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15 avril 2013 1 15 /04 /avril /2013 17:25

Sino a qualche settimana fa, i commenti politici avevano calcolato la terza Repubblica. Era uno dei tanti fantasmi che affollano le redazioni dei giornali e le stanze di pregiati intellettuali che emettono sentenze ad un tanto al chilo. Non so, ovviamente soltanto per colpa mia, se nel frattempo la numerazione sia cambiata e se, tra progetti, proposte, profferte e promesse, siamo già arrivati alla sesta od alla settima Repubblica. Mi scuso per la mia incapacità di tenere i conti matematici, ma i discorsi politici sono qualcosa di più di un numero da attaccare alle notizie fresche di giornata.
Per tanto tempo abbiamo ascoltato pareri di ogni tipo contro il sistema elettorale in vigore, definito Porcellum (ovvero porcata) dal suo stesso ideatore, che non consente la governabilità del Paese. Uno studio di A. Agosta e N. D'Amelio dimostra che pure il vecchio "Mattarellum" non avrebbe garantito una governabilità del Paese, pur rovesciando l'esito elettorale: alla coalizione di Berlusconi sarebbero andati 259 deputati contro i 125 attuali; ed a quella di Bersani 235 anziché gli odierni 345. Forse la forbice tra le cifre uscite dalle urne e quelle che si immaginano per un cambiamento del sistema (non sapendo prevedere quanti pesci potrebbero finire in padella), frena il dibattito sull'argomento.
Gli unici dati di fatto che non ammettono discussione, sono quelli emersi nel giro di un anno e mezzo, tra la nascita del governo Monti (16 novembre 2011), le votazioni politiche dello scorso febbraio e la prossima elezione del nuovo Capo dello Stato. Ovvero le hanno provate di tutti i colori per rimettere in piedi un Paese colpito dalla crisi economica. Hanno inventato i tecnici che dovevano rimanere fuori dalla Politica. Poi essi sono saliti in Politica, usando il verbo opposto a quello del capo del governo che avevano sostituito, e che si era sempre etichettato come uno disceso in campo.
Poi sono stati inventati i dieci Saggi divisi in due gruppi che hanno prodotto il loro ricco bagaglio di proposte da offrire al prossimo governo che sarà nominato dal futuro presidente della Repubblica. In tutto sono 83 pagine sull'economia e 29 sulle riforme istituzionali. I principali commentatori politici cosiddetti indipendenti non hanno dimostrato grande entusiasmo per quei testi. L'ingorgo costituzionale attuale, tra crisi politica e semestre bianco della presidenza Napolitano, poteva essere evitato da sue dimissioni anticipate. [Anno XXXII, n. 1123]


Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 15, 21.04.2013, Rimini

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6 avril 2013 6 06 /04 /avril /2013 17:34

La tremenda, comica nuvola di Fantozzi non persèguita soltanto il famoso personaggio inventato da Paolo Villaggio 40 anni fa, ma è diventata il simbolo di una condizione che coinvolge tutti. Forse rappresenta pure qualcosa di politico, non so. Sembra rimandare a quel classico verso del Foscolo (sia detto senza offesa per nessuno), che risuonava un tempo nelle menti giovanili, "sento gli avversi numi".
Con la nuvola di Fantozzi se la prendono le vittime di una condizione di disagio, come l'arrivo sulla spiaggia in contemporanea con un acquazzone, mentre si sperava nel bel sole primaverile. Ma anche il sole ha perso il suo fascino. C'era una volta quello dell'avvenire, cantato dagli anarchici alla fine dell'Ottocento: "Quando sarà abolito il capitale e splenderà il bel sol dell'avvenire avremo la ricchezza generale e la felicità". Che nessuno però s'azzardava a definire, trasformandola soltanto nell'immagine vaga, rubata all'Antico Testamento, dei fiumi che scorrono a latte e miele. Un arguto scrittore, Stefano Bartezzaghi, ha inserito le nuvole fantozziane in un suo gustoso volume (2012) dal titolo che non ammette critiche, "Non se ne può più".
Ma di questa nuvola che persèguita chi desidererebbe soltanto esser lasciato in pace, esistono altre due versioni: una scientifica ed una politica. Per la prima, ci affidiamo al Servizio Meteorologico dell'Università Federico II di Napoli che, basandosi sulle ricerche di due studiosi tedeschi, conclude una nota con queste parole: "Sembrerebbe che  la  nuvola di  Fantozzi abbia un fondo di verità". La certezza che esiste una siffatta nuvola che guasta tutto, è invece nelle opinioni politiche emiliano-romagnole, tutte le volte che le previsioni del tempo vanno verso la pioggia intensa, e poi di acqua ne scende poca o nulla. È successo nell'aprile 2009 e nella Pasqua 2013. Ma quella nuvola, sostengono tali opinioni, è il prodotto di una "non sufficiente precisione della comunicazione" sullo stato del tempo.
Il lamento politico, con un tono che dal Veneto sino a noi s'accompagna alla minaccia di azioni legali, ha le sue ragioni fantozziane di esistere, per dire che certe cose succedono soltanto in casa nostra. Ma a calmare gli animi potrebbero servire i dati dell'Arpa regionale che, proprio per il periodo pasquale 2013 (28-31 marzo), così sgrammaticava: "l'afflusso di correnti umide ed instabili determineranno condizioni di variabilità perturbata" con precipitazioni irregolari.


Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 14, 14.04.2013, Rimini

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5 avril 2013 5 05 /04 /avril /2013 17:46

«Cara Rimini» [1996]
...una lettera per descrivere la città, o da scrivere a lei

 

 

Nelle mie private intenzioni, quest'articolo vuole essere una lettera per descrivere la nostra città, o da scrivere a lei (ad essa, per i puristi). Dovrebbe servire a spiegare concretamente una proposta che ho fatto in fretta al direttore del nostro giornale: affidare alla penna di alcune persone, che vivono ed operano tra noi, il compito di svolgere lo stesso tema di queste righe.
Il direttore ha già capìto di che cosa si tratti, ma adesso devo comprenderlo io. «Confidando nella pubblicazione della presente», siccome non sono un teorico mi faccio un esempio a mio uso e consumo: credo che avesse ragione «don Benedetto» (Croce) quando scriveva che uno non può dire di avere in testa un bel quadro, bisogna che lo dipinga.
Lo so. Le parole di Croce sono più intelligenti ed eleganti delle mie. Dato che (come derideva Palazzeschi), «ci sono professori, oggidì, a tutte le porte», per chi legge armato di matita rossoblù mi corre l'obbligo di fornire giusta etiamque legittima citazione. Allora, vedasi B. Croce, Aesthetica in nuce, Laterza, III ed. (1954), pag. 21, al capitolo intitolato «Intuizione ed espressione»: «Un'immagine non espressa, che non sia parola […] parola per lo meno mormorata tra sé e sé […] è cosa inesistente».
Proviamo a mormorare qualche parola, entrando direttamente nel tema. Cominciamo da una pagina pubblicitaria che ho sotto gli occhi, dai settimanali di giugno, dove si legge: «Rimini. Undici parole al sole». Segue l'elenco. «Mitica. Vicina. Solare. Complice. Soave. Dinamica. Notturna. Aperta. Nobile. Intelligente. Instancabile». Per la verità, stando al buon senso le «parole al sole» dovrebbero essere soltanto dieci. Come fa ad essere al sole anche la Rimini «notturna»? E poi, ma non per pignoleria, la Rimini «solare» che sta «al sole» non è un'inutile ripetizione?
Questa pubblicità ci obbliga a riprendere almeno uno di quegli undici aggettivi, o al contrario ci autorizza a scartarli, non citandoli per non apparire privi di fantasia?
La Rimini «nobile» qual è? E che cos'è? È l'eleganza dei suoi monumenti, sono le geometrie del pensiero umanistico che traducono nelle linee armoniose del tempio di Sigismondo un sogno di perfezione che alimentò le utopie dei filosofi del Quattrocento italiano? È la luce che il tempo aveva offuscato, e che i restauri hanno restituito al suo originale splendore, il quale commuove il visitatore odierno, obbligandolo a riflettere che quella tonalità cromatica, che la patina dei secoli aveva deturpato e cancellato, è la stessa che videro i Malatesti, l'Alberti, gli uomini e le donne della sua corte?
Ma per contrasto, la Rimini «nobile» potrebbe anche essere quella decaduta, abbandonata ed avvilita dell'anfiteatro, l'illustre e sconosciuto monumento romano che potrebbe diventare simbolo delle incurie pubbliche, avendo in buona compagnia sia il palazzo Lettimi (ancora lì con le sue macerie della guerra), sia il teatro che non c'è, che rassomiglia agli scenari di cartapesta dove i fotografi di inizio secolo facevano infilare la testa di una persona, per ritrarla con un vestito o su di uno scenario dipinto. Del teatro c'è la facciata, ci sono due sale, ma non c'è l'anima stessa da cui discende la parola. Non c'è un palcoscenico, non c'è una platea. E continuano a chiamarlo teatro.
La Rimini «nobile» è quella dei ricordi del Kursaal distrutto non dalle bombe ma dagli uomini, come pure la chiesa di Sant'Antonio sul porto canale, all'inizio della ricostruzione post-bellica?
Dal punto di vista sociale, Rimini è più «nuova borghesia» che «vecchia nobiltà» (l'osservazione è pertinente, o vado fuori tema?). Non ho scritto «vecchia borghesia» di proposito: questa aveva certi galatei che adesso non usano più. Rimini è la città dalle mille vetrine di lusso, una delle più ricche d'Italia, dove i consumi sono altissimi, dove l'ostentazione è un mito sociale che affascina e coinvolge senza più distinzioni ideologiche, e purtroppo senza moralità alcuna.
«Instancabile», Rimini produce altissimi redditi per un numero sempre più limitato di persone. Ma impone modelli di comportamento, rispetto al quale non tutti riescono a tenere il passo. Mi si potrebbe obiettare che tutta l'Italia è così. Non ci credo. Basta informarsi un poco, leggere, guardare certe immagini televisive (sui giornali sono scomparsi i reportage fotografici: va di moda mettere a fianco di un articolo la scena di un film). Non tutti possono scialare, vivere lussuosamente.
Rimini fa moda fuori di Rimini. Chissà perché, quello che avviene qui fa tendenza. E non sempre con le cose migliori. Quei ragazzi meridionali che ogni mese salgono dal Sud per un fine settimana, da vivere ballando o sballando, spendono, lo dicono loro, sulle 400 mila lire per volta. Questo tipo di vita che finisce per essere assorbito anche dal proletariato urbano (mi scuso per l'uso di queste vecchie categorie socio-economiche che suonano antiquate nel marmellatume corrente), è più «mitico» che «intelligente». Ma a cosa servono i miti?
Rileggevo alcuni giorni fa un articolo di Giorgio Tonelli, apparso dieci anni fa sul Ponte a proposito del libro di Federico Fellini intitolato La mia Rimini. Tonelli riassumeva, con la maestrìa abituale, il senso delle pagine felliniane: la sua Rimini era tutta romana, tutta inventata, tutta di sogni (e di cartapesta nella realizzazione filmica).
Dove sta il «mito»? È quella visione poetica, illusoria (o allucinante) del passaggio del Rex che, testimone la generazione di Fellini, a Rimini non è mai passato? Il mito è, oggi, lo slogan pubblicitario che «qui non è mai tardi»? Ma dietro questa facciata da esportazione, dietro la pubblicità, qual è il vero volto della città? È quello della vita estiva? Ma la nostra economia non è solo turismo. È quella del corpo esibito sulla spiaggia nella sua snellezza abbronzata, o anche il passo incerto di tanti anziani, di tanti giovani a cui la vita ha riservato un diverso destino?
Parlando dell'«anima Rai», un suo vecchio dirigente, Pierluigi Celli, l'ha definita «variopinta. Un circo. E non lo dico con disprezzo. Io sono di Rimini e ho un gran rispetto per il circo, in senso felliniano. Un luogo fatto di decadenza e lustrini». E se anche Rimini fosse un po' circo, nel senso felliniano di «decadenza e lustrini»?
Noi ci barcameniamo, a livello anche politico, nel pensare una città che d'estate lavora e d'inverno deve stare in letargo, per cui ai problemi (grandi o piccoli) non si può pensare d'estate, e d'inverno è meglio lasciar perdere.
Esagero? Un esempio, per non farla lunga. Al traffico sono stati dedicati sondaggi, rilevamenti, progetti, indagini, inchieste. Ma l'anello intermedio tra vecchia e nuova circonvallazione, con il previsto (fine anni Sessanta!) ponte sul Marecchia non si è completato, e la circolazione è strozzata. E così il gemello (o in alternativa il tunnel) al ponte di Tiberio è rimasto una pia intenzione.
Abbiamo quei parcheggi sotterranei, promessi, garantiti sulla carta, previsti dall'oggi al domani? In compenso, tassiamo anche la sosta al mare. Le amministrazioni comunali hanno fame di soldi. Governare i Comuni costa. Lapalissiano. Ma è possibile che si debbano introdurre nuovi balzelli tipo «gratta e sosta»? Può ancora definirsi «aperta» questa città che accoglie il turista, allungando la mano, richiedendo una forma nuova e legalizzata di elemosina (per non parlare delle multe vigilesche)? Una città simile è ancora «intelligente»?
Cara Rimini (a differenza dei tuoi amministratori, vecchie conoscenze personali, che dopo aver io scritto qui sopra certi articoli di critica verso di loro, quando m'incontrano fingono di non vedermi per non aver il piacere di salutarmi), non te la prendere per la mia sincerità. «Amor mi mosse, che mi fa parlare».
Post-scriptum. «Ma c'è chi non capisce/ e preferisce il mondo/ così com'è: immerso in un pattume» (E. Montale).
Antonio Montanari
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3 avril 2013 3 03 /04 /avril /2013 17:59

Barbara Spinelli sul Colle, scrivevo sul web nel 2006, riproducendo una lettera mia censurata dalla "Stampa" di Torino. La ripropongo qui (data: 30/04/2006).

 

Barbara Spinelli sul Colle

E adesso dobbiamo pensare seriamente alla Politica. L’elezione di Franco Marini al Senato lascia un’ombra d’inquietudine. Per arrivare alla conclusione, hanno dovuto escogitare il sistema delle schede «segnate». Violato il segreto dell’urna. L’elezione potrebbe essere invalidata. Testuale citazione dai giornali di oggi 30 aprile 2006 (ad esempio, vedi «Repubblica» pagina 10): i senatori di Ds e Rifondazione hanno scritto «Franco Marini», quelli della Margherita «Senatore Franco Marini», quelli dell’Udr  «Franco senatore Marini», e l’Italia dei valori aveva da indicare l’ultima formula «Marini Franco».
Clemente Mastella  ha dichiarato al «Corriere della Sera»: la congiura delle schede con «Francesco Marini» è stata una mia idea, ma poi a tradire sono stati quelli della Margherita, non la facciano lunga altrimenti dico i nomi.
Sulla «Stampa» il fondo consueto domenicale di Barbara Spinelli ammonisce, a proposito di tutto ciò: «I miasmi delle ultime ore converrà tenerseli accanto come ammonimenti», ricordando il contributo di Giulio Andreotti all’inquinamento del clima politico in questi giorni.
Pensando al Quirinale, e leggendo il suo articolo, ci passa per la mente l’idea di proporre Barbara Spinelli come candidata dell’Unione al Quirinale. Lontana da quei giochi nascosti e dai miasmi politici che denuncia ed analizza impietosamente (non soltanto oggi, ma da sempre), lei pare l’unica persona credibile per l’altissima carica da cui si dovrà offrire la Paese la garanzia di una trasparente indipendenza, di una solida autonomia di giudizio, di una correttezza di analisi che sono fondamentali in un momento confuso come quello che stiamo attraversando. Quindi candidiamo Barbara Spinelli al Quirinale.

 

Successivamente (18/11/2006) nel blog politico che allora gestivo sulla Stampa-Web scrivevo quanto segue.

 

Donne e politica

Perché vedrei ben volentieri una donna a palazzo Chigi:
1. La popolazione è composta di maschi e femmine, e finora soltanto i maschi in grandissima percentuale hanno gestito la vita politica.
2. Sarebbe ora che, senza quote rosa e senza recinti protetti, l'elemento femminile fosse accolto in proporzione non dico alla popolazione (dove le donne sono la maggioranza), ma in parte eguale rispetto a quello maschile.
3. I politici italiani non hanno grande stima dell'elemento femminile (vedi i discorsi berlusconiani di recente memoria).
4. I politici italiani maschi sono vecchi e stanchi. Occorre rigenerare la nostra vita pubblica. Cambiare molte cose. Una di queste cose da mutare riguarda appunto la presenza femminile, da incrementare, valorizzare sino al punto di riconoscerle pari dignità anche nell'esercizio delle «supreme cariche».
5. Ecco perché avevo proposto Barbara Spinelli per il Quirinale.
Il post pubblicato qui sopra il 30 aprile 2006 l'avevo inviato anche alla Stampa/lettere dei lettori: non è stato pubblicato...
6. Perché la Spinelli. Avevo scritto che lei offriva «al Paese la garanzia di una trasparente indipendenza, di una solida autonomia di giudizio, di una correttezza di analisi che sono fondamentali in un momento confuso come quello che stiamo attraversando».
Mi ritrovo anche oggi in quelle parole. Aggiungo: la Spinelli era una garanzia anche per la laicità del nostro Stato.
Post scriptum. Circa la mancata pubblicazione della lettera pro-B. Spinelli sul giornale di carta, riprendo dalla Stampa di stamani un passo di Tito Boeri: «Un altro effetto di Internet è stato quello di aver moltiplicato il potere delle idee. Chi ne ha, può diffonderle a costi molto bassi ad un'elite sempre più numerosa, senza dover necessariamente passare dai giornali».

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1 avril 2013 1 01 /04 /avril /2013 14:27

La discussione in Consiglio Comunale sulla cosiddetta variante delle Celle (nei pressi della rotonda di via Bagli) per rendere "al minuto" una struttura commerciale autorizzata "all'ingrosso", ha messo in luce, attraverso gli interventi di consiglieri di maggioranza e di opposizione (uno), come la zona sia afflitta da un traffico caotico, per usare un termine, se non ricordo male, proposto da uno degli stessi oratori.
Inutile, a questo punto, fare un processo al passato, resta soltanto da augurarci che gli amministratori comunali sappiano decidere per il meglio, il che sembra ora un'impresa quasi impossibile, non per sfiducia nei loro confronti, ma soltanto per l'evidenza dei fatti che si sono "aggravati" con la notizia che il ponte sul Marecchia, sostitutivo di quello di Tiberio da pensionare, potrà essere realizzato in tempi brevi sulla via Tonale che scaricherà tutto il traffico verso la via Bagli e la sua infelice rotonda, già processata in Consiglio comunale per la questione ricordata all'inizio.
A questo punto, nessuno potrà più prendersela con nessuno. La Giunta Gnassi non ha altre scelte. È con le spalle al muro, ed è costretta a pagare per colpe non sue. L'assoluzione della Giunta non significa però pure il perdono politico per chi ha amministrato Rimini in tutti questi anni. È un discorso amaro e triste perché il sottoscritto non ha le nostalgie canaglie mostrate dall'opposizione di destra al Sindaco, e soprattutto perché questa "crisi" amministrativa ricaduta sulle spalle della Giunta Gnassi, appare in tutta la sua pesantezza proprio nel momento in cui lo stesso partito principale a Rimini, è con le spalle al muro a Roma nella crisi politica (senza virgolette rivolte ad attenuare il senso dell'affermazione), che è quella del Pd del buon Bersani.
Per non farla troppo lunga, richiamo soltanto un recente, articolato intervento sulla stampa cittadina della signora Manuela Fabbri, che riassumo in una sola battuta: il Pd riminese si presenta ufficialmente soltanto come erede del vecchio Pci. A quanto scritto per diretta conoscenza dei fatti dalla signora Fabbri, si potrebbe aggiungere una non insignificante curiosità: mentre il sen. Sergio Zavoli a Ravenna ha letto al presidente Napolitano una pagina sul partigiano Bulow scritta da un autore riminese, qui a Rimini la nuova edizione di quella pagina non è mai stata presentata nelle apposite istituzioni in mano agli eredi del vecchio Pci, perché il suo autore, già da tempo scomparso, era stato inserito all'Indice dal Pci in quanto "uscito a sinistra" nel 1956 per i fatti d'Ungheria, ed aver poi aderito a Rifondazione.
Se non hanno funzionato i piani urbanistici, la memoria politica degli eredi del Pci nella linea denunciata dalla signora Fabbri, non ha avuto esitazioni.

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30 mars 2013 6 30 /03 /mars /2013 14:20

Caro direttore, vorrei segnalarti alcune cose che ho ritrovato nei miei archivi e che "il Ponte" ha scritto nel 1993 (sì, proprio nel lontano 1993) sulla “Mafia in Riviera".
A febbraio l'operazione "Romagna pulita" si conclude con 106 arresti e sequestri di armi e droga: "Alcuni spacciatori, inchiodati dalle prove, hanno cominciato a 'cantare', e la lista degli inquisiti si è gonfiata a dismisura". Ventitré imputati sono poi assolti dal Giudice delle indagini preliminari che non crede ai pentiti: i carabinieri poi non avrebbero trovato sufficienti indizi. I principali imputati sono condannati nel 1993 a pene da uno a nove anni di reclusione. Alcune assoluzione sono dovute al cambiamento della legislazione sulla droga provocato dal risultato del recente referendum. Nel 1994, alla conclusione di tutto il processo per "Romagna pulita", saranno state irrogate pene per complessivi 204 anni, e multe miliardarie. In Corte d'Appello ci saranno delle riduzioni. [Cfr. i servizi in cronaca nei nn. 9, 28/2/93; 44, 5/12; 45, 12/12; nei n. 10, 6/3/94; e 21, 29/5; e nel n. 9, 5/3/95]
Un killer mafioso di un clan siciliano viene arrestato a settembre a Porto Verde. Il presidente dell'Antimafia, Luciano Violante, dichiara al Ponte: "La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente". [Cfr. gli articoli di M. Tassinari nei nn. 34, 26/9/93; 35, 3/10 (qui anche la nota Il morso dolce della mafia di Giovanni Tonelli)]
Gli usurai hanno "i colletti bianchi": a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito 'facile' sono finite sotto inchiesta con l'accusa di truffa ed associazione a delinquere. [Vedi i servizi di M. Tassinari nel n. 2, 10/1/93]
Alla faccia di quelli (anche in alto) che fino a ieri hanno negato la presenza della mafia in Riviera.
Antonio Montanari
 

 

[“il Ponte”, 31. 03.2013]

Fonte di questo testo in antoniomontanari/ilrimino.2013.

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25 mars 2013 1 25 /03 /mars /2013 16:05

Nel cosmo è aumentata del 20% la parte ignota, secondo le misurazioni del super satellite Plank dell’Agenzia spaziale europea. La chiamano la materia oscura che rallenta l’Universo. La notizia giunge a confortarci nel momento più critico della vita politica nazionale. Se tanto ci dà tanto nell’immensità del cosmo, possiamo consolarci con le rogne quotidiane della nostra società civile che sembra aver imboccato un vicolo cieco, dopo il recente risultato elettorale.
Anche sul suolo italico c’è una materia oscura che rallenta la vita intera del Paese che non naviga nel migliore dei mari immaginabili, proprio come la nave senza nocchiero in gran tempesta degli antichi ricordi scolastici impostici da padre Dante. L’unica differenza è che non siamo servi di nessuno, come invece a quei tempi, ma soltanto vittime di una miopia che negli ultimi anni ha impedito di vedere la barriera di scogli costituita da una legge elettorale che tutti a parole volevano cambiare. E che tutti nei fatti hanno lasciato al centro dell’immobile sistema dei partiti, sazi di soldi e disperati nella pratica quotidiana del Potere.
L’annuncio più rumoroso degli ultimi giorni, che ha contribuito a rimescolare la materia oscura della politica, è giunto dal Movimento Cinque Stelle che pretendeva negare la dura realtà dei numeri, attribuendosi una vittoria nelle urne che non esiste. Da esse è uscito come primo partito quello Democratico con questi dati: per la Camera ha avuto +148.116 voti rispetto ai grillini e +1.453.819 voti sul Pdl. Per il Senato i suffragi maggiori sui grillini sono stati 1.299.481 e 1.709.252 sul Pdl. Da questa unica certezza deriva quell’incarico a Bersani di cui non sappiamo l’esito nel momento in cui si chiude il nostro giornale. Possiamo soltanto permetterci di segnalare che, come sfondo ad ogni discussione, ci sono due panorami che forse combaciano tra loro quali intarsi perfetti d’un gioco un poco astruso ed un poco magico. Dobbiamo tra breve inaugurare una nuova presidenza della Repubblica. Su di essa, per certuni, ci si deve mettere d’accordo prima che sul governo e su chi lo guiderà. Ed al proposito del governo e del suo capo, assisteremo forse ad una recita straziante per il bene del Paese: chi è stato definito dai rivali politici come persona sciocca (censuriamo l’offesa testuale ed originale), dovrà giocare una partita molto seria in nome dell’interesse nazionale, senza perdere la faccia e senza turarsi il naso.


Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 13, 31.03.2013, Rimini

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17 mars 2013 7 17 /03 /mars /2013 14:25

Che disperazione gli archivi. Per fatti indipendenti dalla mia volontà, ritrovo notizie stagionate che valgono ancora. Il Tama 880 (2003) scomodava Giovenale che nelle "Satire" scrisse: "Cosa farò a Roma? Non so mentire", aggiungendo: "A Roma tutto ha un prezzo". Poi toccava a Silvio Berlusconi che, alla conferenza sulla Costituzione europea, aveva promesso di risolvere tutto presto e bene, dicendo: convincerò i riottosi con il fascino.
Il 14 luglio 2009, in un mio blog politico ospitato da un grande quotidiano torinese, citavo la proposta fatta al Pd dal quasi nostro concittadino Beppe Grillo, d'entrare nel partito e di candidarsi alla sua segreteria.
Commentavo che il comico genovese da qualche tempo aveva la fissa della politica, e non diceva cose grezze o sbagliate: "Anzi, spesso sono cose che rispondono al vero, bisogna riconoscerlo obiettivamente, anche se la sua battaglia è più pubblicitaria che politica". Grillo, aggiungevo, è il primo a non credere nella politica: "Per fargli un dispetto, mandatelo soltanto per poche ore con un salvacondotto medievale, a presiedere non dico la Repubblica o il governo, ma un consiglio comunale. Scommettiamo che gli verrebbe da ridere, e se ne scapperebbe a gambe levate". Aggiungevo: "Grillo è nato oppositore. Cerca soltanto di prendere per i fondelli l'intera classe dirigente del Pd. Uno sport troppo facile per essere intelligente. Non per difendere certe situazioni indifendibili, ma perché demolire significa anche saper costruire. I comici sono dei formidabili demolitori. Ma più di così non sanno e non possono fare. Ad ognuno il suo ruolo. Soprattutto perché certi politici italiani (sia detto in orizzonte bipartisan) più che far ridere fanno piangere".
Circa Bersani, mi permettevo di scrivere che egli (vittima di qualche complotto di avversi numi) aveva sbagliato a sognare un partito organizzato come una bocciofila. Ma questo, concludevo, non autorizza a credere che chi lava i pavimenti sia in grado di fare pure una lavanda gastrica. Dunque, tornando all'oggi, nessuna meraviglia (e non per colpa mia) se sotto il cielo politico di Roma, regna una confusione che, obiettivamente parlando, poteva essere prevista già nel luglio 2009, se si fosse compreso che l'unico partito monolitico è quello del Cavaliere, mentre nell'altro, appunto il Pd bersaniano, ci sono tanti che vorrebbero non la gestione calata dall'alto, ma maturata in un confronto che invece piace molto poco. [Anno XXXII, n. 1120]

Fuori Tama 1120


Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 12, 24.03.2013, Rimini

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16 mars 2013 6 16 /03 /mars /2013 12:25
L'insonnia di papa Ganganelli
Da "Lumi di Romagna"

Rimini 1768. Tra gli argomenti di conversazione che appassionano gli intellettuali cittadini, c'è la crisi nei rapporti tra il duca di Parma, Ferdinando, ed il papa Clemente XIII (Carlo Rezzonico). Ferdinando appartiene alla dinastia dei Borboni che ha stretti legami con le principali case regnanti d'Europa. Suo padre Filippo è figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, ed ha sposato Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV di Francia.
Parma e Piacenza sono state assegnate ai Borboni nel 1720. Il primo duca è stato Carlo (zio di Ferdinando dal ramo paterno), passato poi al regno di Napoli nel '34 ed a quello di Spagna nel '59. Il padre di Ferdinando, Filippo, ha ricevuto il titolo nel '48, con la pace di Aquisgrana che conclude la guerra di successione austriaca. Alla morte di Filippo, nel 1765, gli subentra Ferdinando che ha soltanto 14 anni.
Nonostante l'educazione illuministica impartitagli a corte da personaggi come il filosofo Condillac, Ferdinando è un tipo bigotto e retrivo. Su di lui ha influenza il primo ministro Guillome-Léon Du Tillot, un francese non di grande cultura ma assai energico, appassionato alle riforme, che dirigerà la politica di Parma fino al '70, quando la moglie di Ferdinando, Maria Amalia d'Asburgo, autoritaria e conservatrice, sesta figlia di Maria Teresa d'Austria, lo farà licenziare quasi subito dopo le proprie nozze.
Du Tillot nel '68, l'anno di cui stiamo narrando, caccia i Gesuiti da Parma, seguendo la linea inaugurata dal Portogallo (1759), e ripresa da Francia ('64), Spagna e regno di Napoli ('67). Il re di Napoli, dal '59 è un cugino omonimo di Ferdinando, che sposa Maria Carolina, sorella di Maria Amalia e di Maria Antonietta che diventerà la moglie di Luigi XVI di Francia. Chi dirige la politica napoletana, sia con Carlo III sia con il figlio Ferdinando IV, è Bernardo Tanucci che lotta contro i privilegi ecclesiastici, abolisce molti ordini religiosi, ed espelle i Gesuiti, definiti da lui "un vero canchero del genere umano". Tanucci si giustifica invocando l'autorità divina del monarca.
A Parma, Du Tillot (dalla cui parte stanno i numerosi giansenisti, presenti soprattutto a Piacenza), dopo aver ridotto i privilegi fiscali e giurisdizionali del clero, per rispondere alla scomunica papale che lo ha colpito, decreta lo scioglimento della Compagnia di Gesù, ed abolisce l'Inquisizione, anche per reagire alle pretese territoriali della Chiesa, da cui il ducato ha dipendenza feudale sin dal 1545. Il papa con la "bolla" In coena Domini si scaglia contro Ferdinando: dichiara nulla tutta la legislazione parmense dal 1764 in poi. Clemente XIII, sostenitore di una linea filogesuitica, è sul trono di Pietro dal '58. Sono per Roma tempi difficili. Il dispotismo illuminato avanza rivendicazioni giurisdizionalistiche per subordinare la Chiesa allo Stato. In Francia riaffiora la tendenza autonomistica del gallicanesimo. Ci sono poi i fermenti dei giansenisti, contro cui Clemente XI nel 1713 ha lanciato la condanna con la "bolla" Unigenitus. Francia, Spagna e Napoli, ovviamente, si schierano dalla parte di Parma. Contro Du Tillot, la Chiesa attraverso Maria Amalia coagula forze di corte e popolari che portano alla cacciata del francese, e ad una politica conservatrice e clericale.
A Rimini, il caso del ducato emiliano è conosciuto in tutti i particolari. Iano Planco ne scrive in molte lettere al suo ex allievo abate Amaduzzi che lavora a Roma. "Non bisognava fare quel Breve così enfatico contro la corte di Parma", che è tanto ben legata a Napoli, Francia e Spagna, sostiene Planco: "in quel Breve sono molte cose esagerate". E teme che il duca invada le province della Romagna. In città, corre voce che "si pretende che il Papa revochi il Breve contro la Corte di Parma", e che "il gran Mastro di Malta abbia espulsi i Gesuiti col consenso però di Roma". Ipotesi, questa, senz'altro infondata, visto l'atteggiamento favorevole di Clemente XIII verso i "Loyolisti".
Planco critica Tanucci per l'espulsione della Compagnia da Napoli: "…né mi fa spezie il fatto del Marchese Tanucci, che prima assicurò i Gesuiti, e che dopo improvvisamente gli cacciò", per ordine ricevuto dalla Spagna. I Gesuiti reagiscono all'atteggiamento nei loro confronti con delle "Imposture, raccontando il fatto di quella Madonna… di Maiorca… che avea le mani giunte, e che dopo l'espulsione de' Gesuiti le ha spalancate; ma gli Spagnuoli loro hanno reso la pariglia mettendo fuori la Profezia del Venerabile Palafax che confermava con un altro prodigio la giusta loro espulsione".
Planco è un ex allievo della Compagnia, come Amaduzzi, e come lui non è per nulla benevolo verso di essa: "…è un mistero, come i Gesuiti, che sono espulsi dapertutto, nel solo Stato nostro facciano delle reclute. (…) Forse penseranno d'impadronirsi dello Stato nostro col piantare in esso la loro Monarchia, che non hanno potuto piantare, e stabilire altrove", nemmeno nei "paesi di Mamalucchi". Non di questa monarchia gesuitica ha bisogno oggi la Chiesa, pensa Planco, ma di riforme nel proprio Stato, "se non vorrà vedere tutto rovinato" in campo economico dalle vecchie regole feudali.
La Roma di Clemente XIII (1758-69), è descritta da Amaduzzi a vari corrispondenti: il papa viene presentato incredulo davanti alle notizie che gli forniscono contro i Gesuiti. Il pontefice difende la Compagnia, quando in Francia cacciano i "Loyolisti". L'espulsione dalla Spagna fa osservare ad Amaduzzi che Roma ha "una protezione fanatica… per i Gesuiti", e che il re di Spagna si è mosso contro di loro "per promuovere il buon costume e la sana dottrina".
Amaduzzi dimostra apertamente il suo antigesuitismo e la sua simpatia verso le corti borboniche in varie epistole. Tuttavia, riconosce gli eccessi dei sovrani, ma critica pure il "cattivo stile" della Chiesa con le corti straniere, suggerendo moderazione, discrezione, equità. Il cardinale Ganganelli, scrive Amaduzzi, prova "il più vivo rammarico" per l'atteggiamento filogesuitico del riminese Giuseppe Garampi, nunzio a Vienna.
Quando muore Clemente XIII, Amaduzzi scrive a Planco che "nessun rincrescimento" dimostrò la gente, "eccetto alcuni pochi suoi familiari e i benevoli suoi Gesuiti". ("L'infelice pontificato di Clemente XIII", osserverà nell'83, "consistette in cozzare coi sovrani ed in proteggere i Gesuiti. A questo impegno egli associava talento e sveltezza… ed anche cabala ed intrigo che aveva appreso nella scuola gesuitica e nella Curia romana"). L'elezione di Ganganelli, che assume il nome di Clemente XIV (18. 5. 1769), gli appare "improvvisa e inaspettata". Planco esulta per il nuovo papa, suo ex alunno pure lui, che definisce un «signore di buona mente», capace di risolvere le «differenze» tra Roma e alcune corti cattoliche.
Ganganelli è nato a Santarcangelo il 31 ottobre 1705 in via Pio Massani n. 38: suo padre, che proveniva da S. Angelo in Vado, era medico condotto del paese. Al Battesimo in Collegiata, gli fu posto il nome di Giovanni Vincenzo. Adolescente, venne messo a studiare presso i Gesuiti nel Collegio di Rimini. A 18 anni si fece frate conventuale, prendendo il nome del padre già morto: Lorenzo. (1)
Amaduzzi scrive a Planco, nel settembre '69: «La soppressione dei Gesuiti seguirà senza meno, come sicure illazioni ci fanno sperare», e sarà «intera ed universale». «Genìa inquieta e tumultuante», definisce la Compagnia. Clemente XIV teme ribellioni dei Gesuiti nello Stato della Chiesa, è afflitto e angosciato, e soffre d'insonnia: intanto, inizia a maneggiare «tacitamente» il problema. A Roma, si parla di una «bolla» di sospensione dei «Solissi» (la definizione deriva dal sole che appare nello stemma della Compagnia), «ma il gran scoppio si dovrà sentire tutto ad un tratto».
Ci si avvicina al botto conclusivo. Il papa «è portato di domare, senza parere di farlo, il più scaltro, il più politico ed il più animoso uomo del mondo. Tant'esso è padrone di sé, indipendente da tutti e superiore ad ogni cosa», scrive Amaduzzi nel febbraio '72. Aprile '73: il papa non è più afflitto. «Segno della sua sicurezza e tranquillità», è il suo aspetto «florido, ilare e brillante». Chiusi i seminari gesuitici, seguono perquisizioni ai loro conventi ed archivi. (Un nipote del papa, il gesuita Girolamo Fabbri, il 19.6.1773 scrive all'abate Battarra: «Il mondo Gesuitico credo che ormai sia moribondo, il suo giudizio finale e la eterna condanna non deve tardar molto a farsi sentire»).
Planco risponde ad Amaduzzi: «I gesuiti hanno torto col pretendere che non si possa spegnere il loro ordine dal papa». Intanto a Bologna (nel giugno '73), si proibisce loro di confessare e predicare: «Ora non si vede perché la sola Bologna abbia da soffrir questo, e non tutto lo stato nostro. Qui si dice che i gesuiti che sono qui si vadano preparando alla partenza e che si siano partiti i danari tra di loro». E poi: «Qui ancora s'erano sentite le varie vicende de' Loyolisti sul ferrarese, dove si procede con le sbirraglie… Qui dicono che i nostri vendono tutte le loro entrate, e che mandino i denari fuori, il che io non so se facciano bene, e che non s'attirino un[giudice] criminale contro… Li gesuiti spagnoli pensano ad andare alla villeggiatura, onde stanno meglio degl'italiani che non sanno il loro destino». La lettera è del 22 luglio 1773. La sera prima, il papa ha firmato la «bolla» Dominus, ac Redemptor: è la fine per i Gesuiti.
Amaduzzi ne scrive trionfante a Planco il 7 agosto: «L'estinzione gesuitica va avanzandosi a gran passi… Finalmente si comincia a veder chiaro…». Amaduzzi è addentro alle segrete cose: se non è stato lui l'autore del «breve», secondo i suoi biografi certamente vi ha avuto gran parte. Amaduzzi definisce «moderato e circospetto» il provvedimento: infatti non impedisce ai Gesuiti di confessare e predicare, cosicché non vengono dispiaciute quelle corti che li proteggono, mentre sono state accontentate quelle che li avversavano. Il documento papale, aggiunge, «dà la vera idea di una grande e saggia politica».
Bianchi informa dalla Romagna: per gli esproprî si dice che si comincerà da Ravenna «e in fine si verrà a Rimino, dove essi [i Gesuiti] hanno più d'ogni altro luogo…, giacché i nostri Riminesi non hanno voluto esser meno sciocchi degli altri».
Dopo la morte di Clemente XIV (22. 9. 1774), circolano voci che essa sia frutto di un avvelenamento. Planco è scettico, Amaduzzi ne è convinto. I Gesuiti intanto inondano Roma di satire contro il pontefice defunto. Narra Amaduzzi che essi «ardiscono perfino asserire» che la causa del decesso sta in una «lucceltica» e in «una celeste maledizione».
Quando Bertola pubblica nel novembre '74 la prima delle tre Notti Clementine dedicate al pontefice defunto, Amaduzzi scrive al poeta riminese, dicendogli che considera l'opera come «un conforto agli onorati animi ributtati dal lezzo di tante infamità». Le infamità erano i «parti informi ed oscuri di vipere vendicatrici», cioè gli scritti che i Gesuiti diffondevano contro la memoria di Clemente XIV, e che erano stati bruciati davanti alla colonna Antonina. (2)

Note al cap. 6
(1) Cfr. don S. Tamagnini, Santarcangelo alta e ridente, Ghigi, Rimini 1991, pp. 46-47. Sulla facciata del vecchio palazzo in cui nacque il pontefice, è stata posta una lapide a ricordo dell'evento, il 20 maggio 1972. È del 1860 l'iscrizione all'interno dell'arco eretto (tra 1772 e '75) in onore di Ganganelli: essa ricorda che Clemente XIV «sopprimendo la Compagnia di Gesù bene meritò della religione e della civiltà». Commenta don Tamagnini: «Peccato» che la lapide «profani il mistico significato di questo arco… Ma è necessario capire i tempi» (ibidem, p. 36).
(2) Le lettere riprodotte in questo capitolo, sono tratte dai citati volumi di G. Gasperoni, Settecento italiano, eLa Storia e le Lettere. Soltanto la parte finale (con le due lettere di Amaduzzi a Bertola) è ripresa da A. Piromalli, A. B. nella letteratura del Settecento, cit., p. 21. Il «Venerabile Palafax», citato a pag. 59, è Giovanni da Palafax, vescovo messicano di Angelopoli, che aveva fatto profezie sgradite ai Gesuiti, di cui era stato oppositore. (Cfr. E. Pollini, Padre Agostino Antonio Giorgi nel 180° Anniversario della morte, Quaderno XI-1977, Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone, p. 50).
Indice Amaduzzi

Antonio Montanari
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10 mars 2013 7 10 /03 /mars /2013 18:40

Il ricordo del poeta Elio Pagliarani, con le annesse impressioni personali sull'Università di Bologna (17.02.2013), doveva avere un seguito che ho rimandato per motivi d'attualità, legati alla memoria riminese di papa Gregorio XII. Non ho potuto così proporre un breve accenno a quella Scuola pedagogica bolognese degli anni Sessanta che ha avuto il suo animatore appassionato in Giovanni Maria Bertin, scomparso novantenne nel 2002. E nella quale mi sono formato.
Già nel 2002 raccontai sul web la mia gratitudine a quel Maestro, ripercorrendo l'esperienza di uno studentello delle Magistrali di Rimini che approdava a Bologna scoprendo un modo nuovo e diverso di fare cultura. Se oggi riprendo il discorso in questo angolo di giornale, è perché ritengo ancora valido, soprattutto nel momento presente, l'insegnamento di Bertin rivolto a formare nei suoi studenti una coscienza civile e politica attorno a due temi fondamentali. Quelli del dialogo e del vedere la Costituzione repubblicana come la Stella polare del nostro agire quotidiano nella vita pubblica che coinvolge tutti quanti, non soltanto i Politici.
Bertin, con il suo chiaro e preciso stile, è di attualità nel mondo della cultura dei nostri giorni, come dimostrano due recenti volumi curati dai pedagogisti Franco Frabboni e Massimo Baldacci. Ma se quelle idee della Costituzione come Stella polare della vita politica, e del dialogo quale metodo per una società civile, fossero oggi riproposti con la necessaria urgenza e chiarezza, forse avremmo più speranza nel futuro e meno confusione in testa.
Bertin ci ha insegnato che non dobbiamo avere una visione egoistica della vita, come se ci fossimo soltanto noi, e gli altri dovessero inchinarsi ai nostri voleri. Con gli altri possiamo dibattere, dobbiamo chiarire le singole posizioni, ma sempre nel rispetto di quel principio fondamentale della democrazia che è il dialogo, come necessità di comprendere chi è lontano e diverso da noi, per evitare il ripetersi dei drammatici conflitti di cui cinquant'anni fa noi studenti, per semplice questione d'anagrafe, portavamo non l'esperienza diretta ma il ricordo non lieve di quanto vissuto dalle nostre famiglie.
La nostra generazione 'di mezzo' (dopo la guerra e prima della contestazione) non aveva nessuno strumento autonomo per giudicare e comprendere, al di fuori del bagaglio che ci veniva affidato da portare con fatica e scarsa soddisfazione. Forse oggi si rivive la stessa esperienza. [Anno XXXII, n. 1119]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 11, 17.03.2013, Rimini

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