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1 novembre 2012 4 01 /11 /novembre /2012 17:40

Non c'è ottimismo in giro. Il giurista Guido Rossi nel fondo domenicale del "Sole 24 ore" del 28 ottobre, parla di due crisi: quella economica davanti agli occhi di tutti, e quella nascosta che si va accentuando fra i tre poteri della vita democratica, Governo, Parlamento e Magistratura. Rossi fa un'amara previsione: con la conflittualità, quei poteri si vanno dissolvendo. Per le prossime elezioni, egli auspica che i cittadini rifiutino "che qualcuno imponga loro come devono votare e per chi, quasi che la lotta democratica non conti". Secondo Rossi sono evidenti i segni del risveglio, contro un'omologazione qualunquistica, "così come negli altri momenti difficili della vita del Paese".
Auguri, Italia, sperando che Rossi alla fine abbia ragione. I segni attuali non incoraggiano. Sabato 27 ottobre il presidente del Consiglio Monti ha detto che in passato si son fatte troppe promesse, senza poi mantenerle. Mercoledì 24 pure il presidente della Repubblica non era stato molto ottimista: non basta migliorare la legge elettorale per avere un "governo stabile che è sempre frutto di accordi politici". In passato aveva sollecitato a modificare quella legge. Ora ripropone il modello del governo Monti, scelto da lui e non attraverso le urne. Napolitano ha certificato la crisi della Politica italiana, degenerata nei recenti, nuovi scandali, prodotti da un solo principio egoistico: ci si fa eleggere per far soldi.
Sullo sfondo delle dichiarazioni di Napolitano del 24, c'è nello stesso giorno l'uscita di scena annunciata da Berlusconi, su ispirazione e testo di Giuliano Ferrara. Berlusconi il 27 si è riaffacciato alla finestra, prendendo spunto da una sua condanna al Tribunale di Milano, per attaccare duramente la Giustizia italiana ed il governo Monti, a cui ha minacciato di togliere la fiducia. Poi ha accusato la Germania di imporre all'Italia l'agenda politica; e, senza citarlo, il presidente Napolitano, affermando che non è più tempo di capi di governo a chiamata.
Come in tutte le tragedie che si rispettino, al secondo atto deve tener dietro quello finale, per svelare i misteri della rappresentazione. Forse lo spettacolo è mosso soltanto da quella regola che Indro Montanelli descriveva 60 anni fa: l'Italia è il perenne Paese dell'ipocrisia per fini personali. Insomma, la vecchia lezione del "particulare" di Guicciardini. Ma tutto quanto riguarda la vita dello Stato, non sono fatti loro, dei signori politici, ma pure fatti nostri. [Anno XXXI, n. 1101]

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
"il Ponte", settimanale, n. 39, 04.11.2012, Rimini

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28 octobre 2012 7 28 /10 /octobre /2012 17:39

Alle origini di Rimini moderna (1). Il tramonto del potere dei Malatesti e la crisi della città, dilaniata da ribellioni popolari e tradimenti aristocratici, con la gente che moriva di fame
Sotto il segno del pugnale
["il Ponte", 28.10.2012]



Tentiamo di raccontare per temi le vicende storiche di Rimini moderna, tra fine 1400 ed inizio 1800. Passeremo poi alla Rimini contemporanea sino al principio del 2000. Rimini moderna nasce dalle ceneri del potere dei Malatesti, sfaldatosi lentamente, non per l'inettitudine dei protagonisti di quella famiglia, ma per una complessa serie di contrasti sociali, politici ed economici che, qui come altrove, mettono in moto ribellioni, alleanze, tradimenti.

Una crisi politica
Il più grande di tutti i Malatesti, Sigismondo Pandolfo, sperimenta tutto ciò sin dal momento in cui nel 1429 a 12 anni succede allo zio Carlo, assieme ai fratelli Galeotto Roberto (18) e Domenico Malatesta Novello (11), come lui figli naturali di Pandolfo III signore di Brescia. Essi governano Cesena, Rimini e Fano, sino alla scomparsa dello stesso Galeotto Roberto (10 ottobre 1432), assistiti dalla vedova di Carlo, Elisabetta Gonzaga. Contro di loro gli aristocratici creano quella che la storica Anna Falcioni chiama una pericolosa opposizione interna. Un altro Malatesti, Giovanni di Ramberto discendente da Gianciotto fallisce (maggio 1431) nel tentare un colpo di Stato, ma getta Rimini nel caos, mentre Venezia invia da Cesenatico verso Rimini alcune galere.
Lo storico Cesare Clementini (1627) ricorda che oltre agli aristocratici si muove pure quella plebe "che facilmente inchina al male". C'è penuria di viveri. Il popolino se la prende con i macellai e le case ed i banchi degli Ebrei, accusandoli di non rispettare la domenica. Altri Ebrei aiutano i Malatesti a pagare i grossi debiti lasciati da Carlo con Roma: essi vivono a Rimini, Cesena e Fano, scrive Francesco Gaetano Battaglini (1794). Come grazioso ringraziamento, Galeotto Roberto (1432) ottiene da papa Eugenio IV (Gabriele Condulmer) di obbligarli a portare il "segno". Secondo Battaglini, Galeotto Roberto non poteva "tollerare, che gli Ebrei già in grande numero stanziati nel suo dominio, vantando non so quale indulto impetrato da Papa Martino, vivessero e praticassero confusi tra i Cristiani senza distinzione".

Contro gli Ebrei
I Malatesti, costretti ad affrontare una rivolta popolare causata dalla mancanza di viveri, per portare la pace sociale nel loro dominio ricorrono a questo provvedimento fortemente in contraddizione con la realtà politica in cui vivevano. Sulla stessa strada della lotta agli Ebrei Rimini si ritrova poi nel 1489, quando per loro decide un'imposta destinata a finanziare la difesa costiera contro i Turchi; nel 1503 con un nuovo assalto ai loro banchi; e nel 1515 con la proposta di bandirli dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo, dopo aver loro imposto d'indossare una berretta gialla se maschi ed una benda anch'essa gialla se donne.
Il 22 giugno 1510 gli è stata però concessa l'autorizzazione a "facere bancum imprestitorum", cioè di svolgere legalmente attività finanziaria. È un segno preciso della crisi economica locale. Come ricompensa al loro aiuto, nel 1548 Rimini gli istituisce il ghetto, anticipando la "bolla" di Paolo IV del 1555.

Campagne inquiete
Il grande secolo dell'Umanesimo malatestiano si chiude nel 1498 con una sommossa aristocratica nella chiesa di Sant'Agostino, che mira a cacciare Pandolfaccio, salvato dalla plebe. I capi della congiura sono giustiziati. I loro cadaveri, appesi ai merli della rocca di Sigismondo.
Il 10 ottobre 1500 Pandolfaccio se ne va da Rimini, passata in potere al duca Valentino, Cesare Borgia. Le campagne riminesi sono inquiete, come testimoniano servizi segreti ed esponenti politici della Serenissima. Nell'autunno del 1502 e nell'estate del 1503 si registrano sollevazioni di villani a favore di Pandolfo, con distruzioni di libri e altro, come nei suoi "Diarii" scrive il diplomatico veneziano Marin Sanudo il Giovane.
Nel 1503 dal 2 ottobre al 24 novembre, Pandolfo è di nuovo signore di Rimini, ma sotto il governo veneziano: "la misera città rimase alla discrezione dei furibondi vincitori" che saccheggiarono dovunque e se la presero anche con gli Ebrei ed i loro banchi (L. Tonini). C'è uno spargimento di sangue in cui restano uccisi pure molti popolani. Il 16 dicembre Pandolfaccio cede la città alla Serenissima.

Cronache di delitti
Dopo la morte di Sigismondo (1468) Rimini è governata dalla vedova Isotta e dai figli Sallustio, avuto dalla bolognese Gentile de Ramexinis, e Roberto, nato dalla fanese Vannetta de Toschi. Essi pubblicano un illuminato bando che concede la libertà di commercio d'importazione a tutti i mercanti cittadini e forestieri. L'ordine pubblico è agitato da una serie di delitti eccellenti. Nello stesso 1468 è ucciso Nicola Agolanti. Si sospetta un fatto passionale, accusando Roberto Malatesti, amante della vedova Elisabetta degli Atti che lo scagiona. Da Roberto lei ha avuto un figlio, Troilo. Elisabetta (figlia di Antonio fratello di Isotta moglie di Sigismondo), sposa in seconde nozze il futuro capo dei cospiratori del 1498, Adimario Adimari.
Nel 1470 tocca a Sallustio, trafitto da una spada. Il colpevole è individuato in Giovanni Marcheselli, linciato dalla folla. Giovanni Marcheselli è accusato dalla moglie Simona di Barignano il cui padre Giovanni è fratello di Antonia, la madre di Sigismondo Pandolfo Malatesti. Una sorella di Giovanni Marcheselli, Lena, è la seconda moglie di Giovanni di Barignano, il padre di Simona.


Malatesti rifiutati
C'è un continuo rincorrersi e rinchiudersi in una specie di cerchio politico che rappresenta la proiezione psicologica delle mura di una città o di un castello. Mura che non servono a nulla se non a delimitare (e ad esasperare) continue esplosioni di odio. Questo giro ristretto aggrava situazioni che non hanno sbocchi, come dimostra la storia di Sallustio.
Egli s'invaghisce di una giovane di casa Marcheselli. La sua pretesa di avere l'amore che desidera, è respinta nel più classico modo di quanti, abituati alla guerra, non sanno ragionare che con il pugnale. Giovanni Marcheselli uccide Sallustio. La moglie di Giovanni, Simona di Barignano, lo accusa apertamente: confessa come Sallustio "fu morto" in casa sua, si legge in una lettera di Malatesta da Fano a Ludovico II Gonzaga. Resta il sospetto che non si sia trattato di un fatto politico vero e proprio, ma di una specie di delitto d'onore: non si voleva far entrare un Malatesti nella famiglia Marcheselli.
Nel 1492 durante una festa in maschera, Raimondo Malatesti, discendente di un ramo collaterale, è ucciso dai figli di suo fratello Galeotto Lodovico, in casa di Elisabetta, madre di Pandolfaccio.

Si muore di fame
L'uccisione di Raimondo è considerata da Cesare Clementini all'origine di tutti i mali che poi affliggono Rimini, ovvero "il precipizio de' cittadini e l'esterminio de signori" Malatesti. Dei quali Raimondo era stato uomo di fiducia in momenti difficili. Morto Roberto signore di Rimini (1482), gli è subentrato il figlio Pandolfaccio (di sette anni), per cui in suo nome guidano gli affari della città Raimondo ed il proprio fratello Galeotto Lodovico. Il quale contro Pandolfaccio nel 1492 tenta una congiura, mandata all'aria dalla sua seconda moglie Violante Aldobrandini, sorella di Elisabetta, madre di Pandolfaccio stesso.
Nel marzo 1497 "a Rimano morivano di fame", ricorda Martin Sanudo, citando gli aiuti inviati in città dal suo governo, e la visita fatta in laguna da Pandolfaccio e sua madre Elisabetta Aldobrandini, sorella del «conte Zoan» da Ravenna, condottiero della Serenissima.
Nell'agosto 1497 scompare Elisabetta Aldobrandini. Suo figlio Pandolfaccio governa in preda ad uno spirito di vendetta, osserva L. Tonini. Il 20 gennaio 1498 gli aristocratici tentano in Sant'Agostino la sommossa già ricordata, con la plebe che corre a salvare il Malatesti.
(1. Continua)

A "Rimini moderna" 2
All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1761, 06.10.2012. Agg.: 17.10.2012, 16:50]. Mail
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25 octobre 2012 4 25 /10 /octobre /2012 17:59

Il presidente del Consiglio Mario Monti ha detto al forum della Coldiretti a Cernobbio: in Europa come governo non ci siamo umiliati, talora "bisogna picchiare i pugni sul tavolo, ma ci sono persone che sono più dure di quei tavoli". È un perfetto ritratto della politica, l'impietosa immagine di chi pretende di governare il Mondo. Anche i cronisti debbono disobbedir parlando.
La crisi economica c'è, si vede e si avverte ogni giorno. Aumentano soltanto i prezzi ed i costi nei bilanci famigliari. Per il resto, diminuiscono posti di lavoro e risorse per lo Stato sociale. Ma è una crisi che non nasce oggi, viene da lontano. Diciamo da quasi sette anni. Intanto il governo continua ad acquistare armi (gli aerei F35 ora costano più del doppio, tra l'altro); insiste nel progetto Tav verso la Francia (dove sono cresciuti i dubbi sull'operazione che ha alti costi e non avrà pari redditi per pagare il tutto). Se qualcuno protesta, state sicuri: arrivano botte in testa.
Da noi pensano al Trasporto rapido costiero, mentre il turismo è in affanno, e pare che i bilanci comunali siano sempre più magri. A parole è facile dimostrarci che questa è un'opinione infondata o sbagliata. Usando lo specchietto retrovisore della cronaca, per non tirare in ballo la Storia (che ha già la sue rogne), salta agli occhi il quadro locale del 2007, quando si prospettava una colata di nuovo cemento su una Rimini già ridotta ad immenso mostro urbanistico. Dove tra case e case non c'è più spazio per circolare, perché il problema viabilità è sempre affrontato "dopo", come dimettendosi meditò l'assessore Tiziano Arlotti: prima fate le case e poi "dopo" mi fate costruire le strade. Quando magari lo spazio per le strade non esiste perché tutto consumato per un'edilizia che era allora la più cara d'Italia (come da costo d'affitti e d'immobili). Allora venne da pensare che non ci si voleva rendere conto che si andava incontro alla rovina della città, ipotizzata da Campos Venuti.
Hanno continuato a sognare i grattacieli in stile Dubai sul mare proprio quando si stava rivelando la crisi economica mondiale. All'apparir del vero, tutti zitti, come se i grandi progetti se li fossero sognati gli oppositori. Adesso vogliamo andare tutti veloci, mentre la società è ferma, bloccata dalla crisi. Manca il senso della realtà. Per cui la signora 90enne invalida con 500 euro mensili di pensione, per la sua casa paga l'Imu come chi ne incassa 39mila presiedendo Hera. [Anno XXXI, n. 1100]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 38, 28.10.2012, Rimini

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17 octobre 2012 3 17 /10 /octobre /2012 18:59

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La prof che piange in un corteo per lo sciopero della scuola il 12 ottobre, racconta una storia personale ma riassume una condizione collettiva. Fatta di amarezza per il presente incerto e misero, e di scoramento per il futuro. È il ritratto di un'Italia che, 24 ore prima, aveva letto sui giornali le misure governative che colpiranno le fasce più deboli della popolazione, quelle dei cosiddetti incapienti: con i loro redditi così bassi, essi non avranno alcuna riduzione delle tasse e spenderanno di più con l'aumento dell'Iva.
Per gli stipendi oltre i 90 mila euro di 26.472 tra manager e giudici, la Corte costituzionale nelle stesse ore bocciava il decreto del 2010 che li aveva tagliati. Il solo Senato così, ad esempio, sborserà altri 2,2 milioni di euro l'anno, a partire da quello passato. Il costo totale della sentenza sarà di circa 23 milioni ogni 12 mesi.
Altre prof e altri incapienti piangeranno, ma nessuno li ascolterà. Forse significa qualcosa, se non molto, che il fondo del CorSera del 12 ottobre, firmato da Gian Antonio Stella, richiamasse un vecchio editoriale di Famiglia Cristiana sull'insensibilità dei partiti nel non comprendere la gravità di questi momenti, e sulla loro resistenza ad un profondo rinnovamento. Il giorno dopo il foglio milanese ospitava la consueta rubrica di Piero Ostellino. Che dopo aver sognato per anni il trionfo del liberalismo come farmaco capace di curare tutti i mali nostrani, si è convito che l'Italia ha intrapreso la pericolosa strada della "sospensione della democrazia", con gruppi di potere che appoggiano il governo Monti e nello stesso tempo proteggono migliaia di parassiti che "continueranno a fare gli affari loro, a spese del contribuente, invece degli interessi degli italiani".
Non lascia profonda meraviglia constatare che Ostellino abbia compreso soltanto ora e dopo molto tempo, che a rovinare l'Italia non sono stati i sindacati, i lavoratori, le idee per un'economia al servizio dell'uomo e non del capitale. Bensì le classi dirigenti che hanno dimenticato ogni galateo politico e costituzionale, al punto che il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha fatto, in un'intervista a Repubblica, una diagnosi impietosa sulla nostra democrazia "ormai in svendita". C'è chi ora compra voti a Milano per 50 euro, come succedeva un tempo nei quartieri poveri di Palermo con un pacco di pasta. L'Italia è unificata dal malaffare. Nessuno ha mai creduto alle denunce di tanti sul tema. [Anno XXXI, n. 1099]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 37, 21.10.2012, Rimini

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10 octobre 2012 3 10 /10 /octobre /2012 18:44

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Dove nasce la corruzione? Per il giurista Guido Rossi è colpa della legge elettorale pensata nel 2005 dal ministro Roberto Calderoli. Essa ha premiato una classe politica di incompetenti ed "appartenenti", ovvero scelti dai vertici dei partiti. Dalla crisi del sistema parlamentare per quella legge che il suo stesso ideatore ha definito una porcata, è derivata la crisi politica che ha licenziato Berlusconi e mandato i Tecnici al governo.
Ai Tecnici si è rivolto con l'abituale, intelligente passione Stefano Vitali, un cittadino prestato alla Politica, parlando dell'abolizione delle Province. In Emilia Romagna, ha osservato, noi abbiamo fatto i primi della classe, perciò sparisce quella di Rimini (di cui è attuale presidente), mentre altre si salveranno. Ha aggiunto una bella battuta da condividere: alle elementari i primi della classe erano i cocchi della maestra, ma essi alla lunga non hanno fatto nulla di buono. Mi permetto un'aggiunta. Se invece dei cocchi della maestra, parliamo di quelli della Politica, a cui lui non appartiene, la conclusione di Vitali resta valida.
Lo dimostra una vicenda che ha per protagonista il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che il 22.9 ha detto un'amara verità da cui ha ricevuto grattacapi ed attacchi pure di colleghi a lui affini in Magistratura Democratica: "Se non cambia anche la politica, la Magistratura non potrà arrivare alla verità nelle aule giudiziarie". Fu facile per i titolisti dei quotidiani parlare di "politica collusa". Due settimane dopo, il 6.10, alla denuncia subentra la triste confessione, visti gli attacchi degli amici di Magistratura Democratica: mi sento estraneo rispetto ai colleghi a cui sono stato vicino, la Politica degli ultimi vent'anni li ha cambiati. In sintonia con Ingroia, il presidente Napolitano ad Assisi (5.10) ha detto che il Paese è caduto in un deserto morale dal quale occorre uscire con uno slancio ideale di cui come nel Dopoguerra abbiamo acuto bisogno, ricorrendo al dialogo ed al reciproco ascolto.
Rimini non è Assisi, ma pure noi abbiamo ascoltato qualcosa di molto interessante proprio nel giorno di San Francesco, un inedito di don Oreste Benzi, rivolto ai giovani, contenente l'invito a non scendere a compromessi ed a riappropriarsi della gestione della società, con una lotta non violenta ma decisa alle ingiustizie economiche e sociali. Un grazie commosso, don Oreste. Anche dagli studenti manganellati nei cortei del 5 ottobre. [Anno XXXI, n. 1098]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 36, 14.10.2012, Rimini

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3 octobre 2012 3 03 /10 /octobre /2012 16:12

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Dove si annida la corruzione? Il luogo classico è il tribunale. Tranquilli. Parliamo dell'Atene del V e IV sec., studiata dal prof. Luciano Canfora in un recente libro. Dove leggiamo: il tribunale aveva una centralità forse superiore a quella dell'assemblea popolare. E l'esempio che sembrava fuori posto, diventa illuminate anche per i nostri poveri tempi. La centralità politica dell'Italia sembra essersi trasferita nei tribunali. Sotto indagine adesso sono finite le Regioni. Le cronache giudiziarie fanno elenchi che dimostrano un'amara verità. Mentre i cittadini qualsiasi, come dicevano una volta i cronisti, sono costretti a tirare la cinghia per mancanza di soldi, i signori che amministrano le Regioni hanno una libertà per spese che le stesse cronache ci rivelano oscene, indipendentemente dal fatto che esse siano o no in violazione delle norme.
Per questo semplice dato, ripetendo una tradizione inaugurata dall'inchiesta di Mani pulite, i tribunali sono diventati i surrogati della Politica. Lì si scoprono (o s'intravedono a fatica) i malandrini, i farabutti, gli spioni, insomma il sottobosco del malaffare che fa venire il voltastomaco e la voglia di tacere. Ladri e spie esistono in tutto il mondo, ma soltanto in Italia essi ambiscono ad un ruolo politico per raggiungere un doppio scopo già descritto in passato da penne illustri: quello di chiudere certi conti personali con la Giustizia per l'immunità garantita dalla carriera parlamentare, e l'altro di usare tutti gli strumenti a disposizione per annientare gli avversari. Giulio Santagata, ministro con Prodi tra 2006 e 2008, sintetizza: il disastro etico della Politica non ci fa meravigliare più di nulla. G. A. Stella racconta che la Regione Lazio ha speso 127 mila euro per il sacrario di Rodolfo Graziani: deportò nei lager centomila libici, in Etiopia ordinò la strage del clero, fece marciare uomini, donne, vecchi e bambini per centinaia di km nel deserto sino ai campi di concentramento di Sirte.
Nello scorso numero del nostro giornale, ho letto le sagge parole di Tonio Dell'Olio nella rubrica "Mosaico di Pace": il campo nobile della Politica oggi è frequentato da mestieranti e profittatori che vanno espulsi; occorre fare presto nel riformare il sistema, non per spirito di antipolitica, come dicono alcuni, ma per amore della stessa Politica che è il respiro della democrazia. Aggiungo: mestieranti e profittatori se la cavano spesso, ma sempre ci fanno piangere. [Anno XXXI, n. 1097]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 35, 07.10.2012, Rimini

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25 septembre 2012 2 25 /09 /septembre /2012 11:25

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Rimini senza Provincia torna ad essere l'antica preda delle altre grandi o piccole capitali della Romagna. Sono dati di fatto, non vaghe opinioni. Abbiamo perduto la Centrale del Latte, ha chiuso la ex Cantina sociale, la questione dell'aeroporto di Miramare è coinvolta nel tiro alla fune tra Forlì e Bologna. Non con azioni jettatorie, ma con precise manovre si vuole declassare la nostra città anche sotto il profilo bancario, mi spiegano persone bene informate.
Per tentare di cambiare rotta, nei giorni scorsi a Rimini si è svolto un raduno filosofico ad alto livello, alla presenza di Pitagora, Aristotele e Platone. Di Pitagora si è detto che era qui per un corso di arte culinaria del vitto erbaceo che prende nome da lui. E per spiegare, in una lezione alla Biblioteca Civica Gambacorta per Fanciulli, che la tavola pitagorica non serve ad apparecchiarci i pic-nic. Inoltre ha portato alle autorità competenti una nuova versione di quella sua tavola, rivista e corretta dal Governo Tecnico di Roma: per cui tre per tre fa otto quando i soldi li debbono ricevere da esso i Comuni, mentre fa dieci per il volgo ignorante quando deve versarli alle casse dello Stato.
Aristotele ha avuto l'ingrato compito di svelare che dietro le magnificenze del piano urbanistico De Carlo, c'era soltanto la volontà di fare pagare ai proprietari anche di un modesto edificio, le spese faraoniche per ristrutturare Rimini. Ecco perché migliaia di ricorsi lo hanno affossato. A Platone è toccato analizzare Sergio Zavoli il quale ha sostenuto, in un paginone del "Sole 24 Ore" (16.9), che l'isola delle rose cantata dal romanziere Veltroni serviva nel 1968 a sanare le ferite della guerra ed a lottare con gli studenti della Sorbona.
I tre filosofi poi sono stati portati a marciare su Forlì e Ravenna, partendo dal bivio Emilia-Popilia, alle Celle. Qui Aristotele ha scoperto che nel semaforo mancano da un anno alcune strisce pedonali. Platone lo ha smentito: le strisce esistono, sono sotto il nuovo asfalto come idea di striscia pedonale invisibile ma pur sempre presente, anche grazie al Comune che, allertato dai cittadini, se n'è lavato le mani. In quel bivio Emilia-Popilia i tre filosofi hanno assistito all'eroico passaggio di grandi vetture con il semaforo rosso, perché (dicono i guidatori) prima o poi il Comune lo elimina in quanto inutile. Altri automobilisti, di scuola cinica o sofista, erano lasciati parcheggiare indisturbati lungo la pista ciclabile. [Anno XXXI, n. 1096]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 34, 30.09.2012, Rimini

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19 septembre 2012 3 19 /09 /septembre /2012 17:20

Nel suo blog "Sto con le balene", lo scorso giugno la scrittrice riminese Anna Rosa Balducci ha raccontato una scena inquietante vissuta in prima persona, con lei costretta ad intervenire presso una pattuglia di Polizia per evitare “un pestaggio in piena regola”.
C'è “un gazebo occupato nottetempo da giovani stranieri con sacchi di cianfrusaglie e forse oggetti personali”. C'è l'agente “nervoso, gonfio di muscoli, con una inquietante testa rasata” che inveisce contro di lei che protesta. C'è l'altro poliziotto “più calmo” che interviene e fa cessare l'azione.
Adesso lo stesso mondo doloroso dell'immigrazione, lo ritroviamo nell'ultima prova narrativa di Anna Rosa Balducci, “La casa color grigioperla” (Ed. Progetto Cultura, Roma).
Dove si racconta una storia d'ordinaria vita di quindici persone fuggite verso l'Europa per trovare salvezza e futuro: due donne e due uomini vecchi, “i quattro giovani, di cui uno più serio e distinto, l'altro che si intendeva legato alla donna più giovane, sicuramente lo sposo di lei”. E poi un'altra donna giovane e cinque bambini, due femmine e tre maschi.
Tutto comincia nella missione di frate Giacomo, che raccoglie tre neonati strappandoli alla morte. L'ultimo lo aveva trovato otto anni prima, "nascosto tra i cespugli che erano cresciuti attorno ad una pozza d'acqua, rimasto lì miracolosamente illeso, dopo che una razzia di alcuni predoni travestiti con oscene divise militari aveva colpito il villaggio, rubando e distruggendo". Frate Giacomo, "quando li aveva sentiti trafficare la notte della partenza", non si è alzato a salutarli. Appresa la loro scelta, "aveva inghiottito una lacrima, mentre si costringeva a guardare lontano a quel futuro di cui tante volte aveva parlato". Pensando ai suoi oltre vent'anni trascorsi in quel villaggio, fa un bilancio: vi aveva portato "la parte buona del suo mondo occidentale", l'infermeria, la scuola, un emporio da periferia americana dove trovavi tutto. Dopo l'approdo in Italia, dal gruppo riceve una telefonata. Ricaccia le lacrime con una scrollata di capo: c'era tanto da fare, ancora, nel villaggio.
L'esperienza narrativa di Anna Rosa Balducci sconvolge la trama con l'intervento di più narratori. C'è quello che racconta gli eventi da fuori, poi un uomo giovane che appartiene ai profughi, ed infine un bambino dello stesso gruppo di profughi.
L'autrice a metà del lavoro dialoga con “il solito osservatore” che parla di una storia noiosa, di retorica dei buoni sentimenti, e ricostruisce la trama nascosta degli antefatti, avviando una specie di labirinto narrativo che serve a testimoniare di un semplice fatto, ovvero della complessità delle vicende vissute da questi sconosciuti. Che agli occhi della gente appaiono soltanto dei soggetti pericolosi da cacciare dalla casa in cui hanno trovato rifugio.
[Alla versione web del 9.9.2012.]

All'ARCHIVIO delle pagine su Anna Rosa Balducci.

Antonio Montanari

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19 septembre 2012 3 19 /09 /septembre /2012 17:19

Era il 1990. Chiusa la stagione turistica, scrissi nel Tama n. 362 una lettera aperta al Questore di Forlì, dichiarandomi certo che, nel suo consueto bilancio autunnale, egli avrebbe ribadito un'opinione già espressa negli ultimi anni: in Riviera non esistono fenomeni mafiosi. Per lui non c'era la grande criminalità, ammetteva soltanto che c'era quella piccola. Le statistiche gli davano ragione. A Riccione, in giugno, era stato arrestato per un furto d'auto uno slavo pluriomicida. Il reo subì il processo sorridendo, e dopo la condanna ottenne la giusta libertà provvisoria. Per poter poi ammazzare sembra altre sei persone, in due tornate. Lo slavo aveva una base tra Rimini e Santarcangelo. A Rimini era già stato arrestato. Secondo il suo avvocato, era un tipo che si notava per "il petto coperto da spaventose cicatrici". Forse per pudicizia, nessuno lo aveva mai fotografato "nature", prendendo nota di quei "segni particolari" tanto evidenti. Il 'grande' delinquente (che uccise lontano dalla Riviera), finì nelle nostre statistiche della 'piccola' criminalità, a causa d'un furto d'auto.
L'impressione, in questa chiusura d'estate del 2012, è che ci troviamo davanti allo stesso copione. Il prefetto di Rimini il 28 agosto, dopo gli spari con tentato omicidio di un tunisino al ponte dei Mille, parlava di episodi "gravi ma isolati". Rifiutando le statistiche giornalistiche che mettono Rimini al secondo posto in Italia per numero di crimini denunciati nel 2011, sottolineava giustamente che con il turismo aumenta la gente, e si sa come oggi vanno le cose. Da vecchio, inutile cronista aggiungo che il turismo ha sempre portato gente in città, ma una volta non faceva aumentare i crimini come ora.
Adesso per quel tentato omicidio sembra aperta una nuova pista, dopo che il 2 settembre al Covignano è stato ucciso un tassista di 55 anni. Il presunto killer è sotto osservazione anche per l'episodio del ponte dei Mille e gli spari esplosi contro un omosessuale alla vecchia Cava. Tutto questo ovviamente non significa nulla, sono soltanto notizie che vagano nell'aria. Il 28 agosto il prefetto assicurava i cronisti che, per gli spari al ponte ed alla cava, gli investigatori erano a buon punto. E concludeva: "Non voglio nascondere che da parte dei cittadini la percezione della sicurezza è cambiata", ma non siamo nel Far West. Forse a Rimini si è imposto il modello milanese di spaccio di droga, libero ed aperto, come sa bene la Polizia meneghina. [Anno XXXI, n. 1095]
Al dossier mafia de "il Rimino", 2010.
Alle rubriche Tama del 1990 [o su Scribd].

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 33, 23.09.2012, Rimini

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11 septembre 2012 2 11 /09 /septembre /2012 10:25

Alla fine il romanzo riminese di Walter Veltroni ha messo d'accordo tutti: per dirla con Fantozzi, è una bojata pazzesca. Ha cominciato l'ex sindaco Giuseppe Chicchi. D'accordo sulla demolizione dell'isola delle rose (se fosse sopravvissuta, oggi il mare sarebbe pieno di "repubbliche delle poveracce"), avverte: l'isola non c'entra nulla con il Sessantotto. Per Chicchi la risposta alla crisi in cui Italia e Rimini vivono, non si trova nell'effimero, ma nel lavoro faticoso e lento per rafforzare le istituzioni politiche, economiche e culturali.
Poi è arrivato D'Alema, con un occhio rivolto al Veltroni del '68 (un tredicenne alla scoperta della vita), e l'altro a se stesso in viaggio per l'Europa, da Praga a Francoforte. Il sapore della nostalgia, notato dal leader Massimo nel romanzo del giovane Veltroni, potrebbe sottintendere una deplorevole ispirazione borghese che fa sorridere l'antico rivoluzionario di professione D'Alema.
Un altro recensore, Nerio Nesi, descrive il libro veltroniano con raffinate parole: è ispirato alla commedia all'italiana. Quella che fatto le fortune di cinema e tv. Infine la domanda più angosciante di Nesi, approda alla riva della comicità pura: perché, se quell'isola è affondata, è finito pure sott'acqua il suo ricordo? Ma Nesi non è mai venuto a Rimini? Per spiegargliela, usiamo le parole di un altro illustre romanziere che con le sue pagine ha costruito un monumento alla memoria degli anni Trenta nella nostra città, Sergio Zavoli. In questa stessa rubrica, nel 1993 (n. 467) abbiamo riportato alcune sue frasi pronunciate alla tv di San Marino: "Rimini non onora il cittadino che si fa onore. È dissacrante, disincantata, ironica. Non concede più di tanto, è scettica. La sua diversità risale al tempo dell'inverno vissuto nei caffè, che è il suo tempo, non l'estate: e noi d'inverno discutevamo se si dovesse dire tela gommata o gomma telata. Rimini gode nell'immaginare, nell'esagerare".
Dopo 20 anni che cos'è cambiato? Nel 1992 (n. 447) avevamo immaginato Achille Occhetto inaugurare il monumentale edificio del Kursaal di cartapesta, dieci metri per tre, legno compensato, primo esempio della Rimini del futuro, pronunciando un applaudito discorso per additare a tutti "l'opera nuova che resterà immortale nei secoli avvenire". Il nostro Occhetto concludeva chiedendo ai riminesi: "Volevate la metropolitana?". E prometteva l'arrivo di trenini giocattolo per tutti. Nel 2012 è giunta la ruota gigante. [Anno XXXI, n. 1094]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, n. 32, 16.09.2012, Rimini

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