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6 mars 2013 3 06 /03 /mars /2013 16:08

Alle origini di Rimini moderna (7). Venezia concede privilegi per il commercio, tutte le cause civili o criminali debbono essere discusse in città, i ribelli e i fuorusciti sono perdonati
Mare, monti e agricoltura
["il Ponte", 10.03.2013]

 


Passata sotto il dominio veneto nel 1503, Rimini ottiene condizioni di favore per la sua vita economica nei patti (detti “Capitoli”) approvati dal Doge. Ce li ha tramandati integralmente Cesare Clementini.

Via i dazi
Sono tolti i dazi sul commercio dei grani, e sul metter nei magazzini grano, biade e vino. Il vino esportato a Venezia da cittadini, abitanti di Rimini e del contado, e dai proprietari stessi, paga il dazio secondo le regole della terre soggette alla Repubblica nella Dalmazia. Delle somme riscosse per condanne e pene, fanno a metà il Comune di Rimini e la Camera ducale veneta. Si riconoscono a Rimini questi privilegi, consuetudini ed immunità: libera navigazione da e per il nostro porto con qualsiasi tipo di mercanzia, senz'obbligo di andare a Venezia. Le esenzioni per il commercio, sia via terra sia via mare, previste soltanto per i periodi di fiera, sono estese a tutto l'anno. Il transito verso Bologna è libero con il consueto pagamento dei dazi, senza l'obbligo di condurre le merci a Venezia, “eccetto i minerali, e altre mercantanzie espressamente dal Senato proibite”. I riminesi possono richiedere dall'Istria tutto il legname di cui abbiano bisogno.

Giustizia sommaria
Un punto particolare dei “Capitoli” è quello che prevede l'affidamento degli Uffici in città e in tutti i luoghi ad essa sottomessi, soltanto “a Cittadini, e ad altre persone idonee” dei medesimi luoghi. Le ricompense agli incaricati non debbono aumentare. Tutte le spese per l'organizzazione della vita pubblica (ovvero le paghe a Rettori della città, giudici, custodi delle porte, e così via elencando), non debbono essere sostenute dalla Repubblica veneta ma dalla città di Rimini. Altrettanto interessante è il patto che impone di gravare su cittadini o contadini per le spese pubbliche soltanto in tempo di necessità o di sospetto di guerra. L'obbligo di alloggiare le truppe, dando loro paglia e legna, spetta soltanto agli uomini del Contado e non ai cittadini, “come è stato solito”.
I cittadini e gli abitanti di Rimini che siano proprietari di terre nel Contado, possono liberamente portare in città “tutte le frutta” che vi raccolgono senza pagare dazio, bolletta o colletta. Tutte le cause, civili o criminali che siano, debbono essere discusse in città per minore spesa dei sudditi. A cittadini ed abitanti è garantito un prezzo di favore per l'acquisto del sale. Chi nei fatti recenti di rivolte e saccheggiamento abbia subìto un danno, faccia conoscere la verità in modo che i Rettori possano procedere a “sommaria giustizia senza strepito di lite”. Per il dazio pagato da chi non è riminese, è prevista la misura della metà da versare alla comunità locale e dell'altra metà per la Camera ducale di Venezia.
Per cinque anni non sono ammesse denunce di forestieri a carico di riminesi, relative a fatti antecedenti al dominio veneziano. Infine al Comune di Rimini è concesso di tenere una casa a Venezia per ospitarvi i suoi cittadini, con privilegi ed immunità goduti dalle altre città suddite della repubblica.

Ribelli perdonati
Clementini ricorda poi che al Senato di Venezia piacque concedere, senza esserne stato richiesto, che “tutti i fuorusciti, e Ribelli potessero liberamente rimpatriare”, e che gli fossero restituiti i beni già confiscati. Era una misura di pacificazione, come suol dirsi, per chiudere una pagina scottante del passato. Ma il Provveditore di Rimini Domenico Malipiero volle proseguire con le condanne e le confische, per cui gli interessati (“particolarmente i Belmonti, e gli Adimari”) si rivolsero al Senato. Che così stabilì: le delibere già prese per confische, vendite ed alienazioni sono sospese e non vanno eseguite. Intanto a Roma il cavalier Carlo de Maschi, “Legista celeberrimo Riminese”, fatto senatore dal papa e “poco prima levato dalla devozione de' Malatesti”, cerca di convincerlo a recuperare Rimini alla Chiesa. Il che avviene il 26 maggio 1509, dopo la sconfitta di Venezia, il 14 maggio da parte della lega di Cambrai. (Nel 1503 dal 2 ottobre al 24 novembre Pandolfo IV è di nuovo signore di Rimini, ma sotto il governo veneziano.)

La nostra geografia
Nei “Capitoli” veneziani, ci sono alcuni aspetti da considerare. Quando si dichiarano non ammissibili per cinque anni le denunce di forestieri a carico di riminesi, per fatti antecedenti al dominio veneziano, si è consapevoli che nei momenti più inquieti possono agire dei provocatori che manovrano la cosiddetta plebe. Come dimostra Francesco Guicciardini per anni successivi, c'è chi agisce localmente ma ha legami con le altre realtà italiane. Abbiamo incontrato Francesco Biancuto: a Rimini fa il capo dei ribelli sostenitori dei Malatesti, a Milano ed a Ferrara invece lavora come spia al servizio di Roma. Il perdono concesso a fuorusciti e ribelli è una conseguenza di questa decisione puramente politica, di calmare le acque.
Infine ci sono i provvedimenti economici che alleggeriscono i costi dei prodotti e favoriscono le esportazioni ed i commerci in entrata. Questo aspetto è legato alla condizione geografica di Rimini. Con il porto può guardare ad Oriente, tenendo d'occhio proprio Venezia i cui mercanti, come insegna Carlo M. Cipolla, già dal Duecento sviluppano tecniche d'affari superiori a quelle tradizionali di Bisanzio. La campagna riminese produce in quantità che variano secondo gli anni: ci sono i periodi di maltempo e di passaggio di truppe, spiega Carla Penuti, che rovinano campi e raccolti. Ne deriva quel flagello della fame che un canonico bolognese, Gian Battista Segni, nel 1602 definisce più crudele della peste. Le carestie, spiega Penuti, caricano le amministrazioni cittadine di spese e blocca il capitale privato per trovare cibo. Ne patisce anche il settore manifatturiero, lasciato senza investimenti.

La via dei monti
Oltre alle campagne ed al mare, ci sono infine pure le montagne. L'Appennino non ci separa dalla Toscana, ma ci unisce ad essa. Lo dimostrano la vicenda di Dante esule a Ravenna e quella delle origini dei Malatesti, per le quali esiste un preciso itinerario tra Romagna, Marche e Toscana.
Nel 1121 c'è un atto relativo ad Ugo detto “Malatesta” e ad un monastero della Toscana, San Lorenzo di Coltibuono. Nel 1129 lo stesso “Malatesta” si avvicina alla Romagna, figurando proprietario di un terreno sulla costa marchigiana a Casteldimezzo, fra Cattolica e Pesaro. Infine il 18 aprile 1131 il nome di Ugo appare in un atto relativo alla località riminese di San Lorenzo in Monte. Un “Istrumento del 1132” (sempre per San Lorenzo in Monte) reca fra i testimoni “un Ugo Malatesta”, come scrive L. Tonini. Nel 1184 una Berta degli Onesti di Ravenna è moglie di tal Malatesta, che lo storico ravennate Vincenzo Carrari battezza “Minore”.
Questo viaggio nel passato della nostra storia, ci offre l'occasione di due brevi annotazioni, giostrate su autorevoli opinioni di illustri studiosi. La prima è di un grande storico della Letteratura, Ezio Raimondi, che, a proposito del Rinascimento, ha spiegato la necessità di ridisegnare una sua “geografia nuova”, con il canone della “complessità irriducibile a tradizionali formule di comodo”. Trasferendoci in campo storico, piuttosto che seguire la catena dei fatti, dovremmo seguire il modello “di una maglia o rete” di Carlo Emilio Gadda, con fatti e figure che s'intersecano fra loro. Gadda sostiene poi che occorre avere coscienza di questa “complessità”, sulla quale torna Raimondi.
L'altra annotazione è di Cipolla: la storia economica per riuscire comprensibile deve essere anche storia sociale. Né la prima né la seconda tipologia di indagine sul passato, sono state sviluppate a Rimini, per cui i provvedimenti veneziani appaiono semplici elenchi che riguardano l'alta politica e non tutta la vita di un territorio.
(7. Continua)

All'indice di "Rimini moderna"
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Antonio Montanari

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Published by antonio montanari - dans il Ponte Rimini
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4 mars 2013 1 04 /03 /mars /2013 18:14

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Amarcord scolastici (e non)
del secondo Dopoguerra a Rimini.
Memorie di Tama in sette puntate.
"il Ponte", settimanale, Rimini 1991-1992


1. Camicia nera della ricreazione ["il Ponte", 19, 19.5.1991]
Primo giorno di scuola della prima elementare. Primo ottobre 1948. Al primo piano di un vecchio edificio del Borgo San Giovanni, la via XX Settembre. Scala senza ringhiera. Bui i locali. Si sente nei corridoi la puzza dei gabinetti. Dentro le aule trionfa l'odore dell'inchiostro, posto nei grossi calamai di vetro, che sono infilati in vecchi banchi di legno.
La maestra Ghelfi ved. Pattuelli ha l'aspetto solenne di un'insegnante ottocentesca, è il suo ultimo anno di servizio.
La guerra è finita da quattro anni, almeno per noi riminesi. Per gli altri, dal 25 aprile '45, di anni ne sono passati appena tre. In giro c'è tanta miseria. La vedi disegnata sui volti della gente, nei panni che indossa. Le differenze sociali le noti già dal vestito. I bambini portano pantaloni corti anche d'inverno, e zoccoli ai piedi, ricoperti sul davanti da una mascherina di cuoio, per attenuare il freddo. Le calze sono di lana grossa, fatte in casa, a cento colori, con gugliate purchessia.
I bambini poveri li distingui anche perché non hanno mai il fazzoletto. Tirano su con il naso, ed il naso manda giù candele, che procurano rimbrotti e soccorsi ufficiali della maestra, nella pulizia del viso.
Per gli scolari più poveri, c'è poi la refezione: al termine delle lezioni, restano in aula, dove viene servita una minestra con una piccola pietanza. A loro, le maestre regalano anche i quaderni.
I muri ed i corridoi della scuola sono di un colore neutro, freddi e severi. La disciplina che ci viene imposta, non scherza.
Noi che siamo nati durante la guerra, non sapevamo nulla degli asili. L'entrata in un'aula scolastica, era il passo inesperto e traumatico che ci separava dalla famiglia. Non eravamo preparati al "primo giorno". C'erano soltanto le amicizie che si facevano a casa, dove si formavano le bande. Se si voleva acquistare un ruolo, si imparava a menarsi o a distruggere le cose, tirare ad esempio fiondate ai nidi delle rondini.
Non ho mai posseduto una fionda. Quell'oggetto andava confezionato a regola d'arte, con lunga pazienza. Alla ricerca del ramo biforcuto, seguiva la preparazione dell'elastico, ricavato da qualche camera d'aria di biciclette, e poi c'era il montaggio finale, con ampi giri di corda per fissare le estremità dell'elastico.
Ho provato ammirazione per l'abilità tecnica di chi la costruiva. Ma l'uso a cui la fionda era destinata, ha sempre suscitato in me un inconsapevole rifiuto. Stavo dalla parte delle rondini. Una volta piansi per loro, quando vidi che il nido sotto il tetto di casa, era stato sbriciolato con un colpo magistrale dal mio coetaneo del pianterreno.
S'andava a scuola malvolentieri. Le quattro ore di lezione erano come un carcere obbligatorio. Non c'erano bambini che dovessero vivere la loro infanzia. Esistevano soltanto regole da rispettare.
Abbiamo cominciato con le aste. Pagine e pagine di quaderni, per apprendere come si maneggiava la penna. La penna era composta da una cannuccia di legno e da un pennino metallico, che doveva essere bagnato nel calamaio dell'inchiostro.
Il calamaio era una zona franca della fantasia infantile. Carte, mosche, ragni e gessetti contribuivano ad intorbidire quel liquido nerastro che le bidelle versavano da grosse bottiglie, asciugando le gocce dai bordi con stracci neri che rivelavano la loro origine di rifiuti domestici.
Il pennino intinto nell'inchiostro, faticava a procedere sui fogli dei quaderni. C'era imperizia nel maneggiare la cannetta, ma c'era anche l'ostacolo rappresentato dalla porosità della carta. Il pennino spesso s'impennava sui fogli, e s'imbizzarriva come un cavallo, non volendo più procedere. La spinta che lo scolaro dava alla penna, provocava uno scatto improvviso ed imprevisto del pennino che lanciava la sua macchia d'inchiostro nel raggio di qualche decina di centimetri.
Poteva esser colpita la pagina del quaderno. Un veloce intervento con la cartasciuga neutralizzava parte del colore dell'inchiostro, non troppo resistente. Seguiva poi il rapido sgretolamento dell'impronta, con quelle gomme ruvide che dovevano essere maneggiate con estrema attenzione. Il più delle volte, l'imperizia spingeva la mano a sfregare la carta, sino ad annullare un pezzo del foglio. E così si apriva un occhio curioso sulla pagina successiva, facendo agitare la maestra che diceva: «Non si fa così».
Non succedeva nulla di male, in fin dei conti, se ad esser colpita era la pagina del quaderno. Le cose andavano peggio, se la macchia andava a depositarsi sul collettino bianco. Nel qual caso, i conti erano da farsi a casa, con problemi di smacchiatura, per far scomparire un'ombra indegna sull'immacolato lindore dell'indumento, o per meglio dire dell'appendice necessitata dell'indumento.
La nostra divisa scolastica era infatti composta da tre parti. Un grembiule nero, un colletto bianco ed un fiocco azzurro. Il colletto era concepito come indipendente dal grembiule.
Il grembiule aveva una sua antica caratteristica, oggi scomparsa: doveva inevitabilmente chiudersi sul retro. Chi avrà mai inventato questa straordinaria divisa, priva di ogni praticità? L'apertura posteriore del grembiule, per i maschi poneva un problema funzionale, perché in taluni frangenti non coincideva con quella anteriore dei calzoni.
Il colletto girava perennemente su se stesso, per cui il fiocco cedeva a posizioni oblique, volando da ogni parte, tranne che in quella giusta. Sul petto, dalla parte sinistra, infine, la decorazione della riga doveva indicare la classe che si frequentava. Ricordo qualcuno che si fregiava della decorazione sul braccio, come i militari. E tali forse erano i padri dei figli che così venivano esibiti.
Il mio grembiule, con quale stoffa fosse stato confezionato, me lo spiegò mia madre pochi anni fa. Era la camicia nera di mio padre.
La fortuna volle che io fossi stato soltanto "figlio della Lupa". Mi avevano dichiarato tale alla nascita, nel 1942. La guerra, con le sue tragiche pagine, mi evitò di salire ai gradi superiori del "cursus" fascista. Così, non sono mai stato "balilla". Tuttavia, ho portato in me il segno del passato regìme con il candore dell'innocenza, pari a quello con cui mio padre aveva indossato la camicia nera, obbligatoria per mangiare, quando la tessera del fascio veniva chiamata la tessera del pane.
Candore che capisco soltanto ora, ripensando che mio padre non ricordava mai "lui", e che non ha poi avuto "nostalgie" politiche. Aveva capìto durante la guerra (penso io), quanto fossero state scioccamente illusorie le sfilate, le parole d'ordine, che nessuno tranne pochi, sul finire di quegli anni Quaranta, voleva rammentare o riproporre a noi giovani, a conflitto mondiale concluso.
C'era stato dopo la guerra, nella gente, come un blocco psicologico, un trauma. Gli scampati contavano le macerie, quelle dei loro cuori e delle loro giovinezze, e non ci dicevano nulla. A scuola, che cos'era la Storia? La lupa scendeva dal piedistallo che l'aveva elevata a simbolo di una vicenda grandiosa. I fatti erano successioni di immagini, Orazi e Curiazi, Muzio Scevola, Giulio Cesare, Augusto, Tiberio, Carlo Magno. Così come la cultura era successione di dati. Tre per tre, otto per sette (e sette per otto: cioè, il massimo dell'ambiguità matematica), venti diviso quattro, ed ancora sette per otto. E poi le massime, "Lozio è il padre dei vizi", oppure "Lo zio è...", dove un'improbabile parentela veniva giustificata di fronte alla pubblica moralità che tuttavia voleva regole ben precise, almeno nelle apparenze.
Regole severe come quelle che applicavano a noi poveri allievi di prima elementare. Attenti, riposo, mani "in prima" (appoggiate sul banco), mani "in seconda" (dietro la schiena), che erano il viatico a punizioni severe, lunghi silenzi che dovevano essere sopportati stoicamente, perché così voleva la Scuola.
Cadente di fuori, questa Scuola aveva dentro di sé una forza inimmaginabile, il vigore dell'imposizione. In questo modo, siamo cresciuti uomini d'ordine, o ci hanno predisposto alla ribellione? E' difficile rispondere, come è arduo capire quei tempi, che segnavano il passaggio da un mondo all'altro.
I nostri vecchi maestri, che cosa volete che si chiedessero. Pedagogicamente, si erano formati nell'Italietta giolittiana. Poi avevano visto trionfare il fascismo, e chissà quante baggianate avranno dovuto dire o sentire, sempre in nome della "tessera del pane". Finita la guerra, democrazia che parola era?
Anche le parole hanno un sapore. I nostri primi giorni di scuola, sembravano da reggimento deamicisiano. Leggere, scrivere e far di conto: questa la meta prima (e forse ultima) che la classe insegnante si poneva nella sua attività didattica.
Stanchi della Storia, invecchiati per l'età, i nostri maestri ci coccolavano con un sorriso e ci torturavano con la regola, l'imposizione, il dover fare i compiti, gli esercizi, i disegni così come volevano loro, anzi come volevano i princìpi della Scuola di quei giorni.
Forse guardavano a noi bambini invidiandoci il futuro che ci stava davanti. Ripensavano ai loro sogni. Si erano realizzati? Rivedevano le loro speranze. Dov'erano finite? Ma il patto segreto della convenzione sociale, faceva sì che nessuno dicesse nulla. Il passato? Dov'era finito?
Quel passato, lo avevamo indosso, ognuno di noi, non soltanto io, con la camicia nera di mio padre.

2. Obbedite al capoclasse ["il Ponte", 23, 16.6.1991]
La divisa scolastica diventava un pò ridicola per gli alunni ripetenti. Nonostante la forzata frugalità che caratterizzava i pasti della gente in quei giorni, i corpi di alcuni fanciulli crescevano a dismisura. Le stoffe invece restavano ferme in un disegno primitivo che spesso risentiva di un'ereditarietà mortificante, trasmessa da un precedente fratello maggiore a quello minore che, a sua volta, precedeva qualcun altro, e che non si sa se concludesse la serie.
Non era colpa di nessuno, se l'ultimo nato in famiglia aveva avuto uno sviluppo osseo superiore a chi lo aveva preceduto. In questi casi, il grembiule restava come la sintesi di se stesso, un accenno di indumento che lasciava trasparire la sua crudele insufficienza da tutte le parti. Il contenuto eccedeva il contenente, contro ogni regola di fisica elementare.
C'era in ogni classe un buontempone più fortunato degli altri, perché la sua appartenenza ad una famiglia contadina gli forniva alimenti sostanziosi a poco prezzo. Era sempre rubizzo e s'ingrassava in continuazione. Quando faceva la prima, quelli che non lo conoscevano, gli chiedevano: «Farai mica la terza?».
Un altro effetto provocato da quella maggiorazione del fisico del bambino che s'ingrandiva come un ragazzo, era nei voti che raccoglieva nelle pagelle, in modo inversamente proporzionale alla crescita. Più invecchiava, meno riusciva nel lavoro scolastico.
Ai nostri tempi, c'era ancora l'abitudine di mettere nei libri di testo le immagini pinocchiesche degli studenti asini, con il cappello della berlina che spuntava da dietro la lavagna. Non esisteva allora lesa maestà infantile, per i maestri, nel definire asino un proprio scolaro. E questi bambini poco capivano, poco avevano voglia di fare. Spesso lavoravano tutto il pomeriggio a casa per i bisogni della famiglia, e quando finalmente potevano riposarsi a scuola, accettavano di buon grado qualsiasi offesa alla loro dignità intellettuale, pur di riposarsi, se non dormire spudoratamente alla faccia di tutta l'Istituzione.
Se piangevano, lo facevano di nascosto, umiliati ma non offesi, senza meditare vendette, senza pregustare vittorie sindacali o rivendicazioni sovversive.
Il sapere si trasmetteva con una stratificazione sociale che era alla base di quello stesso sapere. La scuola rispecchiava il mondo nelle sue varie fette, ogni classe dipingeva entro le mura di un'aula scolastica la realtà esterna, le sue differenze e le sue ingiustizie.
Ma a vincere questi scompensi, bastava l'amicizia, non quella deamicisiana del ricco che doveva amare il povero per spirito cristiano e compassione borghese, ma l'istinto che lega i fanciulli nel gioco, nella birichinata, nell'affascinante avventura che la fantasia sa creare pure dentro una grigia stanza scolastica.
Anche a chi sentiva come sacro dovere della patria rispettare la Massima Rappresentanza dell'Istituzione, cioè l'Insegnante, faceva tuttavia sommo piacere vedere che si poteva tentare di creare norme diverse da quelle imposte dalla Cattedra.
I birichini, i ribelli, erano simpatici eroi d'un momento, ammirati ma non celebrati, contesi nelle "bande", non invitati però nelle case di chi non voleva far sfigurare il proprio bambino con le cattive compagnie. Con la loro voce rauca, ti scimmiottavano se recitavi bene la poesia, si divertivano a spingerti nel gomito per farti fare sgorbi ed errori sul foglio del disegno o del quaderno di «bella».
L'ordine, la precisione erano una fissazione nella didattica dei nostri maestri, che poi mi hanno trasmessa e che mi è rimasta come abitudine di vita. Ma non tutti apprezzavano il lavoro scolastico così come era imposto. Le ribellioni erano piccole piccole, gli scherzi che la severità poteva permettere, erano cose molto modeste che tuttavia apparivano inconcepibili agli insegnanti, forse soltanto per effetto di quella finzione pirandelliana del "gioco delle parti", che è la vita.
I maestri ci recitavano il loro ruolo di guardiani severi. Tifavano per chi osava non condividere tutte le regole della clausura scolastica? Regolarmente, a scherzi e ribellioni, seguivano le punizioni in nome della Norma e della Legge.
Il sistema vigente aveva le sue basi ferree nel potere dell'insegnante che veniva talora delegato momentaneamente ad un capoclasse, il quale però, nelle emergenze, doveva sempre vedersela con un altro superiore istituzionale, la Bidella. Quando il maestro si assentava per qualche minuto dall'aula, imponeva agli alunni: «Obbedite al capoclasse». (Perché parlo di Bidella, e non anche di Bidello? La guerra aveva fatto tante vedove: alle elementari, ho incontrato soltanto donne in questa funzione).
I capiclasse erano di due tipi. C'erano quelli transitori e quelli permanenti. Per i transitori vigeva una regola di rotazione (quasi sempre settimanale), su base elettorale. I permanenti invece erano prescelti dall'insegnante, a suo insindacabile giudizio.
Quali criteri venissero adottati, in tali occasioni, non si sa. Prevalevano metodi lombrosiani che, per quanto odiosi e superati, una loro certa validità debbono pur avercela, nonostante tutto, se chi appare ligèra nel suo aspetto, ligèra poi di fatto è. Madre natura ha fatto bene i suoi calcoli, fornendo a noi suoi figlioli prediletti una specie di targa, con la quale presentarci agli altri, facilitando loro il compito di riconoscerci, e a noi togliendo l'obbligo di dire tante parole, oltre ad una frase modesta come: «Guardatemi in viso, son tutto qui».
Il capoclasse doveva avere, per soddisfare questa scelta, una faccia intelligente. E non so da che cosa si capisse allora l'intelligenza, se dalla pulizia delle persona o se dal modo con cui si costruivano sul quaderno i «pensieri» che erano obbligatori per tutti, come la bontà e la diligenza, specialmente nelle occasione delle feste, quando si dovevano scrivere le letterine ai «Cari Genitori...».
L'insegnante, con una specie di diritto d'origine divina come ai tempi dell'assolutismo, non solo delegava al capoclasse il potere dell'Istituzione di imporre la propria volontà agli altri; ma gli lasciava anche esercitare una sorta di sapienza sacra, consistente nella distinzione tra bene e male, quando si obbligava l'alunno incaricato della sorveglianza, a dividere su due colonne, nella lavagna, i buoni dai cattivi.
Erano i momenti in cui la recita della vita aveva gli effetti meno educativi e più esilaranti. O perché esilaranti, essi erano anche (o soprattutto) educativi?
I buoni gareggiavano con ipocrisia, senso della convenienza, egoismo e superbia nell'esercitare il proprio ruolo, per ricevere una ricompensa inesistente, forse il voto in condotta (morale e civica, come stava scritto sulle pagelle), un plauso che doveva essere l'immaginaria medaglia appuntata sul petto del meritevole.
I cattivi erano tali non per predisposizione naturale. Nell'inevitabile contrasto dialettico che anima l'esistenza, davanti a tante mummie (che, se avessero potuto, avrebbero trattenuto il respiro fino a diventar cianotiche, perché così voleva la Regola), erano gli unici a dimostrare che la sofferenza del silenzio non valeva alcunché. Era meglio ridersela alla faccia di tutti, in primis del capoclasse, simbolo dell'Ordine, mentre notoriamente il mondo deriva dal Caos.
In quella divisione manichea tra buoni e cattivi, c'era il riflesso di vicende pubbliche e private. Chi sono i buoni della Storia? «Quelli che comandano, Signora Maestra, che si sacrificano per il Bene di tutti», poteva essere una risposta immaginaria, pensata oggi e considerata adatta a quei tempi. Ma quelli che comandano chi sono? «La gente comanda uno alla volta, e chi comanda ha sempre ragione, è sempre il più buono, il più giusto, il più bravo».
Queste cose non le diceva nessuno, ma un dialogo così non era del tutto impossibile, in quei giorni nei quali il recente frastuono della guerra avrà pur suscitato nei maestri qualche ricordo meditativo, qualche riflessione pedagogica, facendogli forse chiedere che cosa ci si aspettasse dal domani.
Ma quei vecchi insegnanti, ne avevano probabilmente viste troppe per chiedersi qualcosa, ed allora si procedeva per inerzia. Come si era sempre fatto, così si poteva continuare: chi li obbligava a cambiare le regole del Gioco?
In seconda classe, il maestro Feliciangeli, anche lui alla soglia della pensione, era un'alta figura severa, come la maestra della prima, che aveva sostituito: sembrava un fantasma. Si animava accendendo il sigaro, e poi combatteva gli effetti del fumo, succhiando le compresse di Formitrol, confezionate in un tubetto di latta verde.
Mio padre mi aveva insegnato che quando ci si rivolgeva al Maestro, bisognava dire: «Sissignore». Soltanto per questo motivo, fui fatto una volta capoclasse?
Ma nel momento di scrivere alcuni nomi nella lista dei cattivi, qualche bastiano che era il doppio di me, con una semplice occhiata, mi convinse a lasciar perdere.

3. Ci curavano alla Molière ["il Ponte", 36, 13.10.1991]
Nel grigio repertorio esistenziale d'ogni fanciullo di prima o seconda elementare, sul finire degli anni '40, un capitolo sconosciuto, e perciò affascinante e per questo anche decisivo nella comprensione della precarietà del vivere, era quello delle malattie infantili. Un'esperienza diversa dalla routine quotidiana.
Le madri che s'incontravano tra loro, per strada o nei tetri negozi del tempo, all'ora della spesa, sfoderavano tutta una serie di variazioni sul tema, a proposito di morbillo o di tosse cattiva, detta pure pertosse, se non addirittura (con crudele ironia caricaturale), tosse asinina. «Il mio ha già avuto tutto». «Beata lei, lui ancora niente». E "lui" veniva additato al pubblico disprezzo, con uno sguardo tra il compassionevole e l'ironico, come se fosse stata colpa sua se, gli eventi previsti da madre Natura, non si erano ancora verificati.
Sarò stato magari un poco ritardato, da bambino, il che spiegherebbe il futuro, ovverosia il presente; ma non ho mai compreso perché dovesse essere inevitabile ammalarsi tutti della stessa malattia, come strada obbligata per poter crescere e ricoprirsi di un orgoglio che, a prima vista, mi appariva del tutto inutile nel dire agli altri, come suprema testimonianza di una perfezione biologica : «Gli orecchioni? Già passati».
«Meglio così», dicevano le nonne, «perché se vengono da grandi, non si sa mai». Quel «non si sa mai», non si seppe mai, perché gli adulti spesso (se non quasi sempre), colloquiando con noi bambini, si parlavano da soli, con il loro linguaggio preciso, serio, incomprensibile, intessuto com'era di enigmi che poi nessuno si degnava di spiegarci nella loro scientifica realtà.
Le piante dei cavoli erano tutt'altro che destinate alla gastronomia, così le cicogne avevano un'imperscrutabile funzione postale, non verificabile di fatto, perché nessuno ha mai visto volare una cicogna nei nostri cieli. Ed allora, ci si diceva che la cicogna viaggiava di notte (come i ladri, pensavamo noi), chissà perché non voleva farsi vedere da nessuno: e se sbagliava indirizzo? Quali tragedie sentimentali avrebbe provocato un errore di recapito? Ne accadevano, ma venivano anch'essi accuratamente mascherati, ricorrendo ad una presupposta incomprensibilità dell'Esistenza che celava i suoi misteriosi accadimenti ai comuni mortali. Questa era l'educazione, anzi la "buona" educazione che si pretendeva di impartirci.
Quelli degli adulti, erano monologhi che non ammettevano replica. La dialettica pedagogica non ha beneficiato la nostra generazione. L'unica chiarezza era nella spiegazione di cose che non compromettessero nessuno, come il quadrante dell'orologio che si doveva conoscere prima di andare a scuola, anche se non ci volevano sforzare a leggere prima che si entrasse in un'aula delle elementari, perché «ogni cosa deve avvenire al momento giusto».
A proposito del linguaggio degli adulti: nei primi mesi di scuola, mi rimase impressa un'espressione che il nonno aveva usato una volta con mio padre: «Lei allora gli scriva una lettera, dicendo che..., eccetera, eccetera».
«Eccetera, eccetera» fu per me, durante un lungo periodo, una formula misteriosa di cose dette ma non espresse, un segreto impenetrabile, una specie di formula che apriva mondi inaccessibili, dove potevano circolare soltanto gli adulti, i quali si comprendevano tra di loro, lasciando gli altri nell'incertezza di cose appositamente oscure. Si creava una finzione dalla quale noi bambini eravamo esclusi.
Loro, gli adulti, intervenivano con noi e su di noi, soltanto per lo stretto necessario. I vecchi si erano tramandati una serie di notizie che custodivano gelosamente, dall'alto del loro ruolo di depositari della saggezza, fino al momento opportuno, in cui quell'arcana sapienza doveva tradursi in realtà.
Morbillo o scarlattina che fosse, la nonna assumeva la direzione sanitaria dell'emergenza famigliare. Stanza buia, uso di borotalco delicatamente soffiato sul corpo, come in un cerimoniale da favola, e poi, a rinfrescare e proteggere la pelle, delle pezzuole di lino, di cui veniva vantata la finezza e l'origine antica risalente a qualche ava che aveva lasciato in eredità il suo prezioso corredo. Ma, forse, era soltanto uno straccetto salvatosi sotto i bombardamenti.
La nostra è stata anche la generazione delle tonsille asportate obbligatoriamente, con la stessa rigidità normativa con cui a ciascun cittadino (maschio, di solito: a mia madre giunse che mi attendeva da sette mesi...), arriva la cartolina rosa per il servizio militare. Era un rito crudele come quello della corrida.
Anche quella volta, venni affidato alle mani ferme di nonna Lucia che in casa s'era fatta la fama di donna molto coraggiosa, perché in età giovanile era stata operata "da sveglia": quel suo atto di sprezzo del dolore, ce lo ricordava con grande tranquillità ogni volta che, finito un pranzo di festa con riunita tutta la famiglia, si procedeva al lavaggio delle posate. Il che immancabilmente le faceva ritornare alla memoria il rumore dei ferri chirurgici usati con quella paziente (e la definizione appare veramente appropriata).
Tonsille, a Rimini, nell'immediato dopoguerra, volevano dire dottor Candi, il quale aveva studio in piazza Cavour. L'attesa nell'ambulatorio precedeva il rito della vestizione, consistente nell'applicazione di un lungo telone di gomma cerata, legato attorno al collo. Ti facevano sedere, e appena aprivi la bocca e spalancavi la gola, eri già servito. Poi, mi hanno fatto stendere su di un sofà nell'ingresso dello studio, con due cubetti di ghiaccio in gola, che dovevano aiutare a cicatrizzare la ferita.
A quell'operazione è legata, come strana e straordinaria contropartita, una prelibatezza terapeutica. «Dategli del gelato», aveva ordinato il dott. Candi, che era una figura altissima, e rassomigliava al Mangiafuoco di certe figurine che apparivano allora sui nostri libri. Mai fu più dolce obbedire all'ordine di un medico.
Le gelaterie di Rimini erano poche, e vendevano solo prodotto sfuso: mio padre faceva molta strada, per andare da "Santo Spirito" alla piazza Tre Martiri, al bar Dovesi, con in tasca un bicchiere che poi, colmo di quell'insperata medicina, riportava a casa, ansimando e sudando a causa della sfacchinata compiuta in fretta, per non far squagliare il rimedio sanitario che, infine, vittoriosamente approdava a placare il palato ancora offeso dal trauma post-operatorio.
In altre occasioni, il farmaco era di opposto sapore. Per noi, nati nei primi anni '40, vigeva una scienza che aveva canoni successivamente cancellati, se non smentiti da nuove conoscenze. (D'altro canto, liberi dal Fascio, siamo stati gli ultimi bambini vittime della "fasce", un rituale medievale senza dubbio, che forse risale a qualche popolo barbarico: venivamo immobilizzati, nella illusoria convinzione che la rigidità del corpo favorisse la perfezione dello sviluppo osseo. Più che un sistema igienico, era il segno d'una pedagogia che voleva imporci la passività, insegnandocela concretamente sin dai primi giorni di vita).
Dunque. In caso di febbre, succedeva questo. Venivamo protetti da tante coperte, mentre oggi si suggerisce di stare con pochi panni sul letto, affinché il corpo possa disperdere il calore in eccesso. Oggi, si obbliga l'ammalato a reintegrare i liquidi che si perdono con la sudorazione prodotta dalla febbre. A noi, invece, venivano imposti sistemi completamente opposti. Si doveva procedere ad una pulizia interna che faceva perdere altri liquidi e che, quindi, in teoria, peggiorava le nostre condizioni.
Si usava quel sistema che lo scrittore Roberto Ridolfi ha definito, in una sua godibilissima pagina, «il mattinal purgatorio», pensando al quale tornano in mente i celebri versi che Torquato Tasso ha posto all'inizio della «Gerusalemme liberata»: «a l'egro fanciul porgiamo aspersi / di soavi licor gli orli del vaso». Il metodo purificatorio (e propiziatorio del recupero della salute), era prescritto dal medico con la massima serietà e puntualità, ad ogni rialzo febbrile.
E si sa che, chi abbia un abbonamento a qualche bronchite cosiddetta recidivante, ha diritto alla conseguente grata esenzione dalla frequenza scolastica, a causa di quel malanno che si sarebbe tradotto in una pura gioia ascosa, se il contrappasso (inevitabile) non avesse poi provocato un perfido risveglio, antelucano più del solito, onde favorire l'effetto lubrificante e temporalesco del tremendo olio di ricino. Bisognava soprattutto cogliere la vittima con ancora gli occhi chiusi, in maniera che non tentasse alcuna ribellione.
Allora, non esisteva il prodotto rettificato ed inodoro, ma quello grezzo e puzzolentissimo, simbolo di un disprezzo che si era quantificato storicamente nelle dosi punitorie di fascistica memoria. Ignoro quali colpe dovesse far scontare alla nostra innocenza bambina, la medicina del tempo che non aveva neppure il senso del ridicolo, acquisibile ove fosse il caso, come in effetti lo era, attraverso la lettura del molièresco dottor Purgone nell'«Ammalato immaginario».
L'astuzia ingannatrice di cui parlava già il Tasso sul finire del '500 (vecchio trucco, dunque, che però funzionava sempre), consisteva nel mascherare il fetidume oliaceo con un amarissimo caffè in una tazza poi strofinata al bordo con del limone, per ingannare gusto ed olfatto nel momento supremo del sacrificio digestivo, in cui venivo imboccato rapidamente, seguendo una formula fisica per cui la velocità dell'assunzione venefica doveva essere direttamente proporzionale al suo grado di perfidia odorosa.

Postilla. Che il discorso sulle "fasce", abbia una sua dignità pedagogica, nonostante lo si faccia qui, l'attesta un passo dell'«Emilio» di Gian Giacomo Rousseau (1782): «Donde viene quest'usanza irragionevole? Da un'altra contro natura. Quando le madri, disprezzando il loro primo dovere, non hanno più voluto allattare i loro bambini, è stato necessario affidarli a donne mercenarie, che trovandosi così madri di bambini estranei, per i quali la natura non dettava loro nulla, non han cercato altro che risparmiar fatica. Su di un bambino lasciato in libertà sarebbe stato necessario esercitare una continua sorveglianza. Ma quando è ben legato, lo si getta in un angolo senza curarsi dei suoi pianti...».

4. I piombi di Viserba ["il Ponte", 41, 17.11.1991]
La stessa ferrea disciplina che accompagnava il decorso delle malattie, doveva guidare anche la convalescenza, secondo un rigido repertorio di precauzioni. Ciò favoriva un ritardato rientro a scuola, grazie allo scrupolo sanitario di chi doveva certificare l'avvenuta guarigione dai morbi infantili, onde evitare la diffusione del contagio. Ma se è vero che era meglio adempiere l'obbligo naturale di quelle patologie, tale diffusione non avrebbe dovuto esser favorita, onde sbrigare tutto nel minor tempo possibile? Stranezze di pensieri della vecchiaia che proietto, con l'illusione della memoria, nella mente del fanciullo di allora, che chissà cosa meditava. Forse nulla, arrendendosi all'inevitabilità dei fatti che accadono.
Resta viva nel ricordo, l'immagine di un paio di calzoni. Dopo un terno secco, fatto di morbillo, orecchioni e "tosse cattiva", essi mi vennero presentati come premio per la riacquistata salute. Mi si disse che erano di stoffa pregiata, la vigogna, una rarità in quel 1948, un inverno uguale agli altri, ma con in più la minaccia che "vontasse" l'Ausa, come diceva la gente. Oggi di questo ex fiume, ridottosi a puro scampolo di nomenclatura urbana, restano vaghe e pacifiche tracce. Il suo corso verso il mare è stato nascosto. Nessuno ne sa nulla. Ma in quei giorni del Dopoguerra, le sue piene invernali facevano paura a chi, come noi, abitava a poche centinaia di metri dal suo letto, vicino alla fornace Fabbri, dove oggi è tutto case e parchi.
In quell'inverno, dunque, i miei calzoni nuovi dovevano significare un'occasione di profonda felicità. Così me li presentarono, come amorevole conforto dopo tanti giorni trascorsi a letto, e come nobile testimonianza dell'affetto famigliare.
Purtroppo, lasciai delusi tutti, quando indossai quei calzoncini lunghi, come al solito tagliati "alla zuava" da una sarta che abitava proprio vicino al fiume. (A noi non erano permessi quelli interi ad imitazione degli adulti, come usa oggi, così come alle donne erano proibiti fin dai tempi del fascismo i calzoni da uomo, tutt'al più esse potevano aggirare l'ostacolo con apposite gonne dette a pantalone. Mistificazione palese e sommersa soddisfazione si avviluppavano attorno al pilastro dell'ipocrisia sociale).
Non sopportavo quella stoffa che mi veniva declamata come pregiata, e che invece mi appariva parente prossima della carta vetrata. Si sa che le opinioni infantili non godevano, un tempo, delle approvazioni da parte del mondo adulto. Il dottor Spock non aveva ancora pubblicato i suoi libri. E così, non fui creduto: si scambiò per un capriccio bambinesco il mio parere, solidificatosi poi in un reciso rifiuto di quei pantaloni. E dai calzoni, qualche anno dopo, venne ricavata a malincuore una sciarpa per mio padre. Lui non la indossò mai: «raspava troppo», diceva. Avevo avuto ragione, finalmente. Ma quale delusione avevano provato allora i miei che avevano speso tanto per quei calzoni. La vigogna ai loro occhi era parsa, senza dubbio, come un segno della sopraggiunta libertà, della fine dei sacrifici della guerra. Di sacrifici, ce ne sarebbero stati altri nel nostro futuro, ma in tempo di pace era tutt'altra faccenda. Non sapevo nulla di queste cose, né dell'autarchia che, ai tempi delle «inique sanzioni», aveva propagandato la lana del coniglio come «la vera lana dell'italiano», con uno slogan poco guerriero, sùbito ritirato dalla circolazione. L'ignoranza della storia, a sei anni, giustificò la mia ingratitudine verso quel paio di calzoni che potrei pomposamente chiamare «della ricostruzione». Resta comunque il fatto che nelle mie cellule cerebrali, i calzoni di vigogna del '48 si sono fusi con il ricordo delle tre malattie infantili che avevo sopportato.
Nel comportamento degli adulti, davanti a questi eventi sanitarî, confluivano salde cognizioni igieniche e consuetudini che risalivano alle precedenti generazioni. In queste consuetudini, poi, si potevano rintracciare i segni di modelli più o meno inconsci di comportamento collettivo, secondo cui la malattia non era soltanto un fatto biologico legato alla vita dell'uomo, ma aveva in sé anche un qualcosa di diverso, una specie di aspetto magico, al quale si ricorreva in particolari situazioni, soprattutto per propiziare la guarigione.
Faccio un esempio, legato ad un'esperienza vissuta da protagonista. Usava in Romagna in quegli anni, "curare" i vermi infantili con l'impiombatura. Il mio fatto personale accadde nel 1946, a Viserba, ultimo dei nostri sfollamenti e prima del rientro a Rimini, avvenuto l'anno successivo. Avevo 4 anni. La signora Tranquilla (che ai miei occhi apparve, e resterà, personaggio che nel comportamento tradiva clamorosamente il nome che portava), era una negoziante di bellissimi giocattoli, che s'adoprava anche nel fare iniezioni a domicilio e a curare in maniera non ortodossa certe situazioni come appunto quella dei vermi, che è statisticamente molto frequente nei fanciulli.
Il metodo usato dalla signora Tranquilla consisteva nel porre sopra il capo del disgraziato un catino di acqua fresca, in cui versare del piombo fuso. La scienza ci spiega che il piombo (come ben sanno i cacciatori), a contatto con l'acqua, si rapprende e forma dei pallini più o meno regolari. Si attribuiva, invece, a quegli oggetti una specie di consolidamento trasmigratorio dei vermi, secondo una teoria che rassomiglia vagamente alla metempsicosi platonica: i vermi, secondo questa teoria, uscivano dal corpo in cui si trovavano insediati, e si raggrumavano in un'altra materia, restando per sempre estinti.
Non so per quale interna agitazione od altra causa, la signora Tranquilla sbagliò mira nel momento cruciale del "getto del piombo" fuso nel catino, per cui ne cadde una sbavatura sulla mia innocente gambetta sinistra che poi venne fasciata vistosamente, a testimonianza che, come già aveva sperimentato Galileo, l'ignoranza scientifica provoca sempre le sue vittime.
La natura ci fa nascere con un distacco dalle cose del mondo, che vien poi a mancare con la crescita. Grazie a questa qualità innata, credo di aver potuto superare lo choc provocato da quell'operazione di magia. Grazie al cielo, nessuno poi ritentò la pratica purificatoria. Ciò, d'altro canto, non mi spinge a ritenere che essa fosse veramente riuscita nell'intento. Con sano realismo, forse, ci si arrese ai vermi più che all'evidenza, magari ricorrendo ad altri riti sterminatorî, con spicchi d'aglio ritenuti utili allo scopo, nella medicina popolare, fin dalla notte dei tempi.
Si fa presto a sorridere di queste cose, relegandole con antica semplicità nel campo della pura superstizione. Probabilmente, esse sono invece risposte elementari a quell'eterno bisogno dell'uomo di avere certezze e strumenti con cui credere di poter rimediare all'irrimediabile. Se Severino Boezio scrisse il suo «De consolatione philosophiæ», la cultura comune (usando il termine in senso sociologico), ha abbozzato da sempre una specie di «De consolatione magiæ», scritta od orale che sia, non importa granché.
Uno specialista di queste cose, Umberto Foschi ha scritto la prefazione a «Medicina popolare romagnola» di Vittorio Tonelli (1981), limitando sbrigativamente il problema ad una sola categorie di persone: «I contadini romagnoli non avevano certo molta fiducia nell'arte medica e nei medici, come del resto non apprezzavano tutto ciò che non capivano».
La mia famiglia non aveva origini contadine; almeno nelle due ultime generazioni, era di stampo medio-borghese, cittadino. La guerra ci aveva lasciato in brache di tela, senza una lira ed una cosa, ma con il cane vivo come tutti noi. Quindi, l'impiombatura operata dalla signora Tranquilla non può giustificarsi con la sola origine sociale di chi fa ricorso a certi rituali. Il problema è un altro, e oggi gli studiosi lo sottolineano con chiarezza. Certe domande, contadini o impiegati, se le pongono tutti, sia in dialetto che in lingua nazionale. Il dottissimo Leopardi quando interroga la luna per conoscere i misteri dell'universo e della vita, si maschera da «semplice pastore».
La distinzione per categorie sociali, esisteva allora per altri motivi, al di là di quello sanitario, ed in tutti i settori. La gente faceva la scampagnata in bicicletta, le auto erano poche: si ammiravano i campi al tramonto, li si definiva belli, ma si capiva poco la fatica del lavoro agricolo, anche se i nostri libri delle elementari erano pieni di retorico elogio di chi coltivava quel grano che poi finiva sulle nostre mense. Ma l'opinione comune faceva del contadino un moderno primitivo che non capiva il mondo, ed era capace soltanto di vivere secondo modelli tutti propri.
Quella frase di Toschi deriva da questa concezione del contadino, e spiega male il problema che oggi viene affrontato da un'angolazione scientifica. ("Si veda", come dicono gli esperti, il volume di Eraldo Baldini «Riti del nascere», Longo editore 1991, su "gravidanza parto e battesimo nella cultura popolare romagnola": leggende, superstizioni e miti vi sono interpretati secondo le moderne teorie etnologiche che cercano di cogliere il simbolismo dei gesti compiuti).
La nostra era una famiglia religiosa, quindi nessuno in casa attribuiva a quel rito dell'impiombatura un significato magico nel senso pagano del termine. Ciò vuol dire che anche in una famiglia non contadina e religiosa, l'inspiegabile poteva essere una categoria intellettuale da non accantonare, e a cui far ricorso, per collocarvi come antidoto ciò che non si sapeva come funzionasse?
Forse, il verme non era visto soltanto come un fastidioso animaletto parassita dell'intestino, ma quale segno misterioso di una indecifrabile realtà che opera diabolicamente nell'uomo. Ed il piombo fuso era interpretato come il chiodo-schiaccia-chiodo, la fiamma contro il fuoco infernale rappresentato simbolicamente dal verme.
Certo, la signora Tranquilla ignorava che, in tempi di Controriforma, era finito sul rogo chi aveva creduto l'uomo nato dalla terra come il verme nasce dal formaggio. Ma sia lei, esecutrice del misfatto, sia i mandanti dell'impiombatura, erano tutti in buona coscienza di compiere un atto lecito, con una sua misteriosa o misterica validità scientifica. D'altro canto, mia madre racconta di una ragazzina sua coetanea che aveva regolarizzato la propria crescita, salendo a piedi da Morciano a Montefiore Conca, alla capanna di un vecchio stregone che l'aveva segnata con una triplice Croce sulla fronte. Non c'erano le Usl, e la gente s'arrangiava come poteva.
Per mia condanna, una cartolaia di Viserba doveva sbagliare la mira. Ma di quell'esperienza, rammento chissà perché non il dolore provocatomi dall'ustione, ma soltanto il profumo del negozio della signora Tranquilla, con i giocattoli e le prime figurine mai viste. Ecco, lampante, ciò che dicesi l'incoscienza infantile.

5. E l'aquilone volava ["il Ponte", 15, 12.04.1992]
Quando da Viserba ci sfrattarono, tornammo a Rimini, ospiti dei nonni materni ai quali era stato assegnato un appartamento "popolare" in una casetta a due piani, appena finita di costruire. Era il 1947. Dalle finestre s'apriva un panorama tranquillo. In lontananza, il camino della fornace, e sotto il naso una strada polverosa con a lato i marugoni su cui le donne stendevano "la bucata", rimediando alquanto di sovente uno strappo di qualche spino, il famoso "sette", perfezione geometrica di un danno talora riparabile con facilità su stoffe di scarso valore, ma talvolta vergogna perpetua per la casalinga che non aveva usato tutta l'astuzia possibile nel ritirare i panni da quello stenditoio naturale, e traditore.
La nostra era l'ultima casa della strada, dopo si schiudeva un podere con un campo di grano dove in primavera, quando rosseggiava di papaveri, piaceva a noi bambini nasconderci di contrabbando tra le spighe, pungendo con dolcezza le nostre carni, e facendo attenzione all'insidia dell'ortica, contro la quale non c'era remissione. Finita la mietitura, si poteva scorrazzare in quel campo liberamente, con i sandali che inciampavano tra le zolle e le stoppie. Era il momento di lanciare gli aquiloni.
Più tardi, alla scuola media credo, avremmo imparato a memoria i versi di Zvanì: «Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza, risale, prende il vento...». In quei giorni piccini, a cinque anni, l'aquilone era una cosa enorme ed ignota, così strana da potersi innalzare da terra, volare come una farfalla, disegnare sullo sfondo dell'azzurro, o negli arancioni dei tramonti, le trame di un sogno, quello antico dell'uomo di staccare i propri piedi dal suolo, essere simile ad una rondine, o ad un passero, e guidare la propria corsa così, girando attorno ad un filo che ci sembrava niente, ed invece era tutto: ecco come non si capisce mai nulla delle cose.
In un volume di Vittorio Bagnari (edito da Berti di Lugo), Zug d'una völta, c'è in copertina un volo d'aquiloni disegnato dal pittore Giulio Ruffini, e nel testo trovo la ricetta per costruire questa modesta ma miracolosa macchina volante. Occorre carta "oleata", quella usata allora per ricoprire i libri, che era di vari colori, un blu intenso, un rosso vivo, un verde scuro ed un giallo peperone, che oggi chiamerei più propriamente van Gogh. «Era a forma quadrangolare, con coda, bilanciere, archetto di canna...».
Aquilone per me, piccolo com'ero, significava confidare nell'aiuto di nonno Romolo. Le canne crescevano tutte all'intorno, la carta si comprava con poche lire (ed allora una lira era tanto), e poi sulla tavola di cucina iniziava l'operazione. La maestrìa del costruttore anzitutto era provata da come si legavano in croce le canne, prima di ritagliare il rombo colorato della carta, che veniva ribattuto e rafforzato negli angoli, dove lo scheletro doveva reggere tutta la struttura.
Il nonno usava una colla resistentissima che si preparava in casa, sciogliendo sul fuoco, in un pentolino, una specie di sapone. Era la «còla garavèla», o come spiega l'antico vocabolario dialettale di Antonio Mattioli (1879), «colla caravella», chiamata anche «cervona» da Benvenuto Cellini. Il nome deriva proprio dalle navi caravelle, in cui si usava per gli assiti.
Poteva bastare la più domestica (ed ovvia) colla con farina, ma il nonno era previdente, oltre che abile nel lavorare la carta, fossero aquiloni, quaderni che lui inventava per ogni bisogna, o rilegature di libri.
Pensionato, dopo una vita trascorsa sulle scartoffie comunali, aveva passato i settant'anni. Prima della guerra, le fotografie ed i racconti di casa, lo descrivevano elegantissimo. Adesso, trascorreva la mattinata nell'orto, ed il pomeriggio passeggiando con il suo cagnolino Garbì, così chiamato in onore del vento di garbino che domina spesso la nostra terra. Rifiutava di indossare la cintura dei pantaloni, che teneva sù con una corda.
Sotto le bombe aveva salvato la pelle, e perso tutto. La svalutazione aveva bruciato i risparmi della nonna, il tenore di un'esistenza borghese era scivolato verso un decoro fatto di povertà, e di vestiti regalati da un parente ricco. Da uomo d'ordine, prima liberale e poi fascista, era diventato di idee (allora considerate) rivoluzionarie, alla Marcia reale aveva sostituito Bandiera rossa. La sua è anche un pò la storia d'Italia, da Giolitti a Mussolini, e poi al secondo Dopoguerra.
A fargli mutare idea, erano stati non soltanto gli eventi storici collettivi, ma anche la vicenda personale del figlio Guido. Il quale, come tutti i giovani nati attorno al '20, era stato tirato sù a «libro e moschetto», ma poi aveva scelto una strada diversa, finendo in galera nel gennaio '43, per aver distribuito dei volantini intitolati «Non credere, non obbedire, non combattere», ma l'imputazione del mandato di cattura (l'arresto avvenne a Bologna, dove Guido stava svolgendo il servizio militare), comprendeva anche il possesso di libri proibiti dal regime, romanzi di London e Gor'kij che peraltro erano regolarmente venduti anche sulle bancarelle. I libri, li aveva prelevati la polizia nella casa dove abitavamo, al palazzo Lettimi, ed io ero nella culla, avevo la bellezza di cinque mesi.
Fu un arresto che fece clamore in città, perché mio zio fu tra i primi studenti di tutta la regione a finire dentro per motivi politici, ha scritto Sergio Zavoli in Romanza, e perché era uno dei leader su cui «cominciava ad orientarsi la bussola dell'antifascismo riminese», come lo stesso Zavoli ha raccontato in una tavola rotonda: «La notizia attraversò la città e fece correre, soprattutto in noi giovani, un piccolo brivido».
Si dice spesso che i figli copiano dai padri, ma nel caso del nonno era avvenuto tutto il contrario.
Se le carte che raccogliamo (carte nel senso di cose scritte da altri), hanno un senso anche per la nostra storia individuale, e dicono qualcosa dei nostri gusti e delle preferenze che ci guidano nella vita, posso sostenere che il nonno, conservando in un quaderno magistralmente inventato con le sue mani, poesie e discorsi del divin Gabriele, si fosse sentito dannunziano, negli anni della Grande Guerra?
Sono ritagli della «Tribuna» e del «Corriere»: «Salva il Re che partisce il pane scuro / col combattente e non isdegna il duro / macigno alla sua sosta...»; «Prega pel re la figlia sua regina / che in sogno sta tra due fiumane calde...»; «O Dio d'Italia, tieni la tua mano su questa fronte che facesti dura...». Dura la fronte, o anche tutta la testa: si parla di Cadorna (dicembre 1915), ma poi nel '17 sarebbe giunta Caporetto, e la retorica («la forza degli uomini respira / in lui, palpita in lui, freme e s'adira...»), e la retorica avrebbe ceduto il passo al dramma, e lui Cadorna avrebbe lasciato il posto a Diaz. È tutto uno sferragliare di armi, tra notti di città (dove trema «l'imagine cara della Patria», mentre «il ricco ha rossore degli agi suoi»), ed albe di guerrieri armati di dolore.
C'è il discorso di Quarto (5 maggio 1915), per ricordare la partenza dei Mille di Garibaldi, nel 1860: «Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte incoronata di Dante, la bellezza trionfale d'Italia». D'Annunzio era allora il supermarket culturale della mitologia politica a buon mercato: in centomila lo accolgono a Roma inneggiando alla guerra, il 13 maggio 1915: «L'Italia s'arma, e non per la parata burlesca, ma per il combattimento severo». Prima ancora che finisca il conflitto, comincia la tiritera della «vittoria mutilata» che ispirerà tante rivendicazioni nazionalistiche. In un brano dell'agosto 1918, si legge: «Sfidiamo il domani e l'ignoto, o compagni, col nostro grido di battaglia: Eia! Eia! Alalà!».
Sono le ultime parole incollate in quel quaderno. Diventeranno un grido fascista. Il ritaglio meno antico, è qualche pagina indietro, dal «Popolo d'Italia», il giornale di Mussolini, del 5 agosto 1922: «La grande Nazione italiana è in marcia», discorso di Milano. Dove s'invoca «sulla stanchezza di figli fragili il soffio divino dell'Italia eterna».
Non so perché il nonno amasse costruirmi gli aquiloni, a settant'anni. Per ritornare bambino anche lui? O per sognare qualche ricordo dannunziano: il volo di un aquilone poteva richiamargli alla mente il volo su Vienna? O per poter guardare finalmente in pace quel cielo da cui, qualche anno prima, era arrivata la distruzione per Rimini?
Anche noi bambini avevamo sentito i rumori terribili della guerra? Nei ricordi, non mi è rimasto nulla. Avevo poco più di un anno per i primi bombardamenti, due quando la guerra finì. Ma dove, dentro di noi, si scava come fa la sgorbia quando incide la scultura, lì ci sono i segni dei quali oggi nella vecchiaia nessuno tiene conto, perché nessuno allora, o poi, ne parlò. Oggi, per traumatizzare un fanciullo, ci spiegano gli esperti, basta una trasmissione televisiva sulla guerra. E noi, che ci siamo passati sotto, non avremmo diritto a vederci riconosciuto un danno psichico? («Eh! a me, m'ha rovinato la guerra», posso dire come il celebre Gastone di Ettore Petrolini).
Quando arrivarono, li chiamarono liberatori: era la verità della storia. Ma loro dovevano vendicarsi su di noi, volevano farci fuori tutti: bambini, donne, uomini. I greci regolarono i conti spaccando la metà delle cose che trovavano. Ai miei, il letto matrimoniale venne privato del pezzo dappiedi. Del mio seggiolone azzurro, restò miseramente soltanto una parte simbolica.
A mia madre, che chiedeva ai soldati inglesi qualcosa da dar da mangiare a me, fu risposto sotterrando il cibo e gli avanzi del rancio: «No a te, perché dopo dare a lui, a lui e a lui...».
Dovevamo morire di fame. Libera nos, Domine.
A mio padre, che era funzionario comunale, un ufficiale inglese disse con fare sprezzante: «Troppi riminesi». Avrebbero voluto fare piazza pulita, e avevano avuto l'intenzione di spianare San Marino, con tutti noi rifugiati e persi come formiche impazzite.
La fatica di vivere era ripresa, dopo la guerra, ma pesava di meno, era come quell'aquilone che il nonno a settant'anni faceva volare per il nipote di cinque. Dal cielo non cadevano più le bombe, la morte; ma per la mia imperizia precipitava soltanto, sbriciolandosi, quella colorata macchina volante: «E adesso, non te ne faccio più», borbottava il nonno, e poi andava a mettere a scaldare la «còla garavèla» per le necessarie riparazioni.

6. Smanie per la villeggiatura? ["il Ponte", 24, 21.06.1992]
(«Chi scrive non racconta le cose come sono ma le modifica o le maschera per dar credito alla sua opinione e, per convincere gli altri, aggiunge volentieri qualcosa alla materia originale e l'allunga e l'amplifica». Giovanni Macchia)
Smanie per la villeggiatura? Neanche a pensarci, pensando soprattutto al magro portafoglio postbellico di quel 1948. Più semplicemente, era una terapia consigliata per combattere l'inappetenza. Così suggeriva la scienza medica del tempo ai bambini classificati linfatici, cioè magri. L'aria della collina sembrava la più adatta per contrastare gli effetti negativi del clima marino, accusato di rendere nervosi e considerato colpevole del nostro rifiuto di rimpinzarci di cibo, come invece ogni famiglia degna di questo nome desiderava per il bene della propria prole. (Quando poi, finalmente, l'appettito venne, sorsero preoccupazioni diametralmente opposte, per un'obesità incipiente, contro cui prolungati bagni nulla poterono, anche perché essi rendevano ancora più desiderosi di riempire lo stomaco).
Non so come, la scelta cadde su Montefiore Conca, paese dolce e tranquillo, che sembro l'ideale per le nostre necessità. Oggi, la gente si muove soprattutto per divertirsi lietamente in libertà. A noi, il divertimento veniva imposto sub specie di una quasi clausura collinare, con varie ore del giorno dedicate alle pratiche religiose. Questione di punti di vista.
Per raggiungere Montefiore, si compiva un viaggio in corriera, partendo da piazza Malatesta. Allora, le auto private erano pochissime, le possedevano soltanto le persone cosiddette facoltose. (Anche acquistare una bicicletta, comportava una spesa rilevante). Le persone «normali» dovevano ricorrere ai mezzi pubblici. (Pure i viaggi di nozze li compivano in treno: la partenza dalla stazione era in quell'occasione l'ultimo momento della festa collettiva, dopo la cerimonia in chiesa ed il pranzo al ristorante).
Ai miei occhi fanciulli, l'itinerario in corriera da Rimini a Montefiore si disegnava come una lunga e straordinaria avventura, con quei paesaggi nuovi, lontani. Oggi, c'è un tiro di schioppo tra le due località, ed il viaggio si percorre con la propria vettura, in pochissimo tempo. Per me, la novità di quella trasferta rassomigliava a quella che un ragazzino di oggi proverebbe volando sul Mediterraneo, per andare in Tunisia. Altri tempi.
Non per colpa nostra, né per merito della nostra generazione, fummo educati a misurare lo spazio con i passi: «Andiamo a piedi alle Grazie?», «Andiamo a piedi alla Colonnella, alla festa della Madonna dei fichi?» (erano le estreme periferie della città). Per i funerali, l'ultima parte del corteo fino al Cimitero era percorsa a bordo di carrozze a noleggio. La domenica, s'andava a piedi fino a Marina centro (e poi si prendeva il tram per il ritorno, o viceversa), o a piazza Tripoli.
Tanto per dire come sono cambiate le cose. Nel 1973, quando per l'emergenza nei rifornimenti di petrolio (che stava al largo sulle navi, in attesa che i prezzi salissero), fummo costretti ad andare a piedi tutti, per decreto governativo, ci furono i soliti fantasiosi che si esibirono su velocipedi, cavalli, pattini a rotelle. E ci furono i giovanotti depressi, incapaci di adattarsi al mondo, che maledicevano tutto e (li ho sentiti con le mie orecchie), sostenevano: «Se si va avanti così, è meglio morire».
Nella nostra infanzia appiedata, il sogno era la bicicletta. La radio portava in tavola all'ora di pranzo le notizie della guerra di Corea, 1950. Mio padre temeva che riscopiasse un conflitto anche in Europa. Non lo capivo. Soltanto ora comprendo quale paura il dramma della guerra avesse lasciato nel suo animo. E lui diceva i suoi timori quando io gli chiedevo una bici per me, e mia madre il fornello a gas di bombola, da sistemare in cucina, sopra la «rôla», al posto di quello a carbone, utile soprattutto d'estate, perché d'inverno si accendeva la stufa economica.
La bici arriverà tra un anno. Intanto, andavamo avanti a misurare il mondo con il numero dei passi. I calzolai tentavano inutilmente di ridurre il consumo delle scarpe, mettendo una mezzaluna metallica sotto la punta. I buchi nella parte centrale della suola per primi annunciavano la necessità di una irrinunciabile riparazione.
Anche a Montefiore si camminava parecchio. Le salite invitavano al gioco, e si faticava in letizia, sotto il sole di un caldo estivo che incrementava dovunque la diffusione delle mosche, contro le quali abbondavano le innaffiate del «flit»: così la gente chiamava il «ddt», giunto dall'America con i liberatori.
Una colonia forlivese del Centro italiano femminile, garantiva la salubrità dell'aria. Quando ti sedevi a tavola, dopo qualche giorno dall'arrivo, ti tenevano gli occhi addosso per vedere quanto cibo ingurgitavi, con la speranza che la cura facesse effetto.
Sbrigata velocemente la faccenda alimentare, si correva con gli altri bambini, a giocare sulla piazza. Alcuni di loro avevano attrezzato un veicolo classico nel mondo infantile di allora, un carriolino con i cuscinetti a sfera, trainato da un amico, oppure lasciato andare in discesa, fino a che un fosso od un marugone ti fermava, al posto dei freni che non c'erano. Lo spirito di amicizia verso il nuovo arrivato, li spingeva ad accoglierti sul traballante aggeggio. Temendo di non reggersi bene, l'ospite allungò la mano sulla strada, mentre l'entusiasmo di chi guidava la corsa faceva riprendere a trascinare viaggiatore e carriolino che, su quella mano, passava lasciando il segno di lacrimoni di dolore. Era decisamente meglio andare a piedi, anche nel gioco.
La piazza assolata aveva i suoi occhi sonnolenti nelle botteghe che cupamente vi si affacciavano.
Al mattino, puntuale, il vecchio prete del Santuario di Bonora, don Sanchini, entrava nella piazza dalla salita della sua chiesa, con l'affanno dell'età che lo costringeva ad un passo lento, e con un ombrello già stagionato da molti viaggi e dal molto aiuto prestatogli nel percorrere quel lungo sentiero fatto di polvere e sassi. Cordiale e sorridente, aveva per noi fanciulli una parola di amicizia, nel suo fare modesto e tranquillo, frutto (ci spiegavano) di quella saggezza che a noi bambini veniva insegnato di identificare con l'anzianità stessa.
Era un prete giovane, invece, il parroco del paese, don Sisto, la cui chiesa lungo la salita verso il castello, ai miei occhi appariva maestosa. Lì si radunava ogni sera per la Benedizione un gran numero di donne, mentre gli uomini salivano alle case dai campi o dagli altri mestieri.
Una terza chiesa, quella dei Cappuccini domina Montefiore, dall'alto di un'impennata che permetteva gioiose rincorse.
Sembrava quasi che i tre campanili avessero una diversa voce, in quel panorama dove ognuno di essi costituiva come la punta di un triangolo tutto spirituale, quindi proiettato nel cielo, come quelle nuvole su cui sedevano santi e beati delle popolari illustrazioni contenute nei «santini», veicoli di pietà religiosa e di immaginazione ultraterrena. Forse le campane, senza saperlo, si rincorrevano, con i loro rintocchi, come ad esempio ogni mezzogiorno, quando l'ora batteva anche per informare su quel che già il sole a picco annunciava. Era il tempo di pensare alle necessità del corpo, sedendosi a tavola.
All'interno del santuario di Bonora, brillavano argentei gli ex voto, e attraverso lettere, fotografie, immagini e dipinti si narravano storie di quell'umano dolore che ai bambini appare come qualcosa di strano, inspiegabile come un fatto mitologico. Era la chiesa dove la speranza prendeva corpo nell'attesa del «miracolo» per chi andava a pregare, ad invocare «l'aiuto della Madonna».
Sembrava invece che la chiesa parrocchiale fosse quella dell'ordinaria amministrazione, della vita d'ogni giorno, la casa quotidiana. Più severa quella dei cappuccini, nell'intonazione scura degli altari: così lontana, in cima a quella salita, fuori del paese, quasi intimoriva, forse anche per colpa delle barbe lunghe dei frati. E del vicino cimitero.
Dopo la chiesa parrocchiale, proseguendo verso la sommità del castello, s'incontrava il rustico laboratorio d'un vasaio. Ce n'era un altro, ma sinceramente non ricordo più dove.
Le terraglie non erano per le nostre famiglie né folclore né oggetti-ricordo, ma rispondevano a necessità pratiche. I vas

ai lavoravano prodotti di cui la gente aveva bisogno. Spazio per il superfluo, non c'era.
Ad uso e consumo di qualche giovanissimo che eventualmente si fosse avventurato in queste righe, faro un esempio. Per noi, i calzoni rotti, come ora vanno di moda, erano impensabili. Al primo accenno di cedimento di una stoffa, la "donna di casa" provvedeva con pezze rinforzi rattoppi. Come in tutte le occasioni della vita, anche questa aveva la sua scala di valutazione della maestrìa di chi compiva il lavoro. Il massimo dell'abilità consisteva nell'attaccar pezze agli abiti, in maniera tale che la geometria del tessuto non venisse né scombinata né compromessa. Con innocente incoscienza, consapevoli che di problemi più importanti ne esistevano a bizzeffe, fingevamo del tutto che, tra la stoffa antica e quella nuova, non esistesse differenza di colore. E nessuno pensava ovviamente a protestare. Grazie a Dio che ci si potesse difendere dall'inclemenza del tempo, con quei panni addosso.
E le stoviglie, se si rompevano, non venivano gettate via, ma le si affidava all'esperienza di un artigiano riparatore detto «spranghìn». Non tutti i vocabolari della nostra lingua registrano la corrispondente voce italiana «sprangaio»: la trovo, ad esempio, nel «Dizionario ragionato» per indicare l'«ambulante che un tempo ricongiungeva con la spranga le terraglie rotte». Il lavoro consisteva nel ricomporre l'antica unità del manufatto con punti di spranga (appunto), che passava attraverso fori praticati con paziente trapanatura a mano. Il lavoro degli artigiani costava poco. Ma forse costava parecchio, per le tasche normali, anche il catino o il catinone: il primo per vari usi, il secondo da utilizzare per lavare i piatti o sbrigare altre faccende di pulizia casalinga dentro la «scàfa» che il vecchio dizionario romagnolo del Mattioli (1879), spiega così: «Pila dell'acquajo. Vaso quadrilatero, per lo più di pietra, con un buco da una parte, per il quale si scarica la rigovernatura delle stoviglie nell'acquajo».
Quei catini e catinoni di Montefiore avevano l'interno colorato a bolle verdi bottiglia, più o meno intense. Di uso comune, erano anche gli orci ed i boccali: questi ultimi erano di varie dimensioni, i più grandi per l'acqua, i piccoli da tavola per il vino. E poi, altro prodotto dell'arte vasaia per la vita d'ogni giorno, c'erano le «suore», cioè gli scaldini bassi a bocca larga con manico, entro i quali venivano sistemate le braci tolte dalla cucina economica o dalla «rôla», con le quali si scaldava il letto. Ma la «suora» a nulla serviva da sola: essa veniva utilizzata entro un arnese fatto di legni incurvati, una specie di ponte che permetteva allo scaldino di svolgere le sue funzioni tra le lenzuola, senza bruciarle. Questo arnese, dalla fantasia popolare che è sempre dissacratoria nelle sue definizioni, veniva chiamato con nome che doveva costituire ad un tempo completamento ed opposizione dello scaldino, il quale era appunto la «suora», per cui «prete» dissero l'aggeggio che permetteva il riscaldamento serale dei letti, in stanze gelate, dove quando bufava la neve s'udiva il vento fischiare le sue melodie che a noi bambini suggerivano scene di lupi, come si erano viste in qualche libro della scuola.

7. Gli anni Cinquanta ["il Ponte", 30, 02.08.1992]
(«Considero la memoria, il ricordo, un'enorme ricchezza, un rifugio e uno stimolo continuo...» Lella Costa, attrice e scrittrice.
«Non mi piace guardarmi indietro. Il passato è passato».
Mario Monicelli, regista.)
In terza elementare, anno scolastico 1950-51, finalmente cominciò a cambiare qualcosa. Dopo i due anziani insegnanti delle classi precedenti, arrivò un giovane maestro con il quale, pur non mutando granché il concetto generale di disciplina, che rimase quello tipico del clima storico in cui vivevamo, si introdussero delle novità molto apprezzate da noi bambini. Per esempio, l'insegnante non saliva più in cattedra, ma portava la sua sedia tra i banchi, avvicinandosi un pò alla classe. Egli, poi, aveva una faccia meno lontana nel tempo. I suoi figli erano più piccoli di noi che così abbandonavamo il ruolo dei nipoti o pronipoti: si erano accorciate le distanze generazionali.
La terza elementare era allora la classe conclusiva del cosiddetto «primo ciclo», e c'era un esame finale interno da sostenere con tutti i crismi della legalità. Occorreva, quindi, lavorare sodo. Mens sana in corpore sano, era stato sempre predicato (lo avremmo saputo da grandi), fin dai tempi antichi. Per la prima volta, incontrammo chi voleva tradurre la massima latina in concreta esperienza pedagogica. Cominciammo così a fare Educazione fisica, che avrebbe dovuto irrobustire le nostre membra, e permettere un maggior sviluppo intellettuale. Su questo secondo aspetto, sono ragionevoli forti dubbi, col senno di poi.
Gli esercizi dovevano svolgersi, per forza di cose, all'interno dell'aula scolastica, dove lo spazio era ripartito in base alla disposizione dei banchi monoblocco a due piazze, sui quali sedevamo, anzi entro i quali eravamo imprigionati. Questi banchi (anteguerra) decrescevano in altezza dal fondo verso la cattedra, per cui erano beati gli ultimi che potevano accomodarsi in spazi più ampi, mentre i primi venivano sacrificati entro una volumetria astratta, che cioè non teneva conto delle esigenze individuali.
Se in una classe tutti erano slungagnoni, i bambini delle prime file dovevano incastrare gambe e ginocchi contro l'asse portacartella che sporgeva da sotto la tavoletta su cui si scriveva. Il sedile spesso offriva un appoggio alle gambe, più che alla parte fisiologicamente deputata alla bisogna, mentre il fondoschiena si arrampicava ribelle verso il banco successivo, scombinando ogni geometrica necessità di ordine scolastico, e ribellandosi ai superiori ammonimenti a «stare composti». Con i corpi che crescevano entro grembiuli generalmente sempre più striminziti ed i banchi che non riuscivano a contenere i corpi stessi, quasi che fossero in reciproca opposizione, la disarmonia sembrava regnare nelle nostre classi di bambini esuberanti.
Per aiutarci a sgranchire le ossa, così costrette in quelle angustie spaziali, l'Educazione fisica poteva essere l'occasione più favorevole. Ovviamente, per eseguire gli esercizi, non era possibile spostare i banchi (il che avrebbe richiesto un pò di fantasia didattica, non imposta dai programmi, e avrebbe provocato del rumore o l'intervento delle anziane e bisbetiche bidelle, per un aiuto veloce). Quindi, bisognava regolarsi tra i corridoi lasciati liberi nell'aula, ove il massimo della licenza possibile ci permetteva di agire con un'attenta strategia, che doveva tener conto di un complesso di circostanze: messi sull'attenti, potevamo alzare le braccia soltanto verso l'alto od in avanti. Ogni altra mossa (laterale) era interdetta dalla mancanza di spazio: o si sbatteva nel banco o si urtava nel compagno. I banchi (miracolosamente salvati dalla distruzione generale della città, o provenienti da chissà quali altri luoghi), insomma impedivano che, in quella cosiddetta Educazione fisica, si realizzasse l'aggettivo e si verificasse il sostantivo: ci si accontentava di quello che poteva passare il convento, e nella partite a pallone sulle strade o nei prati si cercava un surrogato di soddisfazione personale.
Comunque, i momenti più esaltanti per i nostri maestri, erano quelli del «dettato», e quelli punitivi quando ci costringevano a stare "in prima" (con le mani appoggiate al banco) o "in seconda" (con le braccia dietro la schiena), per lunghi minuti che avrebbero dovuti esser votati ad una meditazione spirituale sulle nostre colpe, una specie di confiteor laico (anzi laido), in cui era però proibito battersi il petto, se non mentalmente, perché altrimenti si sarebbe violata l'imposizione a stare in posizione immobile.
Il «dettato» era invece lo scontro tra la saggezza (altrui) e l'ignoranza (nostra). Ovviamente, la prima doveva imporsi per forza di legge, mentre la consuetudine faceva trionfare la seconda. Frasi come «nell'alveare c'era la cera delle api», facevano brillare gli occhietti furbeschi dei nostri maestri, verso i quali si rivolgevano le pupille dei più bravi, in un ammiccamento d'intesa, come per dire, da parte di questi ultimi: «Io so come si scrive, e non mi freghi». Mentre gli ignari, e gli ignavi, che tra «c'era» e «cera» non facevano nessuna differenza sostanziale ed esistenziale, disperavano aguzzando lo sguardo verso qualche compagno da cui copiare, oppure sfregavano la penna sul foglio, nei ripetuti andirivieni in cui l'apostrofo viaggiava da una parola all'altra, e non sapeva mai dove prendere stabile dimora, a testimonianza che la vita è quell'«errare» che Francesco Petrarca chiamava anche «errore»: ma siffatta citazione, neppure se una miracolosa folgorazione pedagogica avesse attraversato la mente dei nostri maestri, avrebbe potuto evitare poi la sentenza finale, riassunta condensata e sublimata in una sola parola: «Male».
Erano i momenti conclusivi del «dettato», in cui sembrava ripetersi la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre: «E tu scolaro asino, gronderai sudore su questo quaderno. Ricopiare trenta volte!». Repetita iuvant. Ai più asini, si aggiungeva la punizione dell'immobilità. Se non una bella bacchettata sulle dita, che andavano convertite a scrivere senza commettere errori. Qualche fanciullo, in quei frangenti, veniva portato a dubitare, come certi aristotelici del '600, sulla centralità della funzione cerebrale: ci si diceva infatti che ragionavamo con i piedi, ecco il perché di tanti sbagli. (E perché, allora, punire con il righello di legno le dita inchiostrate da una penna che spesso era pesante?).
Il sadismo pedagogico aveva però un suo effetto positivo. Ci faceva lentamente crescere gli anticorpi verso le difficoltà della vita, ci abituava a resistere. La scuola diventava una vera e propria palestra di sopravvivenza, dove non contavano tanto i risultati culturali acquisiti, ma i "calli" con cui ci si avvezzava a sopportare tutto, il che era probabilmente la miglior forma di ribellione. Certo, l'unica consentita.
Ma c'erano anche i momenti consolatori, almeno in apparenza. La Radio italiana trasmetteva tutte le mattina una rubrica «per le scuole», che noi non potevamo ascoltare perché ci mancava l'apparecchio ricevitore, né il ministero aveva i soldi per fornircelo. Allora, il maestro scatenò una gara entusiasmante: dovevamo esser noi (orgogliosamente Noi), a racimolare i soldini, dieci lire dopo dieci lire, per creare nel nostro edificio un impianto con apparecchio centrale e altoparlanti (che noi, invariabilmente chiamavamo autoparlanti), in ogni aula.
Passò l'inverno nella raccolta, a primavera arrivò finalmente l'impianto, e così potemmo ascoltare ogni mattina la nostra trasmissione, ovviamente ben rigidi con le mani sul banco, ed in perfetto silenzio. Alla voce del maestro si aggiunse così quella che proveniva dalla piccola scatola metallica attaccata dietro la cattedra. Noi, potevano parlare ancora di meno.
Altra novità, per quella terza, ed occasione per poterci fare aprire la bocca, furono le esercitazioni di Canto corale, che venivano eseguite con l'accompagnamento di una fisarmonica, manovrata da un giovane che aveva dei gravi problemi alla vista e che, una volta seduto, più che guardare sembrava annusare l'aria per capire se il maestro era pronto a guidarci nell'esecuzione e gli scolari ad emettere quelle che diremmo le note, se non corressimo il rischio di confondere le pie intenzioni con la verità delle cose. Quel fisarmonicista rassomigliava vagamente alla figura analoga che Fellini ha raccontato, sotto specie di caricatura, in certe scene di Amarcord, ma era molto meno anziano e poi stava composto, con un fare ispirato come se la musica che usciva dal suo strumento fosse veramente il parto sofferto della genialità. Noi, disgraziati ed ignoranti, non sapevamo apprezzare tutto ciò: e molti s'impegnavano a strapazzare la melodia, quasi fosse una stoffa da lacerare in tante strisce che testimoniassero non partecipazione ma accanimento.
Si eseguivano canti popolari classici, come la Montanara, quasi fossimo degli aspiranti alpini; si andava sul versante patriottico, con quei Fratelli d'Italia così marziale nella melodia e così ostico nel testo, dove si incolpava (a nostro modo di udire) l'Italia per esser stata messa incinta da Scipio, e si saliva al ricordo del passato remoto con la Leggenda del Piave di E.A. Mario, il cui testo era stampato in un depliant pubblicitario di «Bruno Marcaccini - Rimini - completo assortimento di articoli scolastici», nella prima della quattro pagine che lo componevano. Nelle altre tre, c'erano rispettivamente la tavola della moltiplicazione, quella dell'addizione e sottrazione, e quella della divisione.
La musica dal vivo ci invitava ad emulare i cori che trasmetteva la radio. Per acquistare quell'apparecchio, tra gli alunni di ogni classe, come ho detto, era stata ingaggiata (astutamente) una piccola gara a chi offriva di più. Il premio consisteva in un gioco tutto infantile, una tombola, sul cui coperchio il maestro scriveva una dedica, con la sua perfetta ed elegante grafia: «Al bravo alunno...». Non si trattava, però, di una tombola qualsiasi, bensì di un veicolo di propaganda politica. Nel 1949 era nato il Patto atlantico, nel '47 il Piano Marshall. Un manifesto del '48 diceva: «Gli aiuti d'America - grano carbone viveri medicinali - ci aiutano ad aiutarci da noi». La nostra tombola-premio era in sintonia con quelle parole, s'intitolava appunto all'ERP, European Recovery Program, piano di ricostruzione europea.
Quella tombola ERP della primavera 1951, testimoniava tante cose: la pace raggiunta, dopo la terribile avventura bellica, la divisione del mondo in due blocchi (dopo Yalta, febbraio 1945), la conseguente "guerra fredda". All'interno dell'Italia, nel '48 era nato il "fronte democratico popolare" di socialisti e comunisti, dopo il loro allontanamento dal governo, avvenuto l'anno prima. L'Italia tifava De Gasperi o Togliatti (e un pò Nenni), Bartali o Coppi. Di Bartali, si diceva che nel '48, vincendo una tappa al Tour de France, aveva salvato il Paese dalla rivoluzione, quando era stato ferito Palmiro Togliatti. Dei comunisti, si ipotizzava che mangiassero bambini. L'Italia era veramente divisa in due. Come la strada dove sorgeva la nostra scuola. La Chiesa apostolica romana celebrava a San Giovanni Battista. Quella di rito moscovita, come avrebbe detto don Camillo, funzionava nel palazzo Ghetti, sotto l'ombra (anzi, la luce radiosa) di una falce e martello.
Don Lino Grossi (in «Vita da prete», ed. «Il Ponte»), ricorda quei giorni del Dopoguerra: «La parrocchia di San Salvatore non aveva poderi, il giovane parroco era povero e per questo molto rispettato. Alcuni facinorosi gridavano: "Coi padroni anche i preti vogliamo fare fuori, solo salveremo i parroci di San Salvatore e Vecciano, perché sono poveri come noi"».
Altri programmavano il futuro politico all'insegna di un motto che non ammetteva dubbi: «Con le budelle dell'ultimo prete, strozzeremo l'ultimo signore».

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Queste pagine sono poi state ridotto in volume, che si legge qui.

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3 mars 2013 7 03 /03 /mars /2013 17:04

L'affascinante ricerca delle fonti storiche a conferma della lapide di San Martino
1231, Federico II e gli elefanti


Nel 1516 la cattedrale di Santa Colomba, nella cappella della Madonna Incoronata, restituisce il corpo di una donna, avvolto in un prezioso panno. Nel quale si legge soltanto il nome di Federico imperatore ed una data, 1231. La prima notizia sul panno è pubblicata da Raffaele Adimari nel "Sito Riminese" (Brescia, 1616, p. 59). Nella cattedrale, egli precisa, "vi è un drappo antichissimo di seta [...] che si vede esser stato fatto nel Anno M.CCXXXI. il qual fù trouato in un'arca di Marmo [...] il qual dicono, che fù posto in quel luoco da Federico II. Imperatore, inuolgendoli dentro una sua Figliuola morta".
Nel "Raccolto istorico" di Cesare Clementini (Rimini, II, 1627, p. 664), troviamo più particolari: "fabbricandosi nella Cattedrale la Capella chiamata l'Incoronata, hora di San Gioseffo, [...] dentro l'antico muro della Chiesa, fu trovato una Donna morta, e avolta in un regio panno di seta rossa, lungo braccia sei, ripieno di Rosoni d'oro, e di Leoni, fatti a basso rilievo parimente d'oro, che sostengono un gran fiore, attorniato con certi circoli, in mezzo a quali stanno alcune lettere, che per esserne una parte corrosa, altro non si legge, che FRIDERICUS Imp. Aug. MCCXXXI".

La "morta Donna"
La pagina di Clementini prosegue con l'ipotesi circa l'identità della "morta Donna". Secondo alcuni è una Baronessa, secondo altri una Nipote di Federico II. Adimari, come abbiamo visto, invece parla di una Figliuola dell'imperatore: la sua fonte è un trattato sul vermicello della seta (Rimini, 1581) composto da Giovanni Andrea Corsucci da Sassocorvaro, già rettore di San Giorgio Antico e Maestro comunale. Corsucci annota pure che ai suoi tempi l'antico panno funebre era ancora fresco e bello, e che se ne serviva il Capitolo della Cattedrale per il cataletto nei mortorii di Vescovi e Canonici, nel portarli alla sepoltura.
Chi può essere la Donna morta? Il padre di Federico II, Enrico VI, ha un fratello Ottone II che da Margherita di Blois genera Beatrice di Borgogna, moglie di Ottone il Grande. Questa Beatrice scompare proprio nel 1231, il 7 maggio, l'anno del funerale riminese. Ma si trova poi che essa è sepolta dal dicembre dello stesso 1231 nell'abbazia di Langheim a Bamberg. Quindi sarebbe da escludere che sia suo il corpo ritrovato nel 1516.
Beatrice era un personaggio troppo importante per essere eventualmente lasciata lontana dalla propria patria. La presenza di Beatrice in Romagna non sarebbe strana. Basti ricordare quanto scrive Carlo Sigonio (1520/23-1584) nel XVII libro della sua storia del Regno d'Italia (1591): Federico II chiamò dalla Germania in Romagna il figlio Enrico ed i suoi principi. Tra costoro c'è pure il marito di Beatrice, Ottone I d'Andechs e di Merania.

Feste per tutti
Sigonio aggiunge: Federico II, per non intimorire la gente con parate militari anzi per allietarla e divertirla, organizza una sfilata di animali mai visti o poco noti da queste parti. Sono appunto gli elefanti, leoni, leopardi, cammelli ed uccelli rapaci che per molti giorni offrono meraviglioso spettacolo e che finiscono citati nella lapide ritrovata a San Martino in Venti (1973-74), come ha raccontato Anna Falcioni in un testo edito da Bruno Ghigi nel 1997.
Sul Ponte (4.5.2008) lo ha presentato Angela De Rubeis: "Mentre si lavorava all'abbattimento di un circolo ACLI che nel dopoguerra era stato costruito con le macerie lasciate sul campo dai tanti bombardamenti, si scopre quella lapide che il parroco don Lazzaro Raschi conserva indagando sulla sua antica collocazione”. Trova così che prima degli anni '40 essa "era posta, e ammirata dai fedeli, sotto l'altare maggiore" della sua chiesa, in quanto considerata una pietra sacra.
Nell'articolo si ricorda la serie degli studi per "leggere" quella pietra, iniziati da Augusto Campana, proseguiti da Gina Fasoli e completati da Aurelio Roncaglia (1982) con questa traduzione: "Nell'anno del Signore 1231, sotto il papato di Gregorio e l'impero di Federico [...] al tempo in cui l'imperatore Federico venne a Rimini e condusse con sé elefanti, cammelli e altri mirabili animali, quest'opera fu fatta e completata".

Mainardino, la fonte
Il passo di Carlo Sigonio fu riproposto da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) negli "Annali" (VII, Napoli, 1773, p. 209) senza la precisazione della fonte: "l'avrà preso da qualche vecchia Storia. Cioè, che Federigo diede un singolare spasso a i popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un liofante, de i leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti".
La fonte di Sigonio è Mainardino Imolese, come si legge in una nota dei "Monumenta Germaniae Historica" (tomo XXXII, dedicato alle cronache di Salimbene de Adam [1221-1287], 1905-1913, p. 93). La testimonianza di Mainardino è relativa proprio a Ravenna tra 1231 e 1232. Mainardino scrive che vide l'imperatore condurre seco "molti animali insueti in Italia: elephanti, dromedarii, cameli, panthere, gerfalchi, leoni, leopardi e falconi bianchi e alochi barbati". 
Mainardino è stato definito "uno storico dimenticato del tempo di Federico II" (P. Scheffer-Boichorst, "Zur Geschichte des XII. und XIII. Jahrhunderts Diplomatische Forschungen", Berlino, 1897, p. 275). Un'altra citazione da Mainardino, è in un testo di Pandolfo Collenuccio (1444-1504) di Pesaro, "Compendio delle historie del regno di Napoli", Venezia, 1541 (quindi anteriore a Sigonio), p. 80bis: Federico nel novembre 1232 arriva a Ravenna "con grandissima comitiua, e magnificentia, e tra le altre cose menò con sé molti animali insueti in Italia", di cui fa l'elenco che abbiamo appena letto, "e molte altre cose degne di admiratione, e di spettaculo". Nello studio di Scheffer-Boichorst si legge infine (p. 282) che spesso Collenuccio, nell'enumerazione degli animali, coincide con Flavio Biondo. 

Flavio Biondo
Ecco che cosa si legge in Flavio Biondo: "Mentre che era Federigo in Vittoria [Sicilia], gli uennero ambasciatori di Aphrica, di Asia, e de lo Egitto; e portarongli a donare Elephanti, Pantere, Dromedarij, Pardi, Orsi bianchi, Leoni, Linci, e Gofi barbati: egli si edificò qui Federigo bellissimi giardini, e serragli; dove teneua bellissime fanciulle; e lascivi garzoni" (Le Historie del Biondo..., Ridotte in Compendio da Papa Pio [II]; e tradotte per Lucio Fauno, Venezia, 1543, p. 172 retro). 
Su Mainardino, scrive Augusto Torre (Enciclopedia Dantesca, Roma, 1970): "Vescovo di Imola, della famiglia Aldigeri di Ferrara (dalla quale si pensa derivasse la moglie di Cacciaguida), figlio e fratello di due giudici famosi, fu uno dei più insigni personaggi del suo tempo. Suddiacono e preposito della cattedrale di Ferrara sin dal 1195, il 16 agosto 1207 era già vescovo di Imola. La sua attività si svolse sia nel campo spirituale come in quello temporale, e ne rivelò le spiccate capacità politiche. Fu podestà di Imola (1209-10 e 1221-22), che difese saldamente contro i ripetuti attacchi di Bologna e di Faenza. Per molto tempo lo troviamo vicino a Federico II e ai suoi legati; fu anche vicario imperiale e in questa qualità risolse con grande energia le contese fra Genova e Alba (1226), ma dal 1233 si tenne lontano dalla politica attiva. Il 9 agosto 1249 troviamo già eletto il suo successore; ignoriamo l'anno della sua morte, avvenuta dopo quella data. Scrisse una storia di Imola e una biografia di Federico II, entrambe andate perdute". Nella "Storia dell'Emilia Romagna" (I, 1976, p. 685) Augusto Vasina sottolinea: Mainardinus ebbe una "prepotente vocazione politica filoimperiale". 
Nel marzo 1226 da Rimini Federico II ha promulgato la sua Bolla d'oro per confermare la donazione della Prussia all'Ordine Teutonico. La ricorda una lapide (1994) in piazza Cavour, proposta dallo storico Amedeo Montemaggi.

Antonio Montanari


["il Ponte", n. 9, 03.03.2013]

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2 mars 2013 6 02 /03 /mars /2013 18:42

Dei quattro deputati eletti a Rimini, conosco soltanto Tiziano Arlotti. Tramite lui invio pure ad Emma Petitti, sua collega del Pd, Sergio Pizzolante (Pdl) e Giulia Sarti ("grillina", come suol dirsi), i migliori auguri per un proficuo lavoro. Lo faccio rispolverando dall'archivio alcune mie vecchie pagine in cui si parla di politica. Nel 2002 mi rivolgevo direttamente ad Arlotti, a commento di una sua lettera apparsa proprio sul "Ponte" sotto il titolo significativo di "C'era una volta la politica", in cui (trattando del suo lavoro di assessore all'Urbanistica) egli concludeva che "alla politica spetta il compito di denudare il Re".
Mi permettevo di osservare: "La classe politica dirigente di quella che, con una convenzione retorica, chiamano della Prima Repubblica, non aveva personalizzato il potere (non c'era nessuna dittatura di un singolo uomo per ogni partito), ma aveva trasformato i partiti in quell'assieme di potere che permetteva di controllare tutto e tutti, per cui impunemente si praticava l'istituzione della tangente, con la scusa che era necessaria al mantenimento delle istituzioni-partito, ed allo svolgimento delle loro funzioni nella società civile".
I freschi esiti elettorali per la prima volta hanno terremotato quel sistema che richiamavo nel 2002, e che è continuato (aggravandosi) sino ad oggi. Nel 2005 (Tama 921) ricordavo che a Rimini in pochi mesi due assessori avevano lasciato la Giunta comunale: Arlotti, come un carabiniere "uso a obbedir tacendo", e Lugaresi concedendo interviste. Restava la sostanza solita delle "mani sulla città", aggiungevo, chiedendomi: chi guida realmente le scelte urbanistiche?
Lo scorso ottobre (Tama 1100) riandavo alle dimissioni di Arlotti nel 2005, citando il piano urbanistico del 2007 che prospettava una colata di nuovo cemento su una Rimini ridotta ad immenso mostro urbanistico. Nello stesso 2007, altrove ho scritto un intervento un po' urticante per gli amministratori riminesi, intitolato: "Se la politica strizza l'occhio ai palazzinari". Nel Tama 1100 ho ribadito che a Rimini avevano continuato a sognare i grattacieli in stile Dubai sul mare, proprio quando si stava rivelando la crisi economica mondiale. Scusi il lettore questa antologia utile per sottolineare come sia fuori luogo a Rimini lo stupore odierno davanti al calo dei consensi delle vecchie parti politiche, calcolato dall'Istituto Cattaneo di Bologna in -11,12% per il Pd, e -15,89% per il Pdl. [Anno XXXII, n. 1118]

Fuori Tama 1118

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
"il Ponte", settimanale, n. 10, 10.03.2013, Rimini

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26 février 2013 2 26 /02 /février /2013 17:33

Auguri, Tiziano Arlotti, neo deputato del Pd. Ripubblico una lettera aperta del 2002.

 

Caro Tiziano Arlotti. Mi ha molto interessata la tua lettera apparsa nel «Ponte» del 20 gennaio, per un motivo diverso da quello che ti ha spinto a scriverla nella tua veste di Assessore ai lavori pubblici. Tu parli soprattutto di due problemi. L'«invasività» dei rappresentanti di categoria che siedono nei Consigli d'amministrazione, e la necessità di far comprendere a parecchie persone che una Giunta fresca (non arrivata neppure all'anno di vita), ha un suo progetto di città che va fatto capire a chi ne chiede un altro, a chi cerca di intorbidare le acque. E concludi con una frase molto giusta: «Alla politica spetta il compito di denudare il Re».
Il fatto è che gli eventi degli ultimi dieci anni hanno denunciato che ad essere denudata è la stessa politica. Mi riferisco a tutta la vicenda che passa sotto il titolo di «mani pulite», ed alla cosiddetta alternanza di governo.
Con efficacia il titolo (redazionale, immagino) alla tua lettera recita che «C'era una volta la politica». C'era una volta, non soltanto perché c'era maggiore impegno (mentre oggi navighiamo in apparenza nel disinteresse più generale), ma anche perché oggi, a livello nazionale, sembriamo essere governati non più dai gruppi politici dei partiti tradizionali, ma da gruppi di potere che si sono costituiti in partiti per legittimare la loro «discesa in campo» a tutela di interessi privati. E' così cambiata la politica (in meglio o in peggio, ognuno giudicherà da solo: a me, che sono sempre stato lontano da partiti e da ruoli di potere, sembra decisamente in peggio). E' talmente cambiata che si personifica nell'unità inscindibile tra un movimento come Forza Italia ed il suo leader, fondatore e finanziatore, Silvio Berlusconi.
Però se questo cambiamento è avvenuto, la colpa non è soltanto del Cavaliere: dove ci sono dei vuoti, sùbito avviene che essi si colmino, secondo una legge fisica (che nessun governo o parlamento potrà modificare a proprio favore). La classe politica dirigente di quella che, con una convenzione retorica, chiamano della Prima Repubblica, non aveva personalizzato il potere (non c'era nessuna dittatura di un singolo uomo per ogni partito), ma aveva trasformato i partiti in quell'assieme di potere che permetteva di controllare tutto e tutti, per cui impunemente si praticava l'istituzione della tangente, con la scusa che era necessaria al mantenimento delle istituzioni-partito, ed allo svolgimento delle loro funzioni nella società civile. Neppure il finanziamento pubblico era riuscito ad arginare questi fenomeni che chiamiamo di corruzione, ma che i politici d'antan giudicavano come ossigeno indispensabile alla prosecuzione della vita democratica.
Tutto ciò, in poco tempo, è stato denunciato come fatto insostenibile: la politica è stata messa a nudo, e si è pensato che abolendo i partiti si sarebbe abolita la corruzione, e la vita civile sarebbe proseguita in modo migliore, anzi nel modo decisamente migliore che ogni utopia sogna per le proprie massime.
Purtroppo, la fase due (il risveglio), quando i vecchi elefantiaci partiti non ci sono stati più, si è rivelata drammatica ed amara, per chi conserva in sé il senso della distinzione e del ragionamento davanti agli eventi: la corruzione continua, la politica non è servizio per la società, non è impegno a favore di tutti, soprattutto di chi è «bisognoso». Ognuno si fa la barba per sé, non solo nell’attuale maggioranza, bensì anche nell’opposizione: che dire delle situazioni (parassitarie) ben remunerate di presidenze di enti e società? Dove sta il servizio per il prossimo? Non è un’apparenza, ma realtà molto avvilente, la corsa a poltrone che portano a cospicui assegni mensili. Non parlatemi, per favore, di missione del politico, altrimenti quel politico (di ogni bandiera) rinuncerebbe a siffatti lauti guadagni.
La politica di oggi ha un profilo bonapartista. Ma i sogni di gloria non sono soltanto quelli di Berlusconi, non dovendosi scordare la rovinosa illusione di D'Alema che con la Bicamerale aveva sognato una spartizione del potere con l'avversario, dimenticando che una Costituzione si riscrive soltanto dopo eventi tragici e traumatici come furono (ad esempio) quelli che dallo Statuto albertino portarono alla nuova Legge fondamentale dello Stato italiano entrata in vigore il primo gennaio 1948. (Ha ragione il prof. Luciano Canfora che in una lettera al «Corsera» ha scritto: «Il sottile D’Alema, che pensava di avere in cambio il successo della Bicamerale, ha portato il Paese a questa disastrosa ‘impasse’ etica prima ancora che giuridica».)
Quotidianamente assistiamo agli atti di molti apprendisti stregoni, che a secondo delle ore della giornata propongono questa o quella riforma costituzionale, dimenticando che l'armonia tra le «parti» di uno Stato è qualcosa di talmente importante e serio, che se viene a mancare si corrono gravi rischi (come dimostra l'attuale atteggiamento del Governo versus Magistratura).
Dunque, la politica denudata occorre che indossi nuovi panni per arrivare a ripristinare quell'equilibrio tra le «parti» che la nostra Costituzione prevede. Occorre che rifletta su se stessa. La politica c'è ancora. Non era tutta rose e fiori quella di un tempo, nepotista, esclusivista, prepotente, partigiana. Non è tutta rose e fiori quella di oggi, che si manifesta ancora nepotista, esclusivista, prepotente, partigiana. C'era la massoneria un tempo, c'è anche oggi, forse ancora più forte, meglio mascherata di una volta (nonostante le campagne ‘pubblicitarie’), ma stranamente più agguerrita di prima. C'è il perverso gusto di quasi tutti i politici di credersi onnipotenti (caro Tiziano, non parlo di te, beninteso).
C'è l'assurda, immorale situazione che nulla si può fare nella società italiana, a livello nazionale o a livello locale, senza il sostegno di un partito, di un suo esponente, o dei gruppi massonici (e ‘paramassonici’). Io mi sono sempre e soltanto interessato di questioni culturali: possibile che esclusivamente a politici e massoni sia consentito di agire indisturbati? E che contro chi non appartiene a queste due categorie, si possano commettere impunemente scippi e sgambetti? Occhio, ragazzi: qui ne va di mezzo non la sorte dei partiti (che possono morire o rinascere come i funghi, con rimborsi pubblici anche ai loro giornali che nessuno legge se non chi li compila), bensì la sorte della stessa democrazia.
La cosa è molto più seria delle critiche che gli eterni brontoloni rivolgono alla Giunta, caro Tiziano. Il Comune deve aprire le proprie porte a tutti. L'Ente pubblico dovrebbe essere garanzia di imparzialità. In nome di quella democrazia che non deve restare parola vana in mezzo a tante vane chiacchiere da sofisti.
Per capire la serietà del nostro momento, è utile leggere l’analisi che Giulietto Chiesa ha scritto sulla «Stampa» del 18 gennaio: moltissimi di quelli che hanno votato per l’attuale opposizione di governo, non si sentono più rappresentati per scelte che non condividono, come quelle sulla guerra infinita che rischia di sconvolgere il mondo intero.

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24 février 2013 7 24 /02 /février /2013 17:33

Appunti fuori dalla cronaca fresca, impedita dai tempi di consegna in redazione. Non so nulla dell'esito elettorale, conosco soltanto le previsioni del tempo che minacciano neve con lo spauracchio dell'assenteismo anche dei bene intenzionati al voto. Per la prima volta nell'Italia repubblicana (ignoro i dati di quella monarchica), siamo stati chiamati alle urne nel periodo meteorologico peggiore dell'anno. Il calendario astronomico ha avuto sempre le sue esigenze, come per le scuole. Dove una volta i giorni delle lezioni al Sud erano ristretti dall'agricoltura, e qui da noi al Nord rivierasco dall'industria balneare.
Persino gli orari quotidiani delle lezioni erano condizionati non dalle decisioni politiche governative ma da quelle pratiche dei trasporti urbani. Ignoro il presente, mi risulta soltanto che tutti ce l'hanno con i prof. Ricordo personale: quand'ero giovane c'era il mito dei docenti anziani, quando sono diventato tale io, le mamme idolatravano quelli giovani, per cui sono sempre stato fuori mercato.
Qualcosa di simile è accaduto alla politica. Ne abbiamo viste di cotte e di crude sino al ridicolo che, per nostra fortuna, non ha toccato solamente qualche partito, ma in un modo o nell'altro, tutte le formazioni in campo. Non c'è spazio per elencare con la necessaria attenzione (che le malelingue definiscono pedanteria), le singole “colpe” dei leader e dei loro movimenti. Per la prima volta nella storia repubblicana, si è assistito ad un rituale televisivo soffocante e stomachevole con esibizioni noiose, ripetitive e persino oltraggiose della verità dei fatti. Come è stato dimostrato da quel gentile candidato che, abituato a crearsi abiti di stralunata eleganza, è giunto a raccontare al prossimo una sua biografia ideale, in cui nulla c'era di vero, e tutto era inventato.
Per caso, sistemando appunti per pagine sulla storia di Rimini (destinate a non essere mai pubblicate in libro perché io sono fuori dal giro dei mecenati), ho appena trovato due citazioni: Lorenzo Valla fece un elenco di volumi che a gran prezzo insegnarono a non sapere, mentre Erasmo ricordava gli studi che educarono a parlare soltanto a vanvera. Molti comizi sono stati ricalcati su questo antico modello, deprecato già sei secoli fa, a dimostrare che la misura delle cose non deve partire da quelli che Rabelais chiamava gli studi vuoti, ma dai fatti reali che all'estero ci rimproverano vivacemente, come il nepotismo e la corruzione. [Anno XXXII, n. 1117]

 

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 9, 03.03.2013, Rimini

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19 février 2013 2 19 /02 /février /2013 17:41

Tra quanti, lungo i secoli, hanno lasciato il pontificato, c'è Gregorio XII. Siamo al tempo del Grande Scisma (1378-1417). Eletto nel 1405, Gregorio XII si rifugia a Rimini il 3 novembre 1408, mentre si prepara il concilio di Pisa e dopo che Carlo Malatesti (1368-1429), signore di Rimini, lo ha salvato da un tentativo di cattura. Carlo, per contattare il collegio cardinalizio, utilizza Malatesta I (1366-1429), signore di Pesaro, che in precedenza si è offerto a Gregorio XII per una missione diplomatica presso il re di Francia, inseritosi nelle dispute ecclesiastiche per interessi personali.
Carlo e Malatesta I sono parenti. Carlo è figlio di Galeotto I il quale è zio di Pandolfo II padre di Malatesta I. A consolidare la parentela, oltre gli affari e le imprese mercenarie, sono state due sorelle di Camerino, Gentile da Varano sposatasi con Galeotto I (1367), ed Elisabetta con Malatesta I (1383). Il quale è stato in affari e rapporti militari con Urbano VI.
I lavori a Pisa iniziano il 25 marzo 1409. Gregorio XII è dichiarato deposto. Carlo vi arriva come mediatore fra Gregorio XII ed i padri conciliari, ma in sostanza quale suo difensore. Non è accettata la sua offerta di Rimini per una sede dell'assise ecclesiastica lontana dai fiorentini, avversari di Gregorio XII. Il primo approccio fra Carlo ed il concilio avviene attraverso Malatesta I che si era attivato dopo l'elezione di Gregorio XII (2 dicembre 1406), ricevendo in premio un vitalizio. Mentre era capitano generale di Firenze, Malatesta I aveva avviato negoziati fra lo stesso Gregorio XII e l'antipapa Benedetto XIII (eletto nel 1394), entrambi deposti in contumacia a Pisa il 5 luglio 1409 e dichiarati “scismatici, eretici e notoriamente incorreggibili”.
Il loro posto, su iniziativa del cardinal Baldassarre Cossa, è preso il 20 giugno 1409 da Alessandro V (che scompare il 4 maggio 1410), detto “il papa greco”, provenendo da Candia. Gli succede lo stesso card. Cossa, con il nome di Giovanni XXIII, il 17 maggio 1410. Questi ricompensa lautamente Malatesta I per i servizi ampi e fruttuosi prestati alla Chiesa durante il concilio di Pisa, al fine della desideratissima unione. Carlo Malatesti interviene ripetutamente per il suo protetto che il 24 dicembre 1412 torna a Rimini. L'imperatore Sigismondo impone Costanza quale sede del concilio. Qui Carlo s'afferma come mediatore fermo ma aperto alle altrui ragioni. Il 4 luglio 1415 legge la bolla di rinuncia di Gregorio XII, scritta a Rimini il 10 marzo. [Anno XXXII, n. 1116]
Fonte della pagina, Riministoria 2010-Rimini Moderna.
Indice Alle origini di Rimini moderna.

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 8, 24.02.2013, Rimini

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13 février 2013 3 13 /02 /février /2013 16:59

Sono iniziate sui giornali le celebrazioni della cinquantina di poeti e scrittori che mezzo secolo fa, a Soluto vicino a Palermo, dettero vita al Gruppo 63. Tra loro c'era pure un riminese, Elio Pagliarani che per civetteria geografica si dichiarava nato (nel 1927) a Viserba. Nel 1962 aveva pubblicato un volume di liriche, "La signorina Carla", che lo rese popolare per lo spirito di contestazione della poesia tradizionale. Lo aveva già dimostrato in una cerchia più ristretta, nell'antologia "I Novissimi" (1961), curata dal guru di quella generazione, Luciano Anceschi (classe 1911), allora docente di Estetica al Magistero di Bologna. Il cui assistente era Renato Barilli, componente pure lui dello stesso Gruppo 63.
L'ambiente bolognese del Magistero è stato ricordato da Giuseppe Chicchi (che di Rimini fu sindaco) in un volume autobiografico del 2011, con la preziosa pennellata che riguarda Ezio Raimondi, "grande italianista dalla sterminata cultura europea". Per il Magistero di Bologna fu, quella a metà degli anni 60, una stagione felice. Vi approdò nel 1964 anche Paolo Rossi, grande storico della Filosofia e della Scienza, che aveva con noi studenti un rapporto di confidenza e rispetto, facendoci lavorare sodo al pari di Raimondi e di Anceschi. Altro mito di allora era Gina Fasoli, docente di Storia. A lezione faceva tremare le vene ed i polsi perché rivolgeva domande agli studenti, mentre spiegava.
Elio Pagliarani, dicevo, nel 1962 aveva già pubblicato il libro di poesie che lo rende famoso, e che s'intitola alla signorina "Carla Dondi fu Ambrogio di anni/ diciassette primo impiego stenodattilo/ all'ombra del Duomo". Pochi anni dopo (1971) nelle scuole italiane approda una nuova antologia, la "Guida al Novecento" di Salvatore Guglielmino che celebra l'ormai silenzioso Gruppo 63, e consegna alla fama anche l'opera del nostro viserbese Elio Pagliarani (scomparso nel 2012). Nel 1990 il giudizio positivo su di lui è confermato da una storia della letteratura del tutto innovativa, di Giovanna Bellini e Giovanni Mazzoni che parlano della "Signorina Carla" come di una delle opere più convincenti della nuova poesia italiana.
In un'intervista su "il Venerdì" (1.2.2013), Umberto Eco, intellettuale sempre attivo in questi anni con imponenti iniziative editoriali, cita la "Signorina Carla" come opera sopravvissuta a tutto il trascorrere del tempo ed al precoce sgretolarsi del Gruppo 63. Di cui fu esponente, ma pure maestro. [Anno XXXII, n. 1115]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 7, 17.02.2013, Rimini

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11 février 2013 1 11 /02 /février /2013 17:29

Alle origini di Rimini moderna (6). Il nostro porto va in rovina, lo scrive Francesco Guicciardini nel 1526. La città butta i soldi con interventi lenti, e non accetta l'aiuto dei privati
Porto e politica, affari e malaffare
["il Ponte", 17.02.2013]


 

Francesco Guicciardini nel 1526 denuncia la crisi del porto di Rimini. C'è bisogno di lavori urgenti: va in rovina “perché si riempie; e la Comunità vi spende assai, ma con tanto intervallo di tempo che non può far frutto”. La Comunità non ha i soldi necessari, né ha accettato la proposta di Valerio Tingoli e di altri mercanti cittadini che offrivano di tirarli fuori di tasca loro.

L'Ausa antica
Guicciardini ha pensato di “fare venire qualche maestro intendente, e più di uno, per vedere che rimedio vi fussi buono e di che spesa". Chiamato a Roma, appunto nel 1526, non può realizzare il suo progetto. Sul finire del sec. XVI, c'è chi propone di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente "della Marecchia", trasportando al mare ghiaia ed altro, rende di difficile gestione il canale, i cui interramenti "ostacolavano l'accesso delle barche con sensibile danno pel commercio della città" (A. Mercati, 1941).
Sull'Ausa, racconta L. Tonini (1848), è posto l'antico porto di Rimini: di esso non si sa se fosse formato da un seno di mare come si legge in Clementini, “o se invece vi concorresse pur la Marecchia”. Secondo G. Rimondini (2008) i due porti di Rimini sono un'invenzione di Clementini.
Annotava G. Moroni (1852) che l'antico porto, divenuto inutile fu demolito nel XV sec., “adoprandosene i materiali a edificazione di chiese”. E che nel 1615 era posta la sua ricostruzione per munificenza di Paolo V. In L. Tonini (1864) si conferma la notizia sull'utilizzo dei molti marmi del porto antico anche da parte di Sigismondo Malatesti per il Tempio di San Francesco. Tonini ricorda poi che da Roma sono decretati due sussidi per il porto, nel 1562 (500 scudi annui) e nel 1591, aggiungendo che per esso “già erano state impiegate molte somme inutilmente” forse non soltanto per la forza del fiume ma pure per l'imperizia dei tecnici. Tutte queste vicende proiettano le loro ombre agitate sul sec. XVIII per il quale gli aneddoti storici sulle rivalità tra i dotti fanno dimenticare la vera sostanza del problema: i politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni. Ecco perché il malaffare dei compromessi e dei favori uccide lentamente l'affare economico della vita portuale così strategica per Rimini. I fatti.


I lavori del 1700
All'inizio del 1700, su consiglio del card. Ulisse Giuseppe Gozzadini, legato di Romagna, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra, le palizzate sono sostituite completamente da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi. In seguito all'alluvione del 1727, "caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati", scrive Luigi Tonini (1864), riprendendo la "Cronaca" del conte Federico Sartoni (1730-1786).
Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu "lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale".
L'argomento del porto tiene banco in città. Ne abbiamo testimonianza dall'intervento di Giovanni Antonio Battarra, nel 1762. In esso, racconta Carlo Tonini (1884), si dimostra "come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati". "Quante volte il fiume ebbe rovinato il canale, fu chiesto il parere" di Battarra, prosegue C. Tonini: "E quando il danno montò al colmo, egli presentò un piano, il quale fu bensì accolto; ma poi pessimamente eseguito da chi aveva interesse (così dice il Rosa) di screditarlo". Michelangelo Rosa (1894) racconta che il piano di Battarra fu anche "alterato a capriccio". Battarra (1714-89) è un filosofo, il che in quegli anni significa anche scienziato. Nel 1755, ha pubblicato la "Storia dei funghi dell'agro riminese", un'opera in latino, conosciuta in tutt'Europa.

La Scienza in campo
Battarra vuole difendersi dalle critiche e dalle malignità cittadine, dopo che quel piano (come spiega Rosa), è stato "pessimamente eseguito da chi non si fece coscienza di volere innanzi lo sconcio e il danno" dell'ideatore. E, quando apre nel dicembre 1762 il suo corso pubblico di Filosofia, Battarra tiene due discorsi sul porto, che pubblica l'anno successivo in volumetto: è questo l'intervento a cui si riferisce C. Tonini. A sostegno delle sue tesi, Battarra ricorre anche all'autorità di Galileo: per un arco di quarto di circolo, l'acqua si muove più velocemente che per la corda di esso. La velocità del fiume serve a tener più pulito il canale. Precisa il nostro: "Mi rido che il condur acque per linea retta sia in tutti i casi la regola più certa, per farle giugner più presto e con più velocità al lor destino".
Come si vede, la disputa scientifica si accende, e non la ripercorriamo avendola ricostruita sulle colonne del “Ponte” il 6 ottobre 1991, presentando anche documenti inediti. Ci soffermiamo invece su quel punto in cui C. Tonini riprende l'opinione di Battarra; “il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati“. La situazione è talmente tesa che, quando il Comune decide di effettuare non il prolungamento dei moli ma la distruzione di quello di destra per procedere all'espurgazione del canale, ci scappa fuori un tumulto di pescatori e marinai per merito o colpa del quale i lavori sono sospesi, si dice ufficialmente: ma in realtà non c'erano soldi in cassa per portarli a termine. Era il 26 aprile 1768.
Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, aveva scritto al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Ma non era vero: tra gennaio e il 16 marzo 1768, ne erano giunti 79.

Gli agostiniani
Si contrappongo autorità che scrivono cose non rispondenti al vero, ed i lavoratori del mare che non riescono a far ascoltare la loro voce se non con un tumulto, sul quale poi i benpensanti contemporanei e posteri hanno ricamato in abbondanza. Quel tumulto non è un semplice dato di cronaca, è il sintomo di un malessere che dimostra l'inadeguatezza del regime aristocratico che regge le sorti della città.
Un documento collocabile tra 1625 e 1668, racconta di una “lite” intercorsa fra la Municipalità ed un Ordine religioso, quello dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga che aveva ricevuto in affidamento il monastero di San Giuliano nel 1496 nell'omonimo Borgo. In occasione della fiera che vi si svolgeva, i monaci volevano affittare alcune stanze di loro proprietà. La Municipalità si oppone, non ritenendole “opportune ad abitazione di onorati mercatanti”, in quanto erano state ridotte dal monastero “a stalle d'animali, et a postriboli di femmine di mondo”.
A quell'ordine appartiene Vanzio Vanzi, fattosi monaco nel 1609: era figlio di Giovanni, il padre del quale (Lodovico) era fratello del celebre giurista mons. Sebastiano vescovo di Orvieto.

Roma comanda
I politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni, abbiamo scritto sopra. Aggiungiamo a loro discolpa un dato oggettivo che riguarda tutta la nostra regione. Come scrive G. Tocci (2004), lo scontro tra i poteri locali e quello centrale provoca situazioni in cui sono precluse possibilità di sviluppo e di progresso. Nelle singole città tornano le rivalità tra le fazioni locali. Il governo romano è incapace di assorbire le differenze fra le singole situazioni dello Stato pontificio. Un esempio illuminante è dato dal fatto che nel 1558 Rimini è obbligata a partecipare alle riparazioni del porto di Ancona.
(6. Continua)

All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

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8 février 2013 5 08 /02 /février /2013 17:52

Tutti commentano con amarezza la sentenza del tribunale militare di Verona, per l’assoluzione dei due superstiti imputati della strage di Fragheto. Ma nessuno ricorda che la stessa sorte ebbero molto, moltissimo tempo fa gli imputati italiani.


Pubblico qualcosa sul tema, da un mio articolo della serie de “I giorni dell’ira” apparso sul settimanale di Rimini “il Ponte”, il 4.11.1990.

(All’indice di “Rimini ieri. Cronache dalla città“.)


Nella settimana santa del ‘44, tedeschi e repubblichini danno la caccia ai partigiani tra i monti della Valmarecchia: siamo a Fragheto, frazione di Casteldeci. Candido Gabrielli, classe 1921, vede arrivare i partigiani che portano con loro un soldato germanico. «Lo scontro tra partigiani e tedeschi… durò tre o quattro ore», e si risolse con la fuga dei partigiani, sopraffatti dalle truppe hitleriane. Il tedesco prigioniero riesce a scappare, raggiunge il suo Comando che decide un’azione di rappresaglia contro la popolazione di Fragheto, rea di aver ospitato i partigiani. I nazisti passano casa per casa, «uccidendo vecchi, donne, bambini». Le case vengono incendiate. E’ il venerdì santo.

La domenica di Pasqua, mons. Luigi Donati si unisce a Ponte Messa ad un gruppo di persone che stava andando a Fragheto: «Ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo terribile, raccapricciante. [...] La maggior parte delle case bruciate aveva il tetto di lastre che era crollato seppellendo persone e cose, lì sotto il fuoco ardeva ancora». A chi gli chiedeva notizie, nei giorni successivi, sulla ferocia di tedeschi e repubblichini, abbattutasi a Fragheto, mons. Donati rispondeva: «Mi vergogno di essere uomo».

 

Scheda. Le vittime civili furono 33, tra cui «un bimbo di 18 anni», come scrisse   Guglielmo Marconi nelle sue memorie (p. 139 di Vita e ricordi sull’8ª bri­gata romagnola, Maggioli, 1984). Nello stesso te­sto (p. 96, nota 93), è riportato un bollet­tino militare sullo scontro ar­mato tra partigiani e tedeschi, prima dell’eccidio: «Dopo quasi tre ore di combattimento i tede­schi la­sciavano sul terreno più di cento [uomini] tra morti e feriti, mentre i nostri reparti si ritira­vano con soli quattro morti e due feriti leggeri». Poi, «i tedeschi fucilarono trenta­tré persone della popolazione lo­cale, unicamente responsabile dell’esser stata vi­cino al luogo del combatti­mento». In altre parti del testo di Marconi, si parla di responsabi­lità di «brigatisti ita­liani» (p. 104) e di «sete di sangue dei fa­scisti» che «si scagliò anche sui pochi civili, vecchi, donne e bimbi del luogo… senza che fos­sero colpevoli di atti di guerra» (p. 105).

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