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7 décembre 2013 6 07 /12 /décembre /2013 15:51

Il cane da guardia.
Giornalismo e politica a Rimini in crisi.

Lettera a "il Ponte", 7 dicembre 2013


Caro Direttore don Giovanni Tonelli,
il tuo editoriale apparso nel "Ponte" dell'8 dicembre scorso, lancia un giusto ed onesto allarme sulla crisi di Rimini.
Fonte bene informata mi spiega che la "situazione" dell'aeroporto di Miramare era nota agli addetti ai lavori già da sei anni. Noi "semplici cittadini", come recitavano le cronache politiche di un tempo, abbiamo smesso da parecchio di meravigliarci, non perché dotati di particolare sensibilità, ma soltanto in virtù del fatto che alla favola della cicogna non abbiamo mai creduto. Né ci crediamo soprattutto ora.
Un Comune come Rimini, che per la prestigiosa carica di Assessore alla Cultura va in prestito a Cesena onde trovare una persona degnissima, racconta forse in maniera trascurata ma efficace una certa visione del Mondo che non è considerata meritevole di attenzione.
All'inizio di questo secolo XXI, a Rimini si facevano grandi (e strani) progetti, proprio mentre da molto lontano arrivavano chiari segnali della crisi economica mondiale incipiente, che ora ha ridotto noi italiani come dei naufraghi senza scialuppa di salvataggio. E a chi, come il sottoscritto, ne scrisse qualcosa sopra un quotidiano locale, arrivò la risentita risposta politica che rivendicava, con elegante ma sovrabbondante retorica, l'inconfessata superiorità della classe dirigente amministrativa che si autoproclamava unica depositaria della funzione di decidere.
L'aumento dell'astensionismo alle urne, e quelle forme partitiche classificate con la controversa etichetta di "populismo", confermano un unico dato di fatto: i cittadini non riescono più a sopportare ("digerire") questi politici, con una giudizio sommario che fa di ogni erba un fascio, in una notte scura in cui tutte le vacche sono nere.
Ma è colpa dei cittadini o colpa dei politici che hanno servito a tavola cibi indigesti al punto che l'inventore della riforma elettorale appena bocciata dalla Corte Costituzionale, l'aveva definita una "porcata"? Veniva allora, e viene ancora, facile il gioco di chiedersi se quella etichetta fosse una specie di autobiografia volontaria, confessata per orgoglio di appartenenza ad una certa linea politica.
Hai molta ragione, caro direttore, nel sottolineare, chiudendo l'editoriale, questi aspetti: 1) individualismo dei riminesi, 2) furbizia di certe persone o gruppi, 3) loro recita pubblica, litigando soltanto sui giornali locali (secondo la vecchia lezione dei proverbiali "ladri di Pisa").
L'ultima tua annotazione ("Ognuno però ha il peso di una classe politica che si merita"), centrando il tema con efficacia, abbisognerebbe di un approfondimento che lo spazio non ti permetteva.
Anche tu credi che la libera stampa sia il cane da guardia della democrazia. Per questo, quel cane non deve abbaiare alla luna, ma deve registrare ed illustrare, giorno dopo giorno, tutto quello che non va, senza guardare in faccia a nessuno.
In tempi in cui la crisi della stampa tradizionale fa temere la scomparsa dal formato di carta per molte testate, facendole rifugiare nel mondo del web, occorrerebbe che la gente comune sentisse il bisogno di un'informazione indipendente (come quella che dimostra il tuo fondo), affiancandosi con un sostegno economico al giornale che legge.
Il quale sostegno dovrebbe garantire al cane da guardia il cibo che altrimenti sarebbe costretto ad attendere da altre mani. Un cibo che, se offerto gratis, sempre contiene delicati e dolci sonniferi perché poi il lettore, alzando gli occhi attorno a sé, non veda quanto accade.
Cordiali auguri a tutti.
Antonio Montanari

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1 décembre 2013 7 01 /12 /décembre /2013 14:46

Nel 1997 ho citato l'opinione di Scevola Mariotti in una nota al testo della Storia di Rimino dalle origini al 1832 di Antonio Bianchi, nel cap. 12 dedicato all'XI secolo: «Mariotti precisa che questa nuova lettura comporta conseguenze "di ordine storico". Ed ha ragione: se Bennone fu ucciso, il fatto va inquadrato in lotte precomunali nel corso delle quali egli sarebbe stato colpito per il ruolo di "pater patriae" che gli viene attribuito da Angelo Battaglini, in Saggio di Rime, Rimini 1783, pp. 8-14».
Delle lotte precomunali si occupa lo stesso Antonio Bianchi proprio all'inizio del suo cap. 12, come necessaria introduzione alla raccolta delle notizie elencate in successione cronologica: «Se la prima metà di questo secolo non fu totalmente pacifica pel nostro paese, peggiore di molto dovett'essere l'altra metà, giacché alleggeritosi in Italia il predominio dell'autorità imperiale, crebbe talmente lo spirito d'indipendenza, che ogni città, ogni vescovo ed ogni conte, insomma qualsiasi persona potente, che avesse mezzi da sostenersi voleva farla da padrone assoluto…».
Degna di analisi è la parte dello scritto di Antonio Bianchi dedicata al «pater civitatis»: «Oltre i conti, altra autorità esisteva nelle nostre città col titolo di "pater civitatis", che doveva essere il capo della magistratura civile; il più antico di cui ci sia rimasta memoria è un certo Bennone, morto fra il 1028 e il 1061; del medesimo abbiamo un pomposo elogio scritto da San Pier Damiano, il quale aveva ottenuto dallo stesso Bennone e da altri di sua famiglia molti terreni, sopra uno dei quali fabbricò il monastero di San Gregorio in Conca, che nel 1071 lo stesso San Pier Damiano mise sotto la protezione del vescovo di Rimini e dei suoi successori. Molto ricca e potente era la famiglia di quel Bennone, possedendo castelli e molti terreni, come rilevasi dai documenti pubblicati dal chiarissimo canonico Battaglino».
[…]
Partendo proprio dall'epitaffio di Pier Damiano, Francesco Gaetano Battaglini osserva: «certamente se n'ha a dedurre, che quel Pater patrie della città nostra fu l'unico depositario della giustizia, e della pace de' Riminesi». E conclude che non si può «credere, che ad un uom sì giusto, e sì reputato, e che pel governo da sé fatto meritò encomio sì degno, fosse prima di sua morte tolta di mano la bilancia della giustizia»
Nel 2010 esce il primo volume della «Storia della Chiesa riminese», intitolato Dalle origini all'anno Mille, dove si parla di «Bennone figlio di Vitaliano detto Bennio, che nel 1014 dona al figlio Pietro il castello di Morciano», e lo si dichiara «un importante esponente del ceto dirigente riminese, definito da Pier Damiani decus regni, pater patriae, lux Italiae». In nota, si rimanda al testo sopra esaminato del 1999, senza ulteriori notizie. Recensendo sul web questo volume, facevo notare quello che mancava sulla figura di Benno, e che il lettore ha già qui appreso da quanto scritto. La risposta ufficiale mi è venuta nel 2012 dal secondo volume della stessa «Storia della Chiesa riminese», dove lo studioso che ha composto il saggio del 1999 ha osservato: l'ipotesi di Scevola Mariotti (che «alluderebbe alla morte violenta di Bennone»), «è accolta dal Montanari, che inquadra il fatto in non meglio precisate lotte precomunali». E qui si rimanda alla mia già cit. nota di p. 99 alla Storia d'Antonio Bianchi.
Come ho sopra osservato, è lo stesso Antonio Bianchi che a p. 94 della sua opera scrive: «alleggeritosi in Italia il predominio dell'autorità imperiale, crebbe talmente lo spirito d'indipendenza, che ogni città, ogni vescovo ed ogni conte, insomma qualsiasi persona potente, che avesse mezzi da sostenersi voleva farla da padrone assoluto». Queste sono le lotte precomunali riassunte dall'autore stesso della Storia di Rimino, che evidentemente non è stata fornita integralmente al censore per rispondere alle mie osservazioni. (Posso ipotizzare, come ho scritto allo stesso autore del saggio, che persone poco informate dei fatti gli abbiano fornito, per pura malevolenza nei miei confronti, fotocopia soltanto della p. 99 dell'opera di Antonio Bianchi, e non di tutto il capitolo che inizia a p. 94…)
Nel passo che mi riguarda in questo vol. II della «Storia della Chiesa riminese», immediatamente dopo la citazione riportata, si legge: «Di avviso diverso sono stati, invece, i traduttori dell'opera omnia del Damiani, i quali rendono il passo con una versione più neutra, che esclude ogni riferimento a effettive vicende politiche riminesi: "grazie a lui si rafforzò la pace e scomparvero le minacce di guerra"» . Non si tratta, in verità, di offrire versioni più pronunciate o neutre del testo in questione, ma soltanto di comprendere, come ho già scritto, il costrutto sintattico sottolineato da Scevola Mariotti. Il verso edito da Lokranz come «per quem pax uiguit, bellica sors perimit», non può avere altra versione che quella suggerita da Mariotti stesso («la guerra uccise colui per merito del quale fiorì la pace»), in virtù soltanto della ricordata regola sintattica dell'«antecendente pronominale» omesso. D'altro canto, non è colpa del lettore se in una stessa pagina dell'Opera omnia di Pier Damiano, come abbiamo visto, il ricordo di un verso dell'Eneide ha un doppio errore nel rimando al testo e nella citazione testuale (per cui, come si è visto, «gentis» diventa «genti»). Non è certo colpa della vista del Montanari a cui sfuggono i contorni. Errare humanum est, sed perseverare… E soprattutto non sta bene perseverare quando di tratta di una storia della Chiesa. O forse, proprio per questo, il Maligno meglio si cela tra le pagine dei relativi libri? (Viene purtroppo in mente l'«Agnosco stilum…» di Paolo Sarpi.)
Antonio Montanari

Al testo completo di questo saggio. [Web]

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30 juillet 2013 2 30 /07 /juillet /2013 17:32

Il mio 1943 è quello di un bambino di pochi mesi (sono nato alla fine dell'agosto precedente), che ne ha avuto contezza attraverso i racconti di famiglia.
Diceva mia madre Maddalena Nozzoli che gentilmente a casa nostra, in Palazzo Lettimi, posto al centro della città a due passi dal Tempio di Sigismondo Malatesti, in quel gennaio arrivò la polizia politica a perquisire l'abitazione, in relazione all'arresto di suo fratello Guido, preso a Bologna, dove svolgeva servizio militare.
L'imputazione era di attività sovversiva mediante la distribuzione di volantini intitolati "Non credere, non obbedire, non combattere". Aveva fatto la spia un amico o conoscente, di cui ho saputo soltanto che Guido una volta lo incontrò a Roma in un bar, lo guardò fisso in volto, e quello si mise a tremare rovesciandosi addosso il caffellatte che stava sorseggiando. Parole dello stesso Guido.
(L'espressione "ho avuto contezza", era un modo tipico di esprimersi dello zio, non una stravaganza mia.)
Tra i capi d'imputazione, oltre al reato di "attività politica contraria al regime", c'era pure quello di essere detentore di libri proibiti dal regime, come il "Tallone di ferro" di London o "La madre" di Gor'kij, libri che peraltro "venivano venduti anche sulle bancarelle". Lo raccontò lui stesso in una manifestazione intitolata "Autobiografia di una generazione", i cui atti con lo stesso titolo sono stati poi pubblicati a stampa (1983).
Talora, quando compro qualche libro alquanto compromettente, come quelli un po' scottanti di Storia passata o recente, mi viene da pensare a quell'imputazione, al fatto che potremmo anche noi essere accusati di leggere testi non graditi al Potere politico.

Fonte di questa pagina: un mio articolo del settimanale "il Ponte" (09.12.1990), ed il volume "I giorni dell'ira".

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

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24 juillet 2013 3 24 /07 /juillet /2013 16:28

Il 18 luglio l'ultima sfilata dei giovani fascisti percorre le vie di Rimini, con inni e discorsi. La banda della GIL intona gli inni della patria e della rivoluzione. La solita musica. Che stava per cambiare. I primi manifesti antifascisti apparsi nel giugno '43 nelle sale d'aspetto delle stazioni ferroviarie fra Rimini e Imola, sono nati nelle riunioni della parrocchia di San Nicolò fra Ercole Tiboni, Renato Zangheri e don Angelo Campana, insegnante di Religione al liceo classico. Tiboni diventerà socialista, Zangheri comunista. Oggetto degli incontri, ha ricordato Vincenzo Cananzi, erano temi vari: "dal significato della democrazia, al valore dell'economia di mercato, dai rapporti fede e politica alla liceità della ribellione ai regimi totalitari, dalle differenze ideologiche tra i vari partiti politici ai mutamenti da introdurre nell'economia al termine della guerra".

"Qualcosa allora aveva cominciato a muoversi nel sottosuolo della città, sia pure impercettibilmente", ha scritto Faenza raccontando il periodo tra la fine del '42 e l'inizio del '43: "Alcuni giovani, toccati dalla resistenza armata russa e dalla sua capacità controffensiva a Stalingrado, avevano cercato contatti con elementi antifascisti. Altri giovani tra cui lo Zangheri, allora attento lettore di scritti tomistici, si erano invece interessati agli incontri di studio sulla dottrina sociale della Chiesa e sul pensiero di don Sturzo, presso la Fuci di via Bonsi, a cui era presente l'ex popolare Giuseppe Babbi e qualche volta Benigno Zaccagnini".

A Rimini "c'erano poi i ragazzi sfollati dalle città del Nord. Un centinaio circa, disseminati per le varie scuole e nei due licei. Costoro avevano portato con sé, nelle classi, un'atmosfera diversa, il clima del dramma delle loro città che poteva per essi volgersi in tragedia, ma che intanto imponeva agli altri, anche ai meno sensibili, una pausa di riflessione, scuotendoli da una sonnolenta atmosfera provinciale".

Zangheri, che nella primavera del '43 organizza la lettura di un dattiloscritto che riproduce la vita di Gramsci scritta da Togliatti, a diciassette anni nel 1942 ha collaborato al periodico studentesco fascista riminese Testa di Ponte scrivendo contro "i vigliacchi di pensiero e dell'azione". Ma ha pure polemizzato con Glauco Jotti portavoce di quegli squadristi a cui prudevano le mani e stavano in attesa di un semplice ordine per usare il manganello: "Assaltiamo per ora noi stessi […] perché ognuno ha le sue colpe, e se qualcosa vi è ancora di lercio nella nostra coscienza, togliamolo".

A Testa di Ponte ha collaborato anche Sergio Zavoli: "Oggi più di ieri abbiamo bisogno di scuotere i famosi "montoni belanti", "pecore rognose"… Attorno a te c'è ancora troppa gente che non sa e non è degna di vivere questo grande momento… Deve essere dato a tutti il privilegio di ‘vivere' e ‘vincere'. Con ogni mezzo". In un altro suo articolo si legge: "Io non sono psicologo: pure con la fiducia nelle nostre idee e in quelle delle generazioni capaci di comprenderci, arriveremo!".

La tragedia della guerra, con la constatazione di quanto fosse stato illusorio il sogno di un conflitto rapido e con la scoperta di un'impreparazione militare che andava a scontrarsi con i miti del guerriero fascista, costringe ad una scelta i ragazzi allevati al canto di Giovinezza. Sono studenti, operai, contadini. Le documentazioni storiche limitano spesso il discorso a quel gruppo di giovani, quasi sempre intellettuali, che hanno potuto e saputo riproporre le vicende della guerra, attraverso scritti ed interventi. Per gli altri basta riandare alle cronache dolorose di quei mesi tra '43 e '44, ed allora ritroviamo accanto ad un professore di scuola media come il santarcangiolese Rino Molari, il ferroviere di Rimini Walter Ghelfi, entrambi fucilati a Fossoli nel luglio '44 assieme ad Edo Bertaccini di Coriano, capitano dell'ottava brigata Garibaldi.

La contestazione, tra serietà di un impegno politico che s'affacciava pallido nell'ansietà giovanile e goliardate che avevano mosso alcuni nelle occasioni ufficiali del regime, diventa opposizione, sacrificio personale, rischio della lotta. È la guerra. La guerra civile. Compagni delle stesse classi e nelle stesse adunate si ritrovano nemici su barricate opposte. Le strade si sono divise.

[Pagina tratta dal cap. II de "I giorni dell'ira. Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino".] 

Alle 22.45 del 25 luglio 1943 l'Eiar trasmette la notizia della caduta di Mussolini. Il duce è stato arrestato alle 17 all'uscita da un breve colloquio con Vittorio Emanuele III a Villa Savoia sulla via Salaria. Fatto salire dai regi carabinieri a bordo di un'ambulanza, è trasferito a Ponza, poi tradotto alla Maddalena ed a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Quel pomeriggio tra i soldati ignari trasportati all'improvviso dalla Cecchignola a presidiare l'immenso parco di Villa Savoia, c'era il romagnolo Gino Pilandri. La mattina dopo, ha ricordato Pilandri a Bruno Ghigi, il re "piccolo, traballante, sorretto da due ufficiali perché non scivolasse nell'erba", andò a distribuire tavolette di cioccolata ai militari rimasti in servizio per tutta l che "non sapeva darsi pace", ben noto in città.

La stessa mattina alcuni sammarinesi s'incontrano a Rimini nello studio del dentista dottor Alvaro Casali, allo scopo di organizzare una manifestazione per indurre il governo di San Marino alle dimissioni. Tra 27 e 28 luglio sono arrestati alcuni esponenti del fascismo riminese: Giuffrida Platania, Perindo Buratti, Eugenio Lazzarotto, Giuseppe Betti e Valerio Lancia (che era stato anche il federale della città). Li libereranno i tedeschi il 13 settembre. Racconterà Buratti: "Il 27 o 28 luglio del '43 andai a Roma. Mi accompagnai col capitano dei carabinieri Bracco che da Rimini era stato trasferito a Roma… Quando, dopo una decina di giorni, tornai, il mio amico e fascista Motta, commissario di PS mandò un agente a casa mia -abitavo in piazza Malatesta- a vedere se c'ero. E poiché c'ero mi mandò a dire che andassi da lui. Non temessi: era un amico e un fascista. E mi mise in galera. Per protezione, mi disse". 

Qualche altro personaggio in vista cerca raccomandazioni per il futuro, presso gli antifascisti. È il caso dell'avv. Salvatore Corrias, dell'Istituto di Cultura fascista, che va a trovare il socialista Mario Macina, padre di quell'Ennio picchiato quattro anni prima dal pugile Benito Totti per aver denigrato il passo romano con movenze frivole. Corrias è il primo a fare discorsi antifascisti in piazza.

Otto settembre, tutti a casa. Qualcuno organizza la resistenza ai nazifascisti, come Carlo Capanna, uno studente riminese dell'Accademia aeronautica di Forlì, che se ne scappa a Meldola con un fucile, una pistola ed un grosso pacco di caricatori per il fucile. Il 10 settembre, giorno dell'occupazione tedesca di Roma, a Rimini due autocarri-radio dei nazisti s'installano in piazza Giulio Cesare. L'11 una pattuglia di motociclisti germanici giunge sul piazzale della nostra stazione ferroviaria. Il 12 alcuni reparti nazisti presidiano i punti nevralgici della città. I Comandi tedeschi occupano i migliori alberghi.

Lo stesso giorno la prefettura di Forlì pubblica un bando del Feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante in capo tedesco in Italia, che segna la resa italiana ai nazisti: "Il territorio dell'Italia a me sottoposta è dichiarato territorio di guerra. In esso sono valide le leggi tedesche di guerra". Soldati, ufficiali e comandanti italiani che opporranno resistenza agli ordini emanati dai tedeschi verranno trattati "come FRANCOTIRATORI". Sui proclami dei nazisti, nottetempo sono apposte strisce con "A morte i tedeschi e i fascisti", stampate a Morciano dalla tipografia di Luigi Cavalli.

Mussolini il 12 settembre è liberato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, da un commando di paracadutisti tedeschi che lo conduce in Germania. La notizia mette in agitazione la Milizia riminese: un suo reparto sfila velocemente per il corso d'Augusto. Il 18 Mussolini parla da Radio Monaco: "Sono sicuro che la riconoscerete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili". È una voce stanca che aveva perso i toni abituali. Nasce la repubblica sociale italiana, la famigerata "repubblichina" di Salò. L'Italia è divisa in due. Al Nord ed al Centro, tedeschi e fascisti. Al Sud, il regno che ha per capitale Brindisi (e Salerno dall'11 febbraio 1944).

"Il fascismo della Repubblica sociale non fu un fenomeno marginale e neppure l'ultima impennata di un regime destinato a scomparire." [L. Klinkhammer]

I tedeschi fanno scuola ai ‘nuovi' fascisti di Salò: dal berretto nero (copiato da quello delle SS tedesche), fino alla ferocia dell'"occhio per occhio, pietà l'è morta", ed agli atteggiamenti contro gli ebrei: "Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica". Rispuntano i ras del terrorismo ad ogni costo. I tedeschi trattano i repubblichini con distacco. Non si fidano. E la gente? "Nessun popolo gradisce la presenza nei propri territori di forze armate straniere emananti decreti e ordinanze e esercenti atti di imperio": lo sostiene Mussolini sul Corriere della Sera.

La sera del 12 settembre, a Rimini, i repubblichini Paolo Tacchi, Perindo Buratti e Gualtiero Frontali s'incontrano nello studio di quest'ultimo in via Bonsi con un gruppo di antifascisti cittadini, in vista di un patto di non aggressione per evitare massacri "tra gli italiani". Racconterà Buratti: "Ci riunimmo per salvare Rimini dai tedeschi al di sopra delle inimicizie di parte, animati solo da amor di patria". Tacchi non ha mai parlato di quell'incontro, il cui spirito però lo si può dedurre da parole che lui stesso scrisse a proposito della costituzione del fascio repubblichino: "Difesa morale e materiale dell'Italia" soprattutto nei confronti dei tedeschi.

Il comunista Decio Mercanti ricorda che la riunione "venne indetta nell'intento di gettare le basi per la costituzione di un Comitato di Concordia tra fascisti e antifascisti", che "avrebbe dovuto portare alla pacificazione fra le due parti per impedire delle rappresaglie". Nei repubblichini forse agiva il ricordo di un'analoga iniziativa del 2 agosto 1921, quando Mussolini cercò invano di eliminare dal suo partito le punte estremistiche ed eversive dello squadrismo agrario, e propose un patto di pacificazione col partito socialista e con i sindacati, che durò soltanto fino a novembre.

L'atteggiamento conciliatorio dei repubblichini riminesi si ritrova anche in altre città. A Ferrara il federale Igino Ghisellini "propone un accordo con i partiti antifascisti" e "concorda una tregua tra le parti". La sua è una "posizione tollerante" che si scontra con la linea dura di Pavolini, Farinacci, Ricci e Mezzasoma. A rimetterci è lo stesso Ghisellini: egli avrebbe voluto portare al congresso del pfr a Verona (14 novembre '43) il suo progetto di pacificazione nazionale, di accordo con i partiti antifascisti e di tolleranza per i protagonisti del colpo di Stato del 25 luglio. Ma proprio quel 14 novembre Ghisellini è ucciso in modo misterioso. Viaggia in auto. Il suo corpo, trapassato da sei colpi di rivoltella, è trovato senza stivali e senza portafogli nella cunetta della strada provinciale che porta al paesino dov'era sfollato. L'assassinio è attribuito ai partigiani, anche se i carabinieri dimostrano che il federale è stato ucciso da qualcuno che viaggiava con lui. In seguito si diffonde la voce che Ghisellini è stato ammazzato dai suoi. Lo stesso 14 novembre avviene la vendetta nella città di Ghisellini, a Ferrara, con i tredici martiri del Castello.

Pagina tratta dal cap. II de "I giorni dell'ira. Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino".

 


Il 25 luglio a San Marino.
Quando la sera del 25 luglio 1943 alle 22.45 la Radio italiana annunciò la caduta di Mussolini, all'albergo Titano (noto covo dei fascisti sammarinesi), si svolgeva la solita partita a poker dei capi locali. Il segretario di Stato Giuliano Gozi "rimase tranquillissimo", mentre suo fratello Manlio (segretario del pfs) "fu colto da emozione".
Ricorda Federico Bigi che da Roma arrivò una telefonata del console sammarinese: Badoglio è nostro amico, non c'è nulla da temere. "La serata si chiuse con questo commento umoristico di Giuliano Gozi: 'Allora vorrà dire che a Palazzo al posto del duce metteremo il ritratto del maresciallo Badoglio'".
C'era poco da ridere, per la verità. Anche San Marino stava per cambiare aria. Ma non senza traumi. Anzi, la Repubblica dovrà vivere momenti assai dolorosi.
"L'ora della resa dei conti era giunta anche per questi parodianti buffoni, e vani risultarono gli espedienti posti in atto il giorno 26 luglio, colla pubblicazione di un manifesto della Reggenza del tempo, in cui alle suadenti e fraterne raccomandazioni di calma e disciplina, si aggiungevano minacce di applicare con rigore le leggi contro coloro che intendessero turbare l'ordine pubblico. Non mancava il pistolotto in elogio al Maresciallo Badoglio che lo si considerava un caldo amico della Repubblica. Questa ostentata premessa che mascherava una latente paura, non servì che a prolungare di poche ore la vita dell'infausto regime": è una testimonianza del dottor Alvaro Casali.
Gli antifascisti locali si riunirono subito a Rimini, il pomeriggio del 26, nell'ambulatorio dello stesso dott. Casali, un socialista che nel '40 era stato costretto ad emigrare in Francia, da dove era tornato dopo l'occupazione tedesca, aprendo due studi, uno a Borgo ed uno a Rimini.
Da quell'incontro, nasce il progetto di una manifestazione popolare che si tiene il 28 luglio al Teatro del Borgo, alla presenza di una folla strabocchevole.
La vedova del dott. Casali, Antonia Amadei, ricorda che da Borgomaggiore gli antifascisti in corteo salirono al Palazzo della Reggenza, "per chiedere le dimissioni del Governo e lo scioglimento del Consiglio fascista".
Il giorno prima, 27 luglio, era stato sciolto il partito fascista sammarinese. Nella riunione del 26 a Rimini, era nato il "Comitato per la libertà" che il 27 tiene una seconda riunione "nella quale si decise di rompere ogni indugio e di passar la sera stessa all'azione, soprattutto perché nella stessa mattina i fascisti di San Marino avevano assunto un atteggiamento di sfida ed avevano promesso, siccome il loro vecchio sistema, bastonate e piombo ai loro oppositori", si legge in un numero unico del Comitato stesso, edito il 3 settembre, con il titolo "28 luglio".
"La notte non si dormì", prosegue il foglio: "Giovani vibranti d'entusiasmo e di fede s'irradiarono per ogni frazione della Repubblica, chiamando a raccolta il popolo alla riscossa...". All'alba del 28, "una folla, forse non mai adunata nel nostro paese", invase "le anguste vie del Borgo, raggiante di sole e di gioia".
Campane a festa.
Il comizio di Borgo fu presieduto da Francesco Balsimelli che poi guidò il corteo assieme all'avv. Teodoro Lonfernini e ad Alvaro Casali.
"Si svolsero lunghe trattative dei dimostranti con i Capitani Reggenti che infine decretarono lo scioglimento del governo. A mezzogiorno fu costituito un governo provvisorio di venti membri, che nel pomeriggio fu poi allargato a trenta. Tra i quali mi ritrovai anch'io, ventitrenne", spiega Federico Bigi, noto esponente democristiano.
Suonarono a festa tutte le campane. Alla testa del corteo c'erano le bande musicali, racconta una cronaca del tempo, dove si legge anche che i fascisti sammarinesi si erano illusi di tenere il potere pure dopo il crollo di Mussolini.
Chi erano gli uomini del fascio sul Titano? "Praticamente... un unico personaggio con i suoi famigliari riassumeva tutti i poteri effettivi. Si tratta di Giuliano Gozi, al quale non si perdona d'esser stato accentratore assolutista, despota, segretario al Ministero degli Interni; egli assunse anche quello degli Esteri, vale a dire l'intero Gabinetto sammarinese che si compone appunto di due soli Ministri", prosegue quella cronaca.
Come un dittatore, "S.E. Gozi nominò vice cancelliere un suo cugino, Enrichetto Gozi, e Segretario del partito fascista sammarinese il fratello Manlio".
[Pagina tratta dal cap. II de "28 luglio 1943, San Marino volta pagina. I giorni dell'ira, 4. Settimanale "il Ponte", Rimini, 04.03.1990.]

Antonio Montanari
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7 juillet 2013 7 07 /07 /juillet /2013 17:03

Barafonda, ipotesi sul nome.

Intervista alla scrittrice Anna Rosa Balducci

 


Perché la "Barafonda" di Rimini si chiama così? Lo chiediamo alla nota scrittrice concittadina prof. Anna Rosa Balducci.
"A Rimini, in Via Onofrio Tommasini (dal civico 14 al civico 24) esiste una vasta area in cui sorge un agglomerato di edifici, in uno dei quali ho abitato da zero a quattro anni (dal 1952 al 1956)". 
Quell'area a dune, canneti e acquitrini, fu acquistata dal bisnonno della scrittrice, Giovanni (1853-1927), che vi costruì la prima casa.
Si possono fare due ipotesi sull'origine del nome "Barafonda". La prima è stata raccontata "fino agli anni sessanta, anche nelle scuole, da Balducci Maria, l'ultima dei nove figli di Giovanni: Giovanni arrivò in zona, vi costruì la prima casa e su suggerimento di un amico, forse di un cugino, reduce dal Brasile, scrisse su una tavola di legno, con vernice rossa, 'Barafonda', ricordando la località del distretto di San Paolo Bara-Funda. Tale scritta denominò la via in cui è ancora locata la sua casa per parecchio tempo, finché in età fascista venne chiamata Vico Angelini, per poi essere definitivamente denominata Via Onofrio Tommasini".
Seconda ipotesi, "memorizzata a lungo nei racconti familiari: lo stesso Giovanni e la moglie Angela furono per un lungo periodo in Brasile, presumibilmente nei pressi della località Bara-Funda e loro stessi battezzarono la zona limitrofa all'attuale via Onofrio Tommasini, quando fecero ritorno in patria, ricchi di una pignatta d'oro che avevano portato appresso. Questo valse loro il nomignolo 'Pignatta' e alla zona l'appellativo di 'Barafonda', nonché di 'Ghetto dei Pignatta'. Pare certo che qualcuno della famiglia fosse stato in Brasile e avesse condotto con sé, in patria, questo nome. L'esistenza di una piccola collettività di migranti dal Brasile è confermata da alcuni testimoni esterni alla famiglia (uno, morto qualche anno fa, soprannominato 'Parigi', ne faceva esplicita menzione). Pare essere stata l'evocazione paesaggistica a suggerire questo singolare battesimo (analogie con il paesaggio brasiliano)".
Una postilla di autobiografia famigliare è in queste parole della prof. Balducci, docente di Lettere nelle scuole superiori: "Uno dei nove figli di Giovanni e Angela fu Luigi Balducci, mio nonno, morto nel 1922 per le ferite della prima guerra. Lasciò la moglie, Sammarini Pia e due figli, Mario e Guido (mio babbo), di sette e due anni. Uno dei nove figli di Giovanni e Angela fu Lodovico, babbo di Carlo Alberto Balducci, cugino di mio babbo Guido".
Carlo Alberto Balducci è stato un noto docente, apprezzato studioso e serio scrittore, comparso nel 1991.
Prosegue Anna Rosa: "Carlo Alberto amava questa ricostruzione storica e ne parlava,all'occasione, arricchendola di inflessioni letterarie. Le fantasie e le memorie sono diverse, la memoria storica affidabile e consolidata dal vissuto è andata perdendosi negli ultimi trenta anni . Il ricordo di mio babbo Guido della antenata trasformata in visione latinoamericana (la donna con la pipa, ecc.) è da verificare, forse corrisponde alla nonna Angela, o forse ad un'altra figura femminile. E' possibile recuperare materiale filologicamente credibile al catasto storico, negli archivi personali dei sopravvissuti piu' anziani (ormai pochi) e negli archivi parrocchiali (la zona apparteneva alla parrocchia di San Giuliano martire)".
Di Anna Rosa Balducci è appena apparso in "Racconti emiliani. 3" a cura di Elisa Pellacani un testo pubblicato sul Rimino nel 2005, "Auschwitz e la balena".

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5 avril 2013 5 05 /04 /avril /2013 17:46

«Cara Rimini» [1996]
...una lettera per descrivere la città, o da scrivere a lei

 

 

Nelle mie private intenzioni, quest'articolo vuole essere una lettera per descrivere la nostra città, o da scrivere a lei (ad essa, per i puristi). Dovrebbe servire a spiegare concretamente una proposta che ho fatto in fretta al direttore del nostro giornale: affidare alla penna di alcune persone, che vivono ed operano tra noi, il compito di svolgere lo stesso tema di queste righe.
Il direttore ha già capìto di che cosa si tratti, ma adesso devo comprenderlo io. «Confidando nella pubblicazione della presente», siccome non sono un teorico mi faccio un esempio a mio uso e consumo: credo che avesse ragione «don Benedetto» (Croce) quando scriveva che uno non può dire di avere in testa un bel quadro, bisogna che lo dipinga.
Lo so. Le parole di Croce sono più intelligenti ed eleganti delle mie. Dato che (come derideva Palazzeschi), «ci sono professori, oggidì, a tutte le porte», per chi legge armato di matita rossoblù mi corre l'obbligo di fornire giusta etiamque legittima citazione. Allora, vedasi B. Croce, Aesthetica in nuce, Laterza, III ed. (1954), pag. 21, al capitolo intitolato «Intuizione ed espressione»: «Un'immagine non espressa, che non sia parola […] parola per lo meno mormorata tra sé e sé […] è cosa inesistente».
Proviamo a mormorare qualche parola, entrando direttamente nel tema. Cominciamo da una pagina pubblicitaria che ho sotto gli occhi, dai settimanali di giugno, dove si legge: «Rimini. Undici parole al sole». Segue l'elenco. «Mitica. Vicina. Solare. Complice. Soave. Dinamica. Notturna. Aperta. Nobile. Intelligente. Instancabile». Per la verità, stando al buon senso le «parole al sole» dovrebbero essere soltanto dieci. Come fa ad essere al sole anche la Rimini «notturna»? E poi, ma non per pignoleria, la Rimini «solare» che sta «al sole» non è un'inutile ripetizione?
Questa pubblicità ci obbliga a riprendere almeno uno di quegli undici aggettivi, o al contrario ci autorizza a scartarli, non citandoli per non apparire privi di fantasia?
La Rimini «nobile» qual è? E che cos'è? È l'eleganza dei suoi monumenti, sono le geometrie del pensiero umanistico che traducono nelle linee armoniose del tempio di Sigismondo un sogno di perfezione che alimentò le utopie dei filosofi del Quattrocento italiano? È la luce che il tempo aveva offuscato, e che i restauri hanno restituito al suo originale splendore, il quale commuove il visitatore odierno, obbligandolo a riflettere che quella tonalità cromatica, che la patina dei secoli aveva deturpato e cancellato, è la stessa che videro i Malatesti, l'Alberti, gli uomini e le donne della sua corte?
Ma per contrasto, la Rimini «nobile» potrebbe anche essere quella decaduta, abbandonata ed avvilita dell'anfiteatro, l'illustre e sconosciuto monumento romano che potrebbe diventare simbolo delle incurie pubbliche, avendo in buona compagnia sia il palazzo Lettimi (ancora lì con le sue macerie della guerra), sia il teatro che non c'è, che rassomiglia agli scenari di cartapesta dove i fotografi di inizio secolo facevano infilare la testa di una persona, per ritrarla con un vestito o su di uno scenario dipinto. Del teatro c'è la facciata, ci sono due sale, ma non c'è l'anima stessa da cui discende la parola. Non c'è un palcoscenico, non c'è una platea. E continuano a chiamarlo teatro.
La Rimini «nobile» è quella dei ricordi del Kursaal distrutto non dalle bombe ma dagli uomini, come pure la chiesa di Sant'Antonio sul porto canale, all'inizio della ricostruzione post-bellica?
Dal punto di vista sociale, Rimini è più «nuova borghesia» che «vecchia nobiltà» (l'osservazione è pertinente, o vado fuori tema?). Non ho scritto «vecchia borghesia» di proposito: questa aveva certi galatei che adesso non usano più. Rimini è la città dalle mille vetrine di lusso, una delle più ricche d'Italia, dove i consumi sono altissimi, dove l'ostentazione è un mito sociale che affascina e coinvolge senza più distinzioni ideologiche, e purtroppo senza moralità alcuna.
«Instancabile», Rimini produce altissimi redditi per un numero sempre più limitato di persone. Ma impone modelli di comportamento, rispetto al quale non tutti riescono a tenere il passo. Mi si potrebbe obiettare che tutta l'Italia è così. Non ci credo. Basta informarsi un poco, leggere, guardare certe immagini televisive (sui giornali sono scomparsi i reportage fotografici: va di moda mettere a fianco di un articolo la scena di un film). Non tutti possono scialare, vivere lussuosamente.
Rimini fa moda fuori di Rimini. Chissà perché, quello che avviene qui fa tendenza. E non sempre con le cose migliori. Quei ragazzi meridionali che ogni mese salgono dal Sud per un fine settimana, da vivere ballando o sballando, spendono, lo dicono loro, sulle 400 mila lire per volta. Questo tipo di vita che finisce per essere assorbito anche dal proletariato urbano (mi scuso per l'uso di queste vecchie categorie socio-economiche che suonano antiquate nel marmellatume corrente), è più «mitico» che «intelligente». Ma a cosa servono i miti?
Rileggevo alcuni giorni fa un articolo di Giorgio Tonelli, apparso dieci anni fa sul Ponte a proposito del libro di Federico Fellini intitolato La mia Rimini. Tonelli riassumeva, con la maestrìa abituale, il senso delle pagine felliniane: la sua Rimini era tutta romana, tutta inventata, tutta di sogni (e di cartapesta nella realizzazione filmica).
Dove sta il «mito»? È quella visione poetica, illusoria (o allucinante) del passaggio del Rex che, testimone la generazione di Fellini, a Rimini non è mai passato? Il mito è, oggi, lo slogan pubblicitario che «qui non è mai tardi»? Ma dietro questa facciata da esportazione, dietro la pubblicità, qual è il vero volto della città? È quello della vita estiva? Ma la nostra economia non è solo turismo. È quella del corpo esibito sulla spiaggia nella sua snellezza abbronzata, o anche il passo incerto di tanti anziani, di tanti giovani a cui la vita ha riservato un diverso destino?
Parlando dell'«anima Rai», un suo vecchio dirigente, Pierluigi Celli, l'ha definita «variopinta. Un circo. E non lo dico con disprezzo. Io sono di Rimini e ho un gran rispetto per il circo, in senso felliniano. Un luogo fatto di decadenza e lustrini». E se anche Rimini fosse un po' circo, nel senso felliniano di «decadenza e lustrini»?
Noi ci barcameniamo, a livello anche politico, nel pensare una città che d'estate lavora e d'inverno deve stare in letargo, per cui ai problemi (grandi o piccoli) non si può pensare d'estate, e d'inverno è meglio lasciar perdere.
Esagero? Un esempio, per non farla lunga. Al traffico sono stati dedicati sondaggi, rilevamenti, progetti, indagini, inchieste. Ma l'anello intermedio tra vecchia e nuova circonvallazione, con il previsto (fine anni Sessanta!) ponte sul Marecchia non si è completato, e la circolazione è strozzata. E così il gemello (o in alternativa il tunnel) al ponte di Tiberio è rimasto una pia intenzione.
Abbiamo quei parcheggi sotterranei, promessi, garantiti sulla carta, previsti dall'oggi al domani? In compenso, tassiamo anche la sosta al mare. Le amministrazioni comunali hanno fame di soldi. Governare i Comuni costa. Lapalissiano. Ma è possibile che si debbano introdurre nuovi balzelli tipo «gratta e sosta»? Può ancora definirsi «aperta» questa città che accoglie il turista, allungando la mano, richiedendo una forma nuova e legalizzata di elemosina (per non parlare delle multe vigilesche)? Una città simile è ancora «intelligente»?
Cara Rimini (a differenza dei tuoi amministratori, vecchie conoscenze personali, che dopo aver io scritto qui sopra certi articoli di critica verso di loro, quando m'incontrano fingono di non vedermi per non aver il piacere di salutarmi), non te la prendere per la mia sincerità. «Amor mi mosse, che mi fa parlare».
Post-scriptum. «Ma c'è chi non capisce/ e preferisce il mondo/ così com'è: immerso in un pattume» (E. Montale).
Antonio Montanari
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1 avril 2013 1 01 /04 /avril /2013 14:27

La discussione in Consiglio Comunale sulla cosiddetta variante delle Celle (nei pressi della rotonda di via Bagli) per rendere "al minuto" una struttura commerciale autorizzata "all'ingrosso", ha messo in luce, attraverso gli interventi di consiglieri di maggioranza e di opposizione (uno), come la zona sia afflitta da un traffico caotico, per usare un termine, se non ricordo male, proposto da uno degli stessi oratori.
Inutile, a questo punto, fare un processo al passato, resta soltanto da augurarci che gli amministratori comunali sappiano decidere per il meglio, il che sembra ora un'impresa quasi impossibile, non per sfiducia nei loro confronti, ma soltanto per l'evidenza dei fatti che si sono "aggravati" con la notizia che il ponte sul Marecchia, sostitutivo di quello di Tiberio da pensionare, potrà essere realizzato in tempi brevi sulla via Tonale che scaricherà tutto il traffico verso la via Bagli e la sua infelice rotonda, già processata in Consiglio comunale per la questione ricordata all'inizio.
A questo punto, nessuno potrà più prendersela con nessuno. La Giunta Gnassi non ha altre scelte. È con le spalle al muro, ed è costretta a pagare per colpe non sue. L'assoluzione della Giunta non significa però pure il perdono politico per chi ha amministrato Rimini in tutti questi anni. È un discorso amaro e triste perché il sottoscritto non ha le nostalgie canaglie mostrate dall'opposizione di destra al Sindaco, e soprattutto perché questa "crisi" amministrativa ricaduta sulle spalle della Giunta Gnassi, appare in tutta la sua pesantezza proprio nel momento in cui lo stesso partito principale a Rimini, è con le spalle al muro a Roma nella crisi politica (senza virgolette rivolte ad attenuare il senso dell'affermazione), che è quella del Pd del buon Bersani.
Per non farla troppo lunga, richiamo soltanto un recente, articolato intervento sulla stampa cittadina della signora Manuela Fabbri, che riassumo in una sola battuta: il Pd riminese si presenta ufficialmente soltanto come erede del vecchio Pci. A quanto scritto per diretta conoscenza dei fatti dalla signora Fabbri, si potrebbe aggiungere una non insignificante curiosità: mentre il sen. Sergio Zavoli a Ravenna ha letto al presidente Napolitano una pagina sul partigiano Bulow scritta da un autore riminese, qui a Rimini la nuova edizione di quella pagina non è mai stata presentata nelle apposite istituzioni in mano agli eredi del vecchio Pci, perché il suo autore, già da tempo scomparso, era stato inserito all'Indice dal Pci in quanto "uscito a sinistra" nel 1956 per i fatti d'Ungheria, ed aver poi aderito a Rifondazione.
Se non hanno funzionato i piani urbanistici, la memoria politica degli eredi del Pci nella linea denunciata dalla signora Fabbri, non ha avuto esitazioni.

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11 février 2013 1 11 /02 /février /2013 17:29

Alle origini di Rimini moderna (6). Il nostro porto va in rovina, lo scrive Francesco Guicciardini nel 1526. La città butta i soldi con interventi lenti, e non accetta l'aiuto dei privati
Porto e politica, affari e malaffare
["il Ponte", 17.02.2013]


 

Francesco Guicciardini nel 1526 denuncia la crisi del porto di Rimini. C'è bisogno di lavori urgenti: va in rovina “perché si riempie; e la Comunità vi spende assai, ma con tanto intervallo di tempo che non può far frutto”. La Comunità non ha i soldi necessari, né ha accettato la proposta di Valerio Tingoli e di altri mercanti cittadini che offrivano di tirarli fuori di tasca loro.

L'Ausa antica
Guicciardini ha pensato di “fare venire qualche maestro intendente, e più di uno, per vedere che rimedio vi fussi buono e di che spesa". Chiamato a Roma, appunto nel 1526, non può realizzare il suo progetto. Sul finire del sec. XVI, c'è chi propone di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente "della Marecchia", trasportando al mare ghiaia ed altro, rende di difficile gestione il canale, i cui interramenti "ostacolavano l'accesso delle barche con sensibile danno pel commercio della città" (A. Mercati, 1941).
Sull'Ausa, racconta L. Tonini (1848), è posto l'antico porto di Rimini: di esso non si sa se fosse formato da un seno di mare come si legge in Clementini, “o se invece vi concorresse pur la Marecchia”. Secondo G. Rimondini (2008) i due porti di Rimini sono un'invenzione di Clementini.
Annotava G. Moroni (1852) che l'antico porto, divenuto inutile fu demolito nel XV sec., “adoprandosene i materiali a edificazione di chiese”. E che nel 1615 era posta la sua ricostruzione per munificenza di Paolo V. In L. Tonini (1864) si conferma la notizia sull'utilizzo dei molti marmi del porto antico anche da parte di Sigismondo Malatesti per il Tempio di San Francesco. Tonini ricorda poi che da Roma sono decretati due sussidi per il porto, nel 1562 (500 scudi annui) e nel 1591, aggiungendo che per esso “già erano state impiegate molte somme inutilmente” forse non soltanto per la forza del fiume ma pure per l'imperizia dei tecnici. Tutte queste vicende proiettano le loro ombre agitate sul sec. XVIII per il quale gli aneddoti storici sulle rivalità tra i dotti fanno dimenticare la vera sostanza del problema: i politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni. Ecco perché il malaffare dei compromessi e dei favori uccide lentamente l'affare economico della vita portuale così strategica per Rimini. I fatti.


I lavori del 1700
All'inizio del 1700, su consiglio del card. Ulisse Giuseppe Gozzadini, legato di Romagna, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra, le palizzate sono sostituite completamente da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi. In seguito all'alluvione del 1727, "caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati", scrive Luigi Tonini (1864), riprendendo la "Cronaca" del conte Federico Sartoni (1730-1786).
Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu "lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale".
L'argomento del porto tiene banco in città. Ne abbiamo testimonianza dall'intervento di Giovanni Antonio Battarra, nel 1762. In esso, racconta Carlo Tonini (1884), si dimostra "come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati". "Quante volte il fiume ebbe rovinato il canale, fu chiesto il parere" di Battarra, prosegue C. Tonini: "E quando il danno montò al colmo, egli presentò un piano, il quale fu bensì accolto; ma poi pessimamente eseguito da chi aveva interesse (così dice il Rosa) di screditarlo". Michelangelo Rosa (1894) racconta che il piano di Battarra fu anche "alterato a capriccio". Battarra (1714-89) è un filosofo, il che in quegli anni significa anche scienziato. Nel 1755, ha pubblicato la "Storia dei funghi dell'agro riminese", un'opera in latino, conosciuta in tutt'Europa.

La Scienza in campo
Battarra vuole difendersi dalle critiche e dalle malignità cittadine, dopo che quel piano (come spiega Rosa), è stato "pessimamente eseguito da chi non si fece coscienza di volere innanzi lo sconcio e il danno" dell'ideatore. E, quando apre nel dicembre 1762 il suo corso pubblico di Filosofia, Battarra tiene due discorsi sul porto, che pubblica l'anno successivo in volumetto: è questo l'intervento a cui si riferisce C. Tonini. A sostegno delle sue tesi, Battarra ricorre anche all'autorità di Galileo: per un arco di quarto di circolo, l'acqua si muove più velocemente che per la corda di esso. La velocità del fiume serve a tener più pulito il canale. Precisa il nostro: "Mi rido che il condur acque per linea retta sia in tutti i casi la regola più certa, per farle giugner più presto e con più velocità al lor destino".
Come si vede, la disputa scientifica si accende, e non la ripercorriamo avendola ricostruita sulle colonne del “Ponte” il 6 ottobre 1991, presentando anche documenti inediti. Ci soffermiamo invece su quel punto in cui C. Tonini riprende l'opinione di Battarra; “il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati“. La situazione è talmente tesa che, quando il Comune decide di effettuare non il prolungamento dei moli ma la distruzione di quello di destra per procedere all'espurgazione del canale, ci scappa fuori un tumulto di pescatori e marinai per merito o colpa del quale i lavori sono sospesi, si dice ufficialmente: ma in realtà non c'erano soldi in cassa per portarli a termine. Era il 26 aprile 1768.
Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, aveva scritto al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Ma non era vero: tra gennaio e il 16 marzo 1768, ne erano giunti 79.

Gli agostiniani
Si contrappongo autorità che scrivono cose non rispondenti al vero, ed i lavoratori del mare che non riescono a far ascoltare la loro voce se non con un tumulto, sul quale poi i benpensanti contemporanei e posteri hanno ricamato in abbondanza. Quel tumulto non è un semplice dato di cronaca, è il sintomo di un malessere che dimostra l'inadeguatezza del regime aristocratico che regge le sorti della città.
Un documento collocabile tra 1625 e 1668, racconta di una “lite” intercorsa fra la Municipalità ed un Ordine religioso, quello dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga che aveva ricevuto in affidamento il monastero di San Giuliano nel 1496 nell'omonimo Borgo. In occasione della fiera che vi si svolgeva, i monaci volevano affittare alcune stanze di loro proprietà. La Municipalità si oppone, non ritenendole “opportune ad abitazione di onorati mercatanti”, in quanto erano state ridotte dal monastero “a stalle d'animali, et a postriboli di femmine di mondo”.
A quell'ordine appartiene Vanzio Vanzi, fattosi monaco nel 1609: era figlio di Giovanni, il padre del quale (Lodovico) era fratello del celebre giurista mons. Sebastiano vescovo di Orvieto.

Roma comanda
I politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni, abbiamo scritto sopra. Aggiungiamo a loro discolpa un dato oggettivo che riguarda tutta la nostra regione. Come scrive G. Tocci (2004), lo scontro tra i poteri locali e quello centrale provoca situazioni in cui sono precluse possibilità di sviluppo e di progresso. Nelle singole città tornano le rivalità tra le fazioni locali. Il governo romano è incapace di assorbire le differenze fra le singole situazioni dello Stato pontificio. Un esempio illuminante è dato dal fatto che nel 1558 Rimini è obbligata a partecipare alle riparazioni del porto di Ancona.
(6. Continua)

All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1791, 15.12.2012. Agg.: 09.02.2013, 16:18]. Mail

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31 janvier 2013 4 31 /01 /janvier /2013 17:47
Alle origini di Rimini moderna (3. Scheda). 1529, papa Clemente VII passa per Rimini, senza alcuna pompa (come annota Carlo Tonini nel 1887), diretto a Bologna per incoronare (1530) Carlo V e soprattutto ridare Firenze ai suoi

Tutte le strade portano alla Storia.
[Scheda per il cap. 3, presente sul web.]




Tutte le strade portano alla Storia. Da Rimini nell'ottobre 1529 transita la comitiva pontificia proveniente da Roma e diretta a Bologna. Dove Clemente VII deve incontrare l'imperatore Carlo V. È un momento critico.

Sogno imperiale
Finite le prime guerre d'Italia combattute tra 1494 e 1516, Carlo V diventa imperatore nel 1519. Nel 1526 egli attacca il papa che ha aderito alla lega antimperiale di Cognac. Dal 6 maggio 1527 al febbraio 1528 Roma è sconvolta dal drammatico sacco dei lanzichenecchi, mercenari tedeschi di fede luterana.
La pace dell'Europa può passare soltanto attraverso il sogno imperiale riproposto dal gran cancelliere di Carlo V, l'italiano Mercurio Arborio da Gattinara, gran studioso di Dante ma soprattutto attento osservatore dei fenomeni sociali ed economici come quelli del nostro Mezzogiorno (A. Musi). Per realizzare quel sogno occorre accordarsi con il papa che, dopo l'adesione alla lega di Cognac, è stato punito da Carlo V, lasciando che i lanzichenecchi venissero dalla Germania in Italia "per compiere atroci vendette contro la Curia romana e il pontefice" (B. Barbadoro).

Senza pompa
Clemente VII giunge a Rimini quasi in incognito: "in lettiga senza pompa alcuna" annota C. Tonini (1887), che ricorda di aver letto sul tema pagine del diario di Biagio Martinelli da Cesena. In esse si trova che ad andargli incontro alla Cattolica è un suo illustre parente, Niccolò Martinelli di Rimini, accompagnato dalla moglie Camilla de' Parcitadi. Da altra fonte (la "Cronaca" della visita pontificia pubblicata a Bologna da Gaetano Giordani nel 1842), apprendiamo che Biagio Martinelli è un personaggio di rango nella corte romana. Sacerdote, egli funge da arcicerimoniere apostolico con l'incarico di scrittore della cronaca ufficiale pontificia. Un suo ritratto è collocato nella Cappella Sistina.
Il silenzio che circonda l'arrivo del papa a Rimini è più che comprensibile. Nel 1523 la città era stata restituita alla Chiesa che l'aveva perduta nel 1503. Dal 2 ottobre al 24 novembre 1503 Pandolfo "Ultimo" (o Pandolfaccio) era stato di nuovo signore di Rimini, ma sotto il governo veneziano. Il 16 dicembre aveva ceduto la città alla Serenissima. Ne era diventato signore nel 1482, all'età di sette anni, per cui fu posto sotto la tutela di Galeotto Lodovico Malatesti.

Al "Cimiero"
Il figlio di Pandolfaccio, Sigismondo II, è rientrato a Rimini nel 1527, lasciando il governo al padre che l'8 aprile 1528 ha ricevuto l'investitura pontificia che ha scontentato tutti. Il governo malatestiano termina il 17 giugno dello stesso 1528: Rimini si trova allora in una situazione inquieta che sfocia nell'assalto all'archivio ed alla cancelleria della città, posti nel convento di San Francesco.
Clemente VII è ospitato nel palazzo detto "del Cimiero". Come documenta C. Tonini, esso dal 1511 è di proprietà del Comune in base ad un "breve" (atto meno solenne della "bolla", cosiddetta dal sigillo che ne garantiva l'autenticità) di Giulio II. Dal 1568 al 1620 il palazzo ospita il Seminario. Alla fine del 1700 è la residenza dei vescovi, come si legge in F. G. Battaglini (1789). Esso sorgeva davanti a Palazzo Gambalunga, lungo la via che dal Tempio porta a piazza Ferrari. Le bombe lo hanno distrutto, il palazzo Fabbri ne ha eliminato ogni traccia.

A Bologna
Carlo V arriva a Bologna il 4 novembre, dorme nel convento della Certosa. La mattina dopo in San Petronio avviene il loro incontro. La comitiva imperiale, guidata da Alfonso duca di Ferrara, è composta da numerosi principi italiani: Sforza, Gonzaga, Alfonso d'Este, i duchi di Urbino e di Savoia, come leggiamo nella "Cronaca" del 1842. Si decide per una cerimonia da farsi a Roma. In un secondo tempo, alla fine di gennaio 1530, Carlo cambia idea, scegliendo Bologna "per non perdere tanto tempo". Domenica 22 febbraio avviene la prima cerimonia che gli conferisce il titolo di re dei Romani. Il 24 c'è l'unzione del braccio destro di Carlo nella cappella del Palazzo degli Anziani di Bologna, con il papa che poi lo fa re de Longobardi.

Segno d'una crisi
Il silenzio che circonda il passaggio di Clemente VII per Rimini, è anche un simbolo della crisi in cui la città vive dopo la fine della grande stagione umanistica dei Malatesti. Tutte le strade portano alla Storia, si è detto. Quelle di Rimini, che nei due secoli precedenti sono state inserite al centro di un itinerario politico e culturale di primo piano, dal 1528 diventano una silenziosa periferia geografica, come se passassero lontane dietro i suoi colli nascondendo alla vista chi compiva quel cammino.
Mentre Rimini è costretta al silenzio, a Bologna per il convegno della pace fra Carlo V e Clemente VII si leva la voce di un lettore (docente) di greco e latino, Romolo Amaseo che recita un'orazione dedicata ad esaltare la pace che quell'incontro aveva come fine. Carlo V lo premia con 300 ducati in una tazza d'oro. Amaseo, scrive G. M. Anselmi, "parla anche come voce ufficiale dell'istituzione universitaria più antica d'Europa, tradizionalmente mediatrice dello scontro giuridico-politico fra papato ed impero".
Anche Ludovico Ariosto esalta la figura di Carlo V nella terza edizione dell'Orlando Furioso (1532). Andronica, che accompagna Astolfo liberato dall'incantesimo di Alcina, predice l'avvento di una monarchia universale "sotto il più saggio Imperatore, e giusto / che sia stato, o sarà mai dopo Augusto" (XV, ottava XXIV, vv. 7-8).

Soprattutto Firenze
Agli interessi particolari di Firenze è invece legato a doppia mandata papa Clemente VII (1478-1534), al secolo Giulio de' Medici, figlio naturale di tal Fioretta e di Giuliano (ucciso nello stesso 1478 dalla congiura dei Pazzi), fratello di Lorenzo il Magnifico. Figlio di Lorenzo è Giovanni divenuto nel 1513 papa con il nome di Leone X. Proprio Leone X avvia alla carriera ecclesiastica Giulio, nominandolo arcivescovo di Firenze. Clemente VII è eletto nel 1523. Nel 1527 i Medici sono cacciati da Firenze. Essi hanno governato dal 1434 al 1498, quando inizia la Repubblica che termina nel 1512.
Dopo l'intervento francese in Italia del 1528, il 29 giugno 1529 a Barcellona, Carlo V e Clemente VII stipulano un trattato in base al quale il papa s'impegna ad incoronare Carlo in cambio della restaurazione dei Medici a Firenze. Il che avviene il 12 agosto 1530 con Alessandro che governa su Firenze e parte della Toscana, quasi dopo un anno dalla pace di Cambrai (5 agosto 1529) tra Carlo V e Francesco I di Francia, il quale rinuncia a Milano e Napoli. Nel 1532 Alessandro riceve il titolo di duca. A Barcellona Carlo V gli ha concesso in sposa una sua figlia naturale, Margherita d'Austria. Lei resterà vedova nel 1537, un anno dopo le nozze, celebrate quando era quattordicenne, per l’uccisione del marito da parte di Lorenzino di Pierfrancesco de’ Medici, suo compagno in bagordi e festini, per una questione sentimentale. Alessandro s’era invaghito di Caterina Soderini, sorellastra di sua madre, una giovane di meravigliosa bellezza e di gran pudicizia (così Iacopo Nardi, 1584), moglie di Leonardo Minori, l’amico di Michelangelo e Cellini.
La doppia incoronazione di Carlo V a Bologna (22 e 24 febbraio 1530) si colloca quindi fra trattato di Barcellona e pace di Cambrai (1529) da un canto, e restaurazione medicea a Firenze dell'agosto 1530 dall'altro. L'evento di Bologna sancisce il predominio spagnolo in Italia, confermato nel 1559 dalla pace di Cateau-Cambrésis.
Quel papa che transita a Rimini andando a e tornando da Bologna, conosceva la storia illustre dei Malatesti e dei loro rapporti con Firenze. Il silenzio sul suo passaggio è eloquente. La politica del "particulare" dimentica ogni dimensione storica e culturale. Ognuno pensa per sé. Soltanto letterati e poeti immaginavano grandi progetti di armonia universale tra gli Stati. Tutto il resto era, e sarebbe stato, guerra e dolore.




SCHEDA SULLA STORIA DEI MEDICI
Nel 1494 i Medici sono cacciati da Firenze, dove nasce la repubblica che dura sino al 1512, quando un esercito ispano-pontificio, dopo aver saccheggiato Prato, pone fine alla repubblica oligarchica di Pier Soderini.
Nel 1527 i Medici sono nuovamente cacciati da Firenze, per responsabilità soprattutto dell'oligarchia finanziaria cittadina. Come osserva B. Barbadoro, il potere mediceo dura dal sacco di Prato (1512) al sacco di Roma.
Il 12 agosto 1530, in base al trattato di Barcellona (29 giugno 1529) tra Carlo V e papa Clemente VII (Giulio de' Medici, figlio naturale di Giuliano, ucciso nel 1478 nella congiura dei Pazzi) essi sono nuovamente al potere a Firenze con Alessandro de' Medici.
Alessandro è figlio naturale (nato nel 1510) di Lorenzo duca di Urbino, omonimo del nonno “il Magnifico”: da lui nasce Pietro, padre di questo Lorenzo che genera Alessandro da Simonetta da Collevecchio.
Sempre a Barcellona, si combina il matrimonio tra il futuro duca di Firenze (il titolo è del 1532) Alessandro de' Medici e la figlia naturale di Carlo V, Margherita d'Austria, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga (come annota P. Verri).
Papa Clemente VII scompare il 25 settembre 1534.

SCHEDA SULLA STORIA
d'Italia e d'Europa 1492-1559


Nel XVI sec. la storia d'Italia e gli avvenimenti europei s'intrecciano più di quanto accaduto in precedenza.
L'Italia è divisa, e ciò favorisce il particolarismo degli Stati regionali (come accade anche in Germania), mentre in Francia, Inghilterra e Spagna nascono le grandi monarchie e gli Stati rinascimentali, caratterizzati da un potere centrale assoluto.
La Francia prima (1494-1516), la Spagna poi (1521), cercano di controllare la politica italiana. Di conseguenza, la penisola è terra di scontri che coinvolgono le principali potenze europee.
La Francia (con cui si allea il Governatore di Milano, Lodovico Sforza) vuole conquistare Napoli.
Per realizzare una politica mediterranea, Carlo VIII scende in Italia nel 1494, scompaginando la politica d'equilibrio di Lorenzo de' Medici, morto nel 1492.
Nel 1494 i Medici sono cacciati da Firenze, dove nasce la repubblica che dura sino al 1512.
Carlo VIII arriva sino a Napoli. Lo Sforza, Venezia, papa Alessandro VI, il re di Spagna e l'imperatore tedesco s'alleano contro Carlo VIII (1495).
Per iniziativa dello Sforza che aveva cambiato politica, Carlo VIII decide di ritirarsi, inseguito dagli spagnoli (battaglia di Fornovo, 6 luglio 1495).
Morto Carlo VIII nel 1498, Luigi XII riprende il programma espansionistico del predecessore, mirando a conquistare Milano e Napoli, mediante l'alleanza con papa e Venezia.
Dopo aver conquistato Milano (1499), e fatto prigioniero Lodovico Sforza, Luigi XII punta verso il Sud, prima d'accordo poi in lotta con gli spagnoli che nel 1503 conquistano Napoli, il cui possesso è confermato dal trattato di Lione del 1504.
Alla morte di Alessandro VI (1503), Venezia occupa parte della Romagna.
Nel 1508 il nuovo papa Giulio II, Francia, Spagna ed impero tedesco si alleano nella Lega di Cambrai contro Venezia, sconfiggendola ad Agnadello (1509).
Giulio II, domata Venezia, si rivolge contro la Francia (1511, Lega Santa con Venezia, Spagna, Impero, Inghilterra e Svizzera), restituendo nel 1512 Milano agli Sforza che la perderanno però nel 1516. Infatti i francesi con Francesco I, alleatisi con Venezia, ridiscendono in Italia nel 1515.
I Medici fanno ritorno a Firenze nel 1512, quando un esercito ispano-pontificio, dopo aver saccheggiato Prato, pone fine alla repubblica oligarchica di Pier Soderini.
In base alla pace di Noyon (1516), il Milanese tocca alla Francia, mentre Sicilia (1282), Sardegna (1326) e Napoli (1443) sono confermate sotto il diretto controllo spagnolo.
Nello stesso 1516 muore il re di Spagna, Ferdinando il Cattolico, lasciando erede il nipote Carlo che si trova così ad unire i Paesi Bassi ricevuti dal padre (morto nel 1506) con la corona spagnola ed annessi territori italiani.
Nel 1519 il nonno paterno Massimiliano, imperatore tedesco, morendo gli lascia i propri possessi. Nello stesso anno, Carlo diventa imperatore.
Nel 1521 gli spagnoli occupano Milano. Nel 1525 sconfiggono i francesi a Pavia. Nel 1527 saccheggiano Roma con i lanzichenecchi.
Nello stesso 1527 i Medici sono nuovamente cacciati da Firenze, per responsabilità soprattutto dell'oligarchia finanziaria cittadina. Come osservava B. Barbadoro, il potere mediceo dura dal sacco di Prato del 1512 al sacco di Roma.
Nel 1529 la Francia di Francesco I rinuncia a tutte le pretese italiane (pace di Cambrai). Poi nel 1530 ritornano a Firenze i Medici (12 agosto) ed a Milano lo Sforza.
Per i Medici vale il trattato di Barcellona (29 giugno 1529) tra Carlo V e papa Clemente VII (Giulio de' Medici, figlio naturale di Giuliano, ucciso nel 1478 nella congiura dei Pazzi). Papa Clemente VII scompare il 25 settembre 1534.
Per gli Sforza c'è la rinuncia di Francesco I in base alla pace di Cambrai del 5 agosto 1529.
Il trattato di Barcellona impegna il papa ad incoronare Carlo V in cambio della restaurazione dei Medici a Firenze. L'incoronazione avviene in una duplice cerimonia a Bologna il 22 ed il 24 febbraio 1530.
Sempre a Barcellona, si combina il matrimonio tra il futuro duca di Firenze (il titolo è del 1532) Alessandro de' Medici investito del potere il 12 agosto 1530, e la figlia naturale di Carlo V, Margherita d'Austria, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga (come annota P. Verri).
Alessandro è figlio naturale (nato nel 1510) di Lorenzo duca di Urbino, omonimo del nonno “il Magnifico”: da lui nasce Pietro, padre di questo Lorenzo che genera Alessandro da Simonetta da Collevecchio.
Carlo V si annette Milano e la Lombardia nel 1535. Tale possesso è confermato dalla pace di Crepy del 1544.
Nel 1559 il successore di Carlo V (che ha abdicato nel 1556), Filippo II, conclude la pace di Cateau-Cambrésis con la Francia.
La Spagna conserva i suoi domini italiani, Lombardia, Napoli, Sicilia, Sardegna e Stato dei Presidi in Toscana.




Al cap. 3. Sacco di Roma, Europa scossa.
All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

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30 janvier 2013 3 30 /01 /janvier /2013 17:48
Alle origini di Rimini moderna (4. Scheda). 1516, nella cattedrale di Santa Colomba si trova il cadavere di una donna, avvolto "in un regio panno di seta rossa" con il nome di Federico II. La lapide rinvenuta a San Martino in Venti. Le testimonianze storiche mai pubblicate in sede locale.

Se ritorna il passato.
[Scheda per il cap. 4, presente sul web. Versione precedente.]




Nel 1516 la cattedrale di Santa Colomba, nella cappella della Madonna Incoronata, restituisce il corpo di una donna, avvolto in un prezioso panno. Nel quale si legge soltanto il nome di Federico imperatore ed una data, 1231. La prima notizia sul panno è pubblicata da Raffaele Adimari nel "Sito Riminese" (Brescia, 1616, p. 59). Nella cattedrale, egli precisa, "vi è un drappo antichissimo di seta [...] che si vede esser stato fatto nel Anno M.CCXXXI. il qual fù trouato in un'arca di Marmo [...] il qual dicono, che fù posto in quel luoco da Federico II. Imperatore, inuolgendoli dentro una sua Figliuola morta".
Nel "Raccolto istorico" di Cesare Clementini (Rimini, II, 1627, p. 664), troviamo più particolari: "fabbricandosi nella Cattedrale la Capella chiamata l'Incoronata, hora di San Gioseffo, [...] dentro l'antico muro della Chiesa, fu trovato una Donna morta, e avolta in un regio panno di seta rossa, lungo braccia sei, ripieno di Rosoni d'oro, e di Leoni, fatti a basso rilievo parimente d'oro, che sostengono un gran fiore, attorniato con certi circoli, in mezzo a quali stanno alcune lettere, che per esserne una parte corrosa, altro non si legge, che FRIDERICUS Imp. Aug. MCCXXXI".

La "morta Donna"
La pagina di Clementini prosegue con l'ipotesi circa l'identità della "morta Donna". Secondo alcuni è una Baronessa, secondo altri una Nipote di Federico II. Adimari, come abbiamo visto, invece parla di una Figliuola dell'imperatore: la sua fonte è un trattato sul vermicello della seta (Rimini, 1581) composto da Giovanni Andrea Corsucci da Sassocorvaro, già rettore di San Giorgio Antico e Maestro comunale. Corsucci annota pure che ai suoi tempi l'antico panno funebre era ancora fresco e bello, e che se ne serviva il Capitolo della Cattedrale per il cataletto nei mortorii di Vescovi e Canonici, nel portarli alla sepoltura.
Chi può essere la Donna morta? Il padre di Federico II, Enrico VI, ha un fratello Ottone II che da Margherita di Blois genera Beatrice di Borgogna, moglie di Ottone il Grande. Questa Beatrice scompare proprio nel 1231, il 7 maggio, l'anno del funerale riminese. Ma si trova poi che essa è sepolta dal dicembre dello stesso 1231 nell'abbazia di Langheim a Bamberg. Quindi sarebbe da escludere che sia suo il corpo ritrovato nel 1516.
Beatrice era un personaggio troppo importante per essere eventualmente lasciata lontana dalla propria patria. La presenza di Beatrice in Romagna non sarebbe strana. Basti ricordare quanto scrive Carlo Sigonio (1520/23-1584) nel XVII libro della sua storia del Regno d'Italia (1591): Federico II chiamò dalla Germania in Romagna il figlio Enrico ed i suoi principi. Tra costoro c'è pure il marito di Beatrice, Ottone I d'Andechs e di Merania.

Feste per tutti
Sigonio aggiunge: Federico II, per non intimorire la gente con parate militari anzi per allietarla e divertirla, organizza una sfilata di animali mai visti o poco noti da queste parti. Sono appunto gli elefanti, leoni, leopardi, cammelli ed uccelli rapaci che per molti giorni offrono meraviglioso spettacolo e che finiscono citati nella lapide ritrovata a San Martino in Venti (1973-74), come ha raccontato Anna Falcioni in un testo edito da Bruno Ghigi nel 1997.
Sul Ponte (4.5.2008) lo ha presentato Angela De Rubeis: "Mentre si lavorava all'abbattimento di un circolo ACLI che nel dopoguerra era stato costruito con le macerie lasciate sul campo dai tanti bombardamenti, si scopre quella lapide che il parroco don Lazzaro Raschi conserva indagando sulla sua antica collocazione”. Trova così che prima degli anni '40 essa "era posta, e ammirata dai fedeli, sotto l'altare maggiore" della sua chiesa, in quanto considerata una pietra sacra.
Nell'articolo si ricorda la serie degli studi per "leggere" quella pietra, iniziati da Augusto Campana, proseguiti da Gina Fasoli e completati da Aurelio Roncaglia (1982) con questa traduzione: "Nell'anno del Signore 1231, sotto il papato di Gregorio e l'impero di Federico [...] al tempo in cui l'imperatore Federico venne a Rimini e condusse con sé elefanti, cammelli e altri mirabili animali, quest'opera fu fatta e completata".

Mainardino, la fonte
Il passo di Carlo Sigonio fu riproposto da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) negli "Annali" (VII, Napoli, 1773, p. 209) senza la precisazione della fonte: "l'avrà preso da qualche vecchia Storia. Cioè, che Federigo diede un singolare spasso a i popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un liofante, de i leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti".
La fonte di Sigonio è Mainardino Imolese, come si legge in una nota dei "Monumenta Germaniae Historica" (tomo XXXII, dedicato alle cronache di Salimbene de Adam [1221-1287], 1905-1913, p. 93). La testimonianza di Mainardino è relativa proprio a Ravenna tra 1231 e 1232. Mainardino scrive che vide l'imperatore condurre seco "molti animali insueti in Italia: elephanti, dromedarii, cameli, panthere, gerfalchi, leoni, leopardi e falconi bianchi e alochi barbati".
Mainardino è stato definito "uno storico dimenticato del tempo di Federico II" (P. Scheffer-Boichorst, "Zur Geschichte des XII. und XIII. Jahrhunderts Diplomatische Forschungen", Berlino, 1897, p. 275). Un'altra citazione da Mainardino, è in un testo di Pandolfo Collenuccio (1444-1504) di Pesaro, "Compendio delle historie del regni di Napoli", Venezia, 1541 (quindi anteriore a Sigonio), p. 80bis: Federico nel novembre 1232 arriva a Ravenna "con grandissima comitiua, e magnificentia, e tra le altre cose menò con sé molti animali insueti in Italia", di cui fa l'elenco che abbiamo appena letto, "e molte altre cose degne di admiratione, e di spettaculo". Nello studio di Scheffer-Boichorst si legge infine (p. 282) che spesso Collenuccio, nell'enumerazione degli animali, coincide con Flavio Biondo.

Flavio Biondo
Ecco che cosa si legge in Flavio Biondo: "Mentre che era Federigo in Vittoria [Sicilia], gli uennero ambasciatori di Aphrica, di Asia, e de lo Egitto; e portarongli a donare Elephanti, Pantere, Dromedarij, Pardi, Orsi bianchi, Leoni, Linci, e Gofi barbati: egli si edificò qui Federigo bellissimi giardini, e serragli; dove teneua bellissime fanciulle; e lascivi garzoni" (Le Historie del Biondo..., Ridotte in Compendio da Papa Pio [II]; e tradotte per Lucio Fauno, Venezia, 1543, p. 172 retro).
Su Mainardino, scrive Augusto Torre (Enciclopedia Dantesca, Roma, 1970): "Vescovo di Imola, della famiglia Aldigeri di Ferrara (dalla quale si pensa derivasse la moglie di Cacciaguida), figlio e fratello di due giudici famosi, fu uno dei più insigni personaggi del suo tempo. Suddiacono e preposito della cattedrale di Ferrara sin dal 1195, il 16 agosto 1207 era già vescovo di Imola. La sua attività si svolse sia nel campo spirituale come in quello temporale, e ne rivelò le spiccate capacità politiche. Fu podestà di Imola (1209-10 e 1221-22), che difese saldamente contro i ripetuti attacchi di Bologna e di Faenza. Per molto tempo lo troviamo vicino a Federico II e ai suoi legati; fu anche vicario imperiale e in questa qualità risolse con grande energia le contese fra Genova e Alba (1226), ma dal 1233 si tenne lontano dalla politica attiva. Il 9 agosto 1249 troviamo già eletto il suo successore; ignoriamo l'anno della sua morte, avvenuta dopo quella data. Scrisse una storia di Imola e una biografia di Federico II, entrambe andate perdute". Nella "Storia dell'Emilia Romagna" (I, 1976, p. 685) Augusto Vasina sottolinea: Mainardinus ebbe una "prepotente vocazione politica filoimperiale".
Nel marzo 1226 da Rimini Federico II ha promulgato la sua Bolla d'oro per confermare la donazione della Prussia all'Ordine Teutonico. La ricorda una lapide (1994) in piazza Cavour, proposta dallo storico Amedeo Montemaggi .



Alla versione precedente.
Al cap. 4. Se si cancella il passato.
All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1816, 20.01.2013, 15:39]. Mail
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