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5 juin 2008 4 05 /06 /juin /2008 18:54

05062008 In viaggio molto lontano dal natìo borgo, sono ospite di vecchi amici, alle cui notizie debbo cedere un poco di spazio bloggeriano in cambio dell'ospitalità che ricevo e dell'uso del loro computer. (Chiamatelo ricatto.)

Dunque il loro Comune, prima del taglio dell'Ici, aveva aumentato l'organico del personale, introducendo tra l'altro una figura atipica per il settore Cultura-turismo, non un esperto di grido, ma soltanto un giornalista di rango (c'è l'obbligo dell'iscrizione all'Ordine professionale).

Ed addirittura dicono, questi amici, di aver saputo chi sarà il vincitore, come ovviamente è nella prassi politica e nel costume italiano.
Si tratta di un addetto all'ufficio-stampa dello stesso Comune che non avrebbe altro che un contratto temporaneo (si dice così?). E che così sarebbe sistemato per omnia saecula saeculorum, in virtù del fatto che appartiene ad un "gruppo" che localmente è in opposizione ma in passato ha fatto convergere i suoi voti al sindaco risultato così vincitore, mentre a Roma (ed altrove) quel "gruppo" ora governa.

Due piccioni con una fava. Si accontenta il circolo locale facendo quadrare quello nazionale.
Allegria: e chi pagherà gli stipendi, dopo il taglio dell'Ici?
Certo, dicono questi amici pettegoli, che per combinare questi "matrimoni" politici ci vuole una bella faccia di bronzo... Una faccia da bronzetto, li correggo citando un modo di dire degli archeologi, e trattandosi nello specifico di un futuro addetto al settore cultura.

[Anno III, post n. 168 (545), © by Antonio Montanari 2008]

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4 juin 2008 3 04 /06 /juin /2008 19:01

Doc1700 Accaduto ieri a Rimini. Lo racconta il comunicato ufficiale del Comune di Rimini, firmato dall’Assessore alle Politiche dell’Immigrazione, Vittorio Buldrini:

"Non si può non considerare frutto di un generalizzato e pericoloso clima di intolleranza, l’episodio accaduto nel tardo pomeriggio di ieri al Centro Donna Immigrata, l’ufficio ubicato in via XX Settembre che offre assistenza alle donne straniere per gravi problematiche. Quando ormai mancavano pochi minuti alla chiusura dello sportello, davanti alla sede un uomo sulla sessantina in bicicletta ha cominciato a inveire e insultare pesantemente gli stranieri. Quindi, nel momento in cui l’operatrice dello sportello si allontanava con il marito, la loro auto veniva colpita con una pietra che sfondava il lunotto posteriore.
E’ chiaro che si tratta di un grave atto di intolleranza che, oltre alle operatrici straniere del centro, prende di mira il ruolo stesso dell’ufficio. E’ altrettanto palese che certe follie trovano terreno fertile in un contesto, oggi molto italiano, che vede nella possibilità/capacità di integrazione un ostacolo a una parte del Paese che si vuole riconoscere in tutto tranne che nella solidarietà.

Mi auguro che, come accade per le tante prese di posizione muscolari che si leggono e si sentono in questi giorni contro gli extracomunitari, ce ne sia almeno una che stigmatizzi episodi come quello di ieri."

[Anno III, post n. 166 (543), © by Antonio Montanari 2008]

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19 mai 2008 1 19 /05 /mai /2008 17:12

Cascella27 In occasione della scomparsa di Pietro Cascella (qui ritratto da Rossano B. Maniscalchi), il quotidiano pescarese "Il Centro" ha pubblicato un'intervista ad uno dei suo più cari amici, Silvano Console, il quale ha anche parlato del termine felliniano "vitellone".

Ha detto Console di Cascella: "Ricordava, con orgoglio, che il termine vitellone, che poi Flaiano suggerì a Fellini che, come al solito, se ne appropriò indebitamente, non aveva niente a che fare con Rimini. Era un termine pescaresissimo e non si riferisce ai vitelli ma al budello, nel senso di un mollaccione che perde tempo facendo lo struscio in corso Umberto.

Sulla questione anni fa intervenne Tullio Kezich, il biografo di Fellini, come si può leggere in un mio articolo del 2003, che riproduco anche in questo blog, in una pagina speciale:

Quei vitelloni riminesi nati a Roma
Il ricordo di Alberto Sordi ne ripropone la leggenda
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Quei vitelloni riminesi nati a Roma
Il ricordo di Alberto Sordi ne ripropone la leggenda

[Articolo apparso nel 2003]

Sordivitelloni Proprio cinquant’anni fa escono nelle sale cinematografiche «I vitelloni» di Federico Fellini con Alberto Sordi imposto dal regista: l’ambiente del cinema gli è contrario, lo considerano «collezionatore di insuccessi e antipatico al pubblico». La società che distribuisce il film «pretende per contratto che il nome di Alberto Sordi non compaia nei manifesti». Lo ricorda Tullio Kezich nella biografia di Fellini.
Quella situazione testimonia come i simboli nascano fortissimamente anche quando tutto vi si oppone. Proprio con «I vitelloni» fiorisce il successo del comico romano che allora contemporaneamente si esibiva con la rivista di Wanda Osiris, in giro per l’Italia, per cui Fellini doveva rincorrerlo di città in città.
Già il titolo era una parola nuova. Ancora Kezich: sul termine vitellone, si apre un dibattito filologico. Esso sarebbe marchigiano e non romagnolo, più legato al lessico familiare di Ennio Flaiano, il quale ne scrisse nel 1971 ricordando come dalle sue parti ed ai suoi tempi fosse usato «per indicare un giovane di famiglia modesta, magari studente, ma o fuori corso o sfaccendato».
Nascerebbe cioè non dal «vidlòn» riminese, ma dal «vudellone» (grosso budello) del centro-Italia, «persona portata alla grosse mangiate», scriveva ancora Flaiano, «e passato in famiglia a indicare il figlio che mangia a ufo, che non produce, un budellone da riempire», insomma.
Commenta Kezich: «A Rimini questo tipo di giovinastri vengono tuttora chiamati ‘birri’».
All’estero il titolo del film deve ovviamente cambiare: sono ragazzi pigroni per gli inglesi, scioperati per i tedeschi, inutili in Spagna. Soltanto i francesi accettano l’originale, ovviamente accentato, «Les vitellonì».
Dunque Alberto Sordi diventa il simbolo di certa gioventù indigena, lui «romano de Roma», con l’etichetta del nome per antonomasia ricalcata fuori di qui, in un film tutto girato in mezz’Italia.
Così nascono i miti. C’è un accumulo di circostanze ed invenzioni che poi si addensano soltanto sopra chi le interpreta e le mostra al pubblico. Così Sordi è diventato per tutti, sino alla sua scomparsa, l’Albertone Vitellone.
In occasione dell’uscita del film, Fellini spiegava a «Cinema nuovo» (leggiamo da «A come Amarcord. Piccolo dizionario del cinema riminese» di G. M. Gori): «Mi è venuta la tentazione di giocare ancora uno scherzo a certi vecchi amici che avevo lasciato da anni nella città di provincia dove sono nato. [...] Così da qualche giorno mi sono messo a raccontare quello che ricordavo delle loro avventure, le loro ambizioni, le piccole manie, il loro modo particolarissimo di passare il tempo».
Secondo Kezich, «è inesatto affermare che il regista racconta nel film i proprî ricordi: Federico non arrivò a diventare un vitellone, se ne andò prima e il gruppo rievocato nella vicenda, del quale faceva parte anche il pittore Demos Bonini, era formato da giovani che avevano otto o dieci anni di più, portavano grandi cappotti, cappelli da uomo, sciarponi, baffetti e cappelli curati. Un gruppo che mai avrebbe permesso a Federico o a Titta [Benzi], adolescenti liceali, di avvicinarsi per fare comunella».
Quando nel 1967 uscì «La mia Rimini» di Federico Fellini, un lungo capitolo scritto da Guido Nozzoli vi rappresentava «L’avventurosa estate dei birri». Niente vitelloni. La vecchia parola birri splende con tutta la forza di una tradizione che rifiuta il nuovo conio del film con Sordi.
Il birro, spiega Nozzoli, «è il giovane intraprendente, spavaldo, apparentemente cinico, un po’ esibizionista e aggressivo» che negli intervalli delle sue avventure amorose estive «combina scherzi quasi sempre eccessivi e molesti, organizza cene da olio santo, qualche volta si azzuffa e rompe l’anima alla gente» con il cosiddetto «lampézz»: un «tormentino inflitto con una serie di battute un po’ assurde e di piccole punzecchiature apparentemente correttissime da cui la vittima presa di mira – conoscente o no – resta invescata un po’ per volta, col rischio di mattire senza accorgersene. O è una ripetizione incessante e allucinante della stessa battuta, dello stesso motivo».
Tutto, conclude Nozzoli, finì con la guerra: «Dalle macerie stava uscendo una città nuova, intraprendente, un po’ disordinata. Irriconoscibile». Le estati dei birri erano finite. Continuavano però gli anni dei vitelloni, con regìa di Federico Fellini. Proprio cinquant’anni fa. Con l’Albertone nazionale diventato emblema di storie che la fantasia e la leggenda dicono legate a Rimini, ma ad una Rimini che però rappresenta il Mondo. Vi pare poco?

Antonio Montanari (2003)

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30 mars 2008 7 30 /03 /mars /2008 19:02

30032008 Da tre giorni rombano i motori e starnazzano gli altoparlanti. Sono auto speciali che vanno e vengono da una rassegna fieristica dietro casa. Tremano i vetri, si spaccano i timpani. Siamo ospitali in Romagna. Neppure un vigile, manco una multa per violazione del Codice della strada? Di agenti non ho visto l'ombra. Ieri c'è stata una scossa di terremoto. Avvertita pure qui, hanno detto in serata i tg locali. Ma erano più forti le scosse provocate da motori e altoparlanti.
L'altra mattina in pieno centro, mentre riprendevo la bici parcheggiata, ho ascoltato per caso la conversazione tra due signore. Una la conosco da anni, è invalida e deve spostarsi con l'auto. Per camminare usa il bastone. È andata all'Ufficio dei Vigili nel piazzale della Stazione ferroviaria. Per rinnovare il permesso-invalidi. Multata perché nell'unico spazio disponibile la sua vettura parcheggiata intralciava il traffico. Ma se l'autobus è passato..., ha obiettato la signora. Sì ma a fatica, ha risposto il Tutore dell'Ordine Pubblico. Verbale.
Anche questa è l'Italia. Forte con i deboli, e debole e/o tollerante con i forti: portano soldi a tutti in tre giorni sulla Riviera queste auto che fanno tremare l'aria... Non abbiamo Ordine Pubblico, ma Ordine Privato.

[Anno III, post n. 95 (472)]

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4 mars 2008 2 04 /03 /mars /2008 17:19

Stampa04032008 Un politico di lungo corso ex diessino escluso dalle liste del Pd, scrive al suo segretario una lettera aperta di stringente analisi. Tu hai perso il controllo della situazione, gli dice, probabilmente ti è slittata la frizione, hai insultato gente che "ha dato molto" e che "prima di fare politica aveva un mestiere" (sottinteso: al contrario di te).
Tu devi controllare il tuo carattere, gli suggerisce, ma non è soltanto questione di carattere perché hai creato un clima di esproprio per delegittimare i deputati uscenti e far prevalere le linee verticistiche alla faccia della "consultazione" (le "primariette") gestita senza regole e regolamento. E soprattutto in mano agli "ascari" del segretario. Il termine ha una sua patina antica ed ormai è fuori uso. La sua riproposta indica lo scopo della polemica: dire (dall'interno) che quella del Pd locale è stata la peggior politica possibile.
E poi, il politico di lungo corso presenta il conto matematico. L'unica candidatura è quella di una signora di provenienza "margheritina", quindi cattolica, quando la parte diessina, ovvero laica, aveva maggiori diritti contando tre volte tanto nella nascita del Pd. La persona scelta, per la sua fede religiosa, non fa bene sperare il politico di lungo corso per le questioni legate alla laicità ed all'aborto, temi cari alle donne dei Ds.
Il politico di lungo corso accusa il segretario locale (di provenienza diessina pure lui) di aver voluto liquidare la vecchia classe dirigente come un mausoleo di dinosauri.
Commento nostro. Le donne ex diessine potrebbero disertare le urne per protestare contro la collega margheritina messa in lista per la Camera?
Non è ovviamente un dinosauro il candidato al Senato Sergio Zavoli, classe 1923, amico di Walter Veltroni.

[Anno III, post n. 69 (446)]
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30 janvier 2008 3 30 /01 /janvier /2008 15:44

Magris Da quindici anni il Liceo scientifico Einstein di Rimini offre ai propri alunni degli stimolanti incontri con poeti e scrittori. Nel 2002 un primo volume li ha documentati, presentando le testimonianze di Lalla Romano, Fulvio Tomizza, Raffaello Baldini, Eraldo Affinati, Dacia Maraini, Sebastiano Vassalli, Daniele Del Giudice, Tonino Guerra, Piero Meldini, Mario Rigoni Stern, Jacqueline Risset, Francesca Sanvitale.
Quelle pagine erano introdotte da Anna Maria Torri che scriveva: «E’ importante che ci siano delle occasioni in cui gli studenti siano liberi di ‘incontrare’ i testi, che le loro opinioni, le loro reazioni, magari ingenue, siano considerate ‘legittime’, da insegnanti che si collocano sullo ‘sfondo’ e accettano cornici interpretative altre, pur avendo loro stessi suggerito e negoziato certe letture».
Nel 2004, gli stessi incontri sono stati riproposti con una mostra di foto scattate da Nicola De Luigi.

20050223_prosperi Ora escono altre «Conversazioni d’Autore» per gli anni 2003-2006, introdotte dal preside dello Scientifico, Giuseppe Prosperi (che dirige la scuola dal 1993,
foto a sinistra) e con prefazione di Maurizio Giuseppucci il quale osserva: «Il compito della scuola è lasciare che i testi interroghino gli studenti, ammesso che una funzione critica le sia ancora concesso ‘praticare’, oltre ogni incombente ‘praxis’».
Gli autori qui raccolti sono Umberto Piersanti, Gëzim Hajdari, Gianni D’Elia, Franco Loi, Edoardo Sanguineti, Claudio Magris (
foto in alto), Erri De Luca e Milo De Angelis.

Domande e risposte permettono di ‘fare i conti’ non soltanto con gli autori che parlano, ma anche con quelli letti dagli studenti secondo programma. Umberto Piersanti ad esempio spiega il suo debito con Torquato Tasso, Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli di cui apprezza «lo sguardo che fruga il bosco, l’amore per le erbe, per la concretezza, per certe tonalità».
Gianni D’Elia definisce «La ginestra» di Leopardi «il più grande poema politico della nostra tradizione moderna», una poesia che parla del mondo contemporaneo proponendo solidarietà umana e ripudio della guerra.
Gëzim Hajdari si sofferma sulla cosiddetta «industria culturale», accusata di distruggere ogni consapevolezza umana; e tratta del dramma degli «scrittori migranti» finiti suicidi, anche se il tema dell’esilio accomuna tutti i poeti, cacciati sempre da qualche cosa come scriveva Eliot. Hajdari, esule in Italia dal 1992, non si sente alla fine diverso da noi perché «anche l’Italia è in esilio».
Franco Loi, poeta dialettale milanese, dichiara di scrivere per necessità, per rivedere la sua esperienza, raccontarsi a se stesso. Ai giovani dice di aver molta fiducia verso di loro, «ma so che il mondo intorno a noi è estremamente negativo, e che bisogna pagare dei prezzi».
Edoardo Sanguineti tiene una lezione sulla figura dell’intellettuale, inteso come «portatore di una coscienza culturale», precisando che cultura è «il modo in cui un gruppo umano struttura il proprio atteggiamento verso il mondo». E chiude citando tre nomi illustri: Leopardi che conosce il mondo dalla sua biblioteca, ma «la biblioteca è un’esperienza di realtà», non una luogo chiuso al mondo; Platone che era «impegnatissimo politicamente»; e Galileo, che da una cosa minima, «un tubo preso come giocattolo», scopre una novità enorme, cioè che la Luna non è perpetua.
Claudio Magris racconta del modo in cui sono nati i suoi libri, sottolineando come ogni dimensione autobiografica sia in realtà specchio della Storia più generale. Nella quale ci si forma e si vive: «Noi sappiamo molte cose sulle dispute intorno all’origine della vita, ma assai poco sulla vita stessa», osserva a proposito del suo «Danubio». Dove come in «Microcosmi», è andato «alla ricerca di tanti destini sperduti, di tanti destini dimenticati».
Erri De Luca racconta la biblioteca paterna negativamente, la ricorda come un luogo di isolamento che alla fine versa l’individuo dentro le parole: «È un intestardirsi dentro un vicolo cieco». Da quei libri egli scappa, dichiarandosi autodidatta e rifiutando ogni maestro: «Non è una posizione comoda, non si impara granché da soli, ma a me è andata così. Probabilmente avevo torto, ma era un torto cui non potevo riparare».
Per il poeta Milo De Angelis ci sono soltanto alcuni suoi testi letti nel gennaio 2006. «Che testimoniano la presenza di sottili corrispondenze» tra il «De rerum natura» di Lucrezio ed alcuni motivi presenti «nell’ultimo De Angelis».

Il volume è chiuso da Lidano Arcangeli con le «Note di un osservatore», in cui c’è un’interessante provocazione a proposito dell’educare: «È il mondo degli adulti a doversi fermare e riflettere».

FONTE

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27 janvier 2008 7 27 /01 /janvier /2008 18:20

Balduccilibro Sono storie di due generazioni, quella delle madri e quella delle figlie, raccolte come in un mazzo, per documentare la lunga linea rossa che attraversa la vita, sotto il segno degli amori e delle infelicità, intendendo con questa parola tutto: l'affacciarsi dei problemi, le inquietudini nell'affrontarli, i tentativi di svicolare o di ritornare indietro nel tempo e nello spazio, alla ricerca più o meno intensa e disperata di quegli ieri che sono immersi nell'oggi, indispensabili per capire il presente, inutili soltanto a parole, essenziali nel vivere i fatti dei quali forse nemmeno ci rendiamo conto.

Anna Rosa Balducci costruisce in oltre 230 pagine questo convincente romanzo dell'umile quotidiano, reso con efficacia dal titolo "Pane e colazione". Il quale rimanda per contrasto ad un altro libro di mezzo secolo fa, quel celebre "Cioccolata a colazione" (1957) di Pamela Moore, oggetto di venerazione e di scandalo, ritratto della "gioventù bruciata" di Hollywood, di un'America allora sognata, copiata e strapazzata, lontana da tutto quello che dieci anni dopo furono gli Usa. Dai campus in rivolta alla guerra nel Viet-Nam. Anzi per rispettare il rapporto causa-effetto, dalla guerra nel Viet-Nam ai campus in rivolta. Dalla "nuova frontiera" di JFK, alla sua uccisione, a quella di Martin Luther King e di Robert Kennedy .

Nel libro di Anna Rosa Balducci siamo nella provincia pigra che ha tuttavia le sue simboliche figure di qualcosa che agita e tormenta per chi le sa vedere ed interpretare.
Proprio all'inizio del romanzo c'è un passo in cui tutto ciò è riassunto e spiegato, quando Giovanna passa nel centro della città e si trova davanti il tempio malatestiano di Rimini: «Quella figura di pietra bianca è così accomodata in quel punto esatto della terra, eppure lei sa che tra le sue linee si nascondono storiche inquietudini, imprecisate anomalie ideologiche, rabbuffi grotteschi lasciati come criptogrammi da decifrare, apparentemente inesistenti tra la perfezione delle linee evidenti».

Le nostre storie di tutti i giorni sono così, "apparentemente inesistenti", eppure vere, collocate da qualche parte, forse in quella stanza degli affetti smarriti che finisce per essere la vita. Ma grazie al cielo se in quella stanza ci si può ritrovare, o da soli o con la "compagnia" che era partita ed è ritornata, tra il balenare di ricordi e l'illuminazione di speranze.

L'autrice sa ricostruite il legame tra le scene, accompagnare sulla pagina i protagonisti, introdurre il lettore alla varie parti di una storia che non è la documentazione di tutto il possibile oppure di tutto l'accaduto.
Tra il possibile e l'accaduto, esiste un legame ambiguo che è la forza del racconto: per dimostrare che alla fine costano fatica le strade sulle quali si cammina per ritrovare la certezza dei fatti avvenuti, ma che spesso questa fatica non è ripagata dalla certezza.
Il possibile rassomiglia sempre di più all'accaduto, perché l'accaduto resta indecifrabile, fitto di interrogativi, per cui nella vita si corre il rischio di considerare fatti veri quelle che per forza di cose sono soltanto ipotesi, appunto il possibile che immaginiamo successo nel passato o possa avvenire nel futuro.
Verso la fine del libro c'è una scena magistralmente simbolo di questa situazione esistenziale, il treno che si ferma in aperta campagna, e nessuno sa niente né perché si è bloccato né perché poi piano piano, alla fine, è ripartito.
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Grande abilità nella narrazione, segno di una maturità da vera scrittrice, nelle pagine di "Pane e colazione" dimostra Anna Rosa Balducci. C'è una frase che mi ha felicemente colpito, quando l'autrice parla di un vecchio signore, le cui idee "mai erano diventate in lui una gabbia di cattiverie e malefici". Basta questa piccola frase per riassumere un intero saggio sulla vita.

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24 décembre 2007 1 24 /12 /décembre /2007 18:51

Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.

L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
Montenaggi Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».

In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.

Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....

C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».

Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.



Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.

 

Lo ricordai sul web con queste righe.

Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.


Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo.


Ciao, Gianni

Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant’anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.

Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.

C’era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.

Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.

Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c’era andato così, per sport.

Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.

Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l’unico errore della sua vita.

Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.

Nel gennaio del ‘67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.

Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del ’900. Ciao, Gianni.


L'anno scorso è scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro amico:
«Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno».

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22 décembre 2007 6 22 /12 /décembre /2007 17:56

Sorriso

Una delle più appassionate discussioni tenutesi di recente in città, riguardava l'identità di Rimini. Insomma, per la serie «Chi siamo, dove andiamo», molti sono intervenuti sostenendo tutto ed il contrario di tutto.

Si è partiti dall'influsso dei segni astrologici e da una querelle protrattasi ufficialmente dal 1613 al 1623 per stabilire se la città dovesse essere posta sotto il segno del Cancro o dello Scorpione. Il segno dello Scorpione è stato scelto alla fine dal segretario comunale. Quando si dice il potere della burocrazia...

Si è poi passati quasi inavvertitamente attraverso le vicende dell'Ottocento, soprattutto pensando alla nascita del turismo in età papalina, per arrivare in conclusione a (indovinate un po'), sì proprio a lui a Federico Fellini.

Del quale in città si è detto sempre molto a vanvera, per cui dovrebbe nascere un Ente di tutela del vero pensiero felliniano, allo scopo di evitare le (inevitabili) sofisticazioni del mercato delle sue idee.

Fellini475_foto Certo è che Fellini quando era vivo, era snobbato dai concittadini. Adesso è diventato una gioiosa macchina d'affari che lavora benissimo, e che serve altrettanto benissimo al nome di Rimini in campo turistico.
Ma occorrerebbe che gli interpreti non ufficiali ci andassero piano a tirarlo in ballo ad ogni piè sospinto, come chiave universale per spiegare ogni fenomeno esistente e tutta la realtà del presente, passato e futuro di Rimini.

La Rimini all'inizio del secolo XXI non ha scene divertenti come in «Amarcord» con i sultani accompagnati da una cinquantina fra dignitari, favorite, eunuchi e servitori: «grasso che cola per Federico Fellini», ha commentato Sergio Zavoli in un articolo del 25 ottobre 2004, a testimoniare ed a confermare che nulla di crea e nulla si distrugge, a Rimini, se non passa attraverso la macina e la bacchetta magica del regista dei «Vitelloni».


I problemi sono tanti, e diversi perché il mondo cambia, oggi non ricchi sultani ma poveri «extracomunitari», come li definisce la legge, arrivano da noi a chiedere, bussare, e talvolta ad inquietare il sentire comune.

Davanti alle situazioni nuove che si creano (non c'è spazio qui neppure per elencarle), chiedersi se esista ancora un'identità riminese, rassomiglia tanto all'operazione astrologica del 1613 quando il dilemma riguardava il segno sotto cui considerare posta la città.


Con una piccola differenza, che oggi per sapere qualcosa del futuro di Rimini, bisognerebbe rivolgersi non agli astrologi ma ai maghi del cemento, i cosiddetti palazzinari. Loro sì che sanno come andrà a finire.

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Published by antonio montanari - dans Rimini
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