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Dal 1999

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Mercredi 31 octobre 2007
... per non parlare dell'Armeni.
Pubblico qui un commento inserito nel blog di Gianna Volpi, al suo brillante pezzo intitolato "Le punture di Vespa".

Vespa il serafico, verrebbe da dire pensando a quel poco che ho visto della trasmissione di Ferrara. Penosa non soltanto per l'atteggiamento assunto dal conduttore di "Porta a porta" il quale ci garantiva di essersi guadagnato la stima delle persone intervistate, per non aver mai tradito la fiducia dei suoi interlocutori. Ma anche per la furbetta domanda della signora Armeni che lanciava la risposta del Vespa medesimo: se non erro lei sta scrivendo un libro su donne e politica...
E poi per quell'aria ieratica del buon Ferrara che, svelando certi segreti di certe alcove, sembrava essere lì lì per risolvere i più drammatici problemi non dico del presente ma addirittura del prossimo futuro. Quante mosse vanesie da parte del trio.

Le alcove sono storia e politica? Beh, dalla cintola in giù, per i politici guarderei soltanto alle tasche dei pantaloni dove conservano il portafogli.
Per il resto, il rispetto della privatezza dovrebbe essere fondamentale, a meno che certi episodi non siano legati ad eventi storici e pubblici. Non si può accantonare la Petacci, vista la fine che ha fatto. Ma si può tranquillamente dimenticare la serie di amicizie di questo o quel leader politico più vicino a no nel tempo ma non coinvolto in scandali conseguenti al suo mondo di essere sentimentalmente, soprattutto se poi non si scoprono tutti gli altarini di 40 o 50 anni fa per tutti gli uomini che sono stati protagonisti della politica.

La Grande Storia che Vespa dimostra di prediligere, dopo alcuni volumi che, mi sembra, se non ricordo male, parlano degli ultimi 60 anni, si è ristretta ai comportamenti erotici della politica.
Ma credendo di essere un innovatore, con il volume di cui ha parlato chez Ferrara, Vespa ha dimostrato una specie di culto di quei fatti minimi che non fanno la storia ma spesso servono a distruggere reputazioni.
Una volta, quando c'erano certi potenti, su queste vicende ci lavoravano i servizi segreti. Adesso si mira a far cassetta con i diritti d'autore. Beh, se uno vuole essere uno scrittore, dato che già come giornalista televisivo non guadagna male, potrebbe avere più rispetto per la propria personalità, prima di quelle di cui parla.

Circa Ferrara (come dice Luigi Zoppoli, un tempo grande estimatore e supporter di Craxi), mi viene il dubbio che sia afflitto da un complesso di gigantismo psichico, di considerarsi una specie di Mangiafuoco che sogna di manovrare la storia e la cronaca come se si trattasse di povere marionette.

Ma nella storia e nella cronaca ci sei anche tu, gentile Giulia, che hai scritto questo testo molto interessante (qualcosa di più di una pagina da Diario personale) e ci siamo anche noi semplici lettori. Che siamo magari considerati soltanto spettatori con l'obbligo di restare in silenzio. Purtroppo abbiamo il vizio di parlare. Anzi rivendichiamo il diritto di parlare. Ecco, questa sarebbe stata una cosa non veramente gradita a Craxi, altro che i pettegolezzi postumi che soltanto offendono la sua famiglia.

Antonio Montanari
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Mardi 30 octobre 2007

Poststampa3010 «Riflettere sulla maniera migliore di rinforzare la Repubblica, è un obbligo per tutti. Tutte le iniziative, di qualsiasi origine, sono legittime». Beh, non si parla dell'Italia. È un articolo de «Le Monde» di stasera, che riguarda i cugini d'oltralpe. L'ha scritto Didier Maus, presidente emerito dell'Associazione francese di diritto costituzionale.

Il tema interessa però anche noi. La promessa (la minaccia? l'incubo?) di una riforma della Costituzione gira da parecchio tempo sia sui giornali sia in àmbito strettamente politico, soprattutto partitico.
Vogliamo anche noi «rinforzare la Repubblica», per usare un verbo debitamente sospetto a causa di tanti motivi storici. Che furono alla base dei numerosi contrappesi studiati nella Costituzione del 1948.
Dopo 60 anni, le pericolose ombre di poteri troppo forti che allora si vollero allontanare dopo la disastrosa esperienza che aveva portato alla seconda guerra mondiale, sono svanite del tutto, o possono ancora far capolino da dietro l'angolo?

La prudenza della vecchia classe dirigente nei partiti, aveva radici ben salde in quel passato difficile da accantonare.
Poi sono venute due crisi parallele, la scomparsa dei gruppi dirigenti di alcuni partiti, travolti dalla corruzione (con la cosiddetta inchiesta di «mani pulite»); e la nascita di un partito-azienda con un capo-proprietario che annaspa ma riesce ancora ad occupare la scena, nonostante tutto e nonostante tutti i suoi amici-nemici. Che non ne possono più (in segreto).

Berlusconi è oggi "liquidato" da Giuliano Ferrrra in un'intervista a «Repubblica» con una dichiarazione che non lascia dubbi: la sinistra si muove, noi a destra «siamo fermi a Berlusconi».
Paradossale quel tanto che basta per lasciare intravedere una verità scomoda alla Cdl, Ferrara sembra però confidare troppo nella forza di Veltroni e caricare eccessivamente le tinte, quando parla pure di «ruiniani di sinistra»: il che sembra un bel contrasto logico, anzi teologico.
Ma si sa che Ferrara ama questi toni assurdi, non so quanto graditi sia a destra sia a sinistra, come quando definisce il sindaco di Roma una specie di copia conforme al «primo Silvio».

In effetti qualcosa accomuna Berlusconi a Veltroni, l'antipatia verso i giornali, come ha scritto  su «La Stampa» di domenica Lucia Annunziata: «Addossare alla stampa l’invenzione di difficoltà politiche che nella realtà non esisterebbero è infatti un trucco contabile della politica vecchio quasi quanto la stampa stessa».

Oggi invece Barbara Spinelli ha osservato, sempre su «La Stampa»: «Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura, e volontariamente servire il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione. Tra la strategia di riconquista apprestata da Berlusconi fin dal 10 aprile 2006 e quel che mi dicono oggi giornali e tv non riesco, per quanto ci provi, a scorgere più differenza alcuna».

Mentre in Francia il problema è rafforzare Stato e Costituzione, da noi sembra avviato alla fine un gioco al massacro che serve soltanto ad indebolire il quadro politico, rimpiangendo (udite, udite) addirittura (sono parole di Veltroni), le «belle interviste di Zaccagnini o di Berlinguer in tv. Ognuno esponeva le sue idee e i cittadini giudicavano non le urla che si sovrapponevano ma le parole e la sincerità di ciascuno».

Di questo gioco al massacro si preoccupa giustamente Barbara Spinelli: «Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private».

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Lundi 29 octobre 2007

Usque tandem Romano, postea triciclum...

Bellissima l'idea di fondo del pezzo di Luigi La Spina: abbiamo il «primo governo-tandem della politica italiana, composto dalla coppia Prodi-Veltroni», e c'è il rischio che «si aggiunga alla coppia Prodi-Veltroni anche un altro pedalatore, di nome Berlusconi. Così il tandem si trasformerebbe in un triciclo».

Noi sulla Riviera romagnola da tanto tempo abbiamo strani veicoli derivati dalle bici, a due guidatori e quattro ruote, con un sedile posteriore in cui possono prender posto anche tre passeggeri...

Riscio

Li chiamano «risciò». Forse questo modello da «famiglia Brambilla [a proposito di MVB...!] in vacanza», è quello più adatto a contenere il carico di viaggiatori-governanti che si minaccia per il futuro più prossimo.
In un Paese in cui per antica tradizione non si nega a nessuno un sigaro ed una croce di cavaliere (secondo l'antico motto, credo, sabaudo), non si nega a nessuno neppure un posto di governo (o semmai di sottogoverno che è meglio ancora: stando all'ombra si evitano i rischi-insolazione).

Più si è meglio si sta, come nelle gite in campagna. Lo chiamavano consociativismo («termine nuovissimo, ancora assente in molti dizionari della lingua italiana», 1999, Piero Melograni). Adesso lo possiamo chiamare «governo del risciò: dimmi cosa chiedi ed io te la do».


La foto è di Marechiaro.
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Dimanche 28 octobre 2007

Sintesi della comunicazione di Antonio Montanari, Rimini, Studi Romagnoli, 28.10.2007

«L'heretico non entri in fiera»
Società, economia e questione ebraica a Rimini nei secoli XVII e XVIII.
Documenti inediti


La questione ebraica a Rimini tra 1600 e 1700 ripropone aspetti specifici già presenti in età precedente: l'alternanza di acute tensioni e di condizioni favorevoli.
Il 10 giugno 1432 Galeotto Roberto Malatesti ha ottenuto da papa Eugenio IV un «breve» che imponeva agli ebrei riminesi il «segno» di distinzione obbligatorio.
Il «segno» era stato introdotto nel 1215 dal IV concilio lateranense sotto Innocenzo III: una rotella di stoffa gialla da portare cucita sulla parte sinistra del petto.
Due assalti ai loro banchi avvengono nel 1429 e nel 1503.
Finita la dominazione malatestiana nel 1509, agli ebrei nel 1510 è concessa l'autorizzazione a «facere bancum imprestitorum», cioè di svolgere legalmente attività finanziaria.
Nel 1515 succede l'episodio che meglio riassume i caratteri della questione ebraica a Rimini.
Il 13 aprile 1515 il Consiglio generale della città prende atto che a Rimini gli ebrei sono visti «ut inimicos», ed approva all'unanimità tre provvedimenti:
1. chiedere licenza al papa di bandirli;
2. far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi;
3. stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».
Gli ordini del segno distintivo restano disattesi se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, essi sono ripetuti, in obbedienza anche ai decreti del 1215.
Gli ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di poter recare semplicemente un segnale sul mantello: la «rotella» di cui s'è detto.
La città ricorre al papa, «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città» stessa.


I soldati usati nel 1515 «per guardia de gli Ebrei», sono forse parte dei 600 armati già impiegati nel 1510 per volere del papa, a causa di risse e disordini politici locali.
Oppure sono i «nuovi fanti» giunti nel febbraio 1513 «per la custodia della città», afflitta da continue violenze.
Oppure sono le guardie destinate frenare i «faziosi» del contado (maggio 1513), per le quali è creata una nuova tassa.
Carlo Tonini scrisse che nel 1515 Rimini «era in tumulto per cagione degli Ebrei». È un'affermazione priva di fondamento. Non ci fu nessun tumulto «degli Ebrei», ma semmai «contro» di loro. La gente li considerava (scrive Tonini), «quali nemici della Religione e promotori di scandali». («Ut inimicos» abbiamo letto nel verbale del Consiglio generale sotto la data del 13 aprile.)
Nel 1515 si vuol semplicemente far pagare alla comunità ebraica la spesa militare degli ultimi cinque anni, fatta però non per colpa sua. In quell'anno, come osserva lo stesso Carlo Tonini, «fra gli altri mali eravi quello, di tutti forse peggiore, della mancanza di pecunia».
La questione ebraica a Rimini nel 1515 si sovrappone perfettamente con il clima di guerra civile provocato, dopo la morte di Sigismondo Pandolfo Malatesti (1468), dalle due fazioni in lotta.
Nel luglio 1512, con la vana speranza di pacificare la città, si sono istituiti i «signori Venti di Giustizia», attribuendogli «facoltà assoluta di punire, e condannare». Ma neppure essi, sul finire dello stesso 1512, hanno potuto evitare l'uccisione di Vincenzo Diotallevi.
È uno dei tanti delitti politici che si susseguono dal 1470. Delitti che, come ha osservato Rosita Copioli, continueranno «a far colare sangue» per un secolo.


Nel 1540 la Municipalità è costretta ad intervenire per difendere gli ebrei, con l'intimazione ai cristiani di non colpire gli usci e le finestre delle loro case.
Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale obbliga gli ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove si trovavano.
Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che il 17 luglio 1555 istituirà il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, secondo il modello realizzato nel 1516 dalla Repubblica di Venezia.
Il 27 marzo 1549 agli ebrei di Rimini è imposta una contribuzione straordinaria per il «Sacro Monte della Pietà», nato nel 1501 proprio per fare concorrenza ai prestatori israeliti. Al «Monte» però gli ebrei riminesi non possono accedere.



Le norme discriminatorie dettate da Paolo IV contro gli ebrei nel 1555, sono attenuate nel 1562 da Pio IV.
Nel 1569 Pio V dà il bando agli ebrei da tutte le sue terre entro tre mesi, ad eccezione di Roma e d'Ancona, con la «bolla» Hebraeorum gens sola, anticipata nel 1566 dalla Romanus Pontifex di Pio V.
Rimini va controcorrente. Il 9 dicembre 1586 il Consiglio generale autorizza a risiedere nel ghetto cittadino gli ebrei titolari di licenza per abitare nello Stato della Chiesa.
Il 22 dicembre 1586 gli ebrei chiedono al Consiglio di poter continuare a vivere «familiariter» al di fuori del ghetto, dove si rifiutano di permanere. Non ricevono risposta, a quanto risulta.


Soltanto il 19 settembre 1590 in Consiglio è presentata la proposta di approntare gli strumenti giuridici per cacciare dalla città gli ebrei che non l'avevano ancora abbandonata, e che sono equiparati a «vagabondi e forestieri».
Approvata a larghissima maggioranza, la decisione è destinata a restare senza risultato, grazie ad una aggiunta secondo cui l'espulsione sarebbe avvenuta nel «caso si potesse e vi fosse Motu proprio o Breve pontificio». Gli ordini papali c'erano già (bando del 1569).
Nel 1593 Clemente VIII (1592-1605) delibera l'espulsione definitiva degli ebrei dallo Stato della Chiesa, fatta di nuovo eccezione per Roma ed Ancona (come nel bando del 1569).


Dopo il 1593 dunque a Rimini non dovrebbe esserci più alcun ebreo. Ma non è così. Nel 1615 una rivolta popolare distrugge il loro ghetto posto «in Via S. Andrea o S. Onofrio».
La rivolta popolare è favorita (se non promossa) dall'atteggiamento della Chiesa locale e di alcuni nobili. Tra i quali figura un personaggio di spicco nella vita curiale e politica romana, Giovanni Galeazzo Belmonti, vice gran priore dell'Ordine militare di Santo Stefano.
Nel 1624 Roma proibisce agli ebrei il domicilio nello Stato ecclesiastico, ma non il soggiorno in qualsiasi luogo o città «per occasioni di mercantie», secondo la regola introdotta da Clemente VIII per periodi massimi di tre o quattro giorni.


Il 15 maggio 1656 a Rimini un «Gentilhuomo Hebreo di questa Città» (forse un componente della famiglia Gentilomo, attestata a Pesaro), si fa mallevadore di «un tal Hebreo Banchiere», al quale è concesso di aprire il banco con la facoltà di tenere presso di sé la famiglia.
Il 16 giugno 1666 il Consiglio generale riminese boccia la proposta di chiedere al papa di ricostituire il ghetto, ad «utile e beneficio» della città.
Rimini è sulla linea commerciale che dalle coste marchigiane porta a quelle ferraresi, entrambe controllate dai mercanti ebraici. I domini estensi nel 1598 sono passati sotto il governo di Roma, come accaduto a Pesaro nel 1631.
Sul finire del 1670, la Municipalità riminese inoltra (inutilmente) al papa la richiesta di concedere la «facoltà di poter eriggere in questa Città un nuovo Ghetto d'Hebrei».
Ci si giustifica con la necessità di portare «sollievo» economico a Rimini per mezzo di un «qualche poco» di commercio, fondamentale per una ripresa nelle «presenti contingenze della nuova fiera», per la quale gli ebrei sono considerati «necessarissimi».
Nel 1693 gli ebrei chiedono di essere autorizzati a rivolgersi direttamente al pontefice per poter ottenere di rientrare in città. E fanno presente di avere a Roma un «buon mezzo» per comunicare con il papa.
Il 17 febbraio 1693 il Consiglio generale discute il memoriale di quei commercianti ebrei «soliti a venire a servire con le loro mercanzie» a Rimini, e concede loro l'autorizzazione ad inoltrare al papa la supplica desiderata.
Come sia andata a finire la faccenda a Roma, non è dato di sapere.


La votazione del 1693 rovescia l'atteggiamento del Consiglio generale circa la presenza ebraica. I contrari sono soltanto due su 43. Erano stati 31 su 45 nella votazione del 16 giugno 1666 circa la richiesta di ricostituire il ghetto.
Nel verbale del 17 febbraio 1693 si legge pure che «d'alcun tempo in qua» agli ebrei era stata proibita la dimora in Rimini con «danno comune» sia del «Monte della Pietà», sia della dogana, sia di «altro per la loro assenza».
Gli israeliti erano dunque tornati ad essere presenti a Rimini dopo la distruzione del ghetto nel 1615. Nel loro memoriale si dichiara che «l'avergli levato il libero commercio» aveva provocato «danni notabili» a tutta la vita cittadina.


Il memoriale è del 1693. L'anno prima a Ferrara (la cui realtà economica era caratterizzata dalla predominanza ebraica), è stato introdotto dal cardinal legato Giuseppe Renato Imperiali il «libero commercio» dei grani (anche se per soli dodici mesi), nella provincia e fuori di essa, ripetendo analogo provvedimento pontificio di Clemente IX (1667-69).
Il memoriale riminese del 1693 sembra rispondere alle attese del governo cittadino, il quale tenta di realizzare una propria politica, autonoma da Roma, nei confronti degli ebrei, non in nome di astratti princìpi ma in virtù di concretissime ragioni di generale convenienza economica.


Nel 1660 avviene a Rimini un episodio emblematico.
L'«Hebreo Servadio» è fatto prigioniero per esser stato trovato «senza licenza di dimorarvi», assieme al «suo amico» David.
Servadio è salvato dalla pena corporale dei «tre tratti di corda» grazie all'intervento presso il vicario vescovile, di «Girolamo Giordani, gentilhuomo di Pesaro», di passaggio a Rimini.
Servadio è multato di dodici scudi destinati alla Curia, e di due scudi per la cancelleria. La somma è pagata per lui da «un tal Gioseffo Montefiore hebreo di Pesaro».
Servadio e David inviano un memoriale di protesta al Sant'Offizio.
Il Sant'Offizio chiede al governatore riminese Angelo Ranuzzi «una sincera, ed esatta informazione della verità del fatto».
Nel frattempo il vicario ottiene da Servadio la dichiarazione di non aver presentato alcun ricorso a Roma.
Ma Roma ordina a Ranuzzi che siano restituiti a Servadio i dodici scudi della multa, con la spesa di uno scudo per la cancelleria.
Ranuzzi esegue, ed informa Roma della richiesta fatta a Servadio dal vicario di una smentita circa il memoriale inoltrato dall'ebreo al Sant'Offizio. Richiesta a cui Servadio s'è sottomesso allo scopo di evitare ulteriori fastidi.


Ritorniamo al 1656 ed alla concessione al «Gentilhuomo Hebreo» di aprire il banco a Rimini, tenendo presso di sé la famiglia.
Il 1656 è anche l'anno in cui a Rimini prende avvio la nuova fiera di sant'Antonio sul porto (dal 6 all'11 luglio), ripetuta nel 1659 e sospesa nel 1665 dal governatore.
Essa riprende dal 1671 al 1680 con una continua diminuzione del «concorso» di mercanti e compratori. Per cui porta soltanto «incomodo» ai commercianti locali.
Abbiamo visto che nel 1670 Rimini chiede al papa «un nuovo Ghetto d'Hebrei», «necessarissimi» nelle «presenti contingenze della nuova fiera».
Nel 1678 non c'è disponibilità di moneta per gli affari della fiera, «per non essere seguiti li raccolti».
Nel 1691 la fiera ritorna, senza smalto e senza gli effetti positivi sperati.


Alla fiera del 1671 (durata undici giorni anziché gli otto previsti), sono presenti otto ditte di ebrei, tutte del settore tessile-abbigliamento: tre di Ancona, tre di Urbino, due di Pesaro.
Le merci da loro introdotte hanno un valore pari al 28,25% del totale.
Gli affari invece sono magri, immaginiamo non per la qualità dei prodotti offerti ma per il pregiudizio religioso nei loro confronti.
Essi vendono soltanto il 16,82% dei loro prodotti, cioè il 10,16% del venduto totale della fiera. La media generale del venduto è del 46,71% contro il 10,16 degli ebrei.


La prima notizia del diciottesimo secolo relativa alla presenza ebraica a Rimini, risale al 1775 e riguarda il battesimo di Isacco Foligno, di probabile origine pesarese.
Nel 1796 alla fine di giugno, la contribuzione per i francesi è imposta pure agli ebrei. I quali sono arrestati «onde sottrarli da quegli insulti che una certa malafede del Popolo, avrebbe potuto accagionargli».
Appartengono a cinque ditte, intestate a Moisé di Bono Levi, Samuel ed Elcanà Costantini, fratelli Foligno, Samuele Mondolfo, ed Abram e Samuel Levi.
Quegli ebrei, «dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini», temendo, nel «passaggio delle Truppe Francesi», di poter esser «molestati per raggion d'avere per Comando Pontefficio il solito segno nel Capello», ottengono di toglierlo dopo il versamento alla comunità riminese di un «dono gratuito» di cinquecento scudi.
Il «dono» è fatto, come scrivono i consoli di Rimini, «in luogo di darci conto del loro peculio, e del valore de rispettivi negozj, come da noi esigevasi». La Municipalità, soddisfatta della generosa offerta, versata oltretutto in moneta e non in oggetti preziosi, tralascia di sottolineare che essa andava contro le leggi.

Nel 1799, il 30 maggio, la rivolta dei marinai, a cui s'accodano quelli che il mercante-cronista Nicola Giangi chiama «li birbanti di Città», si conclude con il saccheggio anche di due botteghe gestite da ebrei.
Il notaio-cronista Zanotti descrive l'episodio come opera degli «insorgenti» antifrancesi che egli (da convinto legittimista) però distingue dai «rivoltosi» i quali, spinti dal «maligno furore della Plebaglia», agiscono invece contro la cosa pubblica.

In un documento romano del 1793 si parla delle pelli d'agnello commerciate da Abramo Levi, imbarcate proprio a Rimini, e dirette verso il nord Europa.
A Rimini sin dal 1500 si teneva una «fiera delle pelli» per la ricorrenza di sant'Antonio dal 12 al 20 giugno. Da essa deriva la fiera che nasce sul porto nel 1656, dedicata a sant'Antonio. Il 1656 è l'anno in cui si concede ad un israelita di aprire il banco.

Per quanto sconosciuto nella sua precisa identità, questo «Hebreo Banchiere» è simbolo della tesi sostenuta da Maria Grazia Muzzarelli per la realtà cesenate del Quattrocento: gli ebrei sono stati considerati «da sfruttare sempre, tollerare a tratti e vessare ogni volta che» ce ne fosse bisogno politicamente.

Archivio:
1. Quante storie
2. Storia degli ebrei a Rimini

Antonio Montanari

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Samedi 27 octobre 2007

Monde27102007 Ricordate: «i francesi ci rispettano / che le balle ancora gli girano»?
Questa volta non c'entriamo noi italiani con Bartali, come nella canzone di Paolo Conte. I motivi per cui ai francesi girano le balle sono altri.

Leggete cosa scrive Le Monde di questa sera, ai francesi girano le balle più di tutti gli altri europei, se pensano al loro futuro: «Le Français est inquiet. Il est beaucoup plus anxieux que ses voisins européens sur l'avenir de ses enfants, redoutant de devenir pauvre, sans abri ou de perdre son emploi, méfiant sur la justice et la police, sur la mondialisation ou encore les syndicats et le Parlement, se suicidant même davantage. Et ce dans un pays plutôt moins pauvre et moins inégalitaire que la moyenne européenne».


Foto da Le Monde.

Al Monitor giornaliero, rassegna stampa e commenti.

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