Overblog Suivre ce blog
Administration Créer mon blog

Présentation

  • : Notizie dall'Italia
  • Notizie dall'Italia
  • : Storie, fatti e commenti a cura di Antonio Montanari
  • Contact

Giorno per giorno

Recherche

Archives

9 septembre 2012 7 09 /09 /septembre /2012 10:50

Nel suo blog, lo scorso giugno la scrittrice riminese Anna Rosa Balducci ha raccontato una scena inquietante vissuta in prima persona, con lei costretta ad intervenire presso una pattuglia di Polizia per evitare “un pestaggio in piena regola”.
C'è “un gazebo occupato nottetempo da giovani stranieri con sacchi di cianfrusaglie e forse oggetti personali”. C'è l'agente “nervoso, gonfio di muscoli, con una inquietante testa rasata” che inveisce contro di lei che protesta. C'è l'altro poliziotto “più calmo” che interviene e fa cessare l'azione.
Adesso lo stesso mondo doloroso dell'immigrazione, lo ritroviamo nell'ultima prova narrativa di Anna Rosa Balducci, “La casa color grigioperla” (Ed. Progetto Cultura, Roma).
Dove si racconta una storia d'ordinaria vita di quindici persone fuggite verso l'Europa per trovare salvezza e futuro: due donne e due uomini vecchi, “i quattro giovani, di cui uno più serio e distinto, l'altro che si intendeva legato alla donna più giovane, sicuramente lo sposo di lei”. E poi un'altra donna giovane e cinque bambini, due femmine e tre maschi.
L'esperienza narrativa di Anna Rosa Balducci sconvolge la trama con l'intervento di più narratori. C'è quello che racconta gli eventi da fuori, poi un uomo giovane che appartiene ai profughi, ed infine un bambino dello stesso gruppo di profughi.
L'autrice a metà del lavoro dialoga con “il solito osservatore” che parla di una storia noiosa, di retorica dei buoni sentimenti, e ricostruisce la trama nascosta degli antefatti, avviando una specie di labirinto narrativo che serve a testimoniare di un semplice fatto, ovvero della complessità delle vicende vissute da questi sconosciuti. Che agli occhi della gente appaiono soltanto dei soggetti pericolosi da cacciare dalla casa in cui hanno trovato rifugio. [il Rimino, 09.09.2012]

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
6 avril 2012 5 06 /04 /avril /2012 17:50

Auguri sinceri a Pier Luigi Celli, riminese illustre, per l'incarico di presidente dell'Enit, affidatogli dal Consiglio dei ministri.

L'Enit (Ente nazionale industrie turistiche) è stato avvolto anche di recente da violente polemiche, culminate in un commissariamento che ora si conclude con la nomina di Celli.
Nel 2009, la legge finanziaria aveva ridotto i fondi dell'Enit da 49 a 33 milioni di euro. Qualcuno allora, in base a ciò, parlò dell'Enit come di un ente inutile. La tesi però era vecchia, per farla breve, perché la riforma regionale del 2001 aveva cambiato le carte in tavola, rafforzando in materia i poteri delle Regioni.
Nel dicembre 2011 c'è stato anche un piccolo giallo: la manovra economica di Monti all'inizio prevedeva l'eliminazione dell'Enit, scomparsa nel documento di programmazione economica definitivo fatto circolare.
Pure 50 anni fa (e parlo per conoscenza diretta dei fatti) l'Enit era considerato un carrozzone superfluo della Pubblica amministrazione, perché esisteva pure il Commissariato per il Turismo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (con ruolo corrispondente ad un ministero...).
Il personaggio più celebre ad occupare la poltrona di Commissario per il Turismo, fu Pietro Romani (dal 1947 al 1959), passato alla storia soltanto perché cognato di Alcide De Gasperi. Nel 1959, Romani era poi andato a presiedere la ben nota agenzia Cit.
Alla fine dello scorso mese di marzo, il vicepresidente dell'Enit, Mauro Di Dalmazio, dichiarava: “L'Enit ha sicuramente passato una fase turbolenta, ma dell'Ente si parla molto e spesso a sproposito, e una delle idee da confutare assolutamente è l'inutilità dell'ente. L'Enit fa molto, in collaborazione con gli operatori e con le regioni. Sta naturalmente cercando un ruolo nuovo ma non va considerato un orpello inutile...”.
In questo contesto, la nomina di Celli significa due cose. La prima è che il governo Monti vuol mettere in ordine un carrozzone giudicato spesso molto sgangherato (le ultime dure polemiche sono del passato novembre sul “Fatto Quotidiano”, dove Fabio Amato e Daniele Martini sottolineavano come il direttore dell'Enit fosse politicamente una “creatura” della signora Brambilla, ben remunerata con 190 mila euro circa all'anno).
La seconda cosa è che al “nostro” Celli toccherà una fatica boia per tentare di mettere ordine in quel carrozzone, nel momento economico più drammatico (anche) per il nostro turismo.
Antonio Montanari

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
20 janvier 2011 4 20 /01 /janvier /2011 17:54
Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
2 janvier 2011 7 02 /01 /janvier /2011 18:05

Le bombe lo hanno scoperchiato. La città lo ha conservato come un rudere muto. Invece ha molto da raccontare. Come testimoniava la lapide dettata nel 1907 da Domenico Francolini, nel 1845 da palazzo Lettimi con il proprietario conte Andrea si muovono "gli audaci rivoltosi, preludenti l'italico risorgimento", guidati da Pietro Renzi.
Protestano contro il potere "stolidamente dispotico". Tra 23 e 26 settembre formano un governo provvisorio, poi si sciolgono fuggendo per mare o riparando in Toscana (dove sono arrestati), all'arrivo degli svizzeri pontifici. Il loro moto è reso celebre da "Gli ultimi casi di Romagna" di Massimo D'Azeglio.
Domenico Francolini (1850-1926) è un borghese prima repubblicano, poi socialista ed infine anarchico. Abita lì con la moglie, donna Costanza Lettimi (1856-1913). Amico di Giovanni Pascoli, nel 1878 sul "Nettuno" gli pubblica una lirica scandalosa, "La morte del ricco", che finisce con la condanna: "che muoia disperato". Francolini lo ha conosciuto tra novembre 1871 ed estate 1872, mentre Zvanì in misere condizioni economiche e con la testa piena di pensieri ribelli frequentava la seconda classe del liceo comunale a palazzo Gambalunga. Da dove Francolini, che aveva cinque anni di più, era appena uscito.
Gaetano Bresci (1869-1901), l'anarchico giunto dall'America, si esercita nel cortile di palazzo Lettimi prima di recarsi a Monza per regolare il 29 luglio 1900 i conti con Umberto I. Ospitato nel borgo San Giuliano dall'oste Caio Zanni (1851-1913), Bresci usa la rivoltella portata da Paterson (New Jersey) sotto gli occhi di Francolini. Zanni, noto alle autorità come anarchico, è arrestato dopo il regicidio e trasferito al carcere di San Nicola di Tremiti. Con Bresci era la sua compagna Teresa Brugnoli, che a Paterson ha lasciato una figlia diciassettenne.
Gennaio 1943, al secondo piano di palazzo Lettimi risiede Guido Nozzoli, classe 1918. Lo arrestano a Bologna sotto le armi, per "attività politica contraria al regime" mediante volantini intitolati "Non credere, non obbedire, non combattere", e per il possesso di libri esteri proibiti ma venduti sulle bancarelle. Con lui finisce dentro Gino Pagliarani, l'autore dei volantini. Nel 1944 Nozzoli riesce a salvare San Marino dal bombardamento a tappeto preparato dagli alleati. Dopo la liberazione di Rimini, sale sulle macerie di casa. Anche la statuina di sant'Antonio, un ex voto per il terremoto del '16, è stata mutilata dalle bombe. (1. Continua)

Antonio Montanari

RIMINI 150

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
27 décembre 2010 1 27 /12 /décembre /2010 13:32

Mi è appena giunto il primo volume della "Storia della Chiesa riminese", intitolato "Dalle origini all'anno Mille".
Sfoglio alcune sezioni più legate ai miei studi, e cerco una citazione "politica" per Benno...
La trovo a p. 65 nel saggio di Raffaele Savigni, professore associato di Storia medievale.
Qui si parla di "Bennone figlio di Vitaliano detto Bennio, che nel 1014 dona al figlio Pietro il castello di Morciano", e lo si dichiara "un importante esponente del ceto dirigente riminese, definito da Pier Damiani decus regni, pater patriae, lux Italiae".

Chiudiamo il libro e torniamo all'argomento.
Benno (il padre) muore nel 1061. Nel 1061 avviene pure la fondazione, da parte di Pier Damiani, del monastero intitolato a san Gregorio e posto nel territorio riminese, in località detta Morciano.
Ma c'è qualcosa d'altro che nel volume non si cita: Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto alcune ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.

Per chiarire le cose, ripubblico un mio articolo del 1983, facendolo precedere da un riassunto apparso sul Corriere Romagna il 26 aprile 2007.
Da essi appare evidente che la figura di Pietro Pennone neppure questa volta ha ricevuto il risalto che merita nella storia "civile" e della Chiesa riminese.

Nel mio articolo del 1983, riprendevo quanto nel 1965 Scevola Mariotti suggeriva, interpretando in modo nuovo il carme XCIX di Pier Damiani, al v. 12 edito come "per quem pax viguit, bellica sors perimit", anziché "bellica sors periit", per cui abbiamo: "la guerra uccise colui per merito del quale fiorì la pace", anziché "per lui fiorì la pace, la guerra cessò".
Scevola Mariotti aggiungeva: "Quindi, a quanto pare, Bennone fu ucciso in un fatto di guerra". Questo testo di Scevola Mariotti è stato da me citato nella nota 70 di p. 99 della "Storia di Rimino" di Antonio Bianchi (Rimini, 1997).
Di Benno ho parlato pure nel 2010 in un articolo pubblicato sul "Ponte" di Rimini il 24 febbraio, intitolato "Le carte segrete di Scolca", in cui si legge:
«Pier Damiani è molto citato e poco letto. Nel 1069 Pietro Bennone gli dona vasti possedimenti (poi passati a Scolca) per l'abbazia di San Gregorio in Conca di Morciano da lui fondata nel 1061. Bennone è figlio di Benno, grande feudatario e uomo politico di Rimini. Pier Damiani compiange la morte di Benno (1061) in un carme, definendolo "padre della Patria, luce dell'Italia".
Il "padre della Patria" o della città (come scrissi su "il Ponte" del 12.06.1983), è il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa. Una figura ben distinta dal conte, delegato pontificio od imperiale. Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una "guerra": "lui, per merito del quale fiorì la pace".
La morte di Benno è una pagina (chissà perché) trascurata dagli storici ufficiali, ma capace di illuminare fondamentali vicende cittadine dei "secoli bui".»

I documento
San Pier Damiani tra Morciano e Rimini
Il ricordo di san Pier Damiani organizzato a Morciano (27-29 aprile 2007) nel millenario della nascita, riguarda anche Rimini. Dove abitava la famiglia dei Bennoni che gli fece varie donazioni tra cui quella della terra su cui fu fondata, nel 1061 dallo stesso Pier Damiani, l'abbazia di san Gregorio in Conca a Morciano.
Il padre Benno era un grande feudatario, proprietario di vaste estensioni di terreni. Sua moglie Armingarda gli aveva recato in dote altre proprietà fondiarie. Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Uno soltanto, Pietro Bennone, sopravvisse al padre. I territori assoggettati al loro controllo o di loro proprietà s'estendevano tra Rimini, l'entroterra riminese e quello marchigiano.
Quando Benno morì nello stesso 1061, fu ricordato da Pier Damiani in un carme. Benno vi è definito «onore del regno, e gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia». Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal conte che era un delegato pontificio od imperiale.
Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.
Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiani non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi originale tra mondo laico ed ecclesiastico, per conciliare gli interessi «particulari» cioè cittadini con quelli della sede di Pietro.
I riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del pontefice (come il conte) che della loro comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma. Nell'additarlo pubblicamente come traditore, sarebbe stata così scritta la sua condanna a morte. [Antonio Montanari, 2007]

II documento
Pier Damiani e Benno, vicende politiche
a Rimini a metà dell'XI secolo

La famiglia riminese dei Bennoni fece a varie riprese donazioni a Pier Damiani, fondatore dell'abbazia di san Gregorio in Conca di Morciano.
I componenti della famiglia dei Bennoni sono citati ripetutamente ed in modo sparso sia nei documenti medievali sia in opere di studiosi riminesi del XVII e XVIII secolo. Il ruolo politico svolto dai Bennoni nel nostro territorio va collocato nel contesto "internazionale" che vede la rinascita economica, la crisi del sistema feudale e la riscossa spirituale della Chiesa.

Il contesto
La rinascita economica in sede locale è testimoniata dalla costruzione del nuovo porto del Marecchia (1059) e dall'allargamento della cinta muraria.
La crisi del sistema feudale è ravvisabile nella posizione di autonomia di Rimini nei confronti dell'arcivescovo di Ravenna al quale spettava, per volere degli imperatori tedeschi, una specie di principato ecclesiastico anche sulla nostra città.
Infine, la riscossa della Chiesa è attestata dalla fioritura di iniziative tra le quali va annoverata nel 1061 la fondazione, da parte di Pier Damiani, del monastero intitolato a san Gregorio e posto «nel territorio riminese, in località che è detta Morciano».

La famiglia dei Bennoni
Sullo sfondo di tutte queste situazioni e vicende si colloca la storia della famiglia riminese dei Bennoni.
Il padre, Benno «venerabile figlio del fu Vitaliano Benno», era un grande feudatario, proprietario di vaste estensioni di terre.
Sua moglie Armingarda, «figlia del defunto illustre signore Tebaldo», gli aveva recato in dote altre proprietà fondiarie.
Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Uno soltanto, Pietro Bennone, sopravvisse al padre.

I loro territori
I territori assoggettati al loro controllo o di loro proprietà s'estendevano tra Rimini, l'entroterra riminese e quello marchigiano.
Benno prima e poi Armingarda fecero donazioni a Pier Damiani per il monastero di san Gregorio, sorto così in terra appartenuta alla famiglia riminese.

Ruoli pubblici
Dagli atti, sappiamo che sia Benno sia Pietro Bennone, suo figlio, furono tra i cittadini nobili ed importanti, non soltanto grazie alla loro rilevanza economica bensì anche per la partecipazione alla vita pubblica della nostra città.
Quando Benno morì nel 1061, fu ricordato da Pier Damiani in un carme in sua memoria. In esso Benno è definito «onore del regno, e gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia».

Pier Damiani
Nel tono di commossa esaltazione usato da Pier Damiani per commemorare l'amico scomparso, non c'era soltanto la gratitudine per la donazione ricevuta, bensì pure (e l'uso della definizione di «padre della Patria» lo conferma), la descrizione del ruolo politico e civile svolto da Benno in Rimini.
Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal conte che era un delegato pontificio od imperiale.
Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto alcune ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.

Benno, una condanna a morte
Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiani non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi  originale tra mondo laico ed ecclesiastico che potesse conciliare gli interessi «particulari» cioè cittadini con quelli della sede di Pietro. Per cui i riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del pontefice (come il conte) che della loro comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma.
Nell'additarlo pubblicamente come un traditore, si sarebbe così cominciato a scrivere la sua condanna a morte. Portata ad esecuzione nell'anno stesso della fondazione del monastero di San Gregorio, il 1061.
Rimangono molti dubbi sulla figura e sull'opera di Benno, così come resta probabile il fatto che la sua vicenda possa rappresentare una tappa nella trasformazione della realtà locale della Romagna nell'XI secolo.
La morte violenta di Benno potrebbe inserirsi nella serie di azioni che precedono la nascita del Comune, e testimonierebbe una serie di fermenti che coinvolsero la Chiesa, l'impero e la realtà cittadina. [Antonio Montanari, «IL PONTE», n. 22, 12 giugno 1983]

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
22 octobre 2010 5 22 /10 /octobre /2010 17:59

BIBLIOTECA MALATESTIANA di RIMINI
Citata tra le biblioteche pubbliche
dall'Atlante della letteratura italiana,
I, Dalle origini al Rinascimento


Nell'appena uscito Atlante della letteratura italiana, I, Dalle origini al Rinascimento (Einaudi), l'articolo di C. S. Celenza-B. Pupillo intitolato Le grandi biblioteche pubbliche nel Quattrocento (pp. 313-321) ricorda anche la biblioteca malatestiana riminese collocata nel convento di San Francesco, con l'annesso lascito di Roberto Valturio ed il conseguente spostamento (1490) al piano superiore nello stesso convento.
È molto importante l'inserimento della nostra malatestiana, che fu modello di quella cesenate, e che è la prima biblioteca pubblica italiana. Come da vari anni stiamo spiegando al vento riminese. Riportiamo di seguito la documentazione da tempo presente su Internet.
Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
27 juillet 2010 2 27 /07 /juillet /2010 10:04

La gloria del ricordo, Pandolfo II Malatesti la riceve dai biografi di Francesco Petrarca, nelle pagine che narrano la partecipazione del poeta alle lotte politiche del suo tempo. Pandolfo non brilla mai di luce propria, ma riceve timidi e confusi sprazzi di quella che illumina i racconti sulla vita del cantore di Laura. Seguendo Petrarca incontriamo Pandolfo ed altri personaggi del loro mondo, come il nobile francese Sagremor de Pommier che lavora a Milano quale agente diplomatico e fidato corriere dei Visconti. Nel 1356 lo troviamo in viaggio verso Basilea assieme a Petrarca, in missione ufficiale presso l'imperatore Carlo IV. Negli stessi momenti Pandolfo è al servizio dei Visconti quale comandante delle loro truppe.
Carlo IV era giunto in Italia nell'ottobre 1354 diretto a Roma per ricevere la corona imperiale. La Chiesa lo aveva appoggiato sin dal 1346 quando era soltanto re di Lussemburgo e viveva l'imperatore Ludovico il Bavaro. Alla cui scomparsa (1347) Carlo ne prende il posto. Carlo è un esperto giurista: metà tedesco e metà slavo (dal lato materno), è stato educato in Francia. Molto abile a fare i propri interessi, emana la "Bolla d'oro" (1356) che lo trasforma in un imperatore senza potere, in balìa dei suoi sette elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, i principi di Palatinato, Sassonia e Brandeburgo ed il re di Boemia. Può controllare cancelleria e tesoro del regno, ma la politica la fanno gli altri (G. Sodano).
Appena eletto re di Germania grazie all'intervento di Clemente VI (1346), Carlo giura che una volta proclamato imperatore, rispetterà i dominii della Chiesa in Italia: per questo lo chiamano "imperatore dei preti" (U. Dotti). Papa Clemente diffida, temendo che Carlo usurpi i diritti della Chiesa e non vuole incoronarlo. Le cose cambiano con l'elezione di Innocenzo VI (1352).
Il 1356 è un anno particolare per la Francia, messa in ginocchio a Poitier dal re inglese Edoardo III che nel 1337 ha iniziato la guerra detta dei cento anni, sbarcando in quelle terre sul cui trono vantava diritti per via della madre Isabella, figlia di Filippo IV il Bello. Nel 1358 l'Inghilterra ottiene quasi un terzo della Francia per cui Edoardo rinunzia alle vecchie rivendicazioni. La Francia ne esce con le ossa rotte anche in rapporto al papato, su cui non può più esercitare alcun predominio (A. Saitta). Mentre l'Inghilterra vuol tenere a freno la Chiesa. La quale reagisce inviando da Avignone in Italia (1353) il cardinal Egidio Albornoz.
Tra le lotte armate continentali, nel 1356 si svolge la missione di Sagremor e Petrarca a Basilea alla ricerca dell'imperatore. Lo attendono invano per un mese (Petrarca incontra vecchi amici del tempo degli studi di Diritto a Bologna), poi si avviano verso Praga, dove Carlo IV vive felice. Non si illude (ha osservato P. Lafue) sul potere della sua corona, per un sano realismo fatto di conoscenza della Storia. E soprattutto crede nel potere del denaro, non ritirandosi davanti ad imprese politicamente disoneste per intascare somme di denaro, come fa in l'Italia, e come farebbe "un qualsiasi capobanda mercenario" (C. Vivanti). L. A. Muratori è sferzante: Carlo IV attendeva più a far denaro che a guarir le piaghe della penisola. Indro Montanelli lo battezza "esoso agente di un fisco arbitrario". Cesare Cantù lo definisce un fantoccio a cui i letterati prodigavano latine adulazioni, i giuristi rammentavano i diritti imperiali ed i tiranni volentieri si rivolgevano invocandolo come giudice nei litigi politici.
L'itinerario per Praga, durato tre settimane, è raccontato dallo stesso Petrarca quale viaggio da incubo, con una scorta armata ed in continuo pericolo per gli attacchi dei predoni. L'unica soddisfazione per Petrarca è di aver conosciuto l'imperatrice Anna Schweidnitz (terza moglie di Carlo), la sola donna a cui (congratulandosi per aver generato una femmina) indirizza una lettera (1358), considerata "un vero trattatello in lode delle donne famose" (Dotti).
All'imperatore Petrarca, con la testa piena delle idee politiche astratte degli intellettuali, si è rivolto il 24 febbraio 1351 invocandone la discesa in Italia, per darle una regolata. Nella sua lettera, fa parlare la Roma stracciona dei suoi giorni, un tempo venerabile matrona. Petrarca guarda alle glorie del passato, forse più presenti nelle pagine degli scrittori che nella vita della gente comune di tutti i giorni. Cantù liquida la cotta di Petrarca verso Carlo IV con una brutale battuta: in Avignone l'imperatore aveva voluto vedere la sua Laura, e baciarla per ammirazione. Carlo IV gli risponde che non c'erano più i Latini di una volta: hanno perso la libertà avendo sposato la servitù.
Nel 1355 Carlo riceve la doppia incoronazione, come re d'Italia a Milano il 4 gennaio e come imperatore in aprile a Roma, poi a metà giugno scappa dall'Italia in Boemia per non disturbare la Chiesa. Petrarca gli scrive "un'acerba lettera di rimproveri" (Dotti), dichiarando di censurarsi per non dire tutto quello che pensava di lui ("non audeo clare tibi dicere..."). "Quel sovrano di sangue di ghiaccio e di cervello lucido sapeva benissimo che il 'giardino dell'impero' era un nido di vipere" (Montanelli).
Sagremor ha un progetto in testa per il proprio futuro, passare al servizio dell'imperatore. A cui fa scrivere una lettera di raccomandazione da Petrarca che lo presenta come ottimo soldato, gran banditore delle gesta di Carlo e profondo conoscitore delle cose segrete del poeta. Poi Sagremor cambia idea, forse constatando che la vita politica non è tutta rose e fiori. Qualche anno dopo (1367 o 1368) scrive a Petrarca di esser diventato monaco cistercense.
A Praga, l'anno successivo rispetto a Petrarca e Sagremor, cioè nel gennaio 1357, va anche Pandolfo II quando fugge da Milano dopo la disavventura con Bernabò Visconti che lo fa imprigionare, e dopo la liberazione da parte di Galeazzo Visconti. A febbraio lo insegue Sagremor che poi ritorna a Milano, a rapporto dai Visconti con la facile notizia che Pandolfo con tutti stava sparlando di loro. Sagremor vola di nuovo a Praga dove scopre che il Malatesti si è diretto a Londra. Qui Sagremor lo raggiunge per dargli una lezione: lo sfida a duello. Pandolfo fa finta di nulla e Sagremor va a lamentarsi con il re Edoardo III. Il quale mette per iscritto quello che Sagremor gli ha riferito, per difendere l'onore del messo francese dei Visconti e denigrare l'italiano Malatesti.
Ma il Malatesti non viaggia per conto proprio a far la malalingua per vendetta personale: è un uomo politico la cui famiglia ha appena fatto pace con la Chiesa (8 luglio 1355), soddisfatta anche per gli insuccessi viscontei del 1356 (perdita di Bologna, Pavia, Novara, Genova, Asti e d'altri possedimenti piemontesi). L'accordo con i Malatesti è per la Chiesa una prova generale di quanto poi fa con l'intero territorio del suo Stato (E. Cuozzo).
Per questo fatto la missione europea di Pandolfo appare come parte di un progetto ecclesiastico che doveva tener d'occhio il contesto continentale, e che culmina nello stesso 1357 con le "Costituzioni" promulgate da Albornoz per sistemare una volta per tutte le questioni politiche nelle terre dello Stato della Chiesa, con un stabile ordinamento giuridico ed amministrativo.
L'anno dopo i Visconti fanno pace con la lega che li aveva combattuti. Cantù narra che quando il papa gli chiede conto del denaro speso nella campagna durata 14 anni per domare i signori dello Stato ecclesiastico, Albornoz gli manda un carro con le chiavi di tutte le città assoggettate. Di tasca propria Albornoz lascia un'eredità per fondare a Bologna il collegio spagnolo, tuttora esistente.
Sull'azione politica di Albornoz restano fondamentali le pagine di Gina Fasoli. Alternando trattative diplomatiche a vigorose azioni militari, Albornoz crea "un sistema di poteri locali abbastanza forti per non essere sopraffatti dai vicini, ma non tanto forti da potersi unire e formare fra di loro un blocco" mirante ad ostacolare la sovranità papale. Le "Costituzione" da lui emanate (e chiamate egidiane dal suo nome di battesimo), riprendono vecchie leggi, corrette ed adattate alle nuove esigenze. Si fornisce così "un testo che costituiva il diritto generale cui le leggi locali e particolari dovevano conformarsi". In questo contesto fa sorridere il racconto su Pandolfo II che gira l'Europa per spiegare la notizia più ovvia di tutte fra le diplomazie continentali, ovvero che Bernabò Visconti era un figlio di buona donna.
La lettera dal re inglese consegnata a Sagremor su Pandolfo, il quale non ha accettato la sua sfida a duello, serve al francese per incassare il soldo della missione, dimostrando ai Visconti di aver fatto quanto era in suo potere per umiliare il Malatesti davanti alla più alta autorità politica del momento. Ma, dato che ogni fatto ha il suo risvolto segreto, quella lettera fa di Pandolfo un protagonista della vita continentale. Non un codardo come lo accreditava Sagremor, ma un politico che sapeva muoversi bene proteggendo dagli sguardi indiscreti il vero scopo del suo lavoro diplomatico (o segreto, che dir si voglia). 

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
26 juillet 2010 1 26 /07 /juillet /2010 12:06

Amico del Petrarca, è detto Pandolfo II nonno di Cleofe. Si conoscono nel 1356. Il poeta arriva a Milano presso i fratelli Galeazzo e Bernabò Visconti che l'inviano come ambasciatore a Praga dall'imperatore Carlo IV. Pandolfo è ingaggiato dai Visconti quale comandante dell'esercito. La situazione nei loro territori è inquieta, con una rivolta a Bologna e la minaccia del marchese del Monferrato di conquistare le città del Piemonte. Petrarca va a Praga verso la fine di maggio, passando per Basilea. Ritorna dopo tre mesi. In autunno Pandolfo si ammala seriamente. Petrarca si reca da lui quasi ogni giorno. Quando sta meglio Pandolfo restituisce le visite. Non può camminare, e si fa trasportare dai servi.
Il vicario imperiale, vescovo di Augusta, Markward von Randeck che sta a Pisa, capeggia l'opposizione italiana ai Visconti per i danni arrecati alla Chiesa ed all'imperatore. Intima loro di discolparsi davanti a lui l'11 ottobre 1356. Galeazzo gli risponde con una lettera ingiuriosa. L'ha composta Petrarca. Il vicario si mette in marcia contro Milano: è fermato soltanto a Casorate il 14 novembre. I Visconti fanno prigioniero Markward trattandolo "decorosamente" e rispedendolo in Germania (P. Verri, "Storia di Milano", I, 1783). Novara è conquistata dal marchese del Monferrato, mentre a Genova scoppia una rivolta antiviscontea.
Secondo il cronista trecentesco Matteo Villani (VII, 48), Bernabò teme che Pandolfo faccia troppo montare suo fratello Galeazzo nella comune signoria. Per questo lo aggredisce, minacciandolo di un'esecuzione capitale. Bernabò ha la fama di tiranno sfrenato, al cui nome "tutti tremavano né alcuno ardiva far parola. Due frati minori che osarono fare a lui stesso lagnanza di tante estorsioni li fece bruciar vivi". Per giustificarsi Bernabò accusa Pandolfo di aver corteggiato una sua concubina, Giovannola di Montebretto, che gli ha dato una bimba (Bernarda) nel 1353, quando nasce pure Marco, suo terzo figlio legittimo.
Bernabò è un "sovrano truce e ignorante" secondo Verri. Nel 1361 accoglie due nunzi papali ad un ponte sul Lambro, imponendo loro la scelta "o mangiare o bere", cioè essere buttati nel fiume. Essi masticano tutta intera, compreso il bollo di piombo, la pergamena pontificia che gli avevano recato. Uno dei due nunzi, Guillaume de Grimoard, nel 1362 diventa papa con il nome di Urbano V.
Nel 1367 Pandolfo II è uno dei signori che accompagnano da Napoli a Roma Urbano V, per difenderlo dai cardinali contrari al suo progetto, realizzato soltanto per un triennio, di riportare a casa da Avignone la sede di Pietro. Urbano V scomunica Bernabò, dichiarandolo eretico e comandando "che alcuno non osasse più trattare con lui". Nello stesso 1362 i messi di Padova, Verona, Ferrara e Rovigo sono fatti vilipendere dalla ciurmaglia, vestiti con tuniche bianche e mandati a cavallo in giro per Milano. Il vicario arcivescovile Tommaso Brivio è torturato. L'abate di San Barnaba, è impiccato per aver preso delle lepri.
Bernabò si accontenta di sbattere in carcere il presunto rivale in amore. Galeazzo fa poi liberare Pandolfo che scappa da Milano e prepara la sua vendetta. La quale coinvolge il vecchio amico Petrarca, costretto a scrivere cose turche contro Pandolfo. Nel primo semestre del 1357 Petrarca si rivolge a Ludovico (Luigi) di Taranto re di Gerusalemme e Sicilia, secondo marito della regina Giovanna I di Napoli e nipote del defunto re Roberto d'Angiò.
Giovanna, donna bella e gentile, di cuor tenero ed appassionato, era rimasta vedova del cugino Andrea d'Ungheria, un tipo selvaggio e duro, fattole sposare quando entrambi non avevano ancora otto anni. La morte di Andrea è attribuita ad uno strangolamento deciso da Giovanna e da Ludovico per coronare il loro sogno d'amore (racconta A. Levati, 1770-1841). La chiamavano la Cleopatra napoletana.
Il titolo dell'epistola di Petrarca dice tutto, "Contro Pandolfo Malatesti". Allo stesso 1357 appartiene la lettera inviata da Petrarca ad Aldobrandino III d'Este a nome di Bernabò Visconti, in cui si parla della perfidia di Pandolfo verso il signore di Milano che invece lo aveva amato come un fratello. Bernabò non si riferisce soltanto alla storia della presunta relazione con Giovannola. Si basa su fatti veri. Pandolfo liberato da Galeazzo e fuggito da Milano, partecipa ad un intrigo internazionale in cui agisce da provetto politico, ma non per il solo scopo di togliersi la soddisfazione di sparlare dei Visconti e di danneggiarli.
Un testimone del tempo, il dotto cronista (e notaio delle truppe viscontee) Pietro Azario, scrive che il Malatesti fu a Milano, su ordine di Bernabò, talmente offeso che, per vergogna ed altre azioni commesse contro di lui, provò dolore in perpetuo. L'esperienza personale di Pandolfo va collegata al contesto politico. I Malatesti sono in pace con la Chiesa dall'8 luglio 1355, data del documento scoperto dal cardinal Giuseppe Garampi nell'Archivio segreto apostolico vaticano, con cui si concedono ai Malatesti in vicariato le città di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone ed i loro contadini (Tonini, IV, 2, doc. CXVIII, pp. 209-224). Mentre è del 14 luglio 1356 un altro documento "garampiano" con le lodi di papa Innocenzo VI verso Malatesta Malatesti (ivi, doc. CXX, pp. 225-226).
Matteo Villani (V, 46, p. 174) attribuisce la resa dei Malatesti alla mancanza di denaro e rendite. Dal luglio 1355, comunque essi rientrano nel gran gioco della politica. La loro sottomissione al papa "si traduce ben presto in un fattivo e duraturo rapporto di collaborazione militare" (A. Vasina), quando la Chiesa cerca di evitare che i signori cittadini "potessero far blocco fra di loro e costituire un ostacolo insormontabile all'esercizio della sovranità papale" (G. Fasoli). Nel 1362 Pandolfo II sposa Paola Orsini il cui nonno Orso è figlio di un fratello di papa Niccolò III (1277-1280). Con il quale un suo altro nipote, Bertoldo fratello di Orso, nel 1278 è conte di Romagna.
Prima a Praga e poi a Londra, Pandolfo non opera per proprio conto, o in difesa di Galeazzo Visconti. Lo dimostra un altro documento scoperto da Garampi (Tonini, IV, 1, p. 156). Pandolfo il 2 giugno 1357 è invitato dal papa a recarsi ad Avignone. Al suo posto (perché impedito dagli impegni militari con i fiorentini), va il padre che due anni prima aveva già incontrato il cardinal Egidio Albornoz legato di Romagna con il quale viaggia verso Avignone. Dove arriva il 24 ottobre e si ferma per oltre tre mesi, tornando a Rimini il 16 febbraio 1358.
La pace con i Malatesti, si legge in Carlo Tonini (I, 391), libera il legato da una guerra che poteva essere lunga e difficile, e gli fornisce un alleato contro gli altri signori romagnoli per prendere Cesena, Forli e Faenza. Albornoz rappresenta la linea dura con i Visconti, che il papa voleva invece favorire per usarli contro gli Ordelaffi. Nel 1360 i Malatesti sono al fianco della Chiesa avversando Bernabò Visconti. Il 29 luglio 1361 alla battaglia di San Ruffillo a Bologna, Bernabò è sconfitto dalle truppe del legato guidate da Galeotto I Malatesti, figlio di Pandolfo I che era il nonno del nostro Pandolfo II. Da Galeotto I discende il ramo riminese (suo nipote è Sigismondo Pandolfo).
I commentatori alla "Storia di Milano" (1856, p. 247) di Bernardino Corio (1459-1519) scrivono che la sconfitta dei Visconti avviene ad "opera del vecchio Malatesti di Rimini", uomo che "come tiranno e come Romagnolo, doveva essere in concetto di consumato maestro di perfidia: che di questi tempi la malvagia fede degli abitanti della Romagna era in ogni parte d'Italia passata in proverbio". Perfidia è la parola usata, come si è visto, da Petrarca contro Pandolfo nell'epistola scritta ad Aldobrandino III d'Este a nome di Bernabò Visconti.
Nessuna perfidia invece dimostra Pandolfo II verso Petrarca. Nell'ottobre 1364 esprime a lui ed al fratello Malatesta Ungaro il suo dolore per la morte del loro padre Malatesta Antico, di cui attesta il grandissimo ricordo lasciato con la sua vita piena di gloria. Nel 1372 il Malatesti invita il poeta a Pesaro. La risposta (negativa) del 4 gennaio successivo contiene le condoglianze per la morte della moglie e del fratello di Pandolfo, e l'annuncio dell'invio delle proprie rime volgari, ovverosia il "Canzoniere", che definisce "cosucce" (nugellae).
Pandolfo e Petrarca sanno che la vita politica (di cui entrambi sono testimoni e protagonisti), richiede sottomissioni, umiliazioni ed astuzie. Nel 1366 i Malatesti congiurano con il papa per far sconfiggere i Visconti. Con loro s'incontrano a Pavia (dove trovano Petrarca) e Milano, mentre sono diretti ad Avignone. Non è una riconciliazione, come scrive un oscuro cronista bolognese del tempo, il cartolaio Floriano Villola rilanciato nel 1949 da Roberto Weiss. Ma una manovra di aggiramento, ben descritta da Muratori (Annali, VIII, 1763). Alla fine i Visconti si dimostrano i più abili e danarosi, e possono assoldare truppe inglesi e tedesche. La loro penetrazione in Emilia è irresistibile (Fasoli).
Circa Pandolfo II, Lorenzo Mascetta-Caracci ("Zeitschrift für romanische Philologie", 1907, vol. 31) osservando che si accetta che a soli sei anni, nel 1331, egli cominciasse una vita politica di capitano e dominatore, proponeva di anticiparne la nascita dal 1325 al 1310-15. Di ciò s'accorge nel 2004 soltanto la danese Gunilla Sävborg, concordando con i dubbi dello studioso italiano. Circa Malatesta Ungaro, Mascetta-Caracci parla di caso ancor più miracoloso, perché a soli quattro anno nel 1331 figura nei libri come capitano di Santa Chiesa. Misteri degli storici, non della Storia.

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
20 juin 2010 7 20 /06 /juin /2010 10:19
Lettera pubblicata oggi sul "Corriere Romagna", l'ho spedita il 31 maggio, l'8 ed il 16 giugno (personalmente al vice direttore...). Dopo lunga attesa è finalmente apparsa stamani.




letterate.03_rid.jpgA Bologna il 18 maggio l'Università ha consegnato il sigillo dell'Alma Mater a Hilarion Alfeev (metropolita di Volokolamsk e presidente del dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca), che ha tenuto una lezione sulle "radici cristiane comuni della cultura europea". Il tema è caro anche a qualche politico democratico nostrano che lo usa in maniera strumentale.

Il priore Enzo Bianchi allarga il discorso alle radici ebraico-cristiane di cui ci dovremmo ricordare a proposito dell'accoglienza degli stranieri. Il cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha tenuto una lezione al Festival biblico di Vicenza sul rapporto tra i valori della Bibbia e la società odierna, incentrata sul "dovere dell'accoglienza". Gli uomini di Chiesa sono più "dialettici" e lungimiranti dei nostri politici, leggono il presente evangelicamente, scartando l'angoscia di chi usa etichette inconsistenti per rimediare consenso. 

Da spirito laico lo storico Jacques Le Goff sostiene: "Il Cristianesimo ha avuto una grande importanza nella formazione dell'Europa. Ma l'Europa è anteriore al Cristianesimo: per questo è necessario negare nettamente che le radici dell'Europa siano cristiane". Le Goff ribadisce poi il punto basilare del Cristianesimo autentico, riconoscere l'indipendenza dei laici e l'autonomia di Cesare. Non sempre le Chiese hanno rispettato questo dettato evangelico, per privilegiare la norma esterna (di derivazione politica) rispetto alla testimonianza personale dovuta dai cristiani, sia come singoli sia come comunità.

Una recente drammatica vicenda pubblica ha spostato i titoli di cronaca dall'accusa di "chiacchiericcio" (avanzata dal cardinal decano Sodano, 4.4.2010) come strumento di invenzione di scandali, alla sostanza degli stessi scandali, poi ammessi come tali (cardinal Bagnasco, 28.5.2010). È stata scelta l'unica strada percorribile, quella che il Vangelo suggerisce: bisogna che gli scandali vengano alla luce (Mt 18, 7: "Ma guai all'uomo per colpa del quale lo scandalo avviene"). E basta. Perché il discorrere vano appartiene al demonio ("Il vostro parlare sia sì, sì; no, no: il resto viene dal maligno", Mt 5,37).

Il cristiano come testimone di una verità non da imporre agli altri, ma da realizzare in proprio nella vita sociale, è un chiaro tema politico, se intendiamo per politica la vita comune di tutti i cittadini, e non soltanto la delega agli apparati di partito ed ai pubblici amministratori. Non contano nulla i discorsi sui presunti primati di una civiltà, e sulle radici di un continente. Sono passatempi di lusso per i teologi che sempre hanno trovato giustificazioni per tutto, anche per le condanne al rogo.

Il Vangelo ci spinge alla fratellanza, ed in questo è molto più rivoluzionario di qualsiasi altra dottrina antica o moderna. Il Vangelo è più illuministico di tanti pensatori illuministi. Sono nato felicemente eretico: meglio venir al mondo così, che diventare dogmatici ed autoritari per via didattica o burocratica.

Ora che "Roma locuta est" per gli scandali sinora oscurati o taciuti, abbandonando la via incerta dell'accusa del "chiacchiericcio" con cui si celava il "santo vero"; sarebbe auspicabile che altrettanta chiarezza d'intenti animasse le persone di buon senso. Le quali dovrebbero di conseguenza rabbrividire quando i signori leghisti cercano di accreditarsi quali difensori della vera religione, per ricever una benedizione politica in cui le pie anime dovrebbero cautamente intravedere l'ombra dello zampino diabolico.
oggi.virgilio
Una postilla non extra vagante. Alle presunte vittime del "chiacchiericcio" è stato promesso l'inferno peggiore (come i vagoni ferroviari di terza classe di mezzo secolo fa), quello che una volta era minacciato agli scribacchini ed ai teologi esoterici che oggi invece salgono benedetti in cattedra, qua o là, ma lo si sa. Saremo costretti a frequentare cattive compagnie anche nell'aldilà? 
Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article
10 juin 2010 4 10 /06 /juin /2010 14:47

Per Cleofe, un concilio, le nozze, un delitto

Ginevra, 1999. Al Musèe d'Art et d'Histoire arrivano i resti della cosiddetta mummia di Mistra, l'antica Sparta capitale della Morea. Sono reperti ossei, biologici e vestimentari che un gruppo internazionale di studiosi di varie discipline deve sottoporre a restauro e ad analisi molto sofisticate. Li guida Marielle Martiniani-Reber, famosa archeologa dei tessuti all'università di Lione. Nel 2000 è lei che fornisce l'identikit della mummia, una giovane aristocratica occidentale, anzi un'italiana. Silvia Ronchey ne scrive raccontando della "Flagellazione" di Piero della Francesca ("L'enigma di Piero", 2006).
Quella giovane si chiama Cleofe Malatesti, ed è nata a Pesaro all'inizio del XV secolo dal signore della città Malatesta I, detto "dei Sonetti o Senatore" (1366 ca-1429) e da Elisabetta Da Varano (1367-1405) di Camerino. Malatesta I è figlio di Pandolfo II e Paola Orsini (pronipote di un fratello di papa Niccolò III); nipote di Malatesta Antico detto Guastafamiglia (1299-1364); e pronipote di Pandolfo I nato da Malatesta da Verucchio "il centenario". Fratello di Malatesta Antico è Galeotto I (1301c-1385) che nel 1367 sposa Gentile da Varano, sorella di Elisabetta madre di Cleofe. Da loro nascono Carlo (1368-1429), marito di Elisabetta Gonzaga (sorella di Francesco che sposa Margherita sorella di Carlo...), e Pandolfo III (1370-1427) signore di Brescia nonché padre di Sigismondo Pandolfo Malatesti e di Domenico Novello, rispettivamente signori di Rimini e di Cesena.
Malatesta "dei Sonetti" oltre a Cleofe ha altri sei figli (che elenco in ordine sparso). Galeotto muore a 16 anni (1414). Galeazzo “l'inetto” nel 1405 sposa Battista di Montefeltro. Paola nel 1410 sposa Gianfrancesco Gonzaga (figlio di Francesco e Margherita Malatesti). Di Carlo diremo fra poco. Taddea, moglie (1417) del signore di Fermo Ludovico Migliorati, muore nel 1427. Infine c'è Pandolfo (1390-1441), nel 1424 inviato quale arcivescovo alla diocesi di Patrasso dipendente da Costantinopoli. "Grande religioso di bona vita" e "dottissimo in iscienza" lo descrive Gaspare Broglio.
Nel 1415 Pandolfo è presente al concilio di Costanza e nel 1417 al conclave che elegge Martino V. Arcidiacono bolognese (1404), governatore dell'abbazia di Pomposa (1407) ed amministratore “loco episcopi” (1413-1418) della diocesi della città di Brescia governata da Pandolfo III, egli è poi vescovo di Coutances in Normandia sino al 1424, nei duri momenti della conquista inglese durante la guerra dei cento anni. Nel 1430, quando Patrasso passa dal dominio veneziano (iniziato nel 1424) a quello bizantino, Pandolfo fugge dalla propria sede e ritorna a Pesaro. Nel 1429 a difenderlo presso i sovrani bizantini si è recato suo padre, approfittando di una fallita missione a Mistra affidatagli da Venezia.
Ritorniamo al corpo esaminato a Ginevra. Se è di Cleofe, resta il mistero di un particolare autoptico: "una perforazione all'altezza del cuore, la cui natura non è certa", scrive Ronchey. Ciò conferma l'ipotesi di una drammatica fine della giovane che "visse miseramente, soffrendo da buona Cattolica mille insulti dallo scismatico Teodoro suo marito" (1396-1448), despota di Morea e figlio dell'imperatore bizantino Manuele II (1350-1425), sposato il 19 gennaio 1421. Così nel 1782 Annibale Degli Abati Olivieri Giordani per primo rivela la drammatica vicenda di Cleofe, pubblicando la lettera inedita inviata nel 1427 da Battista di Montefeltro a Martino V, Oddone Colonna, per invocare un intervento "in difensionem" della cognata.
Malatesti e Montefeltro sono imparentati con il papa tramite due sue nipoti: Vittoria Colonna nel 1416 ha sposato Carlo, fratello di Cleofe; Caterina Colonna dal 1424 è la seconda moglie di Guidantonio di Montefeltro (1377-1443), fratello di Battista. La prima consorte di Guidantonio era stata, dal 1397 al 1423, Rengarda dei Malatesti di Rimini.
Le nozze del 1421 tra Cleofe e Teodoro sono state combinate durante il concilio di Costanza (1414-1418). Carlo Malatesti signore di Rimini e rettore vicario della Romagna dal 1385, sabato 15 giugno 1415 arriva a Costanza quale procuratore speciale di Gregorio XII "ad sacram unionem perficendam". Carlo è molto legato a Cleofe che di frequente soggiorna presso di lui a Rimini. Il 16 Carlo si presenta all'imperatore, "significandogli la propria missione, e come fosse diretto a lui, non al Concilio, che Papa Gregorio non riconosceva" (L. Tonini). Lo stesso 16 giugno Carlo incontra pure Manuele II imperatore d'Oriente e futuro suocero di Cleofe. Nei giorni successivi Carlo visita i deputati delle singole nazioni, con particolari ricevimenti da parte di quelli italiani, inglesi, tedeschi e francesi, dimostrandosi mediatore sapiente e fermo ma aperto alle altrui ragioni. A Costanza si trova pure il patriarca di Costantinopoli Jean de la Rochetaillée.
Anche il padre di Cleofe ha acquisito benemerenze religiose nei tormentati anni dello scisma occidentale (1378-1417). Nel 1410 l'antipapa Giovanni XXIII lo ricompensa dei servizi ampi e fruttuosi prestati alla Chiesa durante il concilio di Pisa, "circa extirpationem detestabilis scismatis et consecutionem desideratissimae unionis", attribuendogli "vita durante" la somma di seimila fiorini l'anno, pari a cinque volte il censo che il signore di Pesaro pagava a Roma.
A Giovanni XXIII, Carlo di Rimini ha scritto prospettando vari progetti per addivenire alla riunione della Chiesa, prima di muovergli guerra nell'aprile 1411 come rettore della Romagna per ordine di Gregorio XII e con l'aiuto di Pandolfo III di Brescia, al fine di "reperire pacem et unionem Sactae Matris Ecclesiae". Gregorio XII in una bolla (20.4.1411) scrive che Carlo, "verae fidei propugnator", ha giustamente deciso "se de mandato nostro movere, et pro defensione catholicae fidei, ac honore et statu, atque vera unione ac pace universali Ecclesiae". In dicembre a Carlo i veneziani, fedeli a Giovanni XXIII, affidano un esercito da guidare contro l'imperatore Sigismondo. Nell'agosto 1412, Carlo resta ferito per cui lascia il comando al fratello Pandolfo III.
Nell'ottobre 1418 Martino V, mentre sta ritornando da Costanza, fa sosta prima a Brescia e poi a Mantova. A Brescia avviene il suo incontro con l'arcidiacono Pandolfo, fratello di Cleofe, amministratore della diocesi. A Brescia il papa trova il signore di Rimini Carlo accompagnato dalla moglie Elisabetta Gonzaga, e Malatesta I di Pesaro. Il quale ottiene dal pontefice due provvedimenti: la rinnovazione della propria signoria e la sede vescovile di Coutances per il figlio arcidiacono.
Per cancellare la storia di Cleofe, bastano le fiamme che nel 1462 distruggono a Rimini gran parte dell'archivio malatestiano (poi spogliato delle carte superstiti su iniziativa pontificia fra 1511 e 1520); ed a Pesaro il 15 dicembre 1514 la biblioteca ed i documenti della famiglia della sposa bizantina, dopo che nel 1432 e nel 1503 un "arrabbiato popolo" vi aveva distrutto le scritture pubbliche. In quelle fiamme scompaiono le tracce che potevano portare ad accusare la Chiesa di Roma del sacrificio di una giovane innocente, scelta dal papa con soddisfazione del suo casato: per i Malatesti, in quei giorni attorno al 1420, erano aumentati potere e prestigio.
Sopravvivono soltanto le memorie orientali. E resta la leggenda del ritorno in patria di Cleofe: forse accreditata dagli stessi Malatesti per nascondere la sconfitta politica subìta, o forse diffusa dalla Chiesa al fine di mascherare le proprie colpe. Roma, consapevole di possibili tracce accusatorie lasciate a Pesaro ed a Rimini dalla clamorosa vicenda, avrebbe provveduto a distruggerle. Sono semplici ipotesi. Come quella di Silvia Ronchey circa la fine di Cleofe: una morte che ha "poche probabilità di essere stata accidentale", e che sarebbe dovuta alla "longa manus della curia romana".
Cleofe "probabilmente assassinata, certamente travolta dal doppio gioco al quale era stata costretta fin dal suo arrivo a Bisanzio", visse cercando un impossibile equilibrio sul filo che collegava il papa ed il consorte. Giocò con coraggio una partita che da sola non poteva vincere. Ronchey ipotizza l'uccisione di Cleofe per evitare che mettesse al mondo un erede al trono bizantino. Se un figlio maschio fosse nato, "il corso della storia avrebbe potuto essere diverso": "se la storia potesse farsi con i se".
Le nozze di Cleofe sono state celebrate il 19 gennaio 1421 assieme a quelle di Sofia di Monferrato con Giovanni VIII Paleologo. Sofia e Cleofe sono state unite nello stesso progetto di Martino V (che secondo Ronchey scelse "personalmente" la Malatesti), per riunire la Chiesa latina e quella greca, separate sin dal 1054. Assieme Sofia e Cleofe s'erano imbarcate a Venezia per Costantinopoli. Il prologo del viaggio di Cleofe era stato segnato dal triste presagio dell'imbarcazione costretta dal maltempo a rientrare in porto a Rimini, per cui dovette compiere via terra il viaggio sino alla laguna. Anche di Sofia di Monferrato le cronache del tempo offrono scarse notizie: nell'agosto 1425 Sofia scappa da Costantinopoli, poco dopo la scomparsa del suocero Manuele II. Cleofe muore nel 1433, lasciando una figlia, Elena, nata tra 1427 e 1428.

Repost 0
Published by antonio montanari - dans Rimini
commenter cet article