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26 avril 2009 7 26 /04 /avril /2009 15:10
Blog_onna_25aprile Parlare oggi del 25 aprile 1945 senza ricordare il contesto internazionale di allora, è un esercizio retorico da populismo sovietico.

Gli alleati tra l'ottobre 1944 (conferenza di Mosca) e l'appuntamento di Yalta (4 febbraio 1945), dividono l'Europa in sfere d'influenza. L'Italia è posta in quella "americana".

Ad Yalta s'incontrano Roosevelt, Stalin e Churchill, quattordici mesi dopo la conferenza di Teheran (28.11-2.12.1943). Qui si erano decisi lo sbarco nel nord della Francia e l'avanzata sul fronte italiano sino ad una linea Pisa-Rimini.

Dopo Yalta, l'Italia non poteva cambiare campo. Lo raccontano le storie pubbliche e segrete (vedi "Gladio").
Immaginare oggi altre ipotesi, significa ignorare colpevolmente la Storia politica e diplomatica del mondo.
Il 30 aprile 1945, mentre i russi entrano a Berlino, Hitler si uccide nel bunker sotterraneo dove era stata trasferita la sede del governo tedesco. La Germania chiede la resa. Nella notte fra l'8 ed il 9 maggio finisce la guerra europea. Il conflitto continua in Estremo Oriente, con il Giappone isolato ma ostinato.

Le discussioni del giorno dopo il discorso di Berlusconi ad Onna, sono centrate (per dirla parole di Eugenio Scalfari da "Repubblica"), sul passo in avanti compiuto con il riconoscimento della Resistenza, e sul passo indietro "verso il populisno autoritario".

Ma quel passo in avanti (con la consapevolezza che la nostra Costituzione è frutto della Resistenza), finisce per essere qualcosa di equivoco.
Berlusconi ha parlato delle minacce del totalitarismo sia di ieri sia di oggi, ignorando appunto il contesto internazionale (Yalta) che ha impedito a quel totalitarismo di affacciarsi sulla penisola. Non sono stati bravi gli italiani a restare democratici, sono stati i tre Grandi, in tempi duri e difficili, a metterci nella condizione di esserne immuni.

Questo dimenticare la Storia è tipico del populismo di ogni latitudine. E di chi in suo nome vuole "riscrivere" la Storia per offrircene un'interpretazione diversa da quella che deriva dai fatti. A proprio uso, consumo e (soprattutto) utile.
E' l'atteggiamento di chi agisce con un istinto "predone" che lo storico Sergio Luzzatto ha attribuito giustamente a Berlusconi per essersi impossessato del 25 aprile. Con la impudica sfrontatezza di chi ha persino proposto di cambiare il nome di "festa della Liberazione" in quella "della Libertà". Come recita il logoe del partito del premier. Come se quella "Libertà" non fosse nata come è nata nel 1945, ma derivasse da graziosa concessione dei politici attualmente al governo. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

[26.04.2009, anno IV, post n. 120 (840), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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25 avril 2009 6 25 /04 /avril /2009 16:40
Blog_onna_25aprile Come quello di Berlino, è caduto anche il muro di Arcore. Berlusconi lo aveva innalzato contro gli oppositori del governo e della sua linea politica. Li aveva definiti "coglioni", in campagna elettorale.

Adesso, alla sua prima uscita pubblica per un 25 aprile, ha cambiato registro.

Le rovine del muro di Arcore sono finite assieme a quelle di un paese dell'Abruzzo terremotato, Onna.
Dove è andato a commemorare l'eccidio del giugno 1944, dopo esser stato a fianco di Napolitano all'altare della Patria a Roma.

Da Onna il premier ha invocato una "democrazia pacificata" arrivando con un ritardo di molti decenni (facciamo sei?) a scoprire che la nostra Costituzione è espressione della Resistenza, è frutto del sacrificio di tante persone che avevano idee politiche diverse, ma erano state unite dalla volontà di liberare l'Italia dal nemico tedesco e dal suo alleato repubblichino.

Berlusconi è arrivato a parlare di "democrazia pacificata" perché lo hanno "convinto" sia Napolitano sia Ciampi con i loro pubblici interventi.
Il presidente della Repubblica Napolitano oggi ha rappresentato la memoria. Il capo del governo è stato invece costretto a riverniciare il proprio passato con un'operazione che, purtroppo, appare essere frutto soltanto di strategia elettorale.

Ha dovuto pronunciare la parola "partigiani". Ha citato il 18 aprile come vittoria della tradizione liberale e cristiana, candidandosi (lo aveva già fatto in passato) ad ideale erede di De Gasperi. Tra i resistenti ha ricordato pure socialisti e comunisti.

Ha paragonato i nazisti al terremoto, e viceversa, riferendosi al giugno 1944 di Onna ed al dramma di oggi.
Ad Onna la prima vittima fu una ragazza, Cristina Papola. Suo fratello, ultimo testimone della strage, è stato l'altro ieri l'ultima vittima del terremoto.
I tedeschi nel 1944 volevano rubare un cavallo, Cristina Papola si oppose, chiese aiuto. Dopo avvenne la rappresaglia.

A guidare i nazisti, ha raccontato Roberto Pezzopane, 80 anni meno un mese, a Jenner Meletti di "Repubblica", "fu  però un fascista italiano. Scappò dopo la Liberazione, non è mai più tornato".

Il premier ha pronunciato la formula di "democrazia pacificata". Ma non sa forse che la parola pacificazione ha radici lontane.

Il 2 agosto 1921, Mussolini cercò invano di eliminare dal suo partito le punte estremistiche ed eversive dello squadrismo agrario, e propose un patto di pacificazione col partito socialista e con i sindacati, che durò soltanto fino a novembre.

1943. A Ferrara il federale Igino Ghisellini "propone un accordo con i partiti antifascisti" e "concorda una tregua tra le parti".
La sua è una "posizione tollerante" che si scontra con la linea dura di Pavolini, Farinacci, Ricci e Mezzasoma.

A rimetterci è lo stesso Ghisellini: egli avrebbe voluto portare al congresso del pfr a Verona (14 novembre 1943) il suo progetto di pacificazione nazionale, di accordo con i partiti antifascisti e di tolleranza per i protagonisti del colpo di Stato del 25 luglio. Ma proprio quel 14 novembre Ghisellini è ucciso in modo misterioso.
 
Viaggia in auto. Il suo corpo, trapassato da sei colpi di rivoltella, è trovato senza stivali e senza portafogli nella cunetta della strada provinciale che porta al paesino dov'era sfollato.

L'assassinio è attribuito ai partigiani, anche se i carabinieri dimostrano che il federale è stato ucciso da qualcuno che viaggiava con lui.
In seguito si diffonde la voce che Ghisellini è stato ammazzato dai suoi. Lo stesso 14 novembre avviene la vendetta nella città di Ghisellini, a Ferrara, con i tredici martiri del Castello.

[25.04.2009, anno IV, post n. 119 (839), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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24 avril 2009 5 24 /04 /avril /2009 17:42
I giorni dell'ira sono quelli della guerra, tra settembre 1943 e settembre 1944. Ne parlo in un vecchio libro (che appunto s'intitola "I giorni dell'ira") che si può leggere integralmente da questa pagina. Se ne volete scaricare una copia in formato doc, andate a questo link.

"Bisogna avere il coraggio di confessare e di riconoscere le piaghe e le ferite dell’uomo malato, spogliarle dei cenci vergognosi con i quali si cerca di mascherarle. Se non si conosce il male, se non lo si riconosce, come si può guarirlo?"
Jean-Marie Lustiger, Cardinale di Parigi, 1989

"Mai forse come allora si toccò con mano quale barbarie potesse produrre il delirio della potenza."
Noberto Bobbio, 1997

Sul mio libro, si può leggere anche il post di due giorni fa.

[24.04.2009, anno IV, post n. 118 (838), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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23 avril 2009 4 23 /04 /avril /2009 16:52
Victoria Il satirico Vauro, ieri sera ospite della televisiva Lilli Gruber, ha ricevuto la patente di ladro e di servo da una onorevole sostenitrice del governo della "libertà".

Accuse ed offese sono state pronunciate dalla onorevole con il sorriso sulle labbra. Come dovevano averlo anche le  "preziose" dame del Settecento francese ridicolizzate da Molière.
Ce n'era una, mademoiselle Madeleine de Scudéry passata alla storia come poetessa. Ovvero l'equivalente professionale all'odierna deputatessa. Nel senso che anch'ella giocava giovialmente con le parole strane o non consuete.

In quest'Italia del governo della "libertà", infatti un servo è merce molto rara, per cui dovrebbe essere non vilipeso ma tutelato come esemplare darwiniano di una specie in via d'estinzione.
Secondo la "fenomenologia dello spirito" di queste belle dame di spirito, anche la patente di ladro diventa un oggetto di rarità antiquaria, visto che certi reati sono stati cancellati per via politica (falso in bilancio, rammentate madama?).

Vauro_santa_blog2304 Se poi, per sola ipotesi, la deputatessa fosse giunta alla conclusione che il satirico Vauro è servo e ladro semplicemente perché autocertificatosi "comunista", allora dovremmo regolare la nostra logica sino a considerare certi soggetti circolanti beatamente in Italia, come appartenenti alla stessa ideologia politica perché nei fatti risultato abituati a giorni alterni ad essere ladri per sé e servi verso gli altri.

La parte più preoccupante dell'intervento della deputatessa "preziosa" è stata quando ella ha sollecitato il satirico ad avere le palle per piacere a lei. E soprattutto per difendere la comune civiltà cristiana a cui entrambi, la gentile signora e lo spernacchiato satirico, appartengono.

Avendo noi personalmente sempre distinto, dall'età della ragione in poi, la rivoluzione introdotta dal Vangelo dai roghi dell'inquisizione romana in nome della superiore civiltà cristiana, ci piacerebbe che le signore (senza o con le palle) apprezzassero più il perdono per eventuali peccati che l'intimazione ai satirici a tirar fuori le palle contro le altre religioni.

Se poi vogliamo accantonare i discorsi finti come quello della comune e superiore civiltà cristiana, e scendere nel concreto, possiamo aggiungere: la qualifica di "servo e ladro" attribuita ad un satirico per aver ironizzato sui progetti governativi di edilizia ampliata, è indice di una mentalità padronale. Grazie alla quale conta soltanto il pensiero di chi comanda e non è ammessa per nessuno alcuna deviazione da esso.

Il potere va sempre comunque e dovunque osannato. Chi dissente è soltanto servo e ladro. Peccato che Vauro sia soltanto un maschio. In caso di sesso femminile, avrebbe anche avuto la patente di "donna pubblica" o puttana. Ma sappiamo essere il satirico così indulgente, che immaginiamo egli possa benevolmente considerarsi colpito anche da tale etichetta, tanto per accontentare la signora. Che lo ha aggredito nella trasmissione della Lilli, impedendogli di parlare, appunto in nome dei princìpi del governo della "libertà".

E come diceva Pomponio Attico, "Libertà 'sto c...". Perché in fin dei conti, esso ('sto c...) è inseparabile dalle palle evocate ripetutamente dalla deputatessa, come già spiegava molti secoli fa Quintiliano in pagine ancora oggi studiate nel "Grande fratello".
Ma quando per tutta una trasmissione della Lilli la deputatessa invoca le palle per il satirico, a noi poveri spettatori spaventati non resta che la plebea espressione: "Ma che palle!".

"Preziose" definirono le madame settecentesche, ma "ridicole" aggiunsero pure. Non non possiamo permetterci il secondo aggettivo dato che viviamo sotto il governo della "libertà" che gradisce tutto tranne la libertà pensiero.

Blog_vauro
Al precedente post dedicato a Vauro,"Fuori uno". Lo si legge anche in questo blog.
Foto di Victoria Cabello (in alto) da "la7", come il fotomontaggio (sopra) dal film. Immagine di Vauro da "Anno Zero", Rai.

[23.04.2009, anno IV, post n. 117 (837), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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22 avril 2009 3 22 /04 /avril /2009 18:56
Il quindicinale "Chiamami città" nel suo ultimo numero parla di un mio vecchio libro "I giorni dell'ira", in un editoriale del direttore Stefano Cicchetti. Ecco il suo articolo:

"In un libro di Antonio Montanari tante verità dimenticate

Invece di litigare faremmo meglio a ricordare

Già che della nostra storia ci importa ben poco, quel poco ci piace raccontarcelo in versione taroccata, consolatoria, auto-assolutoria. E così dopo oltre 60 anni siamo all’assurdo. Il 25 aprile, che insieme al 2 giugno è la festa di fondazione di questa nostra repubblica, è ancora un’occasione per dividerci, per litigare, per pescare qualche voto in più all’immancabile turno elettorale primaverile.
Cosa è successo da noi durante la guerra? Uno che ne ha scritto molto, raccogliendo e confrontando meticolosamente le notizie, i ricordi, le versioni discordanti, è Antonio Montanari. Il suo libro “I giorni dell’ira”, edito da Il Ponte nel 1997, è uno di quei libri che dovremmo sapere a memoria. Invece è ancora una miniera di sorprese. Anche perché in tanti ci hanno raccontato che da noi è passato, sì, il “fronte” con tutte le sue distruzioni, ci sono stati, sì, i tre martiri.
Ma tutto sommato la gente ha subìto eventi più grandi, non era poi così fascista e i partigiani erano quattro gatti. E se qualcosa di orrendo è stato pur compiuto, la colpa è dei tedeschi, dei bombardamenti alleati, di gente venuta da fuori. Invece, “I giorni dell’ira” sono purtroppo stati tali anche da noi. Il fascismo non era un regime bonario e un po’ pasticcione, che mandava in vacanza gli oppositori, ma una dittatura vera.
Per esempio, guardiamo cosa accadde il 24 marzo 1943 al liceo scientifico “Serpieri”: al termine della lezione di ginnastica, invece di gridare, come sempre, “Saluto al Duce!”, due classi osano esclamare “Saluto al Re!”. Quel che successe poi lo racconta uno di quegli studenti, Sauro Casadei: «Il 3 aprile arrivano a scuola esponenti della milizia per arrestare e interrogare sette ragazzi: un compagno aveva fatto i loro nomi segnalandoli come presunti sobillatori. Ne era seguita la denuncia dei giovani e la condanna di tutti a un anno di sospensione dalle scuole del Regno. Sei di essi avevano subito anche una punizione aggiuntiva », e cioè il carcere a Forlì, dopo esser stati malmenati e perfino nelle prigioni di Rimini: Sauro Casadei e Abner Fascioli passeranno trenta giorni in cella, quindici in più degli altri compagni.
Questo succedeva solo a parlare sbagliato. Bambinate, si dirà, nessuno si è fatto poi così male. Ricordiamo allora un professore di scuola media di Santarcangelo, Rino Molari, il ferroviere di Rimini Walter Ghelfi, Edo Bertaccini di Coriano, capitano dell’ottava brigata Garibaldi: tutti fucilati a Fossoli nel luglio ’44. Come non bisogna dimenticare che il 26 luglio 1943, appena caduto il Duce, l’avvocato Salvatore Corrias, dell’Istituto di Cultura Fascista, corre a trovare il socialista Mario Macina e si segnala come “il primo a fare discorsi antifascisti in piazza”. Tante miserie, ma anche barlumi di umanità e buon senso. Come quando fascisti e antifascisti il 12 settembre ’43 si incontrano in via Bonsi «per salvare Rimini dai tedeschi al di sopra delle inimicizie di parte, animati solo da amor di patria», come ricorda uno dei presenti, il repubblichino Perindo Buratti. Andando avanti, nel libro di Montanari si trovano il bene e il male, le meschinerie e gli eroismi, sempre indissolubilmente intrecciati.
Allora come oggi. Proprio per questo vanno conosciuti e raccontati per quel che furono. Passarci sopra la vernice della propaganda di parte è il peggior torto che possiamo fare ai nostri nonni e genitori, che di quei giorni furono protagonisti. Anche se loro stessi ci chiedessero di dimenticare. Loro che hanno sofferto ne hanno il diritto, ma non lo abbiamo noi che ci godiamo in pace i frutti di quelle indicibili tribolazioni".
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22 avril 2009 3 22 /04 /avril /2009 10:08
Ciampi_blog_220409 Non dimenticare", dev'essere il nostro impegno, ha detto Carlo Azeglio Ciampi al "Corriere della Sera" di oggi, riferendosi alla celebrazione del 25 aprile.

"Non dimenticare" significa ricordare che la lotta contro il nazifascismo fu lotta armata (non disputa da bar come succede oggi da parte del premier o di alcuni ministri del suo governo).

Lotta armata che vide scendere in campo, aggiunge Ciampi, cattolici, comunisti, socialisti, liberali, monarchici che "abbracciarono valori differenti" ma battendosi "per lo stesso obiettivo".

Questo il governo in carica deve comprendere, l'obiettivo fu unico, sconfiggere i nazisti ed i fascisti della "repubblichina". Obiettivo da raggiungere assieme ai nuovi alleati.

All'obiettivo unico che vide forze divergenti unirsi per realizzare la democrazia in Italia dopo la dittatura fascista, sacrificarono le loro vite giovani in armi con le stellette del Regno, giovani "banditi" delle singole formazioni partigiane e tanti, tanti soldati delle truppe alleate. I loro cimiteri di guerra sono lì per tutti noi, a testimonianza di un passato che non deve passare, perché dobbiamo ricordare il loro sacrificio.

I comandanti alleati sapevano che noi avevamo firmato l'armistizio l'8 settembre, ma non avevamo voluto pubblicarlo subito.
Da allora ad oggi le diplomazie internazionali ricordano quelle "titubanze" (per usare un eufemismo), ed il tradimento del sovrano compiuto con la fuga da Roma così come lo aveva compiuto dando il potere a Mussolini dopo la "marcia" del 1922.

All'unico obiettivo che ebbero forze politicamente divergenti, oggi si tenta di sostituire un "pensiero unico" ossessionato dalle parole del premier: non lasciare il 25 aprile alla sinistra.
Una sinistra che oggi non c'è, una sinistra che non è tutta l'opposizione, mentre molti uomini di sinistra del tempo che fu come i repubblicani, sono finiti tra le fila del cavaliere.

Le polemiche passano con il loro carico di ridicolo se sono condotte senza un minimo di logica nel rispetto della Storia.
Ascoltiamo ancora una volta un testimone del tempo come Ciampi. Che da capo dello Stato rifiutò di istituire "una nuova onorificenza per i combattenti di ambo le parti": "Il giudizio storico su Salò non può dimenticare che quell'avventura appoggiò la causa del nazismo".

Qui sta il problema, Fini lo ha compreso da tempo, come dice anche Ciampi. Berlusconi no. Perché si fa ossessionare dal fantasma di un comunismo che considera categoria politica sotto il cui manto vede ricoverati tutti quanti non la pensano come lui.

E' un pericoloso atteggiamento maniacale, pericoloso proprio sotto il profilo politico, perché non favorisce la discussione storiografica seria, ma soltanto il vuoto mentale. Mentre la democrazia richiede che i cittadini abbiano seria consapevolezza dei problemi che deve affrontare ogni giorno la società di cui fanno parte e che è il prodotto collettivo delle loro scelte individuali.

[22.04.2009, anno IV, post n. 116 (836), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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21 avril 2009 2 21 /04 /avril /2009 19:21
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21 avril 2009 2 21 /04 /avril /2009 18:46
La pagina speciale dedicata allo scienziato Giuseppe Antonio Barbari (1647-1707) si legge qui.
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20 avril 2009 1 20 /04 /avril /2009 17:16
Montanelli A cent'anni dalla nascita, 22 aprile 1909, che cosa resta di Indro Montanelli nella cultura italiana?

In una vecchia intervista radiofonica riproposta pochi giorni fa da Radio3, egli stesso diceva di aver studiato bene soltanto la Storia (e di non sapere nulla di Diritto, nonostante la laurea in Legge).
La confessione ha un fondamento di verità al cento per cento. Sono sempre stato un ammiratore del Montanelli storico.
A molti cattedratici la definizione fa venire l'orticaria. Comprensibile il fatto, ma la verità va rispettata.

Leggete una pagina qualsiasi dei suoi tanti volumi della "Storia d'Italia", e avrete la prova di uno che non parla a vanvera, è documentato, sa come si studiano gli argomenti. E soprattutto sa rendere simpatica la materia perché ha sempre un taglio preciso nel presentarne gli aspetti più segreti o strani.

Se nei famosi "Incontri" sulla terza pagina del "Corriere", il giornalista Montanelli inventava particolari per creare il ritratto generale del personaggio presentato, le pagine storiche non concedono scorciatoie. Si potranno discutere i giudizi che egli offre, non mettere in dubbio il percorso  compiuto per arrivare ad essi.

La Storia per lui (come autore) è un Olimpio in cui siede pacificamente, rappacificato con se stesso e con la cronaca.
Invece la cronaca è il tormento, è lo scontro, è il torrente che travolge e ridimensiona il protagonista, quell'Indro furioso beatificato, osannato, vituperato e persino "sparato" dal terrorismo.

Se leggiamo la biografia di Montanelli, di cui è apparso da poco il secondo tomo, composta da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci (Einaudi ed.), ci accorgiamo che l'uomo, il cronista, l'imprenditore-direttore sono meno "controcorrente" di quanto li si vuole accreditare. E non per colpa, forse, dello stesso Montanelli.

Ripesco una lettera che Montanelli scrive il 20 ottobre 1949 da Palermo ad un'amica (fonte, Fondazione Montanelli Basso): "Di questo mio viaggio, ti risparmio la parte descrittiva: l'ho già anche troppo sfruttata nei miei articoli, che Gaetanino Afeltra, ieri sera al telefono, ebbe la bontà di definire «esaurienti». In realtà essi non hanno esaurito nulla, perché le cose più importanti ho dovuto, come sempre, lasciarle nella penna".

Il silenzio come dato di fatto, imposto, non è una colpa da fargli. Ma una diagnosi, rivelata a posteriori da lui stesso. C'est la vie. Nulla di cui scandalizzarsi.

Nel secondo tomo dell'opera di Gerbi-Liucci, si ricostruisce tutta la storia dei rapporti fra Montanelli e Berlusconi. Chiusi dal "clamoroso divorzio" (p. 229).
Non è più una storia personale, diventa l'affresco della politica italiana. Con il più conservatore dei grandi giornalisti italiani, letteralmente schiacciato dall'apparato economico del suo proprietario-padrone.

Dentro questo apparato, appare un Emilio Fede "tra il mellifluo e il sarcastico" (p. 225) che la sera del 6 gennaio 1994 dal "TG4" invita Montanelli "a dare le dimissioni, visto che il rapporto fiduciario con il suo editore è ormai venuto meno", come osservano Gerbi-Liucci.

Paolo Bonaiuti, allora vicedirettore vicario del "Messaggero" (e poi portavoce di Berlusconi), attacca Fede e difende Montanelli: si tratta di "una lezione di intolleranza" che, per le sue "lontane tentazioni da Minculpop", lasciava "sbigottiti".

Vien da ridere nel leggere tutto ciò, ben documentato e messo in pagina da Gerbi-Liucci.
Ma viene anche un fitto velo di tristezza nel sentir parlare (p. 191) dei due "abboccamenti clandestini" avuti da Montanelli con Licio Gelli. Agli autori ne risultata soltanto uno (p. 148), il 24 settembre 1977 in un albergo romano.
L'altro è ammesso dallo stesso Montanelli nel diario dell'anno successivo, dove registra la promessa fatta da Gelli di intervenire su Roberto Calvi, capo del Banco Ambrosiano.

Gelli successivamente (p. 214) dichiara che i soldi dati a Montanelli dall'Ambrosiano (300 milioni), sono merito suo.
"Indro aveva ammesso il finanziamento, ma negato l'intermediazione di Gelli [...] Quest'ultimo era stato condannato a pagare 45 milioni al giornalista" (p. 214, nota 22).
Era il novembre 1992. Nello stesso mese, Montanelli scrive che Berlusconi, il proprietario del "Giornale", "fu iscritto alla P2, ma da privato cittadino". (Nel 2001, il 25 marzo, Montanelli definisce Berlusconi  come persona affetta da "allergia alla verità", e da "voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna" che riesce a pronunciare con assoluta "naturalezza".)

Tutti i conti tornano, nel discorso giornalistico di Montanelli. Battezzato, nel titolo di questo secondo tomo biografico di Gerbi-Liucci, come "l'anarchico borghese".
Una definizione contraddittoria, spiegano gli autori (p. XI), ma in sintonia con quanto Montanelli diceva di sé ai suoi lettori. Pensando di essere la reincarnazione di quella "Destra storica" di Cavour e Quintino Sella (p. XIII) che fu un miraggio od un'illusione alimentata soltanto dal sogno di far resuscitare in Italia uno Stato laico.

[Del primo volume
di Gerbi-Liucci abbiamo parlato nel post "Montanelli, il bugiardo".]

[20.04.2009, anno IV, post n. 115 (835), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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20 avril 2009 1 20 /04 /avril /2009 16:32
Ciuffoli_libro Le "Scelte vincenti" (FrancoAngeli ed.) di Fabio Ciuffoli non sono un romanzo rosa, ma un trattato. Per non rendere antipatico il libro, non lo dovrei definire di calcolo matematico: ovvero (suggerisce il sottotitolo) "Come prendere decisioni corrette valutando rischi e probabilità".

Ovviamente la parte centrale del lavoro è quello che riguarda la nascita del calcolo delle probabilità stesse. Si legga al proposito il paragrafo che tocca l'argomento.
E dove si presenta la figura di Biagio Pascal, interrogato da un nobile frequentatore del tavolo verde (con non troppa fortuna se dovette ricorrere alle teorie di un filosofo). Che fu anche l'inventore della prima macchina calcolatrice.

L'argomento è serio, riguarda le "decisioni corrette" da prendere considerando aspetti positivi e negativi che ne possono sortire.

Ciuffoli non è nuovo a queste imprese editoriali ispirate alla logica. Già in “Problem solving con creatività” (2001) ci aveva spiegato che per saper pensare, bisogna capire i problemi, cioè vederne esattamente i termini.

Ciuffoli sa ben costruire gli itinerari logici che poi esamina nelle singole parti dei suoi volumi.
Potremmo aggiungere alla teoria che si snoda nelle 180 pagine del lavoro, una timidissima osservazione che non è una divagazione, ma una constatazione terribilmente attuale.

Se la maggior parte delle persone che si sono fatte fregare in questi anni da certi investimenti finanziari ben noti per i danni arrecati all'economia mondiale, avesse avuto come punto di partenza la consapevolezza di cui Ciuffoli tratta, ovvero il confronto tra rischi e probabilità per prendere "decisioni corrette", allora non avremmo avuto certe costanti terrificanti del comportamento collettivo. Come quella di chi per fare 2.500 euro di spese si indebitava con la carta di credito per 2.800 di interessi, arrivando ad un totale di 5.300 euro da rimborsare a quote annuali di 600 euro, ovvero in quasi nove anni...

Ciuffoli scrive bene, costruisce le argomentazioni con la necessaria ironia, come dimostra l'inserimento di certe citazioni irriverenti ad inizio di capitolo. Si veda quella di Daniele Luttazzi, santarcangiolese di nascita, riminese di tirocinio giornalistico, che dimostra come nel momento in cui la gente deve "calcolare" cerca invece la scorciatoia della furbizia. Siamo ad un mercato arabo. L'italiano in visita chiede il prezzo di due cuscini. 100 dollari. Uno solo, quanto costa? Risposta: sessanta. Il turista (velocissimo: 100-60=40) chiede "quell'altro cuscino". Illudendosi appunto di pagarlo 40 e non 60... E' un paradosso che introduce al capitolo della "scelta razionale".

La crisi economica mondiale forse è dovuta anche alla mancanza di queste scelte "razionali". Ma fino a che punto gli uomini amano farsi guidare dalla ragione? (Per gli animali parliamo soltanto di istinto, ma è un errore, nei nostri discorsi comuni. Anche gli animali hanno una logica ben precisa, le loro teorie sono complesse ed elementari assieme, sanno organizzarsi, costruirsi una società, un gruppo, una missione. E poi soprattutto non guardano telegiornali e non hanno commentatori economici fra di loro... Forse per questo si salvano. Se non interviene l'Uomo.)
© Antonio Montanari
Riproduzione riservata

Ripubblico l’articolo del 2001 sul primo libro edito da Fabio Ciuffoli.
Fonte: "il Rimino" e "Riministoria".

Pensar «bene», con poca fatica
Un manuale del riminese prof. Fabio Ciuffoli


Fabio Ciuffoli ha scritto un bel libro sui problemi della conoscenza, “Problem solving con creatività”. Mezzo secolo fa lo avrebbe intitolato, forse, “Logica pratica". Oggi invece usa una formula inglese, attirandoci nell'atmosfera di studi pragmatici che caratterizza la cultura nordamericana sulla scia di quella inglese. Il volume (186 pp., Francoangeli di Milano, euro 14,46), ha tutte le caratteristiche grafiche e concettuali per porsi come un utile manuale al “pensare correttamente”.
Per saper pensare, bisogna capire i problemi, cioè vederne esattamente i termini: «Attraverso la revisione degli orizzonti percettivi, cioè l’ampliamento del proprio modo di vedere la realtà, si possono superare quelle abitudini mentali che, in molti casi, sono un ostacolo alla soluzione del problema», spiega Ciuffoli (che conosco da vari anni, essendo noi stati colleghi all'istituto Valturio). «Un problema è possibile tentare di affrontarlo da più parti, da più punti di vista, per arrivare alla via corretta».
L'esempio che Ciuffoli fa è quello delle illusioni ottiche: osservandole attentamente, è possibile «cogliere l’attimo in cui avviene il passaggio da un’immagine ad un’altra». E la prima figura del libro è un classico di queste illusioni ottiche: se la guardate partendo da sinistra vedete una bella signora, da destra appare invece una befana classica.
Serve tutto ciò anche nella scuola? «In molti casi il problem solving ha permesso a più di uno studente di superare qualche difficoltà legata alle varie materie scolastiche. Risolvere problemi è un’abilità di tipo trasversale che rivela predisposizioni potenziali sulle quali poter dare credito ad un ragazzo. In molti casi, la fiducia prestata ha dato risultati positivi producendo grande soddisfazione sia per i ragazzi che per me. E’ sempre emozionante vedere crescere le competenze di uno studente, vederlo acquisire sicurezza ad esempio nell’esprimersi in una lingua straniera o nell’applicazione della matematica ai problemi aziendali».
Ciuffoli, che è nato a Morciano nel 1956, mi spiega anche il significato che ha avuto nella stesura del volume la sua attività di insegnante: «Il libro è il risultato dell’esperienza maturata in oltre un decennio di lavoro nelle scuole superiori e nei corsi di formazione post diploma; posso dire che ha preso forma via, via, nelle aule scolastiche. Agli inizi erano idee appuntate su fogli dattiloscritti. Poi, arricchite dalle osservazioni e dagli interventi degli stessi studenti, sono diventate una “dispensa” per un corso sperimentale sulle Discipline della Comunicazione, ed infine sono arrivato alla stesura del volume. Ma credo che in fondo il libro sia, da un lato uno strumento utile per migliorarsi, ma anche il risultato di un percorso che mi ha portato ad incontrare persone e a cui devo impegno ed emozioni».
Ciuffoli scrive e si spiega bene, quindi il suo manuale ha la necessaria vivacità e tensione per illustrare il percorso da compiere. Se lo mostrate a qualche sputansentenze, vi dirà: ma questi sono giochetti da Settimana enigmistica. Risposta: quando quarant’anni fa sostenni il secondo esame di Filosofia teoretica (con il prof. Enzo Melandri, che subentrava facendoci respirare ad una pedante docente che capiva tutto lui), dovetti affrontare un affascinante trattato di «Introduzione alla logica». Era l’Irving Copi, edito dal Mulino (grazie al quale Mulino potemmo noi, ignorantelli di provincia non marxisti, conoscere qualcosa della cultura mondiale più aggiornata). Il Copi iniziava con «Esercizi di ragionamento» che sono gli stessi di Ciuffoli (e della Settimana enigmistica).
Non per nulla il cap. 6 del libro di Ciuffoli (l’ultimo!) s’intitola «Logica, creatività e problem solving». Dove il valore della creatività viene sottolineato come merita. Nella Scienza c’è sempre un’attività prelogica, l’intuizione o la lampadina che si accende, e poi la logica scende in campo ad approvare oppure a cancellare il tutto.
© Antonio Montanari
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