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24 juillet 2013 3 24 /07 /juillet /2013 16:28

Il 18 luglio l'ultima sfilata dei giovani fascisti percorre le vie di Rimini, con inni e discorsi. La banda della GIL intona gli inni della patria e della rivoluzione. La solita musica. Che stava per cambiare. I primi manifesti antifascisti apparsi nel giugno '43 nelle sale d'aspetto delle stazioni ferroviarie fra Rimini e Imola, sono nati nelle riunioni della parrocchia di San Nicolò fra Ercole Tiboni, Renato Zangheri e don Angelo Campana, insegnante di Religione al liceo classico. Tiboni diventerà socialista, Zangheri comunista. Oggetto degli incontri, ha ricordato Vincenzo Cananzi, erano temi vari: "dal significato della democrazia, al valore dell'economia di mercato, dai rapporti fede e politica alla liceità della ribellione ai regimi totalitari, dalle differenze ideologiche tra i vari partiti politici ai mutamenti da introdurre nell'economia al termine della guerra".

"Qualcosa allora aveva cominciato a muoversi nel sottosuolo della città, sia pure impercettibilmente", ha scritto Faenza raccontando il periodo tra la fine del '42 e l'inizio del '43: "Alcuni giovani, toccati dalla resistenza armata russa e dalla sua capacità controffensiva a Stalingrado, avevano cercato contatti con elementi antifascisti. Altri giovani tra cui lo Zangheri, allora attento lettore di scritti tomistici, si erano invece interessati agli incontri di studio sulla dottrina sociale della Chiesa e sul pensiero di don Sturzo, presso la Fuci di via Bonsi, a cui era presente l'ex popolare Giuseppe Babbi e qualche volta Benigno Zaccagnini".

A Rimini "c'erano poi i ragazzi sfollati dalle città del Nord. Un centinaio circa, disseminati per le varie scuole e nei due licei. Costoro avevano portato con sé, nelle classi, un'atmosfera diversa, il clima del dramma delle loro città che poteva per essi volgersi in tragedia, ma che intanto imponeva agli altri, anche ai meno sensibili, una pausa di riflessione, scuotendoli da una sonnolenta atmosfera provinciale".

Zangheri, che nella primavera del '43 organizza la lettura di un dattiloscritto che riproduce la vita di Gramsci scritta da Togliatti, a diciassette anni nel 1942 ha collaborato al periodico studentesco fascista riminese Testa di Ponte scrivendo contro "i vigliacchi di pensiero e dell'azione". Ma ha pure polemizzato con Glauco Jotti portavoce di quegli squadristi a cui prudevano le mani e stavano in attesa di un semplice ordine per usare il manganello: "Assaltiamo per ora noi stessi […] perché ognuno ha le sue colpe, e se qualcosa vi è ancora di lercio nella nostra coscienza, togliamolo".

A Testa di Ponte ha collaborato anche Sergio Zavoli: "Oggi più di ieri abbiamo bisogno di scuotere i famosi "montoni belanti", "pecore rognose"… Attorno a te c'è ancora troppa gente che non sa e non è degna di vivere questo grande momento… Deve essere dato a tutti il privilegio di ‘vivere' e ‘vincere'. Con ogni mezzo". In un altro suo articolo si legge: "Io non sono psicologo: pure con la fiducia nelle nostre idee e in quelle delle generazioni capaci di comprenderci, arriveremo!".

La tragedia della guerra, con la constatazione di quanto fosse stato illusorio il sogno di un conflitto rapido e con la scoperta di un'impreparazione militare che andava a scontrarsi con i miti del guerriero fascista, costringe ad una scelta i ragazzi allevati al canto di Giovinezza. Sono studenti, operai, contadini. Le documentazioni storiche limitano spesso il discorso a quel gruppo di giovani, quasi sempre intellettuali, che hanno potuto e saputo riproporre le vicende della guerra, attraverso scritti ed interventi. Per gli altri basta riandare alle cronache dolorose di quei mesi tra '43 e '44, ed allora ritroviamo accanto ad un professore di scuola media come il santarcangiolese Rino Molari, il ferroviere di Rimini Walter Ghelfi, entrambi fucilati a Fossoli nel luglio '44 assieme ad Edo Bertaccini di Coriano, capitano dell'ottava brigata Garibaldi.

La contestazione, tra serietà di un impegno politico che s'affacciava pallido nell'ansietà giovanile e goliardate che avevano mosso alcuni nelle occasioni ufficiali del regime, diventa opposizione, sacrificio personale, rischio della lotta. È la guerra. La guerra civile. Compagni delle stesse classi e nelle stesse adunate si ritrovano nemici su barricate opposte. Le strade si sono divise.

[Pagina tratta dal cap. II de "I giorni dell'ira. Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino".] 

Alle 22.45 del 25 luglio 1943 l'Eiar trasmette la notizia della caduta di Mussolini. Il duce è stato arrestato alle 17 all'uscita da un breve colloquio con Vittorio Emanuele III a Villa Savoia sulla via Salaria. Fatto salire dai regi carabinieri a bordo di un'ambulanza, è trasferito a Ponza, poi tradotto alla Maddalena ed a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Quel pomeriggio tra i soldati ignari trasportati all'improvviso dalla Cecchignola a presidiare l'immenso parco di Villa Savoia, c'era il romagnolo Gino Pilandri. La mattina dopo, ha ricordato Pilandri a Bruno Ghigi, il re "piccolo, traballante, sorretto da due ufficiali perché non scivolasse nell'erba", andò a distribuire tavolette di cioccolata ai militari rimasti in servizio per tutta l che "non sapeva darsi pace", ben noto in città.

La stessa mattina alcuni sammarinesi s'incontrano a Rimini nello studio del dentista dottor Alvaro Casali, allo scopo di organizzare una manifestazione per indurre il governo di San Marino alle dimissioni. Tra 27 e 28 luglio sono arrestati alcuni esponenti del fascismo riminese: Giuffrida Platania, Perindo Buratti, Eugenio Lazzarotto, Giuseppe Betti e Valerio Lancia (che era stato anche il federale della città). Li libereranno i tedeschi il 13 settembre. Racconterà Buratti: "Il 27 o 28 luglio del '43 andai a Roma. Mi accompagnai col capitano dei carabinieri Bracco che da Rimini era stato trasferito a Roma… Quando, dopo una decina di giorni, tornai, il mio amico e fascista Motta, commissario di PS mandò un agente a casa mia -abitavo in piazza Malatesta- a vedere se c'ero. E poiché c'ero mi mandò a dire che andassi da lui. Non temessi: era un amico e un fascista. E mi mise in galera. Per protezione, mi disse". 

Qualche altro personaggio in vista cerca raccomandazioni per il futuro, presso gli antifascisti. È il caso dell'avv. Salvatore Corrias, dell'Istituto di Cultura fascista, che va a trovare il socialista Mario Macina, padre di quell'Ennio picchiato quattro anni prima dal pugile Benito Totti per aver denigrato il passo romano con movenze frivole. Corrias è il primo a fare discorsi antifascisti in piazza.

Otto settembre, tutti a casa. Qualcuno organizza la resistenza ai nazifascisti, come Carlo Capanna, uno studente riminese dell'Accademia aeronautica di Forlì, che se ne scappa a Meldola con un fucile, una pistola ed un grosso pacco di caricatori per il fucile. Il 10 settembre, giorno dell'occupazione tedesca di Roma, a Rimini due autocarri-radio dei nazisti s'installano in piazza Giulio Cesare. L'11 una pattuglia di motociclisti germanici giunge sul piazzale della nostra stazione ferroviaria. Il 12 alcuni reparti nazisti presidiano i punti nevralgici della città. I Comandi tedeschi occupano i migliori alberghi.

Lo stesso giorno la prefettura di Forlì pubblica un bando del Feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante in capo tedesco in Italia, che segna la resa italiana ai nazisti: "Il territorio dell'Italia a me sottoposta è dichiarato territorio di guerra. In esso sono valide le leggi tedesche di guerra". Soldati, ufficiali e comandanti italiani che opporranno resistenza agli ordini emanati dai tedeschi verranno trattati "come FRANCOTIRATORI". Sui proclami dei nazisti, nottetempo sono apposte strisce con "A morte i tedeschi e i fascisti", stampate a Morciano dalla tipografia di Luigi Cavalli.

Mussolini il 12 settembre è liberato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, da un commando di paracadutisti tedeschi che lo conduce in Germania. La notizia mette in agitazione la Milizia riminese: un suo reparto sfila velocemente per il corso d'Augusto. Il 18 Mussolini parla da Radio Monaco: "Sono sicuro che la riconoscerete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili". È una voce stanca che aveva perso i toni abituali. Nasce la repubblica sociale italiana, la famigerata "repubblichina" di Salò. L'Italia è divisa in due. Al Nord ed al Centro, tedeschi e fascisti. Al Sud, il regno che ha per capitale Brindisi (e Salerno dall'11 febbraio 1944).

"Il fascismo della Repubblica sociale non fu un fenomeno marginale e neppure l'ultima impennata di un regime destinato a scomparire." [L. Klinkhammer]

I tedeschi fanno scuola ai ‘nuovi' fascisti di Salò: dal berretto nero (copiato da quello delle SS tedesche), fino alla ferocia dell'"occhio per occhio, pietà l'è morta", ed agli atteggiamenti contro gli ebrei: "Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica". Rispuntano i ras del terrorismo ad ogni costo. I tedeschi trattano i repubblichini con distacco. Non si fidano. E la gente? "Nessun popolo gradisce la presenza nei propri territori di forze armate straniere emananti decreti e ordinanze e esercenti atti di imperio": lo sostiene Mussolini sul Corriere della Sera.

La sera del 12 settembre, a Rimini, i repubblichini Paolo Tacchi, Perindo Buratti e Gualtiero Frontali s'incontrano nello studio di quest'ultimo in via Bonsi con un gruppo di antifascisti cittadini, in vista di un patto di non aggressione per evitare massacri "tra gli italiani". Racconterà Buratti: "Ci riunimmo per salvare Rimini dai tedeschi al di sopra delle inimicizie di parte, animati solo da amor di patria". Tacchi non ha mai parlato di quell'incontro, il cui spirito però lo si può dedurre da parole che lui stesso scrisse a proposito della costituzione del fascio repubblichino: "Difesa morale e materiale dell'Italia" soprattutto nei confronti dei tedeschi.

Il comunista Decio Mercanti ricorda che la riunione "venne indetta nell'intento di gettare le basi per la costituzione di un Comitato di Concordia tra fascisti e antifascisti", che "avrebbe dovuto portare alla pacificazione fra le due parti per impedire delle rappresaglie". Nei repubblichini forse agiva il ricordo di un'analoga iniziativa del 2 agosto 1921, quando Mussolini cercò invano di eliminare dal suo partito le punte estremistiche ed eversive dello squadrismo agrario, e propose un patto di pacificazione col partito socialista e con i sindacati, che durò soltanto fino a novembre.

L'atteggiamento conciliatorio dei repubblichini riminesi si ritrova anche in altre città. A Ferrara il federale Igino Ghisellini "propone un accordo con i partiti antifascisti" e "concorda una tregua tra le parti". La sua è una "posizione tollerante" che si scontra con la linea dura di Pavolini, Farinacci, Ricci e Mezzasoma. A rimetterci è lo stesso Ghisellini: egli avrebbe voluto portare al congresso del pfr a Verona (14 novembre '43) il suo progetto di pacificazione nazionale, di accordo con i partiti antifascisti e di tolleranza per i protagonisti del colpo di Stato del 25 luglio. Ma proprio quel 14 novembre Ghisellini è ucciso in modo misterioso. Viaggia in auto. Il suo corpo, trapassato da sei colpi di rivoltella, è trovato senza stivali e senza portafogli nella cunetta della strada provinciale che porta al paesino dov'era sfollato. L'assassinio è attribuito ai partigiani, anche se i carabinieri dimostrano che il federale è stato ucciso da qualcuno che viaggiava con lui. In seguito si diffonde la voce che Ghisellini è stato ammazzato dai suoi. Lo stesso 14 novembre avviene la vendetta nella città di Ghisellini, a Ferrara, con i tredici martiri del Castello.

Pagina tratta dal cap. II de "I giorni dell'ira. Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino".

 


Il 25 luglio a San Marino.
Quando la sera del 25 luglio 1943 alle 22.45 la Radio italiana annunciò la caduta di Mussolini, all'albergo Titano (noto covo dei fascisti sammarinesi), si svolgeva la solita partita a poker dei capi locali. Il segretario di Stato Giuliano Gozi "rimase tranquillissimo", mentre suo fratello Manlio (segretario del pfs) "fu colto da emozione".
Ricorda Federico Bigi che da Roma arrivò una telefonata del console sammarinese: Badoglio è nostro amico, non c'è nulla da temere. "La serata si chiuse con questo commento umoristico di Giuliano Gozi: 'Allora vorrà dire che a Palazzo al posto del duce metteremo il ritratto del maresciallo Badoglio'".
C'era poco da ridere, per la verità. Anche San Marino stava per cambiare aria. Ma non senza traumi. Anzi, la Repubblica dovrà vivere momenti assai dolorosi.
"L'ora della resa dei conti era giunta anche per questi parodianti buffoni, e vani risultarono gli espedienti posti in atto il giorno 26 luglio, colla pubblicazione di un manifesto della Reggenza del tempo, in cui alle suadenti e fraterne raccomandazioni di calma e disciplina, si aggiungevano minacce di applicare con rigore le leggi contro coloro che intendessero turbare l'ordine pubblico. Non mancava il pistolotto in elogio al Maresciallo Badoglio che lo si considerava un caldo amico della Repubblica. Questa ostentata premessa che mascherava una latente paura, non servì che a prolungare di poche ore la vita dell'infausto regime": è una testimonianza del dottor Alvaro Casali.
Gli antifascisti locali si riunirono subito a Rimini, il pomeriggio del 26, nell'ambulatorio dello stesso dott. Casali, un socialista che nel '40 era stato costretto ad emigrare in Francia, da dove era tornato dopo l'occupazione tedesca, aprendo due studi, uno a Borgo ed uno a Rimini.
Da quell'incontro, nasce il progetto di una manifestazione popolare che si tiene il 28 luglio al Teatro del Borgo, alla presenza di una folla strabocchevole.
La vedova del dott. Casali, Antonia Amadei, ricorda che da Borgomaggiore gli antifascisti in corteo salirono al Palazzo della Reggenza, "per chiedere le dimissioni del Governo e lo scioglimento del Consiglio fascista".
Il giorno prima, 27 luglio, era stato sciolto il partito fascista sammarinese. Nella riunione del 26 a Rimini, era nato il "Comitato per la libertà" che il 27 tiene una seconda riunione "nella quale si decise di rompere ogni indugio e di passar la sera stessa all'azione, soprattutto perché nella stessa mattina i fascisti di San Marino avevano assunto un atteggiamento di sfida ed avevano promesso, siccome il loro vecchio sistema, bastonate e piombo ai loro oppositori", si legge in un numero unico del Comitato stesso, edito il 3 settembre, con il titolo "28 luglio".
"La notte non si dormì", prosegue il foglio: "Giovani vibranti d'entusiasmo e di fede s'irradiarono per ogni frazione della Repubblica, chiamando a raccolta il popolo alla riscossa...". All'alba del 28, "una folla, forse non mai adunata nel nostro paese", invase "le anguste vie del Borgo, raggiante di sole e di gioia".
Campane a festa.
Il comizio di Borgo fu presieduto da Francesco Balsimelli che poi guidò il corteo assieme all'avv. Teodoro Lonfernini e ad Alvaro Casali.
"Si svolsero lunghe trattative dei dimostranti con i Capitani Reggenti che infine decretarono lo scioglimento del governo. A mezzogiorno fu costituito un governo provvisorio di venti membri, che nel pomeriggio fu poi allargato a trenta. Tra i quali mi ritrovai anch'io, ventitrenne", spiega Federico Bigi, noto esponente democristiano.
Suonarono a festa tutte le campane. Alla testa del corteo c'erano le bande musicali, racconta una cronaca del tempo, dove si legge anche che i fascisti sammarinesi si erano illusi di tenere il potere pure dopo il crollo di Mussolini.
Chi erano gli uomini del fascio sul Titano? "Praticamente... un unico personaggio con i suoi famigliari riassumeva tutti i poteri effettivi. Si tratta di Giuliano Gozi, al quale non si perdona d'esser stato accentratore assolutista, despota, segretario al Ministero degli Interni; egli assunse anche quello degli Esteri, vale a dire l'intero Gabinetto sammarinese che si compone appunto di due soli Ministri", prosegue quella cronaca.
Come un dittatore, "S.E. Gozi nominò vice cancelliere un suo cugino, Enrichetto Gozi, e Segretario del partito fascista sammarinese il fratello Manlio".
[Pagina tratta dal cap. II de "28 luglio 1943, San Marino volta pagina. I giorni dell'ira, 4. Settimanale "il Ponte", Rimini, 04.03.1990.]

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA


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13 juillet 2013 6 13 /07 /juillet /2013 18:00

"Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione".

http://riministoria.xoom.it/malala.jpg

Malala Yousafzai, 16 anni, ferita lo scorso anno alla testa dai fondamentalisti, ha così detto al Palazzo di Vetro, il 12 luglio 2013.
Ricordiamocele queste parole, perché anche noi in Italia abbiamo i nostri fondamentalisti che non vogliono che il mondo cambi con la cultura e l'istruzione.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

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13 juillet 2013 6 13 /07 /juillet /2013 17:24

Un altro Malatesti appare negli elenchi dei Vescovi italiani: si tratta di Antonio, vedovo e prelato di Cesena nel 1436, figlio di Nicolò Filippo di Ghiaggiolo, quarto nella discendenza di Paolo, che muore nel 1439. Aveva scelto di assumere l'abito clericale dopo la scomparsa della moglie, come leggiamo in "Caesena sacra" di Bernardinio Manzoni, Pisa 1643, I, p. 39.

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13 juillet 2013 6 13 /07 /juillet /2013 17:23

Se Alessandro Malatesti, Vescovo di Forlì (1470), ha una genealogia alquanto confusa; più trasparente, pur nella sua sostanziale incertezza, è quella di Leale, dapprima Vescovo di Pesaro (1373) e poi di Rimini (1374-1400).

Leale è un figlio "spurio" di Malatesta Antico e di una non meglio precisata Giovanna, il cui nome è fatto dallo stesso Leale nel proprio testamento.
Si sa che Leale ebbe un fratello frate, come si legge in L. Tonini (IV, 1, p. 323).
Fu legittimato da papa Urbano II il 5 febbraio 1363.

Nella recente "Storia della Chiesa Riminese" (II, pp. 432-433) Enrico Angiolini definisce Leale il "caratteristico cadetto avviato alla carriera ecclesiastica", mentre per Bartolomeo (Vescovo di Rimini, 1445) non esclude "il classico ruolo di figlio naturale legittimato ed avviato alla carriera ecclesiastica".

Le vicende dei tre Malatesti fin qui riassunte, hanno un punto in comune: testimoniano gli stretti legami fra i Signori della Politica ed il potere della Chiesa, aldilà delle dispute dinastiche o territoriali. Il che configura l'immagine di una vita religiosa attenta, molto se non troppo, alle questioni terrene, pratiche, economiche, di gestione del "particulare" piuttosto che dell'universale evangelico.

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10 juillet 2013 3 10 /07 /juillet /2013 18:22

Nel celebre testo di F. Ughelli, "Italia Sacra sive de Episcopis Italiae" (tomo II, ed. II, Coleti, Venezia 1717) a col. 949 troviamo l'elenco dei tre prelati che recano il cognome Malatesti: Alessandro, Bartolomeo e Leale (nella doppia sede di Rimini e Pesaro).
Di Bartolomeo abbiamo già trattato a parte.
Qui parliamo di Alessandro.

L'Alessandro Malatesti Vescovo forlivese (1470) di cui si legge in Ughelli, col. 624, è detto "filius Nanni de Malatestijs".
Nato nel 1440, egli è altrove chiamato Alessandro Numai, parlandosi della forlivese chiesa di San Pellegrino e del monumento sepolcrale (a destra in principio della navata), fatto erigere nel 1502 da Luffo Numai per sé e la moglie Caterina Hieronima Paulucci: a sinistra dell'arco "è scolpito uno stemma episcopale con le iniziali AL[exander] NV[mai] (E. Calzini-G. Mazzatinti, "Guida di Forlì", 1893, p. 59).

Ughelli precisa che il volgo aveva creduto che fosse figlio di Gugliemo Numai, e che la madre Elisa soltanto in punto di morte dichiarò la vera paternità, appunto questo "Nanni".
Le “Memorie dei Filergiti” (di Giorgio Viviani Marchesi Buonaccorsi, Barbiani, Forlì 1741, p. 51) chiamano Agnese di Cecco dall'Aste la madre e Guglielmo il padre.
Altrove, si legge di Agnese figlia di Cecco che è presunta moglie di Guglielmo Numai (cfr. A. Calandrini-G. Michele Fusconi, Forlì e i suoi vescovi: appunti e documentazione per una storia della chiesa di Forlì, Ravennatensia, II, 1985, p. 1019, dove si rinvia alle pp. 667-668).
Restando a quel "filius Nanni de Malatestis", si può ipotizzare che suo padre sia Giovanni (da cui appunto "Nanni") di Ramberto Malatesti, famoso nelle vicende riminesi per la sedizione del 1431 contro Galeotto Roberto (L. Tonini, V, I, Rimini 1884, pp. 84-segg.).
Contatti e scontri tra Rimini e Forlì sono all'ordine del giorno, in quel giro d'anni. Nel maggio 1439 Novello e Sigismondo Malatesti sono impegnati per conquistare Forlì, prima della tregua con gli Ordelaffi. I Numai sono famiglia considerata sempre fedele agli Ordelaffi medesimi.
Un Sinibaldo Ordelaffi (scomparso nel 1386) aveva sposato la tredicenne Paola Bianca Malatesti figlia di Pandolfo II.
Alla corte dell'Ordelaffi si segnala la presenza di don Giacomo Numai priore di quell'Ospedale.

Il nostro Vescovo Alessandro aveva dunque natali più illustri di quelli attribuitigli dalla madre? La quale, secondo quanto leggiamo, rivendicava la paternità del figlio a persona di nessun conto: Alessandro Numai (e quindi non Malatesti), leggiamo in Simona Cantelmi (DBI, 78, 2013), sarebbe stato figlio naturale di Guglielmo e di Elisa della Valle, la quale per altro l'11 ottobre 1478 in articulo mortis dichiarò che Alessandro era figlio suo e del marito, il mulattiere Nanne Bartoli.
Cantelmi rimanda ai citt. Calandrini e Fusconi, per un altro loro testo ("Forlì e i suoi vescovi. Appunti e documentazione per una storia della Chiesa di Forlì. Il secolo XV", Ravennatensia, V, 1993, p. 667).
Quindi quel Nanne mulattiere costringerebbe a cancellare la ricerca di un Nanni (Giovanni) Malatesti quale padre del vescovo Alessandro.
Antonio Montanari

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9 juillet 2013 2 09 /07 /juillet /2013 17:45

Resteranno a lungo sul tavolo della riflessione politica le intense parole di papa Francesco I, pronunciate a Lampedusa l'8 luglio?
Egli ha detto che "la cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri" e "porta alla globalizzazione dell'indifferenza".
Le nostre società e culture saranno capaci di un'attenzione particolare a questo tema?
La cultura dei messaggini via web in poche ma sentite parole, è messa fuori gioco. Quella riflessione richiede buone, attente letture, non scarti di immagini riciclate.
Domenica 7, "il Sole-24 ore" ha offerto due lunghe considerazioni di Guido Rossi e di Giuliano Amato sulla crisi politica del mondo arabo, con suggerimenti validi per tutti i Paesi e le cosiddette civiltà.
Amato gira attorno alla constatazione che i governi islamici non hanno maturato "i paradigmi culturali della democrazia". Rossi parla del "fallimento delle democrazie di fronte alle conseguenze della globalizzazione", concludendo: "i sistemi di democrazia delegata, con le nobili tradizioni che ci sono derivate dall'illuminismo, sono destinati a dover essere profondamente rivisti".
Ilvio Diamanti, il 24 giugno su "Repubblica" osservava che in Italia "non c'è Politica", ma soltanto quella "politica" che è arte di arrangiarsi, giorno per giorno.
Marina Terragni su "Io donna" del 29 giugno chiudeva il testo della sua rubrica, dedicato a "Ripensare la democrazia", con un invito agli amministratori locali ad offrire una prova di umiltà, "darsi meno importanza e imparare dalla saggezza della loro gente che cosa c'è da fare, e come di deve fare".
Insomma, occorre rimeditare seriamente il nostro presente per avere un futuro. Che non può essere altro che globale, come sempre.

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7 juillet 2013 7 07 /07 /juillet /2013 17:03

Barafonda, ipotesi sul nome.

Intervista alla scrittrice Anna Rosa Balducci

 


Perché la "Barafonda" di Rimini si chiama così? Lo chiediamo alla nota scrittrice concittadina prof. Anna Rosa Balducci.
"A Rimini, in Via Onofrio Tommasini (dal civico 14 al civico 24) esiste una vasta area in cui sorge un agglomerato di edifici, in uno dei quali ho abitato da zero a quattro anni (dal 1952 al 1956)". 
Quell'area a dune, canneti e acquitrini, fu acquistata dal bisnonno della scrittrice, Giovanni (1853-1927), che vi costruì la prima casa.
Si possono fare due ipotesi sull'origine del nome "Barafonda". La prima è stata raccontata "fino agli anni sessanta, anche nelle scuole, da Balducci Maria, l'ultima dei nove figli di Giovanni: Giovanni arrivò in zona, vi costruì la prima casa e su suggerimento di un amico, forse di un cugino, reduce dal Brasile, scrisse su una tavola di legno, con vernice rossa, 'Barafonda', ricordando la località del distretto di San Paolo Bara-Funda. Tale scritta denominò la via in cui è ancora locata la sua casa per parecchio tempo, finché in età fascista venne chiamata Vico Angelini, per poi essere definitivamente denominata Via Onofrio Tommasini".
Seconda ipotesi, "memorizzata a lungo nei racconti familiari: lo stesso Giovanni e la moglie Angela furono per un lungo periodo in Brasile, presumibilmente nei pressi della località Bara-Funda e loro stessi battezzarono la zona limitrofa all'attuale via Onofrio Tommasini, quando fecero ritorno in patria, ricchi di una pignatta d'oro che avevano portato appresso. Questo valse loro il nomignolo 'Pignatta' e alla zona l'appellativo di 'Barafonda', nonché di 'Ghetto dei Pignatta'. Pare certo che qualcuno della famiglia fosse stato in Brasile e avesse condotto con sé, in patria, questo nome. L'esistenza di una piccola collettività di migranti dal Brasile è confermata da alcuni testimoni esterni alla famiglia (uno, morto qualche anno fa, soprannominato 'Parigi', ne faceva esplicita menzione). Pare essere stata l'evocazione paesaggistica a suggerire questo singolare battesimo (analogie con il paesaggio brasiliano)".
Una postilla di autobiografia famigliare è in queste parole della prof. Balducci, docente di Lettere nelle scuole superiori: "Uno dei nove figli di Giovanni e Angela fu Luigi Balducci, mio nonno, morto nel 1922 per le ferite della prima guerra. Lasciò la moglie, Sammarini Pia e due figli, Mario e Guido (mio babbo), di sette e due anni. Uno dei nove figli di Giovanni e Angela fu Lodovico, babbo di Carlo Alberto Balducci, cugino di mio babbo Guido".
Carlo Alberto Balducci è stato un noto docente, apprezzato studioso e serio scrittore, comparso nel 1991.
Prosegue Anna Rosa: "Carlo Alberto amava questa ricostruzione storica e ne parlava,all'occasione, arricchendola di inflessioni letterarie. Le fantasie e le memorie sono diverse, la memoria storica affidabile e consolidata dal vissuto è andata perdendosi negli ultimi trenta anni . Il ricordo di mio babbo Guido della antenata trasformata in visione latinoamericana (la donna con la pipa, ecc.) è da verificare, forse corrisponde alla nonna Angela, o forse ad un'altra figura femminile. E' possibile recuperare materiale filologicamente credibile al catasto storico, negli archivi personali dei sopravvissuti piu' anziani (ormai pochi) e negli archivi parrocchiali (la zona apparteneva alla parrocchia di San Giuliano martire)".
Di Anna Rosa Balducci è appena apparso in "Racconti emiliani. 3" a cura di Elisa Pellacani un testo pubblicato sul Rimino nel 2005, "Auschwitz e la balena".

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1 juillet 2013 1 01 /07 /juillet /2013 16:20

resistere“Meriti, di questi tempi, significa che ha fatto la spia a qualcuno”. Cito dal bel romanzo “Per mano mia” di Maurizio De Giovanni (ed. 2013, p. 47).
“Di questi tempi” è il rimando al 1931, anno nono dell’era fascista, a proposito della quale si legge poco prima (p. 31): “quelli che hanno il potere lo usano mortificando quelli che non ce l’hanno”.
Lasciamo stare la collocazione storica, il dramma del Ventennio, vissuto tra facinorosi, persone in buona fede, e doppiogiochisti futuri in democrazia, con la divisa da balilla prima, quella della Repubblichina dopo e poi riverniciati in una verginità democratica che porta ad accusare chi conosce le storie, le riscopre e le scrive, soltanto per proteggere silenzi vagamente mafiosi.
Lasciamo stare l’allora e il dopo immediato, in cui le verginità perdute sono state ricucite non per pacificare un Paese ma per garantire silenzi che ancora oggi (2013) sono tutelati proprio da chi invece per obbligo istituzionale, come certi Istituti storici, dovrebbe preferire la ricerca alla connivenza del silenzio.
Soffermiamoci soltanto sulla frase in sé, come se fosse un proverbio biblico, una di quelle massime morali da Settecento illuministico, per cui l’alone di eternità conforta ispira ed agita persino: “Meriti, significa che ha fatto la spia a qualcuno”.
Potrebbe essere stata una specie di maledizione divina per Adamo peccatore ed Eva tentatrice: se lei avrebbe dovuto partorire nel dolore, lui avrebbe potuto costruirsi una brillante carriera soltanto attraverso quella strada, fare la spia, tradire qualcuno.
Quindi tutto nella norma?

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Published by antonio montanari - dans Informazione
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28 juin 2013 5 28 /06 /juin /2013 11:18

Il nome di Bartolomeo Malatesti è richiamato in un'opera di Poggio Bracciolini, "Contra hypocritas" (apparsa nel 1449), nel cui finale troviamo un'invettiva violenta diretta appunto al vescovo di Rimini, citando la sua morte recente.
Bartolomeo scompare il 5 giugno 1448, per cui gli studiosi datano il testo di Bracciolini a qualche mese dopo.
Bartolomeo è accusato di aver introdotto ridicole innovazioni nella cancelleria: cfr. Ernst Walser, "Poggius Florentinus Leben und Werke", Leipzig 1914, nota 1, p. 244. 
Qui si ricorda una lettera di Poggio diretta al veneziano Pietro Tommasi l'11 novembre 1447, in cui troviamo: "Nunc adversus ypocritas calamum sumpsi ad exagitandam eiusmodi hominum perversitatem".
Tommasi è figura celebre per i suoi studi medici e letterari: cfr. F. M. Colle, "Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova", III, Tipografia della Minerva, Padova 1825, p. 232.
Scrive Maria Luisa Gengaro che l'attacco a Bartolomeo Malatesti è dovuto al fatto che il vescovo aveva limitato lo stipendio di Poggio, allora presente alla corte di Rimini (cfr. p. 155 di "Paideia", 2-3, 1947).
In numerose altre fonti bibliografiche si citano i rapporti burrascosi tra Poggio e Bartolomeo Malatesti (cfr. ad esempio i "Saggi sull'Umanesimo" di S. F. Di Zenzo, 1967, p. 29).

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27 juin 2013 4 27 /06 /juin /2013 10:09

Frate Bernardino Manzoni, di cui abbiamo parlato a proposito di Bartolomeo Malatesti vescovo di Rimini, non fu soltanto Inquistore Pisano, ma anche e soprattutto bibliotecario della Malatestiana di Cesena tra 1625 e 1626, come segnalato da A. Domeniconi [1963] e P. Errani [2009].

A lui si deve quel "Caesena Sacra" dove si ricorda che nel 1397 Bartolomeo Malatesti ("Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater") è consacrato "ordinis Minorum Conventualium professus", alla presenza di Rodolfo vescovo di Dragonaria (Pisa 1643, I, p. 72).

Sul tema, si veda la pagina dedicata a Bartolomeo Malatesti qui e qui.

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