Rimini
(1445-1448).

 


Il titolo di queste pagine nasce dalla conclusione di ricerche biografiche per un personaggio "dimenticato", nel senso che, dovunque, si legge che della sua famiglia di provenienza non sappiamo nulla.
L'unica fonte che contiene una notizia fondamentale è Frate Bernardino Manzoni il quale, nel suo "Caesena Sacra" (Pisa 1643, I, p. 72), scrive che
Bartolomeo Malatestis è "Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater". Di Pandolfo Malatesti, fratello di Bartolomeo, si precisa poi che "anno 1391 Patricius, Consiliarusque Caesenaticenis Urbis erat".
Dal 4 gennaio 1391 i fratelli "Carlo Pandolfo Malatesta e Galeotto di Galeotto Malatesti" sono vicari di Cesena (Mazzatini, p. 325). Quindi Bartolomeo Malatesti è pure lui figlio di Galeotto I (+1385), nato da Pandolfo I, figlio a sua volta di Malatesta da Verucchio.


Tutto il nuovo che si può scrivere sopra Bartolomeo Malatesti Vescovo, è in queste poche righe di Frate Bernardino Manzoni. Altre notizie, non ne ho trovate, tranne quelle di cui dirò per esaminare un altro passo del "Caesena Sacra", dove si attribuisce al nostro Bartolomeo anche il titolo di Vescovo di Dragonaria, confuso da Frate Manzoni con un bolognese, un altro Bartolomeo, che però faceva di cognome Gardini, e che scompare nel 1403.
La mancanza di altri dati biografici e la necessità di precisare le informazioni contenute nel "Caesena Sacra", mi avevano suggerito il titolo di queste pagine, appunto "Storie senza storia", che in un primo momento però non mi convinceva molto. Esso mi sembrava contenere in sé la contraddizione logica tra quella parola plurale che ha valore affermativo, e le altre due della precisazione che sottraevano alla prima la sua stessa sostanza.
Mi chiedevo, insomma: ma se sono Storie possono mancare di storia, ovvero di un contenuto che in effetti non c'è? Il paradosso logico mi si è svelato come verità metodologica soltanto grazie alla lettura di un breve saggio del prof. Nicola Gardini intitolato "Parole e omissioni". La luce che ha riacceso la speranza di poter mantenere quel titolo, deriva da questo passo di Nicola Gardini: "La lacuna mira non alla diminuzione, ma allo sviluppo".
Gardini si riferisce alle lacune dei testi narrativi o alle mutilazioni delle opere d'arte come la Venere di Milo. E richiama il "De oratore" dove Cicerone spiega il ruolo del lettore, come quello di un cercatore d'oro che va a scavare dove il testo gli indica.
Il lettore della biografia di Bartolomeo Malatesti Vescovo di Rimini, deve scavare pure lui, per scoprire così appunto il "Caesena Sacra". Dove un'ulteriore azione ci porta lontano, a constatare (come si è detto) che Frate Bernardino Manzoni confonde il nostro Bartolomeo con un altro Bartolomeo, quando lo definisce Vescovo di Dragonaria. Il buon Manzoni chiama a testimone un autore che non ha però nessuna colpa.

Frate Bernardino Manzoni racconta pure che il nostro Bartolomeo è stato nel 1397 Vescovo di Dragonaria, indicando come fonte bibliografica un'opera dell'emiliano Pietro Ridolfi da Tossignano (1536-1601), "Historiarum Seraphicae Religionis libri tres", edito a Venezia, "apud Franciscum de Franciscis Senensem", nel 1586.
Ridolfi, nel II libro della sua opera, tratta dell'origine dei Malatesti e ricorda la presenza di Bartolomeo Malatesti a Rimini ("Custodia Foroliviensis", pp. 268-269).
A p. 266 invece, sotto l'anno 1397, si ricorda un "magister Bartholomeus episcopus Dragonarie", attivo a Bologna. Non dice, Ridolfi, che sia Bartolomeo Malatesti come invece leggiamo in Manzoni. Il quale Manzoni scrive appunto "Rodulphio teste", ovvero per testimonianza di Ridolfi, relativamente a Bartolomeo Malatesti. (Nel III libro, p. 333, incontriamo una breve biografia del ricordato Pietro Ridolfi da Tossignano.)
La "mutilazione" di questa seconda (falsa) notizia m'ha obbligato a scavare ancora, facendomi raccogliere materiale molto interessante che costituisce una mappa di notizie tra il religioso ed il politico, molto simile a quelle che si possono tracciare per le vicende malatestiane tra fine Trecento ed inizio Quattrocento.
Alla fine, le parole di Gardini mi hanno convinto a lasciare il titolo che avevo pensato e poi criticato. Tra le stranezze o le casualità della Storia, ricordo en passant che quello studioso di letteratura ha lo stesso cognome del Bartolomeo Vescovo di Dragonara, appunto Gardini.


Torniamo al principio di tutte le cose, almeno a quelle che riguardano il nostro Bartolomeo Malatesti figlio di Galeotto I (defunto il 21 gennaio 1385). Per pura prudenza biologica, la nascita di Bartolomeo può essere collocata soltanto prima di questo 1385. I biografi ci raccontano che Bartolomeo quando scompare il 5 giugno 1448 "morì vecchio assai", come riporta Luigi Nardi (p. 224) rimandando ai "nostri Storici" e all'Ughelli.
Ad occhio e croce, come dicevano saggiamente i nostri vecchi, e con una botta di conti veloce, non è azzardato collocare la nascita di Bartolomeo circa 80 anni prima del decesso, il che fa ipotizzare una data attorno al 1370.
Di Galeotto I sappiamo soltanto che nel 1323 è promesso sposo ad Elisa della Valletta (le nozze avvengono il 3 giugno 1324). Considerata pure l'usanza di nozze precoci in quel tempo, non possiamo però collocare la nascita di Galeotto troppo vicina a questa unica notizia che abbiamo sui suoi primi anni.
Elisa della Valletta è nipote del governatore pontificio della Marca, Aurelio di Lutrec, e figlia di Gugliemo signore della Valletta. Gli sponsali sono un atto di ringraziamento diretto ai Malatesti per la loro militanza a favore della Chiesa, come osserva Tania Cazzotti.
Accettiamo la lectio autorevole di Anna Falcioni che pensa, "con ogni probabilità", ai "primi anni del Trecento", poco dopo il fratello "Malatesta detto l'Antico, con il quale condivise, in perfetta sintonia, larga parte della propria esistenza". Per l'Antico, detto anche Guastafamiglia, Falcioni colloca la sua venuta al mondo "intorno al 1299".
Da questo punto in avanti procediamo soltanto per ipotesi per quanto riguarda la cronologia di Bartolomeo Vescovo di Rimini, mentre tutti gli altri elementi che elenchiamo, sono rigorosamente documentati nelle storie malatestiane di ieri e di oggi. Tutti queste elementi costituiscono quella mappa di notizie tra il religioso ed il politico, di cui si è prima detto.

Quando nel 1385, scompare Galeotto, i Malatesti hanno vissuto trent'anni di forte esperienza politica, in momenti molto inquieti, a partire dal 1355, quando ottengono il Vicariato in temporalibus di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone, divenendo attori privilegiati della scena italiana. Nel 1387 Malatesta I (o "dei sonetti") di Pesaro presta soldi ad Urbano VI che lo ha incaricato pure di proteggere l'arcivescovo di Ravenna, Cosimo Migliorati, cacciato dalla sua Chiesa. Nel 1404, Migliorati diventa papa Innocenzo VII.
Zoommiamo sui Malatesti che sono Vescovi. Il primo che s'incontra è Leale che occupa due sedi: dapprima a Pesaro (1373) e poi proprio a Rimini (1374-1400). Sono gli anni in cui il bastardino (absit iniuria verbis) Bartolomeo viene al mondo, facendo forse balenare a molti l'idea che una vita conventuale prima ed una carriera ecclesiastica garantita dalla parentela poi, potevano essere strade facilmente praticabili per non far vivere a disagio la povera creatura.
Leale ha qualcosa che lo avvicina a Bartolomeo. Leale è un figlio "spurio" di Malatesta Antico e di una non meglio precisata Giovanna, il cui nome è fatto dallo stesso Leale nel proprio testamento.
Si sa che Leale ebbe un fratello frate, come si legge in L. Tonini (IV, 1, p. 323). Fu legittimato da papa Urbano II il 5 febbraio 1363.
Nella recente "Storia della Chiesa Riminese" (II, pp. 432-433) Enrico Angiolini definisce Leale il "caratteristico cadetto avviato alla carriera ecclesiastica", mentre per Bartolomeo (Vescovo di Rimini, 1445) non esclude "il classico ruolo di figlio naturale legittimato ed avviato alla carriera ecclesiastica".

Nel 1391 Malatesta I di Pesaro è nominato Vicario pontificio della sua città. Nel 1398, per il II semestre, è eletto pure Senatore di Roma. Tre anni dopo lo vediamo aggregato tra i nobili veneziani.
Brillante iter politico registriamo anche il per il ramo riminese dei Malatesti, con quel Carlo, figlio di Galeotto I e quindi fratello del Vescovo Bartolomeo, che nel 1385 è nominato rettore di Romagna e nel 1386 gonfaloniere della Chiesa. Sarebbe troppo lungo ricordare battaglie e guerre che coinvolgono i Nostri. E che ci travolgerebbero anche attraverso semplici cenni. Le diamo per conosciute, ed amen, soltanto per ragioni di spazio.
Nel 1390 nasce da Malatesta I di Pesaro (figlio di Pandolfo II) un infante che riceve il nome del nonno e che sarà famoso nelle storie ecclesiastiche per essere stato amministratore loco Episcopi di Brescia (1414), Vescovo di Coutances in Francia (1418) e poi Arcivescovo di Patrasso dal 1424. Scompare nel 1441. Circa la sede francese, si legge in un interessante saggio disponibile sul web ("La France de 1350 a 1450", p. 125) che non è sicuro che Pandolfo si sia recato effettivamente nella sua diocesi.
Un suo fratello, Carlo (da non confondere con l'omonimo riminese), nel 1416 sposa Vittoria Colonna nipote di Martino V, papa dal 1417 al 1431. Una sorella di Vittoria, Caterina è la seconda moglie di Guidantonio di Montefeltro, la cui prima consorte era Rengarda sorella di Carlo di Rimini.
A proposito di scambi di persona, in una storia ecclesiastica francese sui vescovi di Coutances, il Pandolfo che ha quel titolo, è detto figlio di Carlo di Rimini e non di Malatesta "dei sonetti". Il celebre Broglio (Gaspare Broglio Tartaglia, Cronaca (1982 p. 32) addirittura considera l'arcivescovo di Patrasso come padre dei suoi due fratelli Carlo e Galeazzo...
Resta da ricordare l'ultimo Vescovo Malatesti, Antonio, presente a Cesena tra 1435 e 1439. Antonio, vedovo e figlio di Nicolò Filippo di Ghiaggiolo, quarto nella discendenza di Paolo, muore nello stesso 1439. Aveva scelto di assumere l'abito clericale dopo la morte della moglie, come leggiamo in "Caesena sacra", p. 39.

 

APPENDICI

Appendice A. Gli enigmi di Frate Bernardino Manzoni
Frate Bernardino Manzoni (che fu bibliotecario della Malatestiana di Cesena tra 1625 e 1626, come segnalato da A. Domeniconi [1963] e P. Errani [2009]), racconta che il nostro Bartolomeo è stato nel 1397 Vescovo di Dragonaria, indicando come fonte bibliografica un'opera dell'emiliano Pietro Ridolfi da Tossignano (1536-1601), "Historiarum Seraphicae Religionis libri tres", edito a Venezia, "apud Franciscum de Franciscis Senensem", nel 1586.
Ridolfi, nel II libro della sua opera, tratta dell'origine dei Malatesti e ricorda la presenza di Bartolomeo Malatesti a Rimini ("Custodia Foroliviensis", pp. 268-269). A p. 266 invece, sotto l'anno 1397, si ricorda un "magister Bartholomeus episcopus Dragonarie", attivo a Bologna. Non dice, Ridolfi, che sia Bartolomeo Malatesti come invece leggiamo in Manzoni.
Il quale Manzoni scrive appunto "Rodulphio teste", ovvero per testimonianza di Ridolfi, relativamente a Bartolomeo Malatesti. (Nel III libro, p. 333, incontriamo una breve biografia del ricordato Pietro Ridolfi da Tossignano.)
A questo punto se ci indirizziamo alle vicende religiose di Bologna sul finire del XIV sec., scopriamo quanto segue.
1. Nel 1382 è fatto Vescovo di Dragoneria (sì, il luogo è indicato così, e non Dragonaria) un Bartolomeo Gardini (cfr. A. Masini, "Bologna perlustrata", parte II, Bologna, Benacci, 1666, p. 82). In questa stessa fonte si legge che il 7 giugno 1390 Bartoloneo Gardini "fece la Cerimonia di porre la prima pietra per la fabrica del Maestoso nuovo Tempio di S. Petronio di Bologna". E che lo stesso Bartolomeo morì nel 1403. (La fonte è la "Cronaca" di Pietro di Mattiolo, su cui cfr. C. Albicini, "Bologna secondo la Cronaca di Pietro di Mattiolo", pp. 487-506 del II vol., III serie, "Atti e memorie della Regia Deputazione di storia patria per le province di Romagna, a. a. 1883-1884", Bologna 1884. Per l'evento relativo a S. Petronio, si veda a p. 496.)
2. Bartolomeo Gardini risulta ascritto ai Collegio dei Teologi di Bologna dal 1371, e Lettore di Sacra Teologia nell'anno 1376. Cfr. S. Mazzetti, "Repertorio di tutti i professori antichi, e moderni, della famosa università", Bologna, Tip. di S. Tommaso d'Aquino, 1848, p. 296). In Mazzetti si legge pure che Bartolomeo fu Vescovo di Dragonara dal 1382 sino al 1390.
3. È spostata a tre anni dopo l'uscita di scena del Nostro da altro autore, dove leggiamo che appunto nel 1393 Bartolomeo Vescovo di Dragoneria, è espulso a forza dal suo Vescovado, "per aver seguito il partito di Lodovico I d'Angiò". (Cfr. G. Guidicini, "Cose notabili della Città di Bologna", IX, Bologna, Compositori, 1870, p. 364.)
4. Sul cognome Gardini in Bologna, sono utili le parole di S. Mazzetti, "Repertorio" cit., p. 140: il padre Giambattista Melloni nelle sue "Memorie di San Petronio" (1784), p. 106, dubita molto di tale cognome Gardini attribuito a Bartolomeo da vari autori.
5. In Ferdinando Ughelli ("Italia sacra", VIII, Venezia, apud Sebastianum Coleti, 1721, coll. 282-283), del Vescovo francescano Bartolomeo si dice che era figlio di Pietro. La fonte di Ughelli è Francesco Alidosi, cardinale (1455-1511), autore di un testo sui Vescovi bolognesi, p. 36.
6. Circa Draconaria (che significa in latino "grotta") ma anche Dragonaria e Dragoneria, possiamo leggere in varie fonti che la diocesi della località, posta "in finibus Apuliae", era suffraganea della metropolitana di Benevento.Infine la notizia più "sconvolgente" (nel senso che rovescia tutti i discorsi del nostro Frate Manzoni) si trova nel Masini ("Bologna perlustrata", p. 82), che, come si è visto, fa scomparire il Bartolomeo Gardini nel 1403. Aldilà di tutti gli enigmi che possono circondare la biografia del Vescovo Bartolomeo prima del suo arrivo a Rimini, resta importante quanto Frate Bernardino Manzoni suggerisce circa la sua parentela con la casa Malatesti. Restano aperte molte questioni. Se il Vescovo di Rimini non è quel Benedetto morto nel 1403, dove come e quando inizia la sua carriera episcopale?
7. È da ricordare che, in un'opera uscita a Benevento presso la Stamparia Arcivescovale nel 1646, e curata da Giovanni Michele Cavalieri, il tomo primo della "Galleria de' sommi pontefici, patriarchi, arcivescovi, e vescovi dell'ordine de' predicatori", ovvero dei Domenicani, si legge (p. 250): "circa all'anno 1450" il padre Bartolomeo da Bologna fu eletto vescovo di Dragonara nella Provincia di Terradilavoro del Reame di Napoli. Un suo omonimo Bartolomeo da Bologna (p. 251) nello stesso 1450 è Vescovo di Segna in Croazia.
8. Circa Dragonara, riproduco da un saggio disponibile sul web (Gabriele Tardio, "I vescovi de Tartaglis e Macini provenienti dall'abazia nullius di San Giovanni e San Marco in Lamis nelle diocesi di Lesina, Dragonara e Minervino"): "La diocesi di Dragonara ha vissuto vicende difficili che andrebbero studiate più attentamente, perché era una nomina importante, come non ricordare il difficile caso di fra Bartolomeo da Bologna, francescano, che non riuscì ad esercitare il suo episcopato a Dragonara e a Bologna benedisse la prima pietra della basilica di san Petronio".
Tardio nella nota 25 cita varie fonti bolognesi che ricopiamo: "passando ai bolognesi Vescovi ma non Cardinali, entra innanzi a tutti Frate Bartolommeo di Pier da Bologna, dell'Ordine Francescano, Vescovo di Dragonara nel Regno di Napoli dal 1380 al 1390. Fu questi che pose la prima pietra nelle fondamenta della Chiesa di san Petronio in sua patria, dove predicò ed ufficiò sino al 1403, che passò di vita: ed ebbe sepolcro in san Francesco." Salvatore Muzzi, Annali della citta` di Bologna, dalla sua origine al 1796, Bologna 1843, p. 274. "Bologna 7. Giugno (1390.) Il Rev. Fra Bartolommeo Vescovo di Dragonara (22) cantò una solennissima Messa in S. Pietro e in quella benedisse una bella pietra lavorata con l'armi del comune di Bologna, per cominciare di fondare la chiesa nova di s. Petronio e così fu portata alla piazza dove si dovea fare detta chiesa processionalmente.... Dal Lib. II. Provis. fol. 77 (in Archiv. Pub.) abbiamo, che l'anno 1393, a dì 23. Aprile si fece decreto da Magistrati della Città di assegnar al Rev. Bartolommeo di Dragonara Cittadino Bolognese espulso dalla sua Diocesi, ed interdettegli l'entrate sue, lire sessanta d'argento annue per la Messa da celebrarsi tre volte almeno la settimana, pregandolo ad assistere al popolo colla divina parola, e con promessa del primo Benefizio, che fosse per vacare in detta Chiesa: levandogli in quel caso la provvisione delle lire 60. Similmente dal Lib. 9. Introit. & Expens. del Convento di S. Francesco fol. 167, sotto l'anno 1393 7 Settembre abbiamo, che il Vescovo di Dragonaria predicava in Piazza per raccoglier limosine per la fabbrica di S. Petronio. Dragonara, secondo il Baudrand, urbe fuit parva Regni Neapolitani in Provincia Capitanata Episcopalìs sub Archiepiscopo Beneventano, nunc exeisa jacens, e tantum tenuis Vicus, Dragonara dictus, sed Episcopatus suppressut fuit, e Cathedralis Ecclesìa ad ruralem Archipresbyteratum redacta, unita ad Episcopatui S. Severi, teste Ughellio". Giovambattista Melloni, Atti o memorie degli uomini illustri in santità nati o morti in Bologna, Bologna 1786, p. 401 e s.".
Da Giovambattista Melloni, "Atti o memorie degli uomini illustri in santità nati o morti in Bologna", Bologna 1786, p. 401 e s., sono poi ripresi nel testo questi passi, anch'essi da ricordare: "Note sono le vicende di quei tempi torbidissimi: lo scisma dell'Antipapa Clemente, l'occupazione di Napoli, fatta coll'assenso d'Urbano VI dal Re Carlo, appellato dalla Pace, nipote del Re d'Ungheria; l'investitura del medesimo Regno di Napoli, conceduta dall'Antipapa Clemente a Lodovico Duca d'Angiò Zio del Re di Francia, adottato prima per figliuolo da Giovanna Regina di Napoli; le aperte nemicizie, che pattarono tra papa Urbano ed il predetto Re Carlo; la ribellione de' Napoletani, che ricevettero in Napoli Lodovico figlio del predetto Lodovico d'Angiò, coronato Re dall'Antipapa: nelle quali circostanze costretto fu il detto Vescovo a partirti dalla sua Chiesa di Dragonara, e tornarsene a Bologna. Qui egli esercitò diverse funzioni Vescovili, riferite nella Cronaca dal detto D. Pietro di Mattiolo Fabro".9. Sui cronisti bolognesi del Medio Evo, on line è disponibile l'interessante tesi di laurea di Flavia Gramellini (Università di Bologna) su "Le antichità di Bologna di Bartolomeo della Pugliola".


Appendice B. Un errore austriaco del 1912
Enea Silvio Piccolomini, nelle lettere pubblicate a Vienna da Rudolf Wolkan nelle "Fontes Rerum Austriacarum" (vol. LXVII, 1912), cita un "Malatesta quidam ex ordine auditorum" che nel 1447 fa il sermone funebre per papa Eugenio IV (p. 254).A tenere un secondo sermone è il Cardinale di Bologna, ovvero quel Tomaso Parentucelli di Sarzana che succede ad Eugenio IV stesso, con il nome di Niccolò V.
In una pagina precedente (179) per eventi relativi al 1433 Piccolomini cita il Vescovo di Rimini che, erroneamente, nell'indice è identificato in Bartolomeo Malatesti (p. 287).
Il Vescovo di Rimini del 1433 è Girolamo Leonardi, frate dell'ordine degli agostiniani. Del Vescovo Leonardi ha scritto E. Angiolini nella recente "Storia della Chiesa Riminese" (II, p. 438), che, di estrazione riminese, fu "di rinomata cultura teologica ma anche [...] diplomatico della cerchia di Carlo Malatesti". La precisazione su Carlo Malatesti torna utile al discorso su Bartolomeo il quale era fratellastro di Carlo.
Il passo più interessante di Piccolomini nelle "Fontes Rerum Austriacarum", è a p. 165, dove si ricorda l'azione svolta per conto della Chiesa da Carlo Malatesti al Concilio di Costanza, e si definisce lo stesso Carlo "uomo di singolare prudenza".


Appendice C. Bernardino Manzoni contestato nel 1922
Frate Bernardino Manzoni, nel suo "Caesena Sacra" (Massa e De Laudis, Pisa 1643, I, p. 72) scrive che Bartolomeo Malatesti è "Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater".
Questa notizia è infondata, secondo Aldo Francesco Massera (curatore nel 1922 delle "Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV", tomo XV, 2 di "Rerum Italicarum Scriptores").
Il motivo è spiegato da Massera nella nota 1 di pagina 105: "nessuno dei Malatesti di Sogliano portò il nome di Pandolfo per tutto il secolo XIV e il XV"; inoltre "il titolo comitale fu concesso loro solo nel 1480". Insomma ci troveremmo di fronte ad una specie di invenzione del Frate Manzoni. Massera avrebbe potuto verificare la fondatezza della fonte Manzoni, attraverso Luigi Tonini ("Storia di Rimini", IV, 1, Albertini, Rimini 1880, pp. 351-356).
Ricapitoliamo. Quando Bonifacio IX concede i Vicariati ai Malatesti figli di Galeotto I, Cesena tocca a Carlo Pandolfo (Carlo) detto pure Conte di Sogliano. A Sogliano, il quinto Signore Malatesta VIII scompare nel 1380. La di lui vedova, Agnesina, nel 1389 sposa Bertolaccio Mainardi (cfr. A. Delvecchio, "Le donne dei Malatesti di Cusercoli e Valdoppio" ne "Le Donne di casa Malatesti" a cura di A. Falcioni, Rimini 2005, p. 663), affidando la tutela del figlio Giovanni nato attorno al 1374 ["Non può esser nato più tardi del 1374", L. Tonini, "Storia di Rimini", IV, 1, p. 356] ad un cittadino di Sogliano.
Bertolaccio Mainardi è stato podestà di Rimini tra 1381 e 1382, scrive ancora L. Tonini (ib., p. 355).
Quindi con il giovane Giovanni, Sogliano è messa sotto tutela del patrizio cesenate Carlo Pandolfo Malatesti, detto da Bernardino Manzoni "Conte di Sogliano". La notizia non è inventata come suppone Massèra, ma rimanda al quadro complessivo descritto ieri da Tonini, ed oggi ben narrato da Delvecchio.
Infine, nel II vol. della "Istoria di Romagna" di Vincenzo Carrari (1539-1596), edito da U. Zaccarini nel 2009, a p. 34 si legge che sul finire del 1300 il Castello di Sogliano obbediva al Comune di Cesena. Per il contesto esclusivamente cesenate, si può leggere Scipione Chiaramonti, “Caesenae historia…”, Neri, Cesena 1641. (pp. 687-689).


Appendice D. Poggio Bracciolini
Il nome di Bartolomeo Malatesti è richiamato in un'opera di Poggio Bracciolini, "Contra hypocritas" (apparsa nel 1449), nel cui finale troviamo un'invettiva violenta diretta appunto al vescovo di Rimini, citando la sua morte recente.
Bartolomeo scompare il 5 giugno 1448, per cui gli studiosi datano il testo di Bracciolini a qualche mese dopo.
Bartolomeo è accusato di aver introdotto ridicole innovazioni nella cancelleria riminese (cfr. Ernst Walser, "Poggius Florentinus Leben und Werke", Leipzig 1914, nota 1, p. 244).
Qui si ricorda una lettera di Poggio diretta al veneziano Pietro Tommasi l'11 novembre 1447, in cui troviamo: "Nunc adversus ypocritas calamum sumpsi ad exagitandam eiusmodi hominum perversitatem". (Tommasi è figura celebre per i suoi studi medici e letterari: cfr. F. M. Colle, "Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova", III, Tipografia della Minerva, Padova 1825, p. 232.)
Scriveva Maria Luisa Gengaro (1907-1985) che l'attacco a Bartolomeo Malatesti è dovuto al fatto che il vescovo aveva limitato lo stipendio di Poggio, allora presente alla corte di Rimini (cfr. p. 155 di "Paideia", 2-3, 1947).
In numerose altre fonti bibliografiche si citano i rapporti burrascosi tra Poggio e Bartolomeo Malatesti (cfr. ad esempio i "Saggi sull'Umanesimo" di S. F. Di Zenzo, 1967, p. 29).


NOTE bibliografiche.
Il testo indicato come "Mazzatini, p. 325", è un documento pubblicato sempre in maniera erronea. Esso è contenuto nel volume di Giuseppe Mazzatinti (1855-1906), "Gli archivi della storia d'Italia, I e II", apparso presso la casa editrice Licinio Cappelli di Rocca San Casciano nel 1897-1898 (nuova edizione presso Georg Olms Verlag, Hildesheim 1988).
Si tratta di un documento proveniente da Roma, come alla p. 322 dello stesso volume si precisa, riportando un brano del prof. Giuseppe Castellani che qui riproduciamo: "Mons. Gaetano Marini, profittando della carica di Prefetto degli Archivi apostolici del Vaticano, arricchì l'Archivio Comunale di Santarcangelo di Romagna, sua patria, della copia di una serie numerosissima di documenti, la maggior parte inediti, che si riferiscono alta storia del Comune di s. Arcangelo, o de' suoi cittadini, o delle terre e castelli che facevano parte del suo Vicariato".
In esso si trova la data del 4 gennaio 1391 per il rinnovo dei vicariati da parte di Bonifacio IX ai figli di Galeotto I. Tale data è sempre apparsa come 3 gennaio.
Sulla cit. da G. Castellani, si veda il suo "Il duca Valentino. Due documenti inediti", in "Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia patria per le province di Romagna", serie III, XIV (1896), pp. 76-79. La cit. è presa da p. 76.
I testi di Anna Falcioni sono contenuti nel DBI (Volume 68, passim, 2007).
Il saggio "Parole e omissioni" di N. Gardini si legge ne “la Repubblica” del 29 agosto 2013 come anticipazione dell'intervento previsto al Festival della Mente di Sarzana per il 31 agosto successivo.

 

Aggiornamento, 26.09.2013


Repost 0
Published by antonio montanari - dans Malatesti
commenter cet article
29 août 2013 4 29 /08 /août /2013 17:16

Enea Silvio Piccolomini, nelle lettere pubblicate a Vienna da Rudolf Wolkan nelle "Fontes Rerum Austriacarum" (vol. LXVII, 1912), cita un "Malatesta quidam ex ordine auditorum" che nel 1447 fa il sermone funebre per papa Eugenio IV (p. 254).
A tenere un secondo sermone è il Cardinale di Bologna, ovvero quel Tomaso Parentucelli di Sarzana che succede ad Eugenio IV stesso, con il nome di Niccolò V.

In una pagina precedente (179) per eventi relativi al 1433 Piccolomini cita il Vescovo di Rimini che, erroneamente, nell'indice è identificato in Bartolomeo Malatesti (p. 287).
Il Vescovo di Rimini del 1433 è Girolamo Leonardi, frate dell'ordine degli agostiniani.
Del Vescovo Leonardi ha scritto E. Angiolini nella recente "Storia della Chiesa Riminese" (II, p. 438), che, di estrazione riminese, fu "di rinomata cultura teologica ma anche [...] diplomatico della cerchia di Carlo Malatesti". La precisazione su Carlo Malatesti torna utile al discorso su Bartolomeo il quale era fratellastro di Carlo.
Bartolomeo nasce prima del 1385, quando è Vescovo di Rimini Leale Malatesti (1374-1400). Forse non è fuori di luogo ipotizzare una guida di Leale nei confronti di Bartolomeo. Leale era, come scrive Angiolini nella stessa opera (p. 432), fratello del Vicario pontificio appena defunto, ovvero Pandolfo II (+1373), nipote del vicario del tempo (Galeotto I che è il padre di Bartolomeo Vescovo). Galeotto I muore nel 1385, gli succede il figlio Carlo (1385-1429).

Ma il passo più interessante di Piccolomini nelle "Fontes Rerum Austriacarum", è a p. 165, dove si ricorda l'azione svolta per conto della Chiesa da Carlo Malatesti al Concilio di Costanza, e si definisce lo stesso Carlo "uomo di singolare prudenza".

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Malatesti
commenter cet article
25 août 2013 7 25 /08 /août /2013 10:52

L'unica fonte biografica di Bartolomeo vescovo di Rimini, è in Frate Bernardino Manzoni, (cfr. "Caesena Sacra", Pisa 1643, I, p. 72) che suggerisce una parentela mai ripresa dagli studiosi.
Lo abbiamo già osservato nella pagina dedicata a questo Vescovo, ricordato in tutte le storie della città e del Tempio di Sigismondo Pandolfo come un personaggio senza storia.

Frate Bernardino Manzoni racconta pure che il nostro Bartolomeo è stato nel 1397 Vescovo di Dragonaria, indicando come fonte bibliografica un'opera dell'emiliano Pietro Ridolfi da Tossignano (1536-1601), "Historiarum Seraphicae Religionis libri tres", edito a Venezia, "apud Franciscum de Franciscis Senensem", nel 1586.
Ridolfi, nel II libro della sua opera, tratta dell'origine dei Malatesti e ricorda la presenza di Bartolomeo Malatesti a Rimini ("Custodia Foroliviensis", pp. 268-269).
A p. 266 invece, sotto l'anno 1397, si ricorda un "magister Bartholomeus episcopus Dragonarie", attivo a Bologna. Non dice, Ridolfi, che sia Bartolomeo Malatesti come invece leggiamo in Manzoni. Il quale Manzoni scrive appunto "Rodulphio teste", ovvero per testimonianza di Ridolfi, relativamente a Bartolomeo Malatesti. (Nel III libro, p. 333, incontriamo una breve biografia del ricordato Pietro Ridolfi da Tossignano.)

 


A questo punto se ci indirizziamo alle vicende religiose di Bologna sul finire del XIV sec., scopriamo quanto segue.

1. Nel 1382 è fatto Vescovo di Dragoneria (sì, il luogo è indicato così, e non Dragonaria) un Bartolomeo Gardini (cfr. A. Masini, "Bologna perlustrata", parte II, Bologna, Benacci, 1666, p. 82).
In questa stessa fonte si legge che il 7 giugno 1390 Bartoloneo Gardini "fece la Cerimonia di porre la prima pietra per la fabrica del Maestoso nuovo Tempio di S. Petronio di Bologna". E che lo stesso Bartolomeo morì nel 1403. (La fonte è la "Cronaca" di Pietro di Mattiolo, su cui cfr. C. Albicini, "Bologna secondo la Cronaca di Pietro di Mattiolo", pp. 487-506 del II vol., III serie, "Atti e memorie della Regia Deputazione di storia patria per le province di Romagna, a. a. 1883-1884", Bologna 1884. Per l'evento relativo a S. Petronio, si veda a p. 496.)

2. Bartolomeo Gardini risulta ascritto ai Collegio dei Teologi di Bologna dal 1371, e Lettore di Sacra Teologia nell'anno 1376. Cfr. S. Mazzetti, "Repertorio di tutti i professori antichi, e moderni, della famosa università", Bologna, Tip. di S. Tommaso d'Aquino, 1848, p. 296). In Mazzetti si legge pure che Bartolomeo fu Vescovo di Dragonara dal 1382 sino al 1390.

3. È spostata a tre anni dopo l'uscita di scena del Nostro da altro autore, dove leggiamo che appunto nel 1393 Bartolomeo Vescovo di Dragoneria, è espulso a forza dal suo Vescovado, "per aver seguito il partito di Lodovico I d'Angiò". (Cfr. G. Guidicini, "Cose notabili della Città di Bologna", IX, Bologna, Compositori, 1870, p. 364.)

4. Sul cognome Gardini in Bologna, sono utili le parole di S. Mazzetti, "Repertorio" cit., p. 140: il padre Giambattista Melloni nelle sue "Memorie di San Petronio" (1784), p. 106, dubita molto di tale cognome Gardini attribuito a Bartolomeo da vari autori.

5. In Ferdinando Ughelli ("Italia sacra", VIII, Venezia, apud Sebastianum Coleti, 1721, coll. 282-283), del Vescovo francescano Bartolomeo si dice che era figlio di Pietro. La fonte di Ughelli è Francesco Alidosi, cardinale (1455-1511), autore di un testo sui Vescovi bolognesi, p. 36.

6. Circa Draconaria (che significa in latino "grotta") ma anche Dragonaria e Dragoneria, possiamo leggere in varie fonti che la diocesi della località, posta "in finibus Apuliae", era suffraganea della metropolitana di Benevento.
Infine la notizia più "sconvolgente" (nel senso che rovescia tutti i discorsi del nostro Frate Manzoni) si trova nel Masini ("Bologna perlustrata", p. 82), che, come si è visto, fa scomparire il Bartolomeo Gardini nel 1403.
Aldilà di tutti gli enigmi che possono circondare la biografia del Vescovo Bartolomeo prima del suo arrivo a Rimini, resta importante quanto Frate Bernardino Manzoni suggerisce circa la sua parentela con la casa Malatesti. Restano aperte molte questioni. Se il Vescovo di Rimini non è quel Benedetto morto nel 1403, dove come e quando inizia la sua carriera episcopale?

7. È da ricordare che, in un'opera uscita a Benevento presso la Stamparia Arcivescovale nel 1646, e curata da Giovanni Michele Cavalieri, il tomo primo della "Galleria de' sommi pontefici, patriarchi, arcivescovi, e vescovi dell'ordine de' predicatori", ovvero dei Domenicani, si legge (p. 250): "circa all'anno 1450" il padre Bartolomeo da Bologna fu eletto vescovo di Dragonara nella Provincia di Terradilavoro del Reame di Napoli. Un suo omonimo Bartolomeo da Bologna (p. 251) nello stesso 1450 è Vescovo di Segna in Croazia.

 


8. Circa Dragonara, riproduco da un saggio disponile sul web (Gabriele Tardio, "I vescovi de Tartaglis e Macini provenienti dall'abazia nullius di San Giovanni e San Marco in Lamis nelle diocesi di Lesina, Dragonara e Minervino"): "La diocesi di Dragonara ha vissuto vicende difficili che andrebbero studiate più attentamente, perché era una nomina importante, come non ricordare il difficile caso di fra Bartolomeo da Bologna, francescano, che non riuscì ad esercitare il suo episcopato a Dragonara e a Bologna benedisse la prima pietra della basilica di san Petronio".
Tardio nella nota 25 cita varie fonti bolognesi che ricopiamo: "passando ai bolognesi Vescovi ma non Cardinali, entra innanzi a tutti Frate Bartolommeo di Pier da Bologna, dell'Ordine Francescano, Vescovo di Dragonara nel Regno di Napoli dal 1380 al 1390. Fu questi che pose la prima pietra nelle fondamenta della Chiesa di san Petronio in sua patria, dove predicò ed ufficiò sino al 1403, che passò di vita: ed ebbe sepolcro in san Francesco.” Salvatore Muzzi, Annali della citta` di Bologna, dalla sua origine al 1796, Bologna 1843, p. 274. “Bologna 7. Giugno (1390.) Il Rev. Fra Bartolommeo Vescovo di Dragonara (22) cantò una solennissima Messa in S. Pietro e in quella benedisse una bella pietra lavorata con l’armi del comune di Bologna, per cominciare di fondare la chiesa nova di s. Petronio e così fu portata alla piazza dove si dovea fare detta chiesa processionalmente…. Dal Lib. II. Provis. fol. 77 (in Archiv. Pub.) abbiamo, che l'anno 1393, a dì 23. Aprile si fece decreto da Magistrati della Città di assegnar al Rev. Bartolommeo di Dragonara Cittadino Bolognese espulso dalla sua Diocesi, ed interdettegli l'entrate sue, lire sessanta d'argento annue per la Messa da celebrarsi tre volte almeno la settimana, pregandolo ad assistere al popolo colla divina parola, e con promessa del primo Benefizio, che fosse per vacare in detta Chiesa: levandogli in quel caso la provvisione delle lire 60. Similmente dal Lib. 9. Introit. & Expens. del Convento di S. Francesco fol. 167, sotto l'anno 1393 7 Settembre abbiamo, che il Vescovo di Dragonaria predicava in Piazza per raccoglier limosine per la fabbrica di S. Petronio. Dragonara, secondo il Baudrand, urbe fuit parva Regni Neapolitani in Provincia Capitanata Episcopalìs sub Archiepiscopo Beneventano, nunc exeisa jacens, e tantum tenuis Vicus, Dragonara dictus, sed Episcopatus suppressut fuit, e Cathedralis Ecclesìa ad ruralem Archipresbyteratum redacta, unita ad Episcopatui S. Severi, teste Ughellio”. Giovambattista Melloni, Atti o memorie degli uomini illustri in santità nati o morti in Bologna, Bologna 1786, p. 401 e s.".
Da Giovambattista Melloni, "Atti o memorie degli uomini illustri in santità nati o morti in Bologna", Bologna 1786, p. 401 e s., sono poi ripresi nel testo questi passi, anch'essi da ricordare: "Note sono le vicende di quei tempi torbidissimi: lo scisma dell'Antipapa Clemente, l’occupazione di Napoli, fatta coll’assenso d'Urbano VI dal Re Carlo, appellato dalla Pace, nipote del Re d'Ungheria; l'investitura del medesimo Regno di Napoli, conceduta dall'Antipapa Clemente a Lodovico Duca d'Angiò Zio del Re di Francia, adottato prima per figliuolo da Giovanna Regina di Napoli; le aperte nemicizie, che pattarono tra papa Urbano ed il predetto Re Carlo; la ribellione de' Napoletani, che ricevettero in Napoli Lodovico figlio del predetto Lodovico d'Angiò, coronato Re dall'Antipapa: nelle quali circostanze costretto fu il detto Vescovo a partirti dalla sua Chiesa di Dragonara, e tornarsene a Bologna. Qui egli esercitò diverse funzioni Vescovili, riferite nella Cronaca dal detto D. Pietro di Mattiolo Fabro".

9. Sui cronisti bolognesi del Medio Evo, on line è disponibile l'interessante tesi di laurea di Flavia Gramellini (Università di Bologna) su "Le antichità di Bologna di Bartolomeo della Pugliola".

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Malatesti
commenter cet article
25 août 2013 7 25 /08 /août /2013 08:38

Scopriamo il suo albero genealogico.
Bartolomeo Malatesti.
Vescovo di Rimini
dal 9 giugno 1445 al 5 giugno 1448

 


1397. Frate Bernardino Manzoni, Inquisitore Pisano (ma soprattutto bibliotecario della Malatestiana di Cesena tra 1625 e 1626, come segnalato da A. Domeniconi [1963] e P. Errani [2009]), nel suo "Caesena Sacra" (Pisa 1643, I, p. 72) ricorda che nel 1397 Bartolomeo Malatesti, "Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater" ed "ordinis Minorum Conventualium professus", è consacrato vescovo di Dragonaria (su questo dato, vedi la pagina "Enigmi").

Di Pandolfo Malatesti, fratello di Bartolomeo, si precisa che "anno 1391 Patricius, Consiliarusque Caesenaticenis Urbis erat".
Dal 4 gennaio 1391 i fratelli "Carlo Pandolfo Malatesta e Galeotto di Galeotto Malatesti" sono vicari di Cesena (Mazzatini, p. 325).
Quindi Bartolomeo Malatesti è pure lui figlio di Galeotto I (+1385), nato da Pandolfo I, figlio di Malatesta da Verucchio.
Sulla genealogia del vescovo Bartolomeo nulla scrivono Clementini ("Non ho trovato a chi fosse figliolo […] né donde discenda", II, p. 340) e L. Tonini ("pressoché ignoto", V, l, pp. 617-618).

 


Il testo appena indicato come "Mazzatini, p. 325", è un documento pubblicato sempre in maniera erronea. Esso è contenuto nel volume di G. Mazzatinti "Gli archivi della storia d'Italia, I e II", apparso presso la casa editrice Licinio Cappelli di Rocca San Casciano nel 1897-1898 (nuova edizione presso Georg Olms Verlag, Hildesheim1988).
Si tratta di un documento proveniente da Roma, come alla p. 322 dello stesso volume si precisa, riportando un brano del prof. Giuseppe Castellani che qui riproduciamo: "Mons. Gaetano Marini, profittando della carica di Prefetto degli Archivi apostolici del Vaticano, arricchì l'Archivio Comunale di Santarcangelo di Romagna, sua patria, della copia di una serie numerosissima di documenti, la maggior parte inediti, che si riferiscono alta storia del Comune di s. Arcangelo, o de' suoi cittadini, o delle terre e castelli che facevano parte del suo Vicariato".
In esso si trova la data del 4 gennaio 1391 per il rinnovo dei vicariati da parte di Bonifacio IX ai figli di Galeotto I. Tale data è sempre apparsa come 3 gennaio.

 


Sulla cit. da G. Castellani, si veda il suo "Il duca Valentino. Due documenti inediti", in "Atti e Mem. della R. Deput. di Storia patria per le prov. di Romagna", serie III, XIV (1896), pp. 76-79. La cit. è presa da p. 76.

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Malatesti
commenter cet article
9 août 2013 5 09 /08 /août /2013 15:29

Su Leale Malatesti, Vescovo di Pesaro (1373) e di Rimini (1374-1400), presentiamo altre notizie.
Giuseppe Garampi, nelle “Memorie ecclesiastiche appartenenti all'istoria e al culto della B. Chiara di Rimini”, Roma 1755 (pp. 523-524), ricorda, a proposto del Nostro, che "non occorre più dubitare, ch’egli nascesse da questa insigne famiglia, dacché il Zabarella, che visse poco dopo, ci assicura esser egli stato de domo Magnifica de Malatestis (Consilior. num 131). Fu egli pertanto figliuol naturale di Malatesta de’ Malatesti, e legittimato da Urbano V nell’A. 1363". [Reg. de Curia an. I ep. 68].
Lo Zabarella di cui parla Garampi, è un personaggio di rilievo nella storia della Chiesa. Nato nel 1360 a Piove di Sacco, morì nel 1417 a Costanza, durante quel famoso Concilio a cui partecipò pure Carlo Malatesti.
Su Carlo altrove (vedi Rimini.Europa) abbiamo già annotato che, sia al Concilio di Pisa sia a quello di Costanza, s'impone come mediatore fermo ma aperto alle altrui ragioni, oltre che sottile analista e dotto polemista.
Zabarella, Vescovo di Firenze nel 1410, l’anno dopo è nominato Cardinale. Il testo suo da cui cita Garampi, è il celebre “Consilia” edito a Venezia nel 1581.
Qui nel cap. XXXI troviamo quanto riportato da Garampi, ovvero quel "de domo Magnifica de Malatestis" (p. 126v).

Antonio Montanari

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Malatesti
commenter cet article
2 août 2013 5 02 /08 /août /2013 16:22

"Per chi ha qualche ricordo un po' in là nel tempo, sa che l'estate non ha mai portato troppi consigli alla politica ed ai politici. Anzi. Che cosa accadde, ad esempio, un due agosto alla stazione di Bologna? Un 4 agosto, ci fu la strage dell'Italicus.
Prima di un ferragosto un partito di destra inonda l'Italia con un manifesto beneaugurante. Dieci giorni dopo, a Torino la magistratura scopre il "golpe bianco" di Edgardo Sogno con il sostegno della loggia P2 di Licio Gelli, e previsto appunto per  ferragosto. Con l'intervento dei militari si voleva realizzare una repubblica presidenziale. Era il 1974.
Dobbiamo andare in vacanza con l'incubo che il passato ritorni?


6a00d8345217d369e20120a51cfafd970c-320wi.jpg

[Dal blog che pubblicavo nella sezione politica della "Stampa" di Torino. 29 luglio 2008. Anno III, post n. 236 (613), riprodotto anche in questo blog.]


Agli articoli del 2009 in "Diario italiano".


Repost 0
Published by antonio montanari - dans Informazione
commenter cet article
30 juillet 2013 2 30 /07 /juillet /2013 17:32

Il mio 1943 è quello di un bambino di pochi mesi (sono nato alla fine dell'agosto precedente), che ne ha avuto contezza attraverso i racconti di famiglia.
Diceva mia madre Maddalena Nozzoli che gentilmente a casa nostra, in Palazzo Lettimi, posto al centro della città a due passi dal Tempio di Sigismondo Malatesti, in quel gennaio arrivò la polizia politica a perquisire l'abitazione, in relazione all'arresto di suo fratello Guido, preso a Bologna, dove svolgeva servizio militare.
L'imputazione era di attività sovversiva mediante la distribuzione di volantini intitolati "Non credere, non obbedire, non combattere". Aveva fatto la spia un amico o conoscente, di cui ho saputo soltanto che Guido una volta lo incontrò a Roma in un bar, lo guardò fisso in volto, e quello si mise a tremare rovesciandosi addosso il caffellatte che stava sorseggiando. Parole dello stesso Guido.
(L'espressione "ho avuto contezza", era un modo tipico di esprimersi dello zio, non una stravaganza mia.)
Tra i capi d'imputazione, oltre al reato di "attività politica contraria al regime", c'era pure quello di essere detentore di libri proibiti dal regime, come il "Tallone di ferro" di London o "La madre" di Gor'kij, libri che peraltro "venivano venduti anche sulle bancarelle". Lo raccontò lui stesso in una manifestazione intitolata "Autobiografia di una generazione", i cui atti con lo stesso titolo sono stati poi pubblicati a stampa (1983).
Talora, quando compro qualche libro alquanto compromettente, come quelli un po' scottanti di Storia passata o recente, mi viene da pensare a quell'imputazione, al fatto che potremmo anche noi essere accusati di leggere testi non graditi al Potere politico.

Fonte di questa pagina: un mio articolo del settimanale "il Ponte" (09.12.1990), ed il volume "I giorni dell'ira".

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article