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Al "Giovane Pascoli" è stato dedicato da Rosita Boschetti un volume che è il catalogo della mostra tenutasi a San Mauro sul finire del 2006.
Nel capitolo iniziale, molte notizie riguardano il soggiorno di Zvanì a Rimini (1871-72) per motivi di studio.

A quel periodo risale una sua pagina, "Scartabelli di Nebulone scrittor di Romanzi".
Rosita Boschetti precisa: in essa "Pascoli parla in tono piuttosto satirico di uno scrittore e giornalista dell'epoca, Giuseppe Rovani" (p. 7).

Dopo queste parole mi sarei aspettato di leggere una nota con una citazione che mi riguarda.
Infatti nel 2004 scrivevo sul settimanale riminese "il Ponte": "Si tratta di una pagina scolastica, contenuta in un quaderno intitolato 'Esercizi di poesia italiana', mai pubblicata sinora anche se conosciuta e citata da vari studiosi. Mariù stessa ne dette notizia, definendola un componimento 'piuttosto satirico'. Quando sabato 20 marzo (2004) ho salutato [...] il prof. Capecchi, egli mi ha suggerito di provare a cercare chi fosse quello 'scrittor di Romanzi' di cui Pascoli metteva in caricatura la vita e le opere nel compitino riminese. Le parole di Capecchi mi autorizzano a presentare pubblicamente l'esito della ricerca".
Riproduco in calce l'intero articolo del 2004.

Circa il soggiorno riminese di Pascoli va aggiunto che quella casa "posta in uno stabile interno di via S. Simone" (p. 6, si tratta di parole di Mariù Pascoli non citata in nota), potrebbe "corrispondere all'attuale civico 17", come scrissi in "Pascoli riminese" (Quaderni di Storia n. 3, Edizione il Ponte, Rimini 1995).

Infine, nel testo di Rosita Boschetti è ampiamente citato Guido Nozzoli, i cui scritti sul tema (che occupano la prima metà della pag. 70) sono stati resi noti da me nel 2003 nel saggio «Zôca e manèra». Giovanni Pascoli studente a Rimini (1871-1872) contenuto nel volume "pascoli socialista". Anche in questo caso, nessuna citazione della fonte secondaria, il mio testo.


Articolo del 2004.

Pascoli a Rimini, studente «piuttosto satirico»
Nelle «Prose disperse» aspetti inediti della sua personalità


Le «Prose disperse» di Giovanni Pascoli pubblicate dall'editore Carabba (Lanciano 2004, pp. 536, euro 21) sono state presentate a Villa Torlonia di San Mauro sabato 20 marzo dall'autore, Giovanni Capecchi, e da Marino Biondi che ha tenuto una lezione appassionata e profonda sulla figura di Zvanì, in relazione a questo volume ed all'esperienza umana che vi si riflette.
Capecchi, nell'introduzione al libro, spiega l'importanza della raccolta che permette di scoprire gli echi delle vicende pascoliane anche nella produzione in prosa. Ad esempio, cita il dramma del matrimonio di Ida, «che ha seguìto il crollo del progetto matrimoniale di Pascoli con la cugina Imelde naufragato per l'intervento della tempestosa Mariù». Pure le pagine di critica letteraria, aggiunge Capecchi, contengono «espliciti riferimenti» alle esperienze personali.
Una curiosa confessione autobiografica si trova ad esempio in una recensione del 1898 a proposito dell'«Agricoltore» di Menandro, storia che termina con la celebrazione di un matrimonio: «dopo aver sottolineato la gioia che avrebbe cullato gli sposi», scrive Capecchi, il poeta non riesce a trattenersi e mette in relazione la felicità degli sposi (e di Ida che ha avuto le sue nozze) con la sua sorte di scapolo senza amore, aggiungendo una conclusione che a lui dovette costare un sospiro di autocommiserazione e che fa sorridere diversamente i lettori: «Basta: se ne stettero, se ne godettero, e a me nulla mi dettero». Giovannino scende dallo scranno solenne dello studioso severo, e pare che s'ingaglioffi fra le panche d'un'osteria a narrare pettegole storie nascoste, o forse palesi a tutti più che a lui stesso, allo scopo di sfogare «questa malignità di questa mia sorta», per usare le stesse parole di Machiavelli nella celebre lettera a Francesco Vettori.
La prima delle «prose disperse» è del 1872, quando Giovannino era a Rimini a studiare al liceo Gambalunga, e s'intitola «Scartabelli di Nebulone scrittor di Romanzi». Si tratta di una pagina scolastica, contenuta in un quaderno intitolato «Esercizi di poesia italiana», mai pubblicata sinora anche se conosciuta e citata da vari studiosi. Mariù stessa ne dette notizia, definendola un componimento «piuttosto satirico». Quando sabato 20 marzo ho salutato alla fine della presentazione il prof. Capecchi, egli mi ha suggerito di provare a cercare chi fosse quello «scrittor di Romanzi» di cui Pascoli metteva in caricatura la vita e le opere nel compitino riminese. Le parole di Capecchi mi autorizzano a presentare pubblicamente l'esito della ricerca.
Pascoli parla di Giuseppe Rovani (1818-1874), noto per la sua attività di romanziere e giornalista. Lo definisce «Nebulone», usando un vocabolo latino che significa ciarlatano. Rovani è passato alla storia della patrie lettere per avere scritto il romanzo «Cento anni», apparso a puntate sulla «Gazzetta di Milano» (1857-1858). Pascoli di lui dice: «quando mette fuori un Romanzo», se lo vede «squartato e posto a fette ne' giornali».
Altro indizio su Nebulone. Si narra, spiega Zvanì, che egli abbia «consumato assai più vino per trastullarsi che olio per istudiare». Dalle biografie di Rovani sappiamo che «l'abitudine ad una vita sregolata e l'inclinazione al bere» lo portarono alla morte per alcolismo (così R. Facciolo nel «Dizionario bio-bibliografico», II, Einaudi, 1991, p. 1542). Rovani cominciò povero e finì ricco: come il Nebulone pascoliano: «l'inopia poscia l'avea distolto dai bagordi, e datolo alle muse».
Nebulone, proseguiva Pascoli, «generalmente si professa comunista e internazionalista e afferma gli averi dovere essere uguali di tutti, e non esservi titoli né distinzioni di sorte». Rovani si adoperò come mazziniano nelle insurrezioni di Venezia e Roma nel 1848, e fu poi esule nel Canton Ticino con Mazzini, Pisacane e Cattaneo. Nomi che riassumono una linea politica gradita al Pascoli studente in Rimini.
Le coincidenze fra il ritratto di Nebulone e la vera biografia di Rovani non dovrebbero ammettere dubbi. Resta da dire qualcosa sul tono «piuttosto satirico» di questa pagina. Osserva Capecchi: nei giorni del soggiorno riminese di Pascoli «si faceva un gran parlare, in Romagna, di anarchia, di internazionalismo, di comunismo, e il giovane Pascoli, nella compilazione dell'esercizio scolastico non restava immune da questi dibattiti che giungevano alle sue attente orecchie». Nebulone rappresenta lo «scrittore attaccato al denaro più che alla letteratura, adulatore dei potenti ma anche del popolo che gli garantisce il successo, abile a scrivere e a parlare anche senza riflettere», romanziere prolisso, oscillante nei suoi atteggiamenti politici. Pascoli descrive il suo Nebulone come uno «strabocchevolmente arricchito» che però «in tempo di carestia serra i granai», mentre briga «per un titolo di nobiltà».
Sono argomentazioni che rendono molto graffiante la pagina pascoliana, il cui contenuto manifesta un'aspirazione politica covata tenacemente nel calore delle amicizie riminesi. Il ritratto di Nebulone si condensa in fulminanti battute che restituiscono un aspetto nascosto del giovinetto studente liceale. Le opere di quello scrittore beneficano l'umanità recandole il dono prezioso del sonno, che le evita di ricorrere «a grave prezzo» all'oppio ed al papavero. E rivelano che ci si trova davanti ad un vero riformatore della letteratura, alla vivente dimostrazione che si può (e si deve) «parlare e scrivere senza pensare».


Aggiungo all'articolo mio una citazione (17 aprile 2004) da "Avvenire". Dove Rosita Copioli sotto il titolo "Così esce dal nido la prosa di Pascoli", scriveva: "... Pascoli liceale a Rimini bersaglia tal 'Nebulone scrittore di Romanzi', che Antonio Montanari ha identificato poi in Giuseppe Rovani".

Antonio Montanari

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