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22 janvier 2015 4 22 /01 /janvier /2015 16:46

Giornalismo e libertà, il ruolo dei lettori.
Lettera sul "Corriere Romagna", 22.01.2015


Un particolare ringraziamento desidero manifestare al prof. Roberto Balzani per l'intervista qui pubblicata il 20 gennaio, nella quale sottolinea in maniera fondamentale il ruolo dei cronisti, con l'efficace frase conclusiva: "Meno giornalisti, meno libertà". Desidero aggiungere che anche ai lettori vanno attribuiti compiti fondamentali, affinché la libertà non si dissolva in un fantasma che condensa in sé oscure prospettive, a cui non corrispondono i fatti che quella libertà dovrebbero realizzare.
Il vecchio motto sul giornalismo "cane da guardia della democrazia", oggi assume un significato particolare che deriva da vari fattori, come i comportamenti politici di chi costruisce le costose "bande della maglietta" per la squadra di chi governa. Non per nulla gli scandali "regionali" recenti, sono stati un'epidemia che non ha salvato (quasi) nessuno.
Quel "cane da guardia" ha oggi, attraverso l'informatica, veicoli nuovi che spesso trasportano non legittime opinioni ma offese espresse tanto per creare clamore.
Ogni discussione seria richiede nervi saldi, preparazione sull'argomento, e correttezza nelle espressioni, ovvero obbliga a rispettare le persone da cui si dissente. Ogni analisi attenta, acuta, pungente, è lecita, al contrario delle offese che qualificano chi le pronuncia, non chi le riceve magari senza poter aver occasione di esprimersi sulla materia del contendere.
In altro giornale poco tempo fa ho letto, attorno ad un tema culturale da me affrontato varie volte negli ultimi vent'anni, questo titolo: "Basta polemiche". Forse ci si richiamava inconsciamente alla mia lettera qui pubblicata il 7 gennaio, per negarmi il diritto di parola? Polemica non è raccontare fatti tragici accaduti da sei secoli, e presenti ancora in tutti i libri di scuola.
All'impegno dei cronisti a rispettare la molteplicità delle opinioni "lecite" ovvero non offensive e corrispondenti a fatti veri, dovrebbe accompagnarsi quello dei lettori, nel concorrere a far crescere la libertà del Paese. Si potrebbe pensare alla partecipazione degli stessi lettori ad un azionariato "popolare", come si diceva un tempo, e non speculativo, per sostenere le iniziative editoriali, da rispettare come testimonianza continua di un concetto di democrazia che s'alimenta da una lunga tradizione.
Dialogo, confronto, analisi dovrebbero essere punti fondamentali, non per ricercare potere e trarne benefici, ma per fondare il potere stesso sopra basi corrette, democratiche, consapevoli dei propri limiti e delle proprie funzioni, a beneficio di tutti.
Antonio Montanari


Lettera sopra citata del 7 gennaio 2015.
Memoria cancellata di Galeotto di Pietramala, Cardinale "malatestiano".
Le pochissime notizie su Galeotto Tarlati di Pietramala (1356-1398), Cardinale "malatestiano" (per via della madre, la riminese Rengarda), giunte sino a noi attraverso Luigi Tonini, non raccontano nulla del personaggio ma lasciano intravedere tanto sulla sua rimozione dalla memoria storica.
Galeotto, nominato a 22 anni nel 1378, passa attraverso momenti drammatici della vita della Chiesa, quando Papa Urbano VI fa uccidere un Vescovo (1385) e cinque Cardinali (1386), preparando quel clima di intolleranza che sfocia nei roghi "conciliari" di Costanza per ammazzare Giovanni Huss (1415) e Girolamo da Praga (1416).
Galeotto di Pietramala, dotto umanista, fu coraggioso uomo di Chiesa, capace di proporre nel 1395, con una celebre lettera, la via di risoluzione dei contrasti tra Roma ed Avignone, facendo dimettere il Pontefice di quest’ultima città dove lui stesso si era rifugiato. In tutt'Europa egli diventa una figura rispettata per la sua capacità di studiare e dibattere temi culturali e questioni teologiche, come documentano numerosi volumi.
Consono allo spirito di Galeotto da Pietramala (morto a Vienne nel Delfinato, e poi sepolto alla Verna) , è il Tempio di Sigismondo Pandolfo, suo cugino, dove si realizzano i progetti albertiani di un "umanesimo civile", che si leggono nella Cappella delle Arti liberali, il cui scopo principale è educare alla "polis", creando Concordia tra i cittadini, ai quali tocca di costruire la "Città giusta" con leggi per formare persone moralmente integre. Non è soltanto l'antica lezione platonica, ma pure quella che a Bologna, in quell'Università attorno al 1430, delinea Lapo di Castiglionchio, come Ezio Raimondi scriveva nel 1956.

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7 février 2014 5 07 /02 /février /2014 17:25

Si fa presto a dire «Giorno della Memoria» e poi scordarsi di tutto, per il resto dell'anno. Troppo comodo ridurre i tragici ricordi del passato ad una cerimonia alla quale molta gente partecipa come se fosse un evento mondano qualsiasi.
Una vera «Educazione alla Memoria» dovrebbe realizzarsi come impegno culturale continuo, fatto non tanto di proiezioni cinematografiche (che affascinano ma non possono dire tutto), ma soprattutto di considerazioni sugli eventi accaduti anche prima dell'ultima guerra mondiale, per andare indietro nei secoli, e cercare di comprendere come ad esempio nasca l'odio verso chi non la pensa come chi gestisce il potere, sia quello della Chiesa o quello degli Stati.
E se poi si volesse essere anche un poco più pazienti ed intelligenti, bisognerebbe scomodare anche una piccola riflessione sul Male, sia quello Assoluto sia quello relativo.
Per arrivare a toccare sponde piene di scogli messi lì per nascondere il vero nocciolo del problema: dov'è l'origine di quel Male che troviamo nelle vicende di popoli diversi ed in fasi storiche tanto differenti tra loro?
A questo punto bisognerebbe ricordare scomode verità, come i roghi ecclesiastici nei confronti degli eretici.
Il 29 maggio 1416, avviene l'esecuzione di Girolamo da Praga, seguace di Giovanni Huss, bruciato vivo il 6 luglio dell'anno prima. Poggio Bracciolini ne scrive in una lettera a Leonardo Bruni, da Costanza il giorno successivo, 30 maggio 1416.
Girolamo è vissuto per trecentocinquanta giorni «in durissimis carceribus, in sordibus, in squalore, in stercore, in compendibus, in rerum omnium inopia».
La sua reazione costringe ad ascoltarlo: era venuto al concilio spontaneamente per scolparsi: «Addiderat insuper se sponte venisse ad concilium ad se purgandum».
Girolamo difende Giovanni Huss: nulla egli aveva sostenuto contro la Chiesa («ait nihil illum adversus Ecclesie Dei statum sensisse»).
Secondo Girolamo, Huss aveva soltanto lottato contro l'abuso dei preti, contro la superbia, il fasto e la pompa dei prelati: «sed adversus abusus clericorum, adversus superbiam, fastum et pompa prelatorum».
La descrizione della morte di Girolamo tra le fiamme si sintetizza in queste parole: «vir praeter fidem egregius», uomo egregio oltre ogni credenza, come traduceva Eugenio Garin.
«Memoria» è anche rileggere Poggio Bracciolini, ripensare a Giovanni Huss e Girolamo da Praga. Per stare dalla parte di chi era torturato o bruciato, e non dalla parte di chi accendeva i roghi.
Ma quante persone sono oggi disponibili a credere a siffatta «Educazione alla Memoria»?

Antonio Montanari
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10 novembre 2013 7 10 /11 /novembre /2013 16:03

Ci fu un momento nella storia del mondo in cui i Kennedy rappresentarono una speranza per una vita migliore. Furono il «sogno americano» della mia giovinezza. Nella mia scrivania fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo.
Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.

Testi originali apparsi sul blog della "Stampa" di Torino. E presenti tuttora in questo blog.
26.08.2009. Kennedy, furono una speranza
L'ultimo saluto a Ted Kennedy diventa per chi ha qualche anno sulla schiena l'occasione di un ricordo che coinvolge tutta la sua famiglia.
Ci fu un momento nella storia del mondo in cui i Kennedy rappresentarono una speranza per una vita migliore.
Non posso che ripetere quanto già scrissi qui due anni fa. Furono il «sogno americano» della mia giovinezza. Nella mia scrivania fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo.
Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.
Ted vide morire uccisi due fratelli, John nel 1963 e Robert nel 1968. Ma soprattutto il 12 luglio 1969 vide morire quella ragazza, Mary Jo Kopechne, che era in auto con lui. E con lui era finita in acqua giù dal ponte di Chappaquiddick. Ted chiamò la polizia il mattino dopo. Non appena uscito dalla vettura.>
Ted Kennedy è stato un grande sostenitore di Obama. Soprattutto per la drammatica questione della sanità.
"Negli anni '70", ha raccontato suo figlio Patrick, "accompagnai mio padre negli angoli più poveri dell'America per ascoltare chi soffriva e non poteva permettersi cure adeguate. Sono storie che nessuno di noi ha ancora dimenticato e che ancora affliggono il vecchio cuore di mio padre".
Resta il dolore che l'America di Obama abbia ancora situazioni simili a quelle denunciate dalle parole di Patrick.
Sarebbe bello che qualcuno esperto del mondo americano ci spiegasse in poche parole se anche Ted Kennedy ed il suo entourage politico in questi anni hanno fatto tutto il possibile per risolvere quei problemi dell'assistenza sanitaria con cui deve fare i conti Obama in questi mesi.
Adesso la nostra speranza di chiama Obama. Non perché è giovane ed "abbronzato", ma perché è partito con progetti di riforma sociale che ogni giorno negli Usa incontrano sempre più ostacoli.
[26.08.2009, anno IV, post n. 245 (965)]

20 luglio 2007. Politica bollente
Clementina Forleo.
La notizia è di queste ultime ore. Secondo Clementina Forleo, i politici intercettati nell’ambito dell’inchiesta in corso a Milano sui tentativi di scalata ad Antonveneta, Bnl e Rcs «all’evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata».
La seconda signora è Rosy Bindi. Lasciamo alla Giustizia di fare il suo corso, non senza il timore che possa essere come al solito una strada in salita, e restiamo soltanto in compagnia della sfidante al sindaco di Roma Walter Veltroni nella corsa a segretario del futuro Partito democratico.
Ieri Rosy Bindi ha surriscaldato il clima con una dichiarazione rivoluzionaria: «C'è bisogno di una gara di idee».
Come a dire che non bastano le belle facce e le buone intenzioni per fare un partito, ma ci vogliono appunto «idee» (possibilmente nuove, e non riciclate).
La gran discussione sul «sogno americano» svoltasi nei giorni scorsi, mettendo a confronto Veltroni con un altro candidato, Furio Colombo, ha dimostrato come i nostri politici siano bravi a menar il can per l'aia, tentando di parlare di tutte altre cose rispetto a quelle che sono necessarie e fondamentali nella vita del nostro Paese.
Anzitutto non è possibile fare il confronto tra le primarie degli Usa (dove esse sono una tradizione) e quelle nostrane, dove appaiono una specie di tradimento: «Ma come, mi candido io, e vuoi candidarti pure tu: ma che ti ho fatto di male?».
Volevo parlare giorni fa del «sogno americano» della mia giovinezza, dopo la trasmissione di Corrado Augias sulla vedova di JFK.
Nella mia scrivania 45 anni fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo. Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.
La signora Bindi quando invoca «una gara di idee», sottolinea la necessità di scrivere un copione nuovo, non l'imitazione di altre realtà o di altri modelli.
Ha ragione Lucia Annunziata che nella «risposta» di stamani scrive sulla «Stampa»: «Nell'arena sempre crudele della politica italiana si sta avvelenando un atto che dovrebbe essere solo la naturale espressione di una gara».
Ha ragione pure Concita De Gregorio che su «Repubblica» spiega: la candidatura di Rosy Bondi è «anti-apparati, anti-burocrazia, anti-alchimie di potere».
Per questo osservavo all'inizio che Rosy Bindi ha ieri surriscaldato il clima politico nazionale. Da poche ore è intervenuto il fatto nuovo dell'inchiesta milanese che metterà scompiglio nel centro-sinistra: politici non tifosi ma complici.
Antonio Montanari

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2 août 2013 5 02 /08 /août /2013 16:22

"Per chi ha qualche ricordo un po' in là nel tempo, sa che l'estate non ha mai portato troppi consigli alla politica ed ai politici. Anzi. Che cosa accadde, ad esempio, un due agosto alla stazione di Bologna? Un 4 agosto, ci fu la strage dell'Italicus.
Prima di un ferragosto un partito di destra inonda l'Italia con un manifesto beneaugurante. Dieci giorni dopo, a Torino la magistratura scopre il "golpe bianco" di Edgardo Sogno con il sostegno della loggia P2 di Licio Gelli, e previsto appunto per  ferragosto. Con l'intervento dei militari si voleva realizzare una repubblica presidenziale. Era il 1974.
Dobbiamo andare in vacanza con l'incubo che il passato ritorni?


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[Dal blog che pubblicavo nella sezione politica della "Stampa" di Torino. 29 luglio 2008. Anno III, post n. 236 (613), riprodotto anche in questo blog.]


Agli articoli del 2009 in "Diario italiano".


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13 juillet 2013 6 13 /07 /juillet /2013 18:00

"Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione".

http://riministoria.xoom.it/malala.jpg

Malala Yousafzai, 16 anni, ferita lo scorso anno alla testa dai fondamentalisti, ha così detto al Palazzo di Vetro, il 12 luglio 2013.
Ricordiamocele queste parole, perché anche noi in Italia abbiamo i nostri fondamentalisti che non vogliono che il mondo cambi con la cultura e l'istruzione.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

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9 juillet 2013 2 09 /07 /juillet /2013 17:45

Resteranno a lungo sul tavolo della riflessione politica le intense parole di papa Francesco I, pronunciate a Lampedusa l'8 luglio?
Egli ha detto che "la cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri" e "porta alla globalizzazione dell'indifferenza".
Le nostre società e culture saranno capaci di un'attenzione particolare a questo tema?
La cultura dei messaggini via web in poche ma sentite parole, è messa fuori gioco. Quella riflessione richiede buone, attente letture, non scarti di immagini riciclate.
Domenica 7, "il Sole-24 ore" ha offerto due lunghe considerazioni di Guido Rossi e di Giuliano Amato sulla crisi politica del mondo arabo, con suggerimenti validi per tutti i Paesi e le cosiddette civiltà.
Amato gira attorno alla constatazione che i governi islamici non hanno maturato "i paradigmi culturali della democrazia". Rossi parla del "fallimento delle democrazie di fronte alle conseguenze della globalizzazione", concludendo: "i sistemi di democrazia delegata, con le nobili tradizioni che ci sono derivate dall'illuminismo, sono destinati a dover essere profondamente rivisti".
Ilvio Diamanti, il 24 giugno su "Repubblica" osservava che in Italia "non c'è Politica", ma soltanto quella "politica" che è arte di arrangiarsi, giorno per giorno.
Marina Terragni su "Io donna" del 29 giugno chiudeva il testo della sua rubrica, dedicato a "Ripensare la democrazia", con un invito agli amministratori locali ad offrire una prova di umiltà, "darsi meno importanza e imparare dalla saggezza della loro gente che cosa c'è da fare, e come di deve fare".
Insomma, occorre rimeditare seriamente il nostro presente per avere un futuro. Che non può essere altro che globale, come sempre.

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1 juillet 2013 1 01 /07 /juillet /2013 16:20

resistere“Meriti, di questi tempi, significa che ha fatto la spia a qualcuno”. Cito dal bel romanzo “Per mano mia” di Maurizio De Giovanni (ed. 2013, p. 47).
“Di questi tempi” è il rimando al 1931, anno nono dell’era fascista, a proposito della quale si legge poco prima (p. 31): “quelli che hanno il potere lo usano mortificando quelli che non ce l’hanno”.
Lasciamo stare la collocazione storica, il dramma del Ventennio, vissuto tra facinorosi, persone in buona fede, e doppiogiochisti futuri in democrazia, con la divisa da balilla prima, quella della Repubblichina dopo e poi riverniciati in una verginità democratica che porta ad accusare chi conosce le storie, le riscopre e le scrive, soltanto per proteggere silenzi vagamente mafiosi.
Lasciamo stare l’allora e il dopo immediato, in cui le verginità perdute sono state ricucite non per pacificare un Paese ma per garantire silenzi che ancora oggi (2013) sono tutelati proprio da chi invece per obbligo istituzionale, come certi Istituti storici, dovrebbe preferire la ricerca alla connivenza del silenzio.
Soffermiamoci soltanto sulla frase in sé, come se fosse un proverbio biblico, una di quelle massime morali da Settecento illuministico, per cui l’alone di eternità conforta ispira ed agita persino: “Meriti, significa che ha fatto la spia a qualcuno”.
Potrebbe essere stata una specie di maledizione divina per Adamo peccatore ed Eva tentatrice: se lei avrebbe dovuto partorire nel dolore, lui avrebbe potuto costruirsi una brillante carriera soltanto attraverso quella strada, fare la spia, tradire qualcuno.
Quindi tutto nella norma?

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3 avril 2013 3 03 /04 /avril /2013 17:59

Barbara Spinelli sul Colle, scrivevo sul web nel 2006, riproducendo una lettera mia censurata dalla "Stampa" di Torino. La ripropongo qui (data: 30/04/2006).

 

Barbara Spinelli sul Colle

E adesso dobbiamo pensare seriamente alla Politica. L’elezione di Franco Marini al Senato lascia un’ombra d’inquietudine. Per arrivare alla conclusione, hanno dovuto escogitare il sistema delle schede «segnate». Violato il segreto dell’urna. L’elezione potrebbe essere invalidata. Testuale citazione dai giornali di oggi 30 aprile 2006 (ad esempio, vedi «Repubblica» pagina 10): i senatori di Ds e Rifondazione hanno scritto «Franco Marini», quelli della Margherita «Senatore Franco Marini», quelli dell’Udr  «Franco senatore Marini», e l’Italia dei valori aveva da indicare l’ultima formula «Marini Franco».
Clemente Mastella  ha dichiarato al «Corriere della Sera»: la congiura delle schede con «Francesco Marini» è stata una mia idea, ma poi a tradire sono stati quelli della Margherita, non la facciano lunga altrimenti dico i nomi.
Sulla «Stampa» il fondo consueto domenicale di Barbara Spinelli ammonisce, a proposito di tutto ciò: «I miasmi delle ultime ore converrà tenerseli accanto come ammonimenti», ricordando il contributo di Giulio Andreotti all’inquinamento del clima politico in questi giorni.
Pensando al Quirinale, e leggendo il suo articolo, ci passa per la mente l’idea di proporre Barbara Spinelli come candidata dell’Unione al Quirinale. Lontana da quei giochi nascosti e dai miasmi politici che denuncia ed analizza impietosamente (non soltanto oggi, ma da sempre), lei pare l’unica persona credibile per l’altissima carica da cui si dovrà offrire la Paese la garanzia di una trasparente indipendenza, di una solida autonomia di giudizio, di una correttezza di analisi che sono fondamentali in un momento confuso come quello che stiamo attraversando. Quindi candidiamo Barbara Spinelli al Quirinale.

 

Successivamente (18/11/2006) nel blog politico che allora gestivo sulla Stampa-Web scrivevo quanto segue.

 

Donne e politica

Perché vedrei ben volentieri una donna a palazzo Chigi:
1. La popolazione è composta di maschi e femmine, e finora soltanto i maschi in grandissima percentuale hanno gestito la vita politica.
2. Sarebbe ora che, senza quote rosa e senza recinti protetti, l'elemento femminile fosse accolto in proporzione non dico alla popolazione (dove le donne sono la maggioranza), ma in parte eguale rispetto a quello maschile.
3. I politici italiani non hanno grande stima dell'elemento femminile (vedi i discorsi berlusconiani di recente memoria).
4. I politici italiani maschi sono vecchi e stanchi. Occorre rigenerare la nostra vita pubblica. Cambiare molte cose. Una di queste cose da mutare riguarda appunto la presenza femminile, da incrementare, valorizzare sino al punto di riconoscerle pari dignità anche nell'esercizio delle «supreme cariche».
5. Ecco perché avevo proposto Barbara Spinelli per il Quirinale.
Il post pubblicato qui sopra il 30 aprile 2006 l'avevo inviato anche alla Stampa/lettere dei lettori: non è stato pubblicato...
6. Perché la Spinelli. Avevo scritto che lei offriva «al Paese la garanzia di una trasparente indipendenza, di una solida autonomia di giudizio, di una correttezza di analisi che sono fondamentali in un momento confuso come quello che stiamo attraversando».
Mi ritrovo anche oggi in quelle parole. Aggiungo: la Spinelli era una garanzia anche per la laicità del nostro Stato.
Post scriptum. Circa la mancata pubblicazione della lettera pro-B. Spinelli sul giornale di carta, riprendo dalla Stampa di stamani un passo di Tito Boeri: «Un altro effetto di Internet è stato quello di aver moltiplicato il potere delle idee. Chi ne ha, può diffonderle a costi molto bassi ad un'elite sempre più numerosa, senza dover necessariamente passare dai giornali».

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8 février 2013 5 08 /02 /février /2013 17:52

Tutti commentano con amarezza la sentenza del tribunale militare di Verona, per l’assoluzione dei due superstiti imputati della strage di Fragheto. Ma nessuno ricorda che la stessa sorte ebbero molto, moltissimo tempo fa gli imputati italiani.


Pubblico qualcosa sul tema, da un mio articolo della serie de “I giorni dell’ira” apparso sul settimanale di Rimini “il Ponte”, il 4.11.1990.

(All’indice di “Rimini ieri. Cronache dalla città“.)


Nella settimana santa del ‘44, tedeschi e repubblichini danno la caccia ai partigiani tra i monti della Valmarecchia: siamo a Fragheto, frazione di Casteldeci. Candido Gabrielli, classe 1921, vede arrivare i partigiani che portano con loro un soldato germanico. «Lo scontro tra partigiani e tedeschi… durò tre o quattro ore», e si risolse con la fuga dei partigiani, sopraffatti dalle truppe hitleriane. Il tedesco prigioniero riesce a scappare, raggiunge il suo Comando che decide un’azione di rappresaglia contro la popolazione di Fragheto, rea di aver ospitato i partigiani. I nazisti passano casa per casa, «uccidendo vecchi, donne, bambini». Le case vengono incendiate. E’ il venerdì santo.

La domenica di Pasqua, mons. Luigi Donati si unisce a Ponte Messa ad un gruppo di persone che stava andando a Fragheto: «Ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo terribile, raccapricciante. [...] La maggior parte delle case bruciate aveva il tetto di lastre che era crollato seppellendo persone e cose, lì sotto il fuoco ardeva ancora». A chi gli chiedeva notizie, nei giorni successivi, sulla ferocia di tedeschi e repubblichini, abbattutasi a Fragheto, mons. Donati rispondeva: «Mi vergogno di essere uomo».

 

Scheda. Le vittime civili furono 33, tra cui «un bimbo di 18 anni», come scrisse   Guglielmo Marconi nelle sue memorie (p. 139 di Vita e ricordi sull’8ª bri­gata romagnola, Maggioli, 1984). Nello stesso te­sto (p. 96, nota 93), è riportato un bollet­tino militare sullo scontro ar­mato tra partigiani e tedeschi, prima dell’eccidio: «Dopo quasi tre ore di combattimento i tede­schi la­sciavano sul terreno più di cento [uomini] tra morti e feriti, mentre i nostri reparti si ritira­vano con soli quattro morti e due feriti leggeri». Poi, «i tedeschi fucilarono trenta­tré persone della popolazione lo­cale, unicamente responsabile dell’esser stata vi­cino al luogo del combatti­mento». In altre parti del testo di Marconi, si parla di responsabi­lità di «brigatisti ita­liani» (p. 104) e di «sete di sangue dei fa­scisti» che «si scagliò anche sui pochi civili, vecchi, donne e bimbi del luogo… senza che fos­sero colpevoli di atti di guerra» (p. 105).

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21 mars 2012 3 21 /03 /mars /2012 17:57

Claudio Marabini gli aveva chiesto che effetto gli avesse fatto partire da Santarcangelo verso la capitale per lavorare nel cinema. Guerra rispose: "Nessuno. Mi fece effetto arrivare! Avevo trentadue anni e Savignano era il mio confine".
La storia di Tonino Guerra è tutta qui, come quella di Federico Fellini. L’addio alla provincia, la fuga "altrove", in un mondo vero che diventa poi il mondo impareggiabile delle fantasie e dei sogni, ovvero dell’arte.
Ripesco velocemente dall’archivio alcune vecchie cose scritte su Tonino Guerra.
In un Tama del 1996 ricordavo che Gassman lo aveva intervistato a Santarcangelo. Tonino Guerra aveva spiegato che i romagnoli (adesso) «sono ignoranti», aggiungendo: «L'ho detto tante volte, però poi se la prendono con me. Ma è la verità. C'è questa forma di disprezzo per la pagina, per le cose scritte. Però, siccome [il romagnolo] è così ardito, è avventuroso nel creare le cose, può anche giustificare questa sua distrazione».
Il discorso di Tonino Guerra m’apparve più di una semplice battuta di spirito. Come tale invece doveva averla presa il regista della trasmissione di Gassman, perché prima delle parole del poeta di Santarcangelo aveva inserito l'immagine di una signora che sbadigliava (mentre per le ragazze di Torino, c'erano stati soltanto primi piani di intensa partecipazione ai racconti sulle follie di Alfieri). 

Nel gennaio 1997, in un altro Tama scrivevo che i pochi centimetri di neve di fine dicembre avevano permesso alla Stampa di Torino di intitolare a piena pagina un servizio di Pierangelo Sapegno: "A Rimini un replay di «Amarcord»", con foto di Tonino Guerra ed interviste a Piero Meldini e Pietro Arpesella. Grand Hotel e dintorni.
Sapegno aveva scritto: «A Rimini, la neve è roba di bimbi». E giù con la solita solfa, aggiungevo: «Ci fosse Fellini, potesse vederli. E Gradisca, che cosa diceva, la Gradisca?».
Concludevo amaramente che "il tempo passa inutilmente per Rimini che resta questo eterno francobollo felliniano, dove accanto a Gradisca c'è però anche lo zio di Titta, quello che fa dare l'olio di ricino al cognato ribelle, e che non crede che la neve attacchi. Fellini, i riminesi li ha presi per i fondelli, ma noi facciamo finta di niente, risultando, come a lui piaceva, dei perfetti pataca".

Per il funerale di Federico Fellini nel novembre 1993, Tonino Guerra aveva parlato dal palco assieme a Sergio Zavoli.
Nella stessa mia rubrica del Ponte, il Tama, scrivevo: “Davanti a me, un ragazzo continuava a sistemare i suoi lunghi capelli sulle spalle, nell'eleganza geometrica da ragazzina anni '50; vicino, un'anziana coppia si stringeva affettuosamente, guardando verso il colonnato dell'ex teatro; più avanti, una signorina piangeva senza asciugarsi le lacrime; poi, un gruppetto di coetanei ed amici di Fellini, che non erano saliti «tra le autorità», ma avevano voluto mescolarsi all'anonimato di una folla più commossa che curiosa, che al silenzio del rispetto alternava gli applausi ai discorsi, sottolineando i passaggi che toccavano l'attualità, grigia come quel cielo d'autunno”.

Nel 2001 pubblicavo sempre sul “Ponte”, l’articolo che segue e che vuole essere un sincero saluto ad un maestro, sì perché Tonino Guerra era proprio un maestro elementare, aveva studiato in quella Forlimpopoli dove tanti romagnoli convenivano, come mi ricordava mia zia Anna che saliva a Cesena e che viaggiava sullo stesso treno di Tonino, il quale era un po’ deriso dai compagni di viaggio e di studio perché era molto “bascozzone”.
Questo è il pezzo del 2001.

Nelle enciclopedie future, alla voce «Guerra, Antonio [Tonino]» forse si leggerà che il celebre santarcangiolese non fu soltanto poeta e sceneggiatore, ma apparve anche sui giornali ed in tivù nell’estate 2001 come testimonial di una catena di supermercati d’elettrodomestici, all’insegna d’un motto che all’apparenza dovrebbe fare epoca, «Benvenuti nell’era dell’ottimismo».
Non interessano le motivazioni presentate alla stampa dall’illustre romagnolo per giustificare la sua scelta («devo tirare avanti con due milioni» al mese), ma suscita qualche meraviglia la sua improvvisa (e per certi aspetti imprevedibile) conversione a quello che Enzo Biagi l’altro giovedì definiva chissà come un «falso problema»: il consumismo.
Guerra è stato il disincantato menestrello delle cose perdute, delle civiltà tramontate, di sogni mai realizzati, della leggerezza che la poesia porta nel cuore dell’uomo anche nei momenti tragici. L’abbiamo sempre ascoltato estasiati mentre con la sua fascinosa cantilena elogiava la ricerca dei segni del tempo andato, su per queste colline che diventano impercettibilmente monti, e parlano col cielo durante le piogge od aspettando il sole, salutando un tramonto.
La tivù ed i giornali ci mostrano Guerra, con la stessa voce, lo stesso sorriso, la stessa intelligenza, ed un discorso che sembra aver dimenticato tutto quello che fino ad ieri lui era stato: l’incantatore dei sogni, uno che al posto del violino suonava le parole, e faceva spettacolo con quel «poco» che è la grandezza della fantasia e dell’intelligenza.
Ce lo ritroviamo in apparenza come filosofo dell’industrializzazione, pensatore confindustriale, ma in realtà potrebbe essere ancora quello di sempre. Uno che con cinquant’anni di ritardo s’è reso conto, perché glielo hanno detto i pubblicitari, che le donne quando lavavano i panni al fiume o nei mastelli si spaccavano la schiena, mentre adesso grazie ad una macchina, una vituperata macchina, possono impiegare diversamente il tempo del bucato.
Oggi, la gente sorride ancora davanti agli «oggetti che ci tolgono la fatica o ci fanno compagnia», come recita il suo slogan? Nelle grandi città, un modo per passare il tempo, è spesso quello (alienante) di rinchiudersi con la famiglia in un iper per dodici ore filate: vetrine, patatine, detersivi ed una birra gelata. Alla sera, sono persone più felici che all’inizio della giornata, dopo aver visto tanti «oggetti» che magari non possono acquistare? 
Intanto un’altra catena commerciale promette: «Non c’è più religione. (Adesso siamo aperti tutte le domeniche.)» 
Antonio Montanari

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