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6 février 2013 3 06 /02 /février /2013 16:52

Sono passati venticinque anni dal 30 gennaio 1988, quando una guardia giurata, Giampiero Picello, 41 anni, di Ravenna, fu uccisa davanti al supermercato Coop Portici alle Celle di Rimini. Era la prima vittima di una strana banda che, sino al 24 maggio 1994, ne avrebbe fatte altre, per un totale di 25 morti e 10 feriti in 103 delitti. Tra quei 25 morti c'? pure Antonio Mosca, 39 anni, poliziotto del Commissariato di Rimini, ferito a Cesena il 3 ottobre 1987 (assieme a Luigi Cenci, 25, ed Addolorata Di Campi, 22), e morto nel 1989. I tre agenti erano a bordo di un'auto-civetta del nostro Commissariato, intervenuta contro la banda del racket che aveva preso di mira l'autosalone riminese di Savino Grossi. La banda fu intercettata dalla polizia mentre stava ritirando a Cesena sull'autostrada una valigetta piena di soldi. I banditi spararono contro la vettura di Grossi e l'auto-civetta del Commissariato di Rimini.
Sul nostro giornale osservai allora che nella vicenda delle Celle c'era un particolare sfuggito alla cronache dei quotidiani, e che verrˆ confermato dalla indagini sulla banda riminese della "Uno bianca": "Il piano della fuga era stato predisposto con attenzione, utilizzando scappatoie che solo gente molto pratica della zona" poteva conoscere. Come scrisse Sandro Provvisionato su "L'Europeo" (2003), il sostituto procuratore di Rimini Roberto Sapio fu "il primo a sostenere (non creduto)" che la banda fosse composta di gente in divisa.
A risolvere la vicenda della "Uno bianca" sono stati due poliziotti riminesi, Pietro Costanza e Luciano Baglioni (il loro capo era Oreste Capocasa). Da soli scoprono i tre fratelli Savi, di cui due poliziotti. "Dopo la vicenda dei Savi me ne sono successe di tutti i colori" confid˜ Baglioni a Simonetta Pagnotti di "Famiglia Cristiana" (1997). Una agente di Polizia, Simona Mammano, recensendo il bel volume "Uno bianca e trame nere" di Antonella Beccaria, nel 2007 ha scritto: "Una questione irrisolta per tutte: come ? stato possibile che un commando di assassini potesse operare indisturbato per cos“ tanto tempo?". Concludeva: "Questa, dunque, ? una storia scandita da errori, valutazioni sbagliate, depistaggi palesi e false testimonianze".
Come per l'abbattimento dell'aereo di Enrico Mattei (1962) pilotato dal riminese Irnerio Bertuzzi. La sentenza sul caso De Mauro (1970), pubblicata lo scorso agosto, ha richiamato in causa un ex senatore Dc, Graziano Verzotto, scomparso nel 2010. [Anno XXXII, n. 1114]

Fuori Tama 1114 (2013). Quella "Uno bianca"

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
"il Ponte", settimanale, n. 6, 10.02.2013, Rimini

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4 février 2013 1 04 /02 /février /2013 17:01

["il Ponte", Rimini, n. 5, 03.02.2013]

I trentanove ebrei che Ezio Giorgetti ospitò nel suo albergo a Bellaria dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, riuscirono a salvarsi grazie a carte d'identità fornite loro da Virgilio Sacchini (1899-1994).
La vicenda ci è rivelata per la prima volta dalla dottoressa Patrizia Sacchini D'Augusta, nipote di Virgilio. Suo nonno in quei giorni era Commissario Prefettizio del Comune di Savignano sul Rubicone: «Era fascista, ma era anche un uomo buono ed estremamente generoso (con la sua Industria di Legnami e Imballaggi, prima che gli eventi bellici la distruggessero, aveva dato lavoro a tanti Savignanesi ed era un padrone che rispettava profondamente gli operai) ed è per questo che né lui né gli altri membri della sua famiglia furono oggetto di ritorsioni da parte dei partigiani del luogo».
Virgilio Sacchini mise al corrente del suo intervento a favore degli ebrei 'bellariesi' soltanto il proprio figlio Marino.
Ascoltiamo ancora la dottoressa Patrizia Sacchini: «La storia mi è stata raccontata diversi anni fa da mio padre, Marino Sacchini, prendendo spunto da un articolo comparso sul Corriere di Rimini (29/09/1994). Alla fine della guerra mio nonno, Virgilio Sacchini, nato a Savignano sul Rubicone il 26 dicembre 1899, Cavaliere della Corona D’Italia, confidò a mio padre di avere aiutato quel gruppo di ebrei, nel 1943, a fuggire e a raggiungere il Meridione. Si diceva felice che tutto avesse avuto termine, poiché aveva messo a repentaglio, con il suo gesto, la sicurezza della sua famiglia».
Prosegue la dottoressa Sacchini: «Ezio Giorgetti (che, attraverso un amico comune, il Sig.Bertozzi, conosceva mio nonno) ottenne da mio nonno le famose carte d’identità in bianco che nell'articolo pubblicato dal Corriere di Rimini in data 22/01/2007 risulterebbero essere state fornite dal Segretario Comunale di San Mauro Pascoli, Sig. Alfredo Giovanetti. Le carte d’identità appartenevano al Comune di Savignano sul Rubicone e mio nonno, pur correndo un serio pericolo, per il ruolo che ricopriva, non esitò a metterle a disposizione del gruppo di ebrei. Non so se questo fatto fosse noto al Maresciallo Osman Carugno, al Sig. Giovannetti e a Don Emilio Pasolini, immagino che mio nonno avesse chiesto e ottenuto la garanzia del riserbo assoluto attorno al suo gesto. Mi fa immenso piacere offrire questo piccolo contributo alla vostra ricerca. Ricordo mio nonno sempre con tanto affetto e, da convinta antifascista, lo ringrazio di aver contribuito alla salvezza di quel piccolo gruppo di ebrei».
A parlare di carte d'identità fornite ad Ezio Giogetti da Alfredo Giovanetti fu la moglie dello stesso Giorgetti, Lidia Maioli, nel volume curato da Bruno Ghigi nel 1980, «La guerra a Rimini», pag. 321.

La ricostruzione storica della vicenda bellariese si legge in Riministoria in questi due articoli:
1. Ezio Giorgetti, lo Schindler di Bellaria. Fu aiutato dal vescovo Scozzoli e dal maresciallo Osman Carugno
2. Nazisti, fascisti ed Ebrei a Rimini nella seconda guerra mondiale.

Pubblicato su Corriere Romagna del 29 gennaio 2007.
Antonio Montanari

All'indice di "Rimini 1900" sul "Ponte".

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31 janvier 2013 4 31 /01 /janvier /2013 17:47
Alle origini di Rimini moderna (3. Scheda). 1529, papa Clemente VII passa per Rimini, senza alcuna pompa (come annota Carlo Tonini nel 1887), diretto a Bologna per incoronare (1530) Carlo V e soprattutto ridare Firenze ai suoi

Tutte le strade portano alla Storia.
[Scheda per il cap. 3, presente sul web.]




Tutte le strade portano alla Storia. Da Rimini nell'ottobre 1529 transita la comitiva pontificia proveniente da Roma e diretta a Bologna. Dove Clemente VII deve incontrare l'imperatore Carlo V. È un momento critico.

Sogno imperiale
Finite le prime guerre d'Italia combattute tra 1494 e 1516, Carlo V diventa imperatore nel 1519. Nel 1526 egli attacca il papa che ha aderito alla lega antimperiale di Cognac. Dal 6 maggio 1527 al febbraio 1528 Roma è sconvolta dal drammatico sacco dei lanzichenecchi, mercenari tedeschi di fede luterana.
La pace dell'Europa può passare soltanto attraverso il sogno imperiale riproposto dal gran cancelliere di Carlo V, l'italiano Mercurio Arborio da Gattinara, gran studioso di Dante ma soprattutto attento osservatore dei fenomeni sociali ed economici come quelli del nostro Mezzogiorno (A. Musi). Per realizzare quel sogno occorre accordarsi con il papa che, dopo l'adesione alla lega di Cognac, è stato punito da Carlo V, lasciando che i lanzichenecchi venissero dalla Germania in Italia "per compiere atroci vendette contro la Curia romana e il pontefice" (B. Barbadoro).

Senza pompa
Clemente VII giunge a Rimini quasi in incognito: "in lettiga senza pompa alcuna" annota C. Tonini (1887), che ricorda di aver letto sul tema pagine del diario di Biagio Martinelli da Cesena. In esse si trova che ad andargli incontro alla Cattolica è un suo illustre parente, Niccolò Martinelli di Rimini, accompagnato dalla moglie Camilla de' Parcitadi. Da altra fonte (la "Cronaca" della visita pontificia pubblicata a Bologna da Gaetano Giordani nel 1842), apprendiamo che Biagio Martinelli è un personaggio di rango nella corte romana. Sacerdote, egli funge da arcicerimoniere apostolico con l'incarico di scrittore della cronaca ufficiale pontificia. Un suo ritratto è collocato nella Cappella Sistina.
Il silenzio che circonda l'arrivo del papa a Rimini è più che comprensibile. Nel 1523 la città era stata restituita alla Chiesa che l'aveva perduta nel 1503. Dal 2 ottobre al 24 novembre 1503 Pandolfo "Ultimo" (o Pandolfaccio) era stato di nuovo signore di Rimini, ma sotto il governo veneziano. Il 16 dicembre aveva ceduto la città alla Serenissima. Ne era diventato signore nel 1482, all'età di sette anni, per cui fu posto sotto la tutela di Galeotto Lodovico Malatesti.

Al "Cimiero"
Il figlio di Pandolfaccio, Sigismondo II, è rientrato a Rimini nel 1527, lasciando il governo al padre che l'8 aprile 1528 ha ricevuto l'investitura pontificia che ha scontentato tutti. Il governo malatestiano termina il 17 giugno dello stesso 1528: Rimini si trova allora in una situazione inquieta che sfocia nell'assalto all'archivio ed alla cancelleria della città, posti nel convento di San Francesco.
Clemente VII è ospitato nel palazzo detto "del Cimiero". Come documenta C. Tonini, esso dal 1511 è di proprietà del Comune in base ad un "breve" (atto meno solenne della "bolla", cosiddetta dal sigillo che ne garantiva l'autenticità) di Giulio II. Dal 1568 al 1620 il palazzo ospita il Seminario. Alla fine del 1700 è la residenza dei vescovi, come si legge in F. G. Battaglini (1789). Esso sorgeva davanti a Palazzo Gambalunga, lungo la via che dal Tempio porta a piazza Ferrari. Le bombe lo hanno distrutto, il palazzo Fabbri ne ha eliminato ogni traccia.

A Bologna
Carlo V arriva a Bologna il 4 novembre, dorme nel convento della Certosa. La mattina dopo in San Petronio avviene il loro incontro. La comitiva imperiale, guidata da Alfonso duca di Ferrara, è composta da numerosi principi italiani: Sforza, Gonzaga, Alfonso d'Este, i duchi di Urbino e di Savoia, come leggiamo nella "Cronaca" del 1842. Si decide per una cerimonia da farsi a Roma. In un secondo tempo, alla fine di gennaio 1530, Carlo cambia idea, scegliendo Bologna "per non perdere tanto tempo". Domenica 22 febbraio avviene la prima cerimonia che gli conferisce il titolo di re dei Romani. Il 24 c'è l'unzione del braccio destro di Carlo nella cappella del Palazzo degli Anziani di Bologna, con il papa che poi lo fa re de Longobardi.

Segno d'una crisi
Il silenzio che circonda il passaggio di Clemente VII per Rimini, è anche un simbolo della crisi in cui la città vive dopo la fine della grande stagione umanistica dei Malatesti. Tutte le strade portano alla Storia, si è detto. Quelle di Rimini, che nei due secoli precedenti sono state inserite al centro di un itinerario politico e culturale di primo piano, dal 1528 diventano una silenziosa periferia geografica, come se passassero lontane dietro i suoi colli nascondendo alla vista chi compiva quel cammino.
Mentre Rimini è costretta al silenzio, a Bologna per il convegno della pace fra Carlo V e Clemente VII si leva la voce di un lettore (docente) di greco e latino, Romolo Amaseo che recita un'orazione dedicata ad esaltare la pace che quell'incontro aveva come fine. Carlo V lo premia con 300 ducati in una tazza d'oro. Amaseo, scrive G. M. Anselmi, "parla anche come voce ufficiale dell'istituzione universitaria più antica d'Europa, tradizionalmente mediatrice dello scontro giuridico-politico fra papato ed impero".
Anche Ludovico Ariosto esalta la figura di Carlo V nella terza edizione dell'Orlando Furioso (1532). Andronica, che accompagna Astolfo liberato dall'incantesimo di Alcina, predice l'avvento di una monarchia universale "sotto il più saggio Imperatore, e giusto / che sia stato, o sarà mai dopo Augusto" (XV, ottava XXIV, vv. 7-8).

Soprattutto Firenze
Agli interessi particolari di Firenze è invece legato a doppia mandata papa Clemente VII (1478-1534), al secolo Giulio de' Medici, figlio naturale di tal Fioretta e di Giuliano (ucciso nello stesso 1478 dalla congiura dei Pazzi), fratello di Lorenzo il Magnifico. Figlio di Lorenzo è Giovanni divenuto nel 1513 papa con il nome di Leone X. Proprio Leone X avvia alla carriera ecclesiastica Giulio, nominandolo arcivescovo di Firenze. Clemente VII è eletto nel 1523. Nel 1527 i Medici sono cacciati da Firenze. Essi hanno governato dal 1434 al 1498, quando inizia la Repubblica che termina nel 1512.
Dopo l'intervento francese in Italia del 1528, il 29 giugno 1529 a Barcellona, Carlo V e Clemente VII stipulano un trattato in base al quale il papa s'impegna ad incoronare Carlo in cambio della restaurazione dei Medici a Firenze. Il che avviene il 12 agosto 1530 con Alessandro che governa su Firenze e parte della Toscana, quasi dopo un anno dalla pace di Cambrai (5 agosto 1529) tra Carlo V e Francesco I di Francia, il quale rinuncia a Milano e Napoli. Nel 1532 Alessandro riceve il titolo di duca. A Barcellona Carlo V gli ha concesso in sposa una sua figlia naturale, Margherita d'Austria. Lei resterà vedova nel 1537, un anno dopo le nozze, celebrate quando era quattordicenne, per l’uccisione del marito da parte di Lorenzino di Pierfrancesco de’ Medici, suo compagno in bagordi e festini, per una questione sentimentale. Alessandro s’era invaghito di Caterina Soderini, sorellastra di sua madre, una giovane di meravigliosa bellezza e di gran pudicizia (così Iacopo Nardi, 1584), moglie di Leonardo Minori, l’amico di Michelangelo e Cellini.
La doppia incoronazione di Carlo V a Bologna (22 e 24 febbraio 1530) si colloca quindi fra trattato di Barcellona e pace di Cambrai (1529) da un canto, e restaurazione medicea a Firenze dell'agosto 1530 dall'altro. L'evento di Bologna sancisce il predominio spagnolo in Italia, confermato nel 1559 dalla pace di Cateau-Cambrésis.
Quel papa che transita a Rimini andando a e tornando da Bologna, conosceva la storia illustre dei Malatesti e dei loro rapporti con Firenze. Il silenzio sul suo passaggio è eloquente. La politica del "particulare" dimentica ogni dimensione storica e culturale. Ognuno pensa per sé. Soltanto letterati e poeti immaginavano grandi progetti di armonia universale tra gli Stati. Tutto il resto era, e sarebbe stato, guerra e dolore.




SCHEDA SULLA STORIA DEI MEDICI
Nel 1494 i Medici sono cacciati da Firenze, dove nasce la repubblica che dura sino al 1512, quando un esercito ispano-pontificio, dopo aver saccheggiato Prato, pone fine alla repubblica oligarchica di Pier Soderini.
Nel 1527 i Medici sono nuovamente cacciati da Firenze, per responsabilità soprattutto dell'oligarchia finanziaria cittadina. Come osserva B. Barbadoro, il potere mediceo dura dal sacco di Prato (1512) al sacco di Roma.
Il 12 agosto 1530, in base al trattato di Barcellona (29 giugno 1529) tra Carlo V e papa Clemente VII (Giulio de' Medici, figlio naturale di Giuliano, ucciso nel 1478 nella congiura dei Pazzi) essi sono nuovamente al potere a Firenze con Alessandro de' Medici.
Alessandro è figlio naturale (nato nel 1510) di Lorenzo duca di Urbino, omonimo del nonno “il Magnifico”: da lui nasce Pietro, padre di questo Lorenzo che genera Alessandro da Simonetta da Collevecchio.
Sempre a Barcellona, si combina il matrimonio tra il futuro duca di Firenze (il titolo è del 1532) Alessandro de' Medici e la figlia naturale di Carlo V, Margherita d'Austria, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga (come annota P. Verri).
Papa Clemente VII scompare il 25 settembre 1534.

SCHEDA SULLA STORIA
d'Italia e d'Europa 1492-1559


Nel XVI sec. la storia d'Italia e gli avvenimenti europei s'intrecciano più di quanto accaduto in precedenza.
L'Italia è divisa, e ciò favorisce il particolarismo degli Stati regionali (come accade anche in Germania), mentre in Francia, Inghilterra e Spagna nascono le grandi monarchie e gli Stati rinascimentali, caratterizzati da un potere centrale assoluto.
La Francia prima (1494-1516), la Spagna poi (1521), cercano di controllare la politica italiana. Di conseguenza, la penisola è terra di scontri che coinvolgono le principali potenze europee.
La Francia (con cui si allea il Governatore di Milano, Lodovico Sforza) vuole conquistare Napoli.
Per realizzare una politica mediterranea, Carlo VIII scende in Italia nel 1494, scompaginando la politica d'equilibrio di Lorenzo de' Medici, morto nel 1492.
Nel 1494 i Medici sono cacciati da Firenze, dove nasce la repubblica che dura sino al 1512.
Carlo VIII arriva sino a Napoli. Lo Sforza, Venezia, papa Alessandro VI, il re di Spagna e l'imperatore tedesco s'alleano contro Carlo VIII (1495).
Per iniziativa dello Sforza che aveva cambiato politica, Carlo VIII decide di ritirarsi, inseguito dagli spagnoli (battaglia di Fornovo, 6 luglio 1495).
Morto Carlo VIII nel 1498, Luigi XII riprende il programma espansionistico del predecessore, mirando a conquistare Milano e Napoli, mediante l'alleanza con papa e Venezia.
Dopo aver conquistato Milano (1499), e fatto prigioniero Lodovico Sforza, Luigi XII punta verso il Sud, prima d'accordo poi in lotta con gli spagnoli che nel 1503 conquistano Napoli, il cui possesso è confermato dal trattato di Lione del 1504.
Alla morte di Alessandro VI (1503), Venezia occupa parte della Romagna.
Nel 1508 il nuovo papa Giulio II, Francia, Spagna ed impero tedesco si alleano nella Lega di Cambrai contro Venezia, sconfiggendola ad Agnadello (1509).
Giulio II, domata Venezia, si rivolge contro la Francia (1511, Lega Santa con Venezia, Spagna, Impero, Inghilterra e Svizzera), restituendo nel 1512 Milano agli Sforza che la perderanno però nel 1516. Infatti i francesi con Francesco I, alleatisi con Venezia, ridiscendono in Italia nel 1515.
I Medici fanno ritorno a Firenze nel 1512, quando un esercito ispano-pontificio, dopo aver saccheggiato Prato, pone fine alla repubblica oligarchica di Pier Soderini.
In base alla pace di Noyon (1516), il Milanese tocca alla Francia, mentre Sicilia (1282), Sardegna (1326) e Napoli (1443) sono confermate sotto il diretto controllo spagnolo.
Nello stesso 1516 muore il re di Spagna, Ferdinando il Cattolico, lasciando erede il nipote Carlo che si trova così ad unire i Paesi Bassi ricevuti dal padre (morto nel 1506) con la corona spagnola ed annessi territori italiani.
Nel 1519 il nonno paterno Massimiliano, imperatore tedesco, morendo gli lascia i propri possessi. Nello stesso anno, Carlo diventa imperatore.
Nel 1521 gli spagnoli occupano Milano. Nel 1525 sconfiggono i francesi a Pavia. Nel 1527 saccheggiano Roma con i lanzichenecchi.
Nello stesso 1527 i Medici sono nuovamente cacciati da Firenze, per responsabilità soprattutto dell'oligarchia finanziaria cittadina. Come osservava B. Barbadoro, il potere mediceo dura dal sacco di Prato del 1512 al sacco di Roma.
Nel 1529 la Francia di Francesco I rinuncia a tutte le pretese italiane (pace di Cambrai). Poi nel 1530 ritornano a Firenze i Medici (12 agosto) ed a Milano lo Sforza.
Per i Medici vale il trattato di Barcellona (29 giugno 1529) tra Carlo V e papa Clemente VII (Giulio de' Medici, figlio naturale di Giuliano, ucciso nel 1478 nella congiura dei Pazzi). Papa Clemente VII scompare il 25 settembre 1534.
Per gli Sforza c'è la rinuncia di Francesco I in base alla pace di Cambrai del 5 agosto 1529.
Il trattato di Barcellona impegna il papa ad incoronare Carlo V in cambio della restaurazione dei Medici a Firenze. L'incoronazione avviene in una duplice cerimonia a Bologna il 22 ed il 24 febbraio 1530.
Sempre a Barcellona, si combina il matrimonio tra il futuro duca di Firenze (il titolo è del 1532) Alessandro de' Medici investito del potere il 12 agosto 1530, e la figlia naturale di Carlo V, Margherita d'Austria, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga (come annota P. Verri).
Alessandro è figlio naturale (nato nel 1510) di Lorenzo duca di Urbino, omonimo del nonno “il Magnifico”: da lui nasce Pietro, padre di questo Lorenzo che genera Alessandro da Simonetta da Collevecchio.
Carlo V si annette Milano e la Lombardia nel 1535. Tale possesso è confermato dalla pace di Crepy del 1544.
Nel 1559 il successore di Carlo V (che ha abdicato nel 1556), Filippo II, conclude la pace di Cateau-Cambrésis con la Francia.
La Spagna conserva i suoi domini italiani, Lombardia, Napoli, Sicilia, Sardegna e Stato dei Presidi in Toscana.




Al cap. 3. Sacco di Roma, Europa scossa.
All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1824, 29.01.2013. Agg. 31.01.2013]. Mail
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30 janvier 2013 3 30 /01 /janvier /2013 17:48
Alle origini di Rimini moderna (4. Scheda). 1516, nella cattedrale di Santa Colomba si trova il cadavere di una donna, avvolto "in un regio panno di seta rossa" con il nome di Federico II. La lapide rinvenuta a San Martino in Venti. Le testimonianze storiche mai pubblicate in sede locale.

Se ritorna il passato.
[Scheda per il cap. 4, presente sul web. Versione precedente.]




Nel 1516 la cattedrale di Santa Colomba, nella cappella della Madonna Incoronata, restituisce il corpo di una donna, avvolto in un prezioso panno. Nel quale si legge soltanto il nome di Federico imperatore ed una data, 1231. La prima notizia sul panno è pubblicata da Raffaele Adimari nel "Sito Riminese" (Brescia, 1616, p. 59). Nella cattedrale, egli precisa, "vi è un drappo antichissimo di seta [...] che si vede esser stato fatto nel Anno M.CCXXXI. il qual fù trouato in un'arca di Marmo [...] il qual dicono, che fù posto in quel luoco da Federico II. Imperatore, inuolgendoli dentro una sua Figliuola morta".
Nel "Raccolto istorico" di Cesare Clementini (Rimini, II, 1627, p. 664), troviamo più particolari: "fabbricandosi nella Cattedrale la Capella chiamata l'Incoronata, hora di San Gioseffo, [...] dentro l'antico muro della Chiesa, fu trovato una Donna morta, e avolta in un regio panno di seta rossa, lungo braccia sei, ripieno di Rosoni d'oro, e di Leoni, fatti a basso rilievo parimente d'oro, che sostengono un gran fiore, attorniato con certi circoli, in mezzo a quali stanno alcune lettere, che per esserne una parte corrosa, altro non si legge, che FRIDERICUS Imp. Aug. MCCXXXI".

La "morta Donna"
La pagina di Clementini prosegue con l'ipotesi circa l'identità della "morta Donna". Secondo alcuni è una Baronessa, secondo altri una Nipote di Federico II. Adimari, come abbiamo visto, invece parla di una Figliuola dell'imperatore: la sua fonte è un trattato sul vermicello della seta (Rimini, 1581) composto da Giovanni Andrea Corsucci da Sassocorvaro, già rettore di San Giorgio Antico e Maestro comunale. Corsucci annota pure che ai suoi tempi l'antico panno funebre era ancora fresco e bello, e che se ne serviva il Capitolo della Cattedrale per il cataletto nei mortorii di Vescovi e Canonici, nel portarli alla sepoltura.
Chi può essere la Donna morta? Il padre di Federico II, Enrico VI, ha un fratello Ottone II che da Margherita di Blois genera Beatrice di Borgogna, moglie di Ottone il Grande. Questa Beatrice scompare proprio nel 1231, il 7 maggio, l'anno del funerale riminese. Ma si trova poi che essa è sepolta dal dicembre dello stesso 1231 nell'abbazia di Langheim a Bamberg. Quindi sarebbe da escludere che sia suo il corpo ritrovato nel 1516.
Beatrice era un personaggio troppo importante per essere eventualmente lasciata lontana dalla propria patria. La presenza di Beatrice in Romagna non sarebbe strana. Basti ricordare quanto scrive Carlo Sigonio (1520/23-1584) nel XVII libro della sua storia del Regno d'Italia (1591): Federico II chiamò dalla Germania in Romagna il figlio Enrico ed i suoi principi. Tra costoro c'è pure il marito di Beatrice, Ottone I d'Andechs e di Merania.

Feste per tutti
Sigonio aggiunge: Federico II, per non intimorire la gente con parate militari anzi per allietarla e divertirla, organizza una sfilata di animali mai visti o poco noti da queste parti. Sono appunto gli elefanti, leoni, leopardi, cammelli ed uccelli rapaci che per molti giorni offrono meraviglioso spettacolo e che finiscono citati nella lapide ritrovata a San Martino in Venti (1973-74), come ha raccontato Anna Falcioni in un testo edito da Bruno Ghigi nel 1997.
Sul Ponte (4.5.2008) lo ha presentato Angela De Rubeis: "Mentre si lavorava all'abbattimento di un circolo ACLI che nel dopoguerra era stato costruito con le macerie lasciate sul campo dai tanti bombardamenti, si scopre quella lapide che il parroco don Lazzaro Raschi conserva indagando sulla sua antica collocazione”. Trova così che prima degli anni '40 essa "era posta, e ammirata dai fedeli, sotto l'altare maggiore" della sua chiesa, in quanto considerata una pietra sacra.
Nell'articolo si ricorda la serie degli studi per "leggere" quella pietra, iniziati da Augusto Campana, proseguiti da Gina Fasoli e completati da Aurelio Roncaglia (1982) con questa traduzione: "Nell'anno del Signore 1231, sotto il papato di Gregorio e l'impero di Federico [...] al tempo in cui l'imperatore Federico venne a Rimini e condusse con sé elefanti, cammelli e altri mirabili animali, quest'opera fu fatta e completata".

Mainardino, la fonte
Il passo di Carlo Sigonio fu riproposto da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) negli "Annali" (VII, Napoli, 1773, p. 209) senza la precisazione della fonte: "l'avrà preso da qualche vecchia Storia. Cioè, che Federigo diede un singolare spasso a i popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un liofante, de i leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti".
La fonte di Sigonio è Mainardino Imolese, come si legge in una nota dei "Monumenta Germaniae Historica" (tomo XXXII, dedicato alle cronache di Salimbene de Adam [1221-1287], 1905-1913, p. 93). La testimonianza di Mainardino è relativa proprio a Ravenna tra 1231 e 1232. Mainardino scrive che vide l'imperatore condurre seco "molti animali insueti in Italia: elephanti, dromedarii, cameli, panthere, gerfalchi, leoni, leopardi e falconi bianchi e alochi barbati".
Mainardino è stato definito "uno storico dimenticato del tempo di Federico II" (P. Scheffer-Boichorst, "Zur Geschichte des XII. und XIII. Jahrhunderts Diplomatische Forschungen", Berlino, 1897, p. 275). Un'altra citazione da Mainardino, è in un testo di Pandolfo Collenuccio (1444-1504) di Pesaro, "Compendio delle historie del regni di Napoli", Venezia, 1541 (quindi anteriore a Sigonio), p. 80bis: Federico nel novembre 1232 arriva a Ravenna "con grandissima comitiua, e magnificentia, e tra le altre cose menò con sé molti animali insueti in Italia", di cui fa l'elenco che abbiamo appena letto, "e molte altre cose degne di admiratione, e di spettaculo". Nello studio di Scheffer-Boichorst si legge infine (p. 282) che spesso Collenuccio, nell'enumerazione degli animali, coincide con Flavio Biondo.

Flavio Biondo
Ecco che cosa si legge in Flavio Biondo: "Mentre che era Federigo in Vittoria [Sicilia], gli uennero ambasciatori di Aphrica, di Asia, e de lo Egitto; e portarongli a donare Elephanti, Pantere, Dromedarij, Pardi, Orsi bianchi, Leoni, Linci, e Gofi barbati: egli si edificò qui Federigo bellissimi giardini, e serragli; dove teneua bellissime fanciulle; e lascivi garzoni" (Le Historie del Biondo..., Ridotte in Compendio da Papa Pio [II]; e tradotte per Lucio Fauno, Venezia, 1543, p. 172 retro).
Su Mainardino, scrive Augusto Torre (Enciclopedia Dantesca, Roma, 1970): "Vescovo di Imola, della famiglia Aldigeri di Ferrara (dalla quale si pensa derivasse la moglie di Cacciaguida), figlio e fratello di due giudici famosi, fu uno dei più insigni personaggi del suo tempo. Suddiacono e preposito della cattedrale di Ferrara sin dal 1195, il 16 agosto 1207 era già vescovo di Imola. La sua attività si svolse sia nel campo spirituale come in quello temporale, e ne rivelò le spiccate capacità politiche. Fu podestà di Imola (1209-10 e 1221-22), che difese saldamente contro i ripetuti attacchi di Bologna e di Faenza. Per molto tempo lo troviamo vicino a Federico II e ai suoi legati; fu anche vicario imperiale e in questa qualità risolse con grande energia le contese fra Genova e Alba (1226), ma dal 1233 si tenne lontano dalla politica attiva. Il 9 agosto 1249 troviamo già eletto il suo successore; ignoriamo l'anno della sua morte, avvenuta dopo quella data. Scrisse una storia di Imola e una biografia di Federico II, entrambe andate perdute". Nella "Storia dell'Emilia Romagna" (I, 1976, p. 685) Augusto Vasina sottolinea: Mainardinus ebbe una "prepotente vocazione politica filoimperiale".
Nel marzo 1226 da Rimini Federico II ha promulgato la sua Bolla d'oro per confermare la donazione della Prussia all'Ordine Teutonico. La ricorda una lapide (1994) in piazza Cavour, proposta dallo storico Amedeo Montemaggi .



Alla versione precedente.
Al cap. 4. Se si cancella il passato.
All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1816, 20.01.2013, 15:39]. Mail
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28 janvier 2013 1 28 /01 /janvier /2013 17:30

Per cominciar bene, richiamo una frase del card. Gianfranco Ravasi (L'Espresso, 31.1) che rimanda a San Paolo nello spiegare come la speranza sia una virtù di lotta. San Paolo anziché il termine corrente della lingua greca, ne usava un altro "che letteralmente significa recare sulle spalle un carico pesante e quindi avere costanza, perseveranza, impegno". Ravasi a quei politici che non si risparmiano nulla (dalla corruzione allo spreco, passando attraverso l'interesse privato), contrappone il cittadino serio che "sceglie la via della legalità, anche nelle piccole cose, a partire dalla richiesta dello scontrino fiscale, del rispetto delle regole stradali, del comportamento civico e così via".
Il contorno delle cronache recenti è desolante, spaventoso. Nel mio piccolo, seguendo la lezione di Ravasi che per migliorare occorre "fare", riprendo alcune notizie da non dimenticare. Ho citato qui il 20 gennaio un saggio di Giovanni Tizian sulla diffusione della malavita pure nella nostra regione. Tre giorni dopo, un'operazione della Guardia di Finanza di Bologna portava al bilancio di 29 arresti e 150 indagati nella 'ndrangheta che gestiva slot machine in Emilia. Tizian due anni fa aveva raccontato in un giornale di Modena dei clan dei videogames. Il procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, è stato spaventato, come racconta ai cronisti, da una frase intercettata in cui si dice di Tizian: "O la smette o gli sparo in bocca e finita lì".
Un altro giornalista, Goffredo Buccini, presenta in un volume appena uscito, "L'Italia quaggiù", le donne calabresi che lottano contro la 'ndrangheta. Alcune sono state eliminate, come Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo, per esser passate dalla parte dello Stato. Lea Garofalo fu sequestrata, torturata ed uccisa dal padre di sua figlia Denise, divenuta poi la principale teste d'accusa nel processo terminato con cinque ergastoli. Il carico pesante che le ha soffocate darà respiro alla loro realtà sociale in cui vissero.
Saliamo al Nord. Sul caso del Monte dei Paschi di Siena, abbiamo letto in Nicola Saldutti (CorSera, 25.1): "Ma una cosa è certa: qualcuno ha, in qualche modo, detto con un termine forse un po' brutale, spolpato il Monte. E in qualche modo si è arricchito mentre la banca perdeva". Le cronache più distaccate, lontane dall'inevitabile personalizzazione pre-elettorale, sono più spaventose delle polemiche politiche, perché segnalano colpi bassi e vendette fratricide. [Anno XXXII, n. 1113]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 03.02.2013, Rimini

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25 janvier 2013 5 25 /01 /janvier /2013 17:43

Alle origini di Rimini moderna (5). Francesco Guicciardini, Presidente di Romagna, raccomanda al fratello Iacopo, che gli succede nella carica: occorre "avere nome e opinione di severità"
Mani pulite contro i delitti
["il Ponte", 27.01.2013]



Il suo nome è Francesco Biancuto da Montefiore, abitante a Monte Colombo. A Rimini fa il capo dei ribelli sostenitori dei Malatesti. A Milano ed a Ferrara invece lavora come spia al servizio di Roma e di Alberto III Pio conte di Carpi (1475-1531). I servizi prestati da Biancuto gli hanno meritato il perdono del pontefice per quanto accaduto a Rimini nel 1527, ovvero il rientro dei Malatesti che poi l'8 aprile 1528 ricevono l'investitura da papa Clemente VII.

Politica e libri
Alberto III Pio nasce da Caterina Pico, sorella di Giovanni Pico della Mirandola, il filosofo autore del “Discorso sulla dignità dell'uomo”. Sposa nel 1494 Camilla Gonzaga (+1515) e nel 1518 Cecilia Orsini di Monterotondo. Dal 1513 è ambasciatore presso la curia romana, prima di Carlo V e, dopo la sua morte (1519), della Francia. “Uomo di molta sagacità ed eloquenza, e versato ne' politici affari”, lo descrive Pietro Verri. Grande collezionista di libri, è protettore dell'editore Aldo Manuzio, già suo maestro a Carpi. Dopo il sacco di Roma (1527) lascia la città e si trasferisce a Parigi dove muore. Alberto, come osserva S. Cavalletto (2004), dedica l'ultima parte della sua vita ad attaccare il pensiero di Erasmo da Rotterdam (1469-1536) ed il suo “Elogio della Pazzia”, il cui culmine è posto nella fede che permette di conquistare la felicità celeste, propria dell'altra vita.
Secondo il cardinale ed umanista modenese Jacopo Sadoleto (1477-1547), Alberto è un uomo di grande ingegno e valore. Girolamo Tiraboschi (1731-1794) racconta (“Storia della Letteratura italiana”) che Alberto è accusato da Francesco Guicciardini di essere un traditore, perché nel 1523 governando per la Chiesa Reggio Emilia e Rubiera, cerca segretamente di farsene signore. Il tentativo è fatto fallire dallo stesso Guicciardini che conosce bene gli ambienti emiliani, prima come governatore di Modena e poi pure di Reggio e Parma tra 1516 e 1517, per volere di Leone X. A Modena e a Reggio, Gucciardini si acquista la fama di funzionario incorruttibile ed inflessibile, scrive G. Dossena che lo descrive come uomo ricchissimo per i possedimenti terrieri e le attività commerciali in mezz'Europa. Nel 1523 è nominato Presidente di Romagna dove (secondo D. Cantimori) mantiene l'ordine con una severità analoga a quella del Valentino, anche se non altrettanto crudele.

Temuto a Rimini
Il profilo di Francesco Biancuto è disegnato da Guicciardini che lo dichiara suo amico. Su di lui nutre fiducia, non crede che abbia tramato contro la Chiesa: “ma quelli di Rimini ne temono assai, e tutto dì ne potresti sentire querele”, scrive al fratello Iacopo, lasciandogli il posto di presidente di Romagna, all'inizio del 1526, quando è chiamato a Roma per occuparsi della politica estera, prima di essere commissario generale dell'esercito pontificio (non riesce a fermare i Lanzichenecchi) e luogotenente di Clemente VII.
Nel testo "Delle cose di Romagna a suo fratello Iacopo" troviamo giudizi taglienti sulle città a lui affidate: lo mette in guardia sulle difficoltà che avrebbe incontrate. In Romagna occorre "avere nome e opinione di severità". Qui "sono tante piaghe e tante ingiurie vecchie e nuove", e gli "uomini sono comunemente disonesti, maligni”, e non conoscono l'onore. Per vincerli non basta punire tutti i delitti, ma occorre "non essere parziali, avere le mani nette, né piegarsi per lettere e intercessioni de' Cardinali e gran maestri".

Infinite ruberie
I Romagnoli “temono chi gli mostra il volto, sono assai soliti a essere rubati". Guicciardini ha cercato di dare loro ardire per invitarli a denunciare le cose mal fatte. Critica il sistema giudiziario civile per le liti che non finiscono mai e permettono agli avvocati di protrarre le cause all'infinito e "rubare" denari ai clienti. Pure i Governatori "cercano di mettere ogni cosa in processo per tirare le sportule", oggi diremmo tangenti.
Guicciardini spiega di aver lasciato correre per le denunce contro chi giocava "nelle città e contadi, e condannarli, massime i contadini", ed aggiunge: "Così ho serrato gli occhi negli adulterii ed altre cose" legate alla vita sentimentale. Passando in rassegna le lotte tra fazioni dopo le morti di Leone X (1521), e di Adriano VI (1523), Guicciardini osserva: i delitti dei Ghibellini di Forlì, Imola e Ravenna, "sono stati condannati variamente secondo la qualità dei casi e delle persone", o con il bando o con multe. Al fratello suggerisce di stare poco fermo in un luogo e di andare spesso a vederli tutti, “perché si contentano i popoli, intendendo le cose più particolarmente, i Governatori stanno con più rispetto, e molti che non hanno modo a andare in altre città, possono dire i fatti suoi". La città peggiore per lui è Forlì, con odi che sono eterni, e con entrate della Comunità che stanno malissimo. A Cesena invece "non sono insanguinati".
Le entrate di alcune città “si dissipano per il poco amore e disunione” degli abitanti. I governatori ed i bargelli rubano a man bassa, sono i ladri peggiori. I modi delle ruberie sono infiniti. Uno dei funzionari più corrotti, è il forlivese Antonio Numaio, addetto alle esazioni per la Camera Apostolica, "uomo parzialissimo e di mala natura". Egli non paga gli esattori, ma ricava i soldi necessari gravando sui contadini colpiti pure dalle robuste mangerie degli ufficiali addetti alla riscossione.

Clemenza per Rimini
Arriviamo a Rimini. Per quanti non avrebbero voluto rivedere il potere pontificio, fu usata clemenza perché non stava bene lasciar fuori della città troppa gente. Però "vi sono alcuni che non è bene graziare in modo alcuno”, di loro farà una lista. A tutti gli altri ribelli si può concedere la grazia. I contrasti tra guelfi e ghibellini sono forti, ma qui pure i Ghibellini sono partigiani del dominio temporale. Forse in odio ai Malatesti. Guicciardini parla del Porto: "una bella cosa”, se si tenesse bene in ordine, “ma va in rovina perché si riempie; e la Comunità vi spende assai, ma con tanto intervallo di tempo che non può far frutto”. Bisognerebbe farvi una spesa grossa, però la Comunità non può. Valerio Tingoli ed altri mercanti offrivano di farla loro, “ma la Comunità non acconsentì, parte per invidia, parte perché facevano qualche domanda ingorda” (A. Serpieri, 2004). Nell'ultima visita a Rimini, Guicciardini ha pensato ad un progetto, “fare venire qualche maestro intendente, e più di uno, per vedere che rimedio vi fussi buono e di che spesa". Chiamato a Roma non può realizzarlo più.

Farsi temere
Guicciardini si è fatto fama di persona che non può essere placata: e che "quanto più favori si adoperino meco, sia il peggio". "Autorità e reverenza", conclude con il fratello, non si possono conservare se non con lo stile che ha appena descritto, e che ha applicato nel suo ufficio. Nelle “Istruzioni a Messer Cesare Colombo” suo agente in Roma, Guicciardini ricorda con orgoglio: "Nello entrare mio in Romagna sono fuggiti molti facinorosi". In un altro scritto, egli passa in rassegna tutte le accuse che gli erano state rivolte, a cui contrappone le “Difese” dove spiega che in Romagna si è fatto obbedire, ed ha avuto un nome tale da farsi temere.
Il domenicano fiorentino Remigio Nannini (1518-1580), teologo e filosofo, scrive in una biografia (1561) di Guicciardini che la carica di Presidente della Romagna era un ufficio di molta fatica e di molto pericolo per le inimicizie civili diffuse in quei popoli feroci che lui seppe tenere a freno. Altrettanto feroce era la gente di Bologna che Guicciardini andò a governare amministrando la giustizia senza far differenze. Così riuscì a raffreddare l'orgoglio e l'ardore di molte famiglie nobili, che fidandosi della moltitudine e della bravura dei loro seguaci, tenevano perturbata ed inquieta la città.
(5. Continua)

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Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1790, 15.12.2012. Agg.: 11.01.2013]. Mail
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22 janvier 2013 2 22 /01 /janvier /2013 10:18

Allegri, si avvicinano le elezioni. Il 17 gennaio i titoli dei quotidiani ci confortano: il redditometro sarà più leggero. La nostra felicità nasce dal fatto che non abbiamo ancora capito che cosa sia il redditometro. L'annuncio che esso avrà un volto più simpatico di quello inizialmente presentato dai giornali, è solida garanzia per avere fiducia nel futuro, dato che il presente non è troppo rassicurante.
Lo stesso 17 gennaio si leggono infatti altre due notizie: 1) blitz della Finanza nelle sedi della Lega a Milano; 2) arresto dell'ex sindaco di Parma (Pdl) dimessosi nella primavera del 2011, e di un consigliere regionale del suo stesso partito, mentre il comandante della Guardia di Finanza di Parma, Guido Maria Geremia, dichiara: "Abbiamo visto il tentativo a livello nazionale e locale per ostacolare le indagini".
Il 18 gennaio da La Stampa è smentito Bersani: la pressione fiscale non è aumentata di 4 punti con Berlusconi. Il 19 gennaio sgraniamo gli occhi soltanto per un attimo davanti alle cronache relative alla vicenda giudiziaria parmense. A casa di uno degli arrestati, i finanzieri hanno trovato copie di estratti conto bancari del procuratore capo Gerardo Laguardia, il quale ha commentato: "Non mi sono meravigliato più di tanto. Da tempo siamo sotto attacco" da parte di alcuni giornali. Dunque non è colpa del redditometro.
Lo stesso giorno si parla dell'inchiesta promossa dal Ministero della salute sui parti cesarei ingiustificati, che sarebbero il 43% del totale, secondo un rapporto dei carabinieri dei Nas. Dalla mancanza di documentazione di quasi una cartella su due, nasce l'ipotesi di falso in atto pubblico per truffa ai danni dello Stato. Altre due notizie del 19 non rendono più fiduciosi in chi gestisce le cose d'Italia. La prima reca le motivazioni della sentenza di condanna per la Commissione grandi rischi: sapeva molto ma non disse nulla prima del terremoto dell'Aquila. Se avesse fornito le informazioni necessarie, avrebbe ridotto il numero delle vittime. Davanti a queste vittime, dice la seconda notizia, la signora prefetto dell'Aquila pianse allora su consiglio del proprio padre (che definisce "uomo di mondo"). Ma poi la signora rise raccontando le sue lacrime, come risulta alla Procura di Napoli da un verbale di intercettazione in cui lei stessa si confida con un altro prefetto, Franco Gratteri, che due anni dopo lascia gli Interni per la condanna sui fatti (2001) alla scuola Diaz di Genova. [Anno XXXII, n. 1112]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 04, 27.01.2013, Rimini

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15 janvier 2013 2 15 /01 /janvier /2013 16:33

Luigi Einaudi scrisse che le imposte dei cittadini forniscono alla collettività i beni comuni della sicurezza sociale e dell'istruzione. Ce ne dimentichiamo spesso. Peggio dell'evasione fiscale, è la malavita organizzata. Un recente saggio di Giovanni Tizian (Micromega 8/2012) si riassume con il sottotitolo: "Arrivano in terre insospettabili e iniziano a fare affari. Comprano esercizi commerciali e imprese, partecipano alle gare d'appalto. Si infiltrano". Un capitolo ci riguarda: "Emilia felix, tra incendi e collusioni".
Le cronache politiche negli ultimi mesi non hanno parlato molto di questo secondo argomento, e non hanno esaminato la questione delle spese militari nel nostro Paese. Giulio Tremonti ha accusato l'attuale governo di comperare dalla Germania due sommergibili al costo totale di due miliardi di euro. Francesco Grignetti (La Stampa, 11.1) lo ha corretto: fu il governo Berlusconi nel 1994 e nel 1996 ad ordinare i sommergibili. Quando Tremonti era ministro dell'Economia, nel 2009 avvenne il taglio della prima lamiera.
La scorsa estate il Washington Post definiva l'Italia la malata d'Europa per colpa di guasti storici come l'evasione fiscale record, la mancanza di spirito civico, il nepotismo che esclude la meritocrazia. Gli stessi Stati Uniti, che attribuivano al Vecchio Continente le colpe della loro crisi, adesso si stanno accorgendo di avere sulla coscienza qualche peccato. Francesco Guerrera, giornalista economico negli Usa, annota: economisti delle grandi università e banchieri di Wall Street sanno che non torneranno più i grandi spendaccioni del pre-crisi, ma "lo sussurrano senza ammetterlo pubblicamente" (La Stampa, 17.12). Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, al CorSera (11.1) dichiara che è in atto "un contagio positivo". Altre voci denunciano la situazione drammatica della disoccupazione. Barbara Spinelli (la Repubblica, 27.12) ha sottolineato come la questione sociale in Occidente sia oggi l'immagine di una concezione tragica della Storia, non il frutto di singole posizioni partitiche.
A Cannes (4.11.2011) il presidente Berlusconi aveva garantito: siamo un Paese benestante. "È sempre colpa degli altri" scrive oggi Luigi La Spina (La Stampa, 12.1). I giochi finanziari però ci hanno "despreadati". In Europa tiriamo la cinghia, mentre in Usa spiegano che è la politica sbagliata, osserva Federico Rampini (la Repubblica, 11.1), anche se nessuno accetta di prenderne atto. [Anno XXXII, n. 1111]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 03, 20.01.2013, Rimini

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10 janvier 2013 4 10 /01 /janvier /2013 16:35

Alle origini di Rimini moderna (4). Si bruciano gli archivi pubblici nella chiesa di San Francesco, come era successo a Pesaro. Il fantasma della plebe agitato dai potenti locali contro Roma
Se si cancella il passato
["il Ponte", 06.01.2013]
Nel "Sito riminese" di Raffaele Adimari (1616, II, pp. 59-60) si legge: cacciato l'ultimo dei Malatesti il 17 giugno 1528, l'archivio e la cancelleria della nostra città (posti in San Francesco) subiscono un assalto.

L'archivio brucia
Con lo stesso furore con cui s'era cercato di danneggiare il Tempio difeso dalla nobiltà, "la plebe, che sempre desidera cose nuove" asporta "dall'archivio, e Cancellarie, libri, e scritture" bruciati sulla piazza della fontana. Una gran parte di quei documenti è salvata "dal furore plebeo" e posta "in due stancie del Monastero di San Francesco, sotto buone chiavi".
La vicenda ha un'appendice: "andando la cosa alla longa, alcuni Frati ansiosi di vedere, che cosa fosse là dentro, scopersero il tetto per entrar dentro dette stancie, e tolsero molte delle dette scritture, le quali furono conosciute per la Città: al fin poi quando se determinò di liberar dette stancie, poco n'erano rimase, le quali restorono in poter delli detti Rev. Padri di quel tempo, alla venuta poi della F. M. di Papa Clemente Ottavo, havendone notitia non sò come le fece levare impiendone due sacchi e mandolle a Roma […] Et perciò la nostra Città, per tal causa fù priva di molte scritture importanti, e honorate […]".
Adimari parla di Clemente VIII (1592-1605). Si tratta invece di Clemente VII (1523-34), come si legge nella cronaca di padre Alessandro da Rimini (1532), pubblicata da padre Gregorio Giovanardi (1915-16, 1921). Clemente VIII passò per Rimini nel 1598.

Altre fiamme
Dalla cronaca del 1532 ricaviamo due altre notizie. Al tempo di papa Paolo II (1464-71) va a fuoco la sagrestia della chiesa di San Francesco, con perdita di manoscritti "antichissimi ed importantissimi". Questo incendio della sagrestia forse va anticipato all'età di Pio II, a quel 1462 che vede Sigismondo Pandolfo scomunicato e colpito da interdetto il 27 aprile con la bolla papale "Discipula veritatis". Il giorno prima, a Roma, tre fantocci raffiguranti Sigismondo sono stati bruciati in altrettanti diversi punti della città (F. Arduini). Il 1462 è pure l'anno in cui Sigismondo, per la fabbrica del Tempio, ottiene un prestito dall'ebreo fanese Abramo di Manuello (A. Vasina).
L'archivio malatestiano riminese tra 1511 e 1520, per iniziativa pontificia, è spogliato delle carte superstiti a quelle fiamme. Francesco Gaetano Battaglini nelle sue "Memorie" di storia cittadina (1789, p. 44) osserva che già dall'età comunale, "apud locum fratrum minorum" (cioè nello stesso convento francescano) si trovava l'archivio comunale. Il posto dell'archivio è definito a metà del XV sec. come "sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti Francisci".

Il caso di Pesaro
Le fiamme riminesi non sono però le uniche che cancellano le storie del tempo. A Pesaro il 15 dicembre 1514 vanno a fuoco la biblioteca ed i documenti della famiglia Malatesti, dopo che nel 1432 e nel 1503 un "arrabbiato popolo" vi aveva distrutto le scritture pubbliche. Ha osservato un eminente storico della filosofia, Paolo Rossi: "… ci sono molti modi per indurre alla dimenticanza e molte ragioni per le quali s'intende provocarla. Il 'cancellare' […] ha anche a che fare con nascondere, occultare, depistare, confondere le tracce, allontanare dalla verità, distruggere la verità". Nelle fiamme di Pesaro scompaiono le tracce che potevano portare ad accusare la Chiesa di Roma del sacrificio di una giovane innocente come Cleofe Malatesti, la cui morte (1433) è forse violenta. Cleofe fu scelta dal papa con soddisfazione del suo casato per le nozze con Teodoro Paleologo, despota di Morea e figlio dell'imperatore bizantino Manuele II. Per i Malatesti, in quei giorni attorno al 1420, erano aumentati potere e prestigio.
La notizia dei disordini del 1528, nella versione di Adimari, è riportata da Carlo Tonini nel suo "Compendio" (1896, II, pp. 71-72) con un'annotazione: "donde l'Adimari tutto ciò attingesse non sappiamo". Lo stesso Raffaele Adimari dichiara la sua fonte: sono le pagine "sparse" composte dal dottor don Adimario Adimari, rettore di Sant'Agnese e figlio del cavalier Nicolò. Nell'introduzione Raffaele non precisa quale sia la parentela con il sacerdote, ma altrove lascia un importante indizio. Per la congiura del 1498 contro Pandolfaccio, scrive che essa fu organizzata nella casa dei suoi "antecessori", cioè il cavalier Nicolò e "Adimario suo Padre" (II, p. 54). Il Nicolò padre del prete-scrittore Adimario, morto nel 1565, come apprendiamo dallo storico Gaetano Urbani ("Raccolta di scrittori e prelati riminesi"), ebbe altri quattro figli: Tiberio e Cesare (entrambi senza prole), Antonio ed Ottaviano.
Il nostro Raffaele è quindi figlio di uno di questi ultimi due. Ed il prete-scrittore è uno zio (e non prozio come talora si legge) di Raffaele. Don Adimario porta il nome del capo dei cospiratori del 1498, Adimario Adimari, che non riuscirono a cacciare Pandolfaccio, salvato dalla plebe. Da quel momento, immaginiamo, in casa sua non piaceva tanto parlare di popolo urlante. Ed il Raffaele scrittore osserva che esso "sempre desidera cose nuove".

Il liberatore
Tra le "cose nuove", non mettiamo quanto racconta Clementini sul 1528. Partiti i Malatesti, durante la permanenza dei soldati che ristabilivano il dominio di Santa Chiesa, la città in tre giorni "tre muti sacchi provò", ma senza lamentarsene essendo troppo felice del cambio di governo. Tutti allegramente festeggiano l'Arcivescovo Sipontino, presidente di Romagna, "liberatore di questa Patria", con mille componimenti poetici. Il Sipontino, futuro legato della Provincia di Romagna (1540) e di Bologna (1548), nonché dal 1550 al 1555 papa Giulio III, è Giovanni Maria Ciocchi dal Monte. A Siponto (Manfredonia) il suo predecessore era stato lo zio, Antonio Maria. Giovanni fu "buono letterato, e nel maneggiar le cose delle Repubbliche molto destro", come scrive fra Leandro Alberti nella celebre "Descrittione di tutta Italia" (Bologna, 1550).
Luigi Tonini osserva che le truppe dei soldati liberatori assommavano a soli tremila uomini, "stimandosi che la maggior parte del popolo si solleverebbe contro i tiranni". Clementini classifica gli eventi come frutto di "istigazione diabolica" (II, p. 654) oppure quale ingiusta reazione al governo liberale della Chiesa (p. 641): i Riminesi "non per questo furono esentati dalle turbolenze, e travagli, e spese", e per alcuni anni "vissero forse più travagliati, che prima". Anche questo è un modo (elegante) di cancellare la Storia, raccontando fatti di cui non si cercano le cause. La Storia si cancella anche inventandola, come fa Carlo Tonini con il "tumulto per cagione degli Ebrei" (1515).

Popolo pazzo
Sia Adimari sia Clementini sembrano riprendere Guicciardini (presidente di Romagna tra 1524 e 1526), nei cui "Ricordi" (Parigi, 1576) si trova la celebre sentenza per cui "Chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille errori…". Il meglio della Politica è soltanto in un governo di pochi privilegiati. A questa categoria Clementini appartiene per il suo albero genealogico. Sua madre Ginevra proviene dalla famiglia Tingoli presente nelle storie malatestiane del sec. XV, come documentato da Anita Delvecchio. Nel 1502 Bernardina Tingoli sposa un Malatesti del ramo Tramontani, Giovan Galeotto. Un fratello del primo Tramontano sposa Antonia Almerici che dà il nome ad altro ramo. Figlio di Antonia è Almerico, padre di Raimondo Malatesti ucciso nel 1492 dai figli del proprio fratello Galeotto Lodovico. In quel delitto Clementini vide l'origine di tutti i mali che poi affliggono Rimini, "il precipizio de' cittadini e l'esterminio de signori" Malatesti.
La plebe ribelle di cui scrivono Adimari e Clementini, è un fantasma agitato dai potenti locali per difendere i loro privilegi e spaventare Roma.
(4. Continua)

All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1772, 31.10.2012. Agg.: 25.12.2012, 15:39]. Mail

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8 janvier 2013 2 08 /01 /janvier /2013 16:10

Offre almanacchi e lunari nuovi. Il viandante gli fa alcune domande, gli chiede se crede che questo 2013 possa esser felice, ricevendo una risposta positiva e piena di entusiasmo. Però, sottoposto a pressante interrogatorio dal viandante, il venditore di almanacchi non ricorda di aver vissuto anni felici da quando, e sono due decenni, gira le strade del mondo ad offrire la sua merce.
Il viandante lo guarda fisso negli occhi. Quel volto come un baleno illumina la sua memoria, e gli dice di averlo già incontrato tanto tempo fa. Però non gli tornano i conti. "Sostenete di vendere almanacchi da vent'anni, ma io vi ho già visto mezzo secolo fa, e adesso pensandoci bene mi ricordo pure dove, sui banchi di scuola, nel senso che eravate descritto in una qualche pagina di un qualche libro, letto durante qualche lezione".
Il venditore scuote la testa, nega, nega, nega, giura che lui non è quell'altro, che quell'altro era un suo antenato descritto nel 1832 da un certo poeta gobbo e malinconico che era nato un po' più in giù, se ricordava bene, a Recanati. Ed allora il viandante gli chiede che cosa ci sia di nuovo per questo 2013 rispetto al 1832 ed a tutti gli anni che si sono succeduti sinora. Il venditore non resta senza parole, l'esperienza di famiglia lunga tanto tempo non è acqua fresca.
E comincia elencando le tante cose che ha letto ed ascoltato sui giornali negli ultimi 15 giorni, per cui risulta vagamente noioso, ma il guizzo finale del suo parlare da venditore di almanacchi lo riscatta e lo nobilita come arguto osservatore delle cose del mondo. È come la chiusura di uno spettacolo di fuochi d'artificio, con quella gran luce che fa piovere gocce di felicità nell'animo degli spettatori.
Suggerisce di considerarlo un venditore aggiornato. Infatti oltre ad almanacchi e lunari quest'anno offre pure un'agenda, genere inconsueto per i suoi affari, tiene a precisare. Ma ha dovuto seguire il mercato, dal giorno in cui alla tv ha sentito parlare dell'agenda Monti da parte di un distinto signore, tanto cortese da non alzare mai la voce, e tanto intelligente da fare discorsi davanti ai quali il nostro venditore d'almanacchi è rimasto ammirato, pur avendo compreso soltanto in piccola parte le cose che ascoltava. Ed adesso dice onestamente che non è colpa del signore che illustrava l'agenda Monti, ma di lui che si era ridotto a vendere calendarietti con tante belle ragazze svestite, e gradite a tal Silvio (rimembri ancor?). [Anno XXXII, n. 1110]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 02, 13.01.2013, Rimini

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