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Renato_serra Per ricordare degnamente il 4 novembre, giorno di dolore per i tanti morti di quella guerra (orribile come tutte le guerre), presento una pagina speciale dedicata a Renato Serra ed al suo "Esame di coscienza di un letterato". Questo mio testo è tratto da una conferenza del 2001 (leggibile pure qui).

Renato Serra pubblica l’«Esame di coscienza di un letterato» su «La Voce» del 30 aprile 1915.

Queste le parole quasi iniziali: «E’ una così vecchia lezione! La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati, e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura».

E poco più avanti: «Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo, che non conosce più la grazia».

Serra, con quella scrittura discreta che Ezio Raimondi, il suo massimo studioso, ha definito un «impegno assoluto di verità», c’introduce direttamente al tema del rapporto tra letteratura, dolore nella Storia, e ricerca della Verità.

Di una Verità che non è ovviamente quella autobiografica appena ricordata nella definizione di Raimondi. Una Verità che quindi non è legata al trascorrere del tempo, ma è eterna per la sua stessa sostanza trascendente che si cala nel divenire.

L’inciso di Serra (la guerra «non cambia nulla», «neanche la letteratura»), acquista nelle argomentazioni dell’«Esame di coscienza» un ruolo centrale che interessa per quanto esso significa storicamente: siamo alla vigilia delle «radiose giornate di maggio», dell’intervento italiano, e della nostra «grande guerra».

Siamo nel momento in cui le tensioni ideologiche e le prospettive politiche infiammano anche i letterati.

Un maître-à-penser di allora è Gabriele D’Annunzio. Serra ricorda D’Annunzio come «una espressione simbolica dell’Italia esiliata col cuore sui campi dove si difende un’altra volta la civiltà latina».

Ma sùbito dopo, nell’«Esame», Serra va direttamente al centro del suo problema di critico: il rapporto tra vita e letteratura.

E compila un giudizio sommessamente terribile su D’Annunzio: «In realtà, con tutto il favore delle circostanze e della fortuna, non è poi cresciuto di nulla: non ha fatto niente che sia degno di quell’apparente ingrandimento morale: per una lettera, da Parigi assediata, ricca e rotta magnificamente di colore, quante odi su la resurrezione latina, e frasi e parole odiosamente vecchie e false; come se niente potesse esser cambiato per lui!».

Ancora più severo è il giudizio che, nell’«Esame», leggiamo su Benedetto Croce.

A Serra, Croce «pare impicciolito, allontanato, sequestrato in una acredine di pedagogo fra untuoso e astioso, che si degna di consolare le nostre angosce dall’alto della sua filosofia, sicura che tutto alla fine non è e non può essere, anche in questa guerra, altro che bene e vantaggio e progresso».

Questo «letterato» che s’interroga misurandosi con i miti del suo tempo, costruisce lentamente due distinte ma complementari realtà.

La prima è quella intessuta dei riferimenti, diciamo così, metafisici: quando parla di peccati che non possono essere cancellati in un mondo «che non conosce più la grazia».

E’ la denuncia di un vuoto, della mancanza di qualcosa che non ritroviamo più, ma che ipotizziamo esistere ancora, forse altrove, e che sappiamo però con certezza essere esistito.

C’è qualcosa di sublime in questo passaggio: il mondo «non conosce più la grazia», per cui non possiamo più lavare i nostri peccati.

Sembra che Serra si chieda: perché il messaggio della Croce resta inascoltato, perché è stato oscurato da altre parole che non possono però prenderne il posto; perché l’immanenza ha vinto sulla trascendenza?

Dicevo di una seconda realtà costruita da Serra: è quella che denuda, scarnifica la figura del «letterato»; che lo intravede nella semplicità (e non nell’esaltazione) della sua funzione di scrittore; e che cerca di attribuirgli un compito non di vate o di capopolo, ma di «esaminatore» della coscienza, come Serra stesso si presenta con assoluta originalità in queste pagine.

Un «esaminatore» che utilizza la Filosofia non tanto per costruire illusori sistemi idealistici alla Benedetto Croce, quanto per dibattere i problemi che la realtà propone, appunto con i dolori della Storia, i quali sono le sofferenze comuni ad ogni uomo, dimenticate dalla Storia scritta.

La conclusione a cui Serra approda, unendo la realtà metafisica del mondo che «non conosce più la grazia», e la realtà empirica delle sofferenze dimenticate, è una specie di grido biblico: «Sangue e dolore e travaglio di uomini presi in questo gorgo vasto della guerra. Gorgo che si consuma in sé stesso».

Serra, nel suo ruolo di «esaminatore», non si esclude dal mondo in una torre di solitario pensatore, esaltato dal suo ruolo di «letterato», e noncurante delle miserie comuni. No. Scende nelle strade, lui che poi scenderà in trincea dove la morte misteriosamente lo coglierà il 20 luglio di quello stesso 1915, come fosse un sigillo ad una grandezza già raggiunta, per evitare dispersioni o rimpianti.

Scende nelle strade del mondo, Serra, a scoprire la relatività della politica, le contraddizioni della Storia.

E per fare questo, ricorre ad immagini e parole che hanno una connotazione ed un’origine religiosa: «Crediamo pure, per un momento, che gli oppressi saranno vendicati e gli oppressori saranno abbassati; l’esito finale sarà tutta la giustizia e tutto il maggior bene possibile su questa terra. Ma non c’è bene che paghi le lagrime piante invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuta notizia, il sangue e lo strazio che ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio nell’eternità».

Non c’è come un desiderio di purificarsi da questo male del mondo, un male «abbandonato senza rimedio nell’eternità»?

Non c’è come il bisogno di recuperare quello stesso «rimedio», quella «grazia» di cui Serra ha parlato prima?

Il discorso serriano si focalizza sull’«eternità», che non è una categoria letteraria. Essa è bensì un’idea che la Filosofia si palleggia come un oggetto che attira e spaventa, nello stesso tempo.

Dalla trama così ben tessuta della pagina di Serra, vediamo così emergere (quasi in controluce) un disegno segreto ed incompleto, espressione di un’ansia di Verità, irraggiungibile dalle colpe degli uomini senza l’intervento di quella «grazia» che gli uomini stessi sembrano aver cancellato.

La «grazia»: nel momento stesso in cui la si nomina, essa afferma la sua esistenza, e sembra prendere corpo nella conclusione dell’«Esame di coscienza» di Serra, laddove egli scrive: «Tutte le parole sono buone, quando il senso di tutte è uno solo: siamo insieme, aspettando oggi, come saremo nell’andare, domani. Fratelli? Sì, certo».

Davanti a questa dichiarazione (con l’aggiunta: «Mi contento di quello che abbiamo di comune, più forte di tutte le divisioni»), davanti a questo senso di fratellanza che Serra proietta sui propri connazionali, sulle loro divisioni politiche, si potrebbe ipotizzare che Serra avverta la necessità di superare, una volta conclusa la contingenza della guerra, le altre divisioni tra gli uomini dei singoli Stati. Per considerarsi «fratelli» non politicamente, ma secondo il dettato evangelico.


[04.11.2008, Anno III, post n. 336 (713), © by Antonio Montanari 2008]

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