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Cap. 3. Carlo Tonini inventa il tumulto ebraico del 1515


Carlo Tonini figlio pasticcione (non lo dico io, come vedremo) del grande Luigi, il primo storico moderno di Rimini, s’inventa per il 1515 un «tumulto per cagione degli Ebrei».
Nulla di vero. Non ci fu nessun tumulto «degli Ebrei», ma semmai «contro» di loro. La gente li considerava (scrive lo stesso CT), «quali nemici della Religione e promotori di scandali». («Ut inimicos» si legge nel verbale del Consiglio generale sotto la data del 13 aprile, dal quale CT attinge.)

Nel 1515 si vuol semplicemente far pagare alla comunità ebraica la spesa militare degli ultimi cinque anni, fatta però non per colpa sua. In quell’anno, come osserva lo stesso CT, «fra gli altri mali eravi quello, di tutti forse peggiore, della mancanza di pecunia». Su questi aspetti torniamo più avanti.
Per ora spieghiamo il perché di quel “pasticcione” attribuito a CT.
Leggiamo un passo di un illustre studioso, Luigi Dal Pane, tratto da un testo del 1932. Nel quale si parla dell’Annona di Rimini nel secolo XVIII. Il prof. Dal Pane osservava:
a) che fino ad allora (1932) la controversia era rimasta ignota in campo scientifico;
b) che non si potevano svolgere altre indagini per il «preclaro disordine» dell’Archivio comunale;
c) che gli «scrittori di storia riminese […] vi accenarono da cronisti, e, come al solito, non cercarono di penetrarne l’intimo siginificato».

Il riferimento di Dal Pane è a Carlo Tonini che «copiò dal Giornale dello Zanotti non senza cambiare qualche frase e mutare la costruzione del periodo […] per occultare» il plagio; e che «invece di chiarire le cose […] le imbrogliò», per cui alla fine «certi passi che erano chiari e significativi nella prosa dello Zanotti, divennero oscuri e senza colore in quella del Tonini».
Il testo di Dal Pane è «Una controversia sull’Annona di Rimini nel secolo XVIII», in «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, XL (1932), III», pp. 327-345 [si trova in Gambalunga, segn. 13. MISC. CCXLIII, 50].

Il testo di Dal Pane non era mai stato “rispolverato” in sede locale non tanto per la questione che vi considera, quella dell’Annona settecentesca, quanto per le implicazioni di metodo di lettura dei testi (vedi Carlo Tonini) e delle fonti (come lo Zanotti di cui parla).
Zanotti è il più citato nelle tesi e nei testi “riminesi” relativi al Settecento, ma mai ci si è chiesti perché lui scriva quello che scrive, ovvero quale sia la sua “mentalità”.
La quale aveva un’indubbia impronta codina, ed era più portata a credere nelle verità delle leggi e del potere che le incarnava, piuttosto che nel primato del divenire storico. Non per nulla, quando parla del popolo, Zanotti lo definisce «plebe ignorante».

Veniamo ai fatti del 1515. Riprendo un mio testo già presente sul web.

Nel 1515 succede l’episodio che meglio riassume i caratteri della questione ebraica a Rimini. Il 13 aprile 1515 il Consiglio generale della città prende atto che a Rimini gli ebrei sono visti «ut inimicos», ed approva all’unanimità tre provvedimenti:
1. chiedere licenza al papa di bandirli;
2. far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi;
3. stabilire «che nell’avvenire volendo detti Ebrei continuare l’habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».
Gli ordini del segno distintivo restano disattesi se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, essi sono ripetuti, in obbedienza anche ai decreti del 1215.
Gli ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di poter recare semplicemente un segnale sul mantello: la «rotella» di cui s’è detto. La città ricorre al papa, «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città» stessa.

I soldati usati nel 1515 «per guardia de gli Ebrei», sono forse parte dei 600 armati già impiegati nel 1510 per volere del papa, a causa di risse e disordini politici locali. Oppure sono i «nuovi fanti» giunti nel febbraio 1513 «per la custodia della città», afflitta da continue violenze. Oppure sono le guardie destinate frenare i «faziosi» del contado (maggio 1513), per le quali è creata una nuova tassa.
Carlo Tonini scrisse che nel 1515 Rimini «era in tumulto per cagione degli Ebrei». È un’affermazione priva di fondamento. Non ci fu nessun tumulto «degli Ebrei», ma semmai «contro» di loro. La gente li considerava (scrive Tonini), «quali nemici della Religione e promotori di scandali». («Ut inimicos» abbiamo letto nel verbale del Consiglio generale sotto la data del 13 aprile.)
Nel 1515 si vuol semplicemente far pagare alla comunità ebraica la spesa militare degli ultimi cinque anni, fatta però non per colpa sua. In quell’anno, come osserva lo stesso Carlo Tonini, «fra gli altri mali eravi quello, di tutti forse peggiore, della mancanza di pecunia».
La questione ebraica a Rimini nel 1515 si sovrappone perfettamente con il clima di guerra civile provocato, dopo la morte di Sigismondo Pandolfo Malatesti (1468), dalle due fazioni in lotta. Nel luglio 1512, con la vana speranza di pacificare la città, si sono istituiti i «signori Venti di Giustizia», attribuendogli «facoltà assoluta di punire, e condannare». Ma neppure essi, sul finire dello stesso 1512, hanno potuto evitare l’uccisione di Vincenzo Diotallevi. È uno dei tanti delitti politici che si susseguono dal 1470. Delitti che, come ha osservato Rosita Copioli, continueranno «a far colare sangue» per un secolo.

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