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16 mars 2013 6 16 /03 /mars /2013 12:25
L'insonnia di papa Ganganelli
Da "Lumi di Romagna"

Rimini 1768. Tra gli argomenti di conversazione che appassionano gli intellettuali cittadini, c'è la crisi nei rapporti tra il duca di Parma, Ferdinando, ed il papa Clemente XIII (Carlo Rezzonico). Ferdinando appartiene alla dinastia dei Borboni che ha stretti legami con le principali case regnanti d'Europa. Suo padre Filippo è figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, ed ha sposato Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV di Francia.
Parma e Piacenza sono state assegnate ai Borboni nel 1720. Il primo duca è stato Carlo (zio di Ferdinando dal ramo paterno), passato poi al regno di Napoli nel '34 ed a quello di Spagna nel '59. Il padre di Ferdinando, Filippo, ha ricevuto il titolo nel '48, con la pace di Aquisgrana che conclude la guerra di successione austriaca. Alla morte di Filippo, nel 1765, gli subentra Ferdinando che ha soltanto 14 anni.
Nonostante l'educazione illuministica impartitagli a corte da personaggi come il filosofo Condillac, Ferdinando è un tipo bigotto e retrivo. Su di lui ha influenza il primo ministro Guillome-Léon Du Tillot, un francese non di grande cultura ma assai energico, appassionato alle riforme, che dirigerà la politica di Parma fino al '70, quando la moglie di Ferdinando, Maria Amalia d'Asburgo, autoritaria e conservatrice, sesta figlia di Maria Teresa d'Austria, lo farà licenziare quasi subito dopo le proprie nozze.
Du Tillot nel '68, l'anno di cui stiamo narrando, caccia i Gesuiti da Parma, seguendo la linea inaugurata dal Portogallo (1759), e ripresa da Francia ('64), Spagna e regno di Napoli ('67). Il re di Napoli, dal '59 è un cugino omonimo di Ferdinando, che sposa Maria Carolina, sorella di Maria Amalia e di Maria Antonietta che diventerà la moglie di Luigi XVI di Francia. Chi dirige la politica napoletana, sia con Carlo III sia con il figlio Ferdinando IV, è Bernardo Tanucci che lotta contro i privilegi ecclesiastici, abolisce molti ordini religiosi, ed espelle i Gesuiti, definiti da lui "un vero canchero del genere umano". Tanucci si giustifica invocando l'autorità divina del monarca.
A Parma, Du Tillot (dalla cui parte stanno i numerosi giansenisti, presenti soprattutto a Piacenza), dopo aver ridotto i privilegi fiscali e giurisdizionali del clero, per rispondere alla scomunica papale che lo ha colpito, decreta lo scioglimento della Compagnia di Gesù, ed abolisce l'Inquisizione, anche per reagire alle pretese territoriali della Chiesa, da cui il ducato ha dipendenza feudale sin dal 1545. Il papa con la "bolla" In coena Domini si scaglia contro Ferdinando: dichiara nulla tutta la legislazione parmense dal 1764 in poi. Clemente XIII, sostenitore di una linea filogesuitica, è sul trono di Pietro dal '58. Sono per Roma tempi difficili. Il dispotismo illuminato avanza rivendicazioni giurisdizionalistiche per subordinare la Chiesa allo Stato. In Francia riaffiora la tendenza autonomistica del gallicanesimo. Ci sono poi i fermenti dei giansenisti, contro cui Clemente XI nel 1713 ha lanciato la condanna con la "bolla" Unigenitus. Francia, Spagna e Napoli, ovviamente, si schierano dalla parte di Parma. Contro Du Tillot, la Chiesa attraverso Maria Amalia coagula forze di corte e popolari che portano alla cacciata del francese, e ad una politica conservatrice e clericale.
A Rimini, il caso del ducato emiliano è conosciuto in tutti i particolari. Iano Planco ne scrive in molte lettere al suo ex allievo abate Amaduzzi che lavora a Roma. "Non bisognava fare quel Breve così enfatico contro la corte di Parma", che è tanto ben legata a Napoli, Francia e Spagna, sostiene Planco: "in quel Breve sono molte cose esagerate". E teme che il duca invada le province della Romagna. In città, corre voce che "si pretende che il Papa revochi il Breve contro la Corte di Parma", e che "il gran Mastro di Malta abbia espulsi i Gesuiti col consenso però di Roma". Ipotesi, questa, senz'altro infondata, visto l'atteggiamento favorevole di Clemente XIII verso i "Loyolisti".
Planco critica Tanucci per l'espulsione della Compagnia da Napoli: "…né mi fa spezie il fatto del Marchese Tanucci, che prima assicurò i Gesuiti, e che dopo improvvisamente gli cacciò", per ordine ricevuto dalla Spagna. I Gesuiti reagiscono all'atteggiamento nei loro confronti con delle "Imposture, raccontando il fatto di quella Madonna… di Maiorca… che avea le mani giunte, e che dopo l'espulsione de' Gesuiti le ha spalancate; ma gli Spagnuoli loro hanno reso la pariglia mettendo fuori la Profezia del Venerabile Palafax che confermava con un altro prodigio la giusta loro espulsione".
Planco è un ex allievo della Compagnia, come Amaduzzi, e come lui non è per nulla benevolo verso di essa: "…è un mistero, come i Gesuiti, che sono espulsi dapertutto, nel solo Stato nostro facciano delle reclute. (…) Forse penseranno d'impadronirsi dello Stato nostro col piantare in esso la loro Monarchia, che non hanno potuto piantare, e stabilire altrove", nemmeno nei "paesi di Mamalucchi". Non di questa monarchia gesuitica ha bisogno oggi la Chiesa, pensa Planco, ma di riforme nel proprio Stato, "se non vorrà vedere tutto rovinato" in campo economico dalle vecchie regole feudali.
La Roma di Clemente XIII (1758-69), è descritta da Amaduzzi a vari corrispondenti: il papa viene presentato incredulo davanti alle notizie che gli forniscono contro i Gesuiti. Il pontefice difende la Compagnia, quando in Francia cacciano i "Loyolisti". L'espulsione dalla Spagna fa osservare ad Amaduzzi che Roma ha "una protezione fanatica… per i Gesuiti", e che il re di Spagna si è mosso contro di loro "per promuovere il buon costume e la sana dottrina".
Amaduzzi dimostra apertamente il suo antigesuitismo e la sua simpatia verso le corti borboniche in varie epistole. Tuttavia, riconosce gli eccessi dei sovrani, ma critica pure il "cattivo stile" della Chiesa con le corti straniere, suggerendo moderazione, discrezione, equità. Il cardinale Ganganelli, scrive Amaduzzi, prova "il più vivo rammarico" per l'atteggiamento filogesuitico del riminese Giuseppe Garampi, nunzio a Vienna.
Quando muore Clemente XIII, Amaduzzi scrive a Planco che "nessun rincrescimento" dimostrò la gente, "eccetto alcuni pochi suoi familiari e i benevoli suoi Gesuiti". ("L'infelice pontificato di Clemente XIII", osserverà nell'83, "consistette in cozzare coi sovrani ed in proteggere i Gesuiti. A questo impegno egli associava talento e sveltezza… ed anche cabala ed intrigo che aveva appreso nella scuola gesuitica e nella Curia romana"). L'elezione di Ganganelli, che assume il nome di Clemente XIV (18. 5. 1769), gli appare "improvvisa e inaspettata". Planco esulta per il nuovo papa, suo ex alunno pure lui, che definisce un «signore di buona mente», capace di risolvere le «differenze» tra Roma e alcune corti cattoliche.
Ganganelli è nato a Santarcangelo il 31 ottobre 1705 in via Pio Massani n. 38: suo padre, che proveniva da S. Angelo in Vado, era medico condotto del paese. Al Battesimo in Collegiata, gli fu posto il nome di Giovanni Vincenzo. Adolescente, venne messo a studiare presso i Gesuiti nel Collegio di Rimini. A 18 anni si fece frate conventuale, prendendo il nome del padre già morto: Lorenzo. (1)
Amaduzzi scrive a Planco, nel settembre '69: «La soppressione dei Gesuiti seguirà senza meno, come sicure illazioni ci fanno sperare», e sarà «intera ed universale». «Genìa inquieta e tumultuante», definisce la Compagnia. Clemente XIV teme ribellioni dei Gesuiti nello Stato della Chiesa, è afflitto e angosciato, e soffre d'insonnia: intanto, inizia a maneggiare «tacitamente» il problema. A Roma, si parla di una «bolla» di sospensione dei «Solissi» (la definizione deriva dal sole che appare nello stemma della Compagnia), «ma il gran scoppio si dovrà sentire tutto ad un tratto».
Ci si avvicina al botto conclusivo. Il papa «è portato di domare, senza parere di farlo, il più scaltro, il più politico ed il più animoso uomo del mondo. Tant'esso è padrone di sé, indipendente da tutti e superiore ad ogni cosa», scrive Amaduzzi nel febbraio '72. Aprile '73: il papa non è più afflitto. «Segno della sua sicurezza e tranquillità», è il suo aspetto «florido, ilare e brillante». Chiusi i seminari gesuitici, seguono perquisizioni ai loro conventi ed archivi. (Un nipote del papa, il gesuita Girolamo Fabbri, il 19.6.1773 scrive all'abate Battarra: «Il mondo Gesuitico credo che ormai sia moribondo, il suo giudizio finale e la eterna condanna non deve tardar molto a farsi sentire»).
Planco risponde ad Amaduzzi: «I gesuiti hanno torto col pretendere che non si possa spegnere il loro ordine dal papa». Intanto a Bologna (nel giugno '73), si proibisce loro di confessare e predicare: «Ora non si vede perché la sola Bologna abbia da soffrir questo, e non tutto lo stato nostro. Qui si dice che i gesuiti che sono qui si vadano preparando alla partenza e che si siano partiti i danari tra di loro». E poi: «Qui ancora s'erano sentite le varie vicende de' Loyolisti sul ferrarese, dove si procede con le sbirraglie… Qui dicono che i nostri vendono tutte le loro entrate, e che mandino i denari fuori, il che io non so se facciano bene, e che non s'attirino un[giudice] criminale contro… Li gesuiti spagnoli pensano ad andare alla villeggiatura, onde stanno meglio degl'italiani che non sanno il loro destino». La lettera è del 22 luglio 1773. La sera prima, il papa ha firmato la «bolla» Dominus, ac Redemptor: è la fine per i Gesuiti.
Amaduzzi ne scrive trionfante a Planco il 7 agosto: «L'estinzione gesuitica va avanzandosi a gran passi… Finalmente si comincia a veder chiaro…». Amaduzzi è addentro alle segrete cose: se non è stato lui l'autore del «breve», secondo i suoi biografi certamente vi ha avuto gran parte. Amaduzzi definisce «moderato e circospetto» il provvedimento: infatti non impedisce ai Gesuiti di confessare e predicare, cosicché non vengono dispiaciute quelle corti che li proteggono, mentre sono state accontentate quelle che li avversavano. Il documento papale, aggiunge, «dà la vera idea di una grande e saggia politica».
Bianchi informa dalla Romagna: per gli esproprî si dice che si comincerà da Ravenna «e in fine si verrà a Rimino, dove essi [i Gesuiti] hanno più d'ogni altro luogo…, giacché i nostri Riminesi non hanno voluto esser meno sciocchi degli altri».
Dopo la morte di Clemente XIV (22. 9. 1774), circolano voci che essa sia frutto di un avvelenamento. Planco è scettico, Amaduzzi ne è convinto. I Gesuiti intanto inondano Roma di satire contro il pontefice defunto. Narra Amaduzzi che essi «ardiscono perfino asserire» che la causa del decesso sta in una «lucceltica» e in «una celeste maledizione».
Quando Bertola pubblica nel novembre '74 la prima delle tre Notti Clementine dedicate al pontefice defunto, Amaduzzi scrive al poeta riminese, dicendogli che considera l'opera come «un conforto agli onorati animi ributtati dal lezzo di tante infamità». Le infamità erano i «parti informi ed oscuri di vipere vendicatrici», cioè gli scritti che i Gesuiti diffondevano contro la memoria di Clemente XIV, e che erano stati bruciati davanti alla colonna Antonina. (2)

Note al cap. 6
(1) Cfr. don S. Tamagnini, Santarcangelo alta e ridente, Ghigi, Rimini 1991, pp. 46-47. Sulla facciata del vecchio palazzo in cui nacque il pontefice, è stata posta una lapide a ricordo dell'evento, il 20 maggio 1972. È del 1860 l'iscrizione all'interno dell'arco eretto (tra 1772 e '75) in onore di Ganganelli: essa ricorda che Clemente XIV «sopprimendo la Compagnia di Gesù bene meritò della religione e della civiltà». Commenta don Tamagnini: «Peccato» che la lapide «profani il mistico significato di questo arco… Ma è necessario capire i tempi» (ibidem, p. 36).
(2) Le lettere riprodotte in questo capitolo, sono tratte dai citati volumi di G. Gasperoni, Settecento italiano, eLa Storia e le Lettere. Soltanto la parte finale (con le due lettere di Amaduzzi a Bertola) è ripresa da A. Piromalli, A. B. nella letteratura del Settecento, cit., p. 21. Il «Venerabile Palafax», citato a pag. 59, è Giovanni da Palafax, vescovo messicano di Angelopoli, che aveva fatto profezie sgradite ai Gesuiti, di cui era stato oppositore. (Cfr. E. Pollini, Padre Agostino Antonio Giorgi nel 180° Anniversario della morte, Quaderno XI-1977, Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone, p. 50).
Indice Amaduzzi

Antonio Montanari
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5 avril 2012 4 05 /04 /avril /2012 17:49

In Toscana si preparavano alle cerimonie ufficiali per il centenario (6 aprile) della morte di Giovanni Pascoli, celebrato in pompa magna a Barga.
Nella Romagna solatìa dolce paese, di Zvanì si ricordavano a bocca storta alcune cose, per etichettarlo come il Vecchio Poeta, e lodare qualcun altro (appena) passato nel mondo dei più.

È successo, per essere precisi, con la scomparsa di Elio Pagliarani, di cui un altro collega poeta (ci si scusi l'iniziale minuscola), Sergio Zavoli, diceva che Pagliarani appunto aveva rifiutato ogni "poetica ridondante, sentimentale e fanciullina".
Poi nella nostra Rimini è arrivato l'assessore provinciale alla Cultura Carlo Bulletti, con un esemplare comunicato da tramandare ai posteri per l'incipit di rara presunzione: "Non tutti sanno che...". E l'assessore, pure lui, se la prendeva con le parole fanciulline, evocandole attraverso richiami precisi come il "linguaggio aulico" e lo "stucchevole lirismo".

Pascoli nel 1897 pubblica un saggio, "Il fanciullino", in cui spiega le sue idee sulla Poesia, mica si mette a cantare canzonette da asilo-nido.
Roberta Cavazzuti in un volume (2004) della collana dedicata alla storia della Letteratura italiana diretta da Ezio Raimondi per la Bruno Mondadori, riassume in maniera mirabile quelle idee.
La novità di Pascoli si può sintetizzare con questa frase della Cavazzuti: "Il poeta coincide con il fanciullo che è in ognuno di noi, non solo in qualche uomo superiore, privilegiato...".
Da non tralasciare un altro passaggio fondamentale: "la poetica pascoliana ripudia" sia la retorica di Carducci sia la dannunziana liturgia della parola.

Bastano queste due brevissime citazioni per comprendere che l'esperienza pascoliana (con tutti gli annessi e connessi storici), è qualcosa di più di un'etichetta di comodo con la quale porla nel dimenticatoio, per privilegiare i meriti di chi è venuto dopo.
Meriti che non mettiamo in discussione, a patto che non li si spedisca in ridicola concorrenza con quelli di chi ha vissuto altre e più lontane epoche.
Zvanì non è un Vecchio Poeta da rinchiudere in soffitta per cedere posto ad altre Glorie più recenti.
Nelle storie della Letteratura, c'è posto per tutti quanti sono scomparsi dal palcoscenico della vita.
Lasciate che a sbranarsi siano i contemporanei vegeti che ambiscono alla pretesa di esserne unici protagonisti. E che, con tutti i mezzi, cercano di realizzare un loro sogno da inutili superuomini.
Antonio Montanari

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23 août 2010 1 23 /08 /août /2010 16:16
«Non bisogna scherzare troppo coi contemporanei: in genere si rivelano pericolosi» (Enzo Biagi).




È il 1938, l’anno prima della partenza di Federico Fellini alla felice conquista di Roma. Siamo al caffè Commercio di Rimini, sul corso d’Augusto, popolato di molti studenti ai tavoli del tresette e di qualche spia del regime che guarda ed ascolta.
Fellini entra glorioso e leggero come uno dei suoi personaggi, e si avvicina ad alcuni amici dicendo a voce alta: «Quando andate a fare le bombe al fiume?».
Nessuno di quei ragazzi andava «a fare le bombe al fiume», ma aveva cominciato a deridere il regime con una certa serietà.
Fatto sta che qualche anno dopo, i primi ad andarci di mezzo, cioè in galera, furono quelli che quel giorno, davanti all’ilare compagno di gioventù, giocavano a carte ad un tavolo del caffè Commercio.
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6 août 2010 5 06 /08 /août /2010 16:22
Incubo

Incubo da profezia.

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5 août 2010 4 05 /08 /août /2010 16:49

Crisi di un governo, crisi di un sistema


Blog.statua_berl

Lo aveva previsto, Giuseppe De Rita ("CorSera", 15.8.2009), che si avvicinava la fine del berlusconismo. Adesso ci siamo.

Resta il problema fisico, dove c'è un vuoto arriva qualcosa che riempe. De Rita citava come esempio Alcide De Gasperi che nell'inverno fra 1938 e 1939 diceva: "Stiamo preparando qualcosa di nuovo per quando Mussolini cadrà".

Nel 1939 c'era De Gasperi. Altri tempi, altre tempre. Oggi la partita a briscola se la giocano in tre, Fini Casini Rutelli. Di giganti neppure l'ombra, sono tipetti allenati e furbetti. Il quarto uomo chi sarà? Comunque, non ci aspettano tempi allegri.

Dove ha sbagliato De Rita, è stato nel far dipendere la fine del berlusconismo dalle regionali. Ossia, ci ha preso che il cavaliere avrebbe avuto meno voti, però la crisi attuale non dipende da quel voto. La cosa, dal punto di vista costituzionale, è ancora più seria, per non dire grave. La crisi di un governo, si presenta purtroppo come crisi di un sistema politico. Teniamoci forte, perché l'estate non porta mai buoni consigli alla democrazia in Italia.
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4 août 2010 3 04 /08 /août /2010 10:15
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2 août 2010 1 02 /08 /août /2010 16:23

oggi.virgilio

Il post "Tra altare e rogo" del 30 luglio, è oggi segnalato in home della "Stampa".

over_segna_02_08.jpg

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26 avril 2010 1 26 /04 /avril /2010 16:22

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Il post di stamani, "Basta un sorriso", è segnalto in home della "Stampa" con il titolo "Fini adotta la tecnica del cavaliere". Il testo si legge anche in questo blog. Alla pagina delle segnalazioni.

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26 avril 2010 1 26 /04 /avril /2010 10:17
Fini adotta la tecnica del cavaliere. Per spiazzarlo meglio

 

Blog_fini_26042010

 

A dir la tua virtù basta un sorriso, era lo slogan di un dentifricio. In un libro del linguista Giacomo Devoto, esso è accostato al motto di infausta memoria: l'aratro traccia il solco, la spada lo difende. Dal dentifricio nacque un concorso di bellezza, dall'aratro il disastro della guerra che sappiamo.

Fini ha sorriso per trenta minuti con Lucia Annunziata, ieri, in un'intervista attesa da tutti come messaggio alla nazione, dopo lo scontro con il premier a pugno duro ed indice puntato.

Quel sorriso nasce da una tattica. Fini ha lanciato il sasso, ma non ha nascosto la mano. L'ha utilizzata per indossare la maschera del politico ridens berlusconiano, per spiazzare meglio il premier nelle prossime tappe del cammino che l'ex leader neofascista ha in mente.

Berl_25aprile

 

Ieri il premier ha sfoggiato in video una bandiera presidenziale che non ricordiamo di aver mai visto. Ad imitazione dello stendardo quirinalizio.

Stendardo_quirinale

 

[26.04.2010, anno V, post n. 101 (1192), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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26 avril 2010 1 26 /04 /avril /2010 09:25
Romagna loro, anche razzista
Anteprima del tam-Tama de "il Ponte" di domenica 2 maggio 2010


Bossi_blog_19072009

La direzione del Popolo della libertà ha dichiarato di essere al servizio del popolo. Qualcuno ha sorriso, vedendo in quelle parole un richiamo maoista. Tranquilli. Il primo politico a parlare in Italia di "servire il popolo", è stato Giovanni Giolitti il 12 ottobre 1919: "I governi sono fatti per servire i popoli, non per dominarli". Ed infatti nel 1922 nacque il fascismo.

A proposito. Domenica 25 aprile sulla Stampa lo storico Maurizio Viroli ha dedicato una nota a "Quel vergognoso commercio di Predappio". Dove sono vendute non soltanto le immagini della Buonanima, ma pure oggetti più di attualità. Come le magliette "in cui una mannaia brandita da un energumeno di foggia ariana cala sul battello" degli immigrati, ed ha una scritta eloquente: "Accettiamoli". Che non è un inno all'accoglienza, ma l'indicativo presente di un verbo, mozziamogli la testa con l'accetta.

A questo punto permettetemi di non cantare più Romagna mia, ma di usare una didascalia dei pensieri personali con un disgustato gioco di parole, Romagna loro. Altro materiale ci è fornito, non da Predappio, ma dalla Lega di Romagna. "Falce, martello e camicia verde" l'ha descritta Paolo Stefanini sull'Unità nelle pagine nazionali. Ma non sono soltanto fatti loro. Il governo vuol rinchiudere gli insegnanti nella riserva regionale. Nelle coppie miste sinora non vietate dalla legge, come marito campano e signora emiliana, la ministra Gelmini imporrà la separazione di fatto. La moglie non può scendere verso il domicilio dello sposo, né lui pretendere di convivere con la legittima consorte. Sarà una scuola di celibi e nubili. Sarebbe troppo triste riderne.

Ognuno si aggiusta come può, quando si esibisce. A Palermo il 25 aprile la banda dei CC ha suonato la Canzone del Piave per il presidente del Senato. Quello del Consiglio ha parlato di festa della Libertà, non di Liberazione. Il governatore del Veneto Zaia ha chiamato vietcong i signori dell'Anpi perché volevano che a Mogliano suonassero Bella ciao e non il Piave. Come poi accaduto a Palermo. Il sociologo De Rita definisce l'Italia un Paese pacificato in cui il 25 aprile non ha più nessun senso.

L'impressione è che si parli a ruota libera. Un ascoltatore della radio si è chiesto: che cosa racconterei a mio figlio se lo portassi a Marzabotto? Conoscere la Storia, serve. Per questo nel nostro piccolo tra breve inizieremo una serie di pagine che ripercorrono quella della nostra città, Rimini, dal 1861 ad oggi. [992]

Tama_logo

[26.04.2010, anno V, post n. 100 (1191), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]

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