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Antonio Montanari

Stellette addio.
L’8 Settembre 1943
del soldato Alfredo Azzalli

 



Premessa
«Non conosco un solo libro di guerra scritto da un soldato semplice, da un contadino soldato». Sono parole di Nuto Revelli, riproposte dai giornali il 6 febbraio 2004, all’indomani della sua scomparsa.
Le pagine che seguono non sono «un libro», ma frammenti di ricordi, di «un contadino soldato» lungo un anno di guerra: vissuto lontano dalla guerra perché lui aveva dato un calcio alle stellette; ma pure dentro la guerra, perché, come disertore, doveva sfuggire alla caccia dei repubblichini. Se lo avessero catturato, l’avrebbero passato per le armi.
«Migliaia di ventenni scelsero come me di rifiutare Salò. Pur non essendo ancora informati dei campi di sterminio e di altri orrori e barbarie sentivamo l’impossibilità di aderire alla parte fascista, alleata o sottoposta ai “camerati nazisti”. Un’alleanza che prometteva altri lutti e dolori, che sbarrava il cammino verso la fine della tragedia e la conquista della libertà, mai vissuta nella nostra giovinezza.» Così ha scritto Mario Fazio (La cosa giusta, «La Stampa», 14 settembre 2003).
Alfredo Azzalli, mio suocero, è fra quelle migliaia di ventenni che «scelsero di rifiutare Salò».


1. A Fiume
Otto settembre 1943. Il giorno del suo ventesimo compleanno per Alfredo Azzalli trascorre come tutti gli altri. In guerra. Tra le guardie di frontiera. A Villa del Nevoso, sulla strada che da Fiume porta a San Pietro del Carso, Postumia e molto più avanti a Lubiana. Alle 19,42 la Radio italiana annuncia l’armistizio.
Il re e la regina hanno appena lasciato Villa Savoia. Al Quirinale si è temuto un colpo di mano. L’Eiar è stata preceduta da Radio Londra. Badoglio legge un proclama: «Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane, in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
Verso le quattro del pomeriggio, Alfredo Azzalli è partito in autoblindo per fare la solita scorta al generale Didio.
«Noi seguivamo la sua macchina. Temevamo gli attacchi dei partigiani. Ma tutte le volte che ci siamo spostati non è successo nulla. Siamo sempre arrivati tranquilli a destinazione. Andavamo a Trieste o nei paesi vicini a Villa del Nevoso. Percorrevamo ogni volta una sessantina di chilometri.»
Il piccolo corteo è preceduto da un motociclista. Nell’autoblindo sono ammassati una ventina di ragazzi. Quel pomeriggio viaggiano verso Fiume. Arrivano che sono le due di notte del nove settembre: «C’era la luna piena. Non sapevamo niente di quello che era successo la sera prima. Forse il generale conosceva la notizia. Non noi. Lui aveva a bordo una radio. Ogni tanto la nostra colonna si fermava. Forse in quei momenti si metteva in contatto con altre postazioni. A Fiume ci siamo resi conto che doveva essere successo qualcosa di grosso. La gente era in giro per le strade, ed esultava. I civili prendevano le armi ai militari: sparavano per aria, le pallottole fischiavano sopra le nostre teste. Nei fossi c’erano i cannoni italiani abbandonati dai nostri in fuga. Tutti cercavano di scappare e rientrare in Italia. Una baraonda indescrivibile».
Verso le otto del mattino, il generale raduna quella ventina di soldati, e gli parla: «Da questo momento, io non sono più il vostro comandante. Fate quello che volete. Se riuscite ad andare a casa, potete farlo». Commenta Alfredo Azzalli: «Il generale doveva avere anche lui i suoi pensieri. Lo faceva capire il tono con cui ci mise in libertà».
Andare a casa, ma come? «Bisognava gettare la divisa. I civili di Fiume ci offrivano vestiti borghesi che a noi servivano per non essere riconosciuti dai tedeschi, e per non essere catturati. I civili avevano bisogno delle nostre armi. Le passavano anche ai partigiani.»
Non era facile pensare al cambio fra un fucile «modello 91», quello della Grande guerra, e quattro stracci con cui nascondere il proprio stato di combattente italiano. Non per nostalgia militarista od orgoglio.
«La nostra paura era che, una volta consegnate le armi, i civili ci ammazzassero tutti. Per fortuna non fu così. Ci hanno trattato con i guanti. Non ci hanno fatto alcun male. Sono stato invitato ad entrare in una casa. Mi hanno dato da mangiare anche un pezzo di formaggio, e mi hanno regalato degli indumenti civili in cambio della divisa.»
Ora che è in borghese, la guardia di frontiera Azzalli Alfredo ripensa ai suoi otto mesi di vita da soldato: arruolato il 5 gennaio 1943, partito dal distretto di Ferrara, destinato per addestramento alla caserma «Principe di Piemonte» a San Pietro del Carso. Qui trascorre due mesi.
«Le divise ce le diedero soltanto diciassette giorni dopo l’arrivo. Avevamo vestiti civili leggeri, non adatti a quel clima rigido. Dormivamo in coppia nella stessa branda per utilizzare due coperte che però non bastavano a proteggerci dal freddo. Incontrai un compaesano che conoscevo bene, Bruno Musacchi. Era di servizio sedentario da tre anni come attendente del capitano medico, nella stessa caserma di San Pietro del Carso. Venne nelle camerate a vedere se c’erano ragazzi delle nostre parti. Ci siamo abbracciati. Mi sono messo a piangere come un bambino.»
Da Argenta i genitori di Alfredo arrivano a trovare il loro figlio a San Pietro del Carso. Dentro il pacco di viveri che gli consegnano, ci sono anche i cappelletti. Hanno progettato di fermarsi nell’albergo del paese, ma Bruno Musacchi li consiglia, per motivi di sicurezza, di non pernottare e di tornare a casa.
Il primo trasferimento di Alfredo è a circa un chilometro, in un accampamento di baracche di legno. Vi resta per tutto marzo ed aprile.
«Si vedevano soltanto persone che entravano nel bosco a tagliare la legna: ne uscivano con carri pieni di tronchi. Non parlavamo con nessuno. C’erano paura e diffidenza. Bruno Musacchi, di nascosto, ogni giorno mi portava una gavetta di maccheroni.»


2. Ricordi di famiglia
Alfredo Azzalli nasce ad Argenta, quinto figlio di un bovaro, Giovanni (classe 1884), e di Angela (Angelina) Venturoli di due anni più anziana del marito. Il loro fondo si chiama la Colombarina, distante due chilometri dal paese. Gli altri quattro fratelli sono Primo del 1904, che a vent’anni ha fatto il militare in Cavalleria al tempo del delitto Matteotti; Rosina del 1907, Ada dell’11 ed Adele del ’14. In casa con loro sette, vivono anche la nonna paterna, Maddalena Pazzafini (classe 1856, vedova di Antonio, bovaro anch’egli), e suo figlio Vincenzo Azzalli, trentadue anni.
Un altro fratello di Giovanni e di Vincenzo, ha partecipato alla Grande guerra come bersagliere. Lo ha ucciso una pleurite contratta al fronte. Aveva aiutato dei commilitoni ammalati, e trasportato i loro zaini. Una sudata e la notte passata nell’umidità d’una chiesa abbandonata, gli furono fatali. Si chiamava Alfredo. Quando Giovanni ha avuto l’ultimo figlio, ha rinnovato il suo nome.
Anche Vincenzo, detto Cencino, ha fatto la Grande guerra. Era attendente del generale di cavalleria Sammarzano, a Padova. Quando morì suo fratello, Vincenzo scappò a casa senza licenza. Gliela avevano rifiutata. Carattere ribelle, mal volentieri si sottometteva agli ordini e non sopportava i divieti. Rischiò l’accusa di diserzione, e la conseguente condanna alla fucilazione. Lo salvò lo stesso generale Sammarzano che lo proteggeva come un figlio. Aveva bisogno della sua competenza per curare i propri cavalli.
Alla Grande guerra c’era stato anche Giovanni, il fratello di Cencino, e padre del nostro Alfredo. Non ad addestrare cavalli, ma nell’inferno della prima linea. Una notte sono tornati indietro in otto, dei duecento che erano partiti. Lo mandavano a minare i reticolati nemici.
A casa era rimasto con la moglie di Giovanni soltanto il loro figlio Primo. Il capofamiglia era lui: a undici anni, aveva dovuto imparare a mandare avanti la barca. Governava la stalla, con un vecchio garzone che il «padrone» gli aveva dato per aiuto.
Giovanni era di idee socialiste. Nel 1923 alla Colombarina, i fascisti gli diedero fuoco alla casa. Lo volevano far trasferire più lontano dal paese. Lui rifiuta ed annuncia: «Domattina semino dove sto». Fa così. Ma cercano di intimidirlo: gli bruciano il fienile. Una balla di paglia incendiata uccide la cavalla.
L’allarme lo dà Natale Fabbri, detto Nuvlòn, un suo cugino che passava lì davanti tornando dalla casa della morosa, situata verso Bando. A volte, se faceva tardi, entrava dagli Azzalli, e si metteva nel letto di Vincenzo. Nessun danno alla casa, separata dal fienile con una divisione in muratura, ed alle altre trentaquattro bestie della stalla, messe in salvo dopo l’arrivo di Natale.
Giovanni conosceva i presunti mandanti, una famiglia proveniente dal Veneto, e gli disse qualcosa. Non s’era accorto di nulla quella notte. Eppure le precauzioni le aveva prese, calcolando che le sue idee non erano gradite ai fascisti che comandavano in paese. L’uccisione del parroco don Giovanni Minzoni il 23 agosto 1923, aveva dimostrato la loro violenza. Dietro la porta d’ingresso Giovanni Azzalli teneva sempre pronto un fucile da caccia. Carico. Poco dopo la sua famiglia si trasferisce nel fondo Beneficio di via Bulgarina, il cui «padrone» è Giacomo Maccagnani, fratello di Romildo, il proprietario della Colombarina.


3. Il 25 luglio
Maggio 1943. Alfredo Azzalli è trasferito in un caposaldo. Un’altra baracca in mezzo ai boschi, ad una decina di chilometri da Postumia: «Ogni notte turni di sentinella per due ore. Restavamo vestiti anche durante il riposo. Dovevamo essere pronti per rispondere ad un eventuale attacco nemico. Ogni tanto un gruppo di una quindicina di soldati guidati da un ufficiale andava in appostamento nei punti strategici».
Nelle vicinanze c’erano altre caserme italiane con la Milizia fascista: «Ce ne stavamo alla larga. Erano già accaduti scontri tra militi e soldati dell’Esercito». Il vitto è scarso. Patate, cavoli, riso, poco pane nero e poca carne. E qualche volta, con la carne, un contorno di vermi. La Milizia ha caserme nuove ed un trattamento speciale: «Noi soldati mangiavamo nelle gavette. Loro a tavola e nei piatti. Poi alla Milizia davano una paga superiore alla nostra».
Inizio di luglio. Altro trasferimento, sul monte Pomario: «Eravamo circa sessanta soldati, divisi in gruppi di sei per tenda. Non c’erano brande ma giacigli fatti con rami di alberi, e sopra un paio di coperte. E proprio a monte Pomario mi trovavo il 25 luglio, giorno della caduta di Mussolini. Sùbito non abbiamo saputo niente. La mattina dopo abbiamo appreso che era nata un po’ di confusione: che il duce era stato arrestato, e che Badoglio lo aveva sostituito al governo. Si pensava che la guerra potesse finire presto. I militari erano stanchi. La voce della caduta di Mussolini e del suo arresto, si sparse mentre eravamo nel piazzale. Non so come fosse giunta sin lì. Soltanto il generale aveva una radio».
Qualche giorno dopo il capitano lo convoca: è «un milanese richiamato alle armi, buonissimo e paterno con tutti noi». Gli propone di andare a Villa del Nevoso per il servizio di scorta al generale Didio, comandante del Corpo.
«Vedendomi titubante, mi consiglia di accettare e mi dice: “Un giorno ti verrà in mente il tuo capitano”. Fui selezionato con altri ventun militari, uno ogni caposaldo. Il gruppo era comandato da un tenente degli Arditi, siciliano, una brava persona.»
Si lascia convincere. E va a Villa del Nevoso. Fine di luglio. Quaranta giorni prima dell’otto settembre.
«C’erano il Comando e sei o sette caserme. Potemmo finalmente fare un bagno, cambiare le divise ed alloggiare in camere con brande, materassi e lenzuola. E soprattutto, il vitto era abbondante. Mi ricordai delle parole del capitano milanese. Stavamo come dei pascià, avevamo abbandonato le tende dove eravamo vissuti come delle bestie.»
Gli abitanti della zona sono di origine slava: «A noi militari, non ci odiavano, come facevano con quelli della Milizia».


4. Scappare da Fiume
A Fiume, quella mattina del 9 settembre 1943, ci sono soldati d’ogni tipo. Alfredo Azzalli incontra un giovane di Bologna: «Si chiamava Bondioli, e la pensava come me: tornare a casa. Decidemmo così di avviarci verso Trieste. A piedi. C’era una marea di gente che percorreva le strade nella nostra stessa direzione». Ma c’era anche chi proveniva in senso contrario. Dall’Italia verso l’Istria, ed i loro paesi d’origine.
«A loro chiedevamo informazioni per evitare i posti di blocco istituiti dai tedeschi per catturarci. Dopo due giorni di cammino, e mentre eravamo lontani da Trieste circa un giorno e mezzo di strada, si cominciava ad avere fame. Ci fermammo in una caserma degli alpini. Ci diedero da mangiare.»
Ogni tanto di notte Azzalli, Bondioli e gli altri si fermano a riposare. Appoggiati ad un masso. Oppure sotto un cespuglio. Al chiaro di luna.
«Durante la fuga buttai in una scarpata i miei documenti e la valigia. Tenni soltanto dei fazzoletti. Li usai più tardi per fasciarmi i piedi che cominciavano a piagarsi. Giunti alle porte di Trieste, incontrammo un gruppo di soldati in fuga. Saranno stati duecento. C’erano i tedeschi piazzati con le armi dietro una siepe, ai bordi di un bosco. Non ci fermarono. Forse capirono che poteva essere rischioso per loro cercare di bloccare un gruppo così numeroso di persone.»
A Trieste, finalmente. A bordo di un autobus escono dalla città: «A piedi raggiungemmo Monfalcone per strade secondarie».
Il desiderio di tornare a casa e la necessità di sfuggire alla cattura tedesca, li fa camminare per quaranta e più chilometri al giorno: «Per sicurezza evitavamo i centri urbani, passando attraverso la campagna veneta. Incontravamo contadini che ci offrivano pane, polenta, latte ed acqua. Di notte ci si fermava a riposare dietro un pagliaio o in un fienile. Si dormiva poco. Temevamo di essere catturati per una spiata. Per questo non parlavamo con nessuno della situazione politica. Eravamo diffidenti. E con molta paura».
Ormai le scarpe sono un ricordo. Consumate. Bruciate dalla strada percorsa.
«Arrivati nei pressi di Abano, vedemmo un treno merci fermo. Ci invogliò a salire. Fu la prima ed unica volta. Dopo una quarantina di chilometri di viaggio, arrivò sopra di noi un caccia tedesco che si mise a mitragliare. Per fortuna vollero soltanto spaventarci e non colpire. Eravamo in tanti, ad essere aggrappati ai vagoni. Con la velocità di un fulmine scendemmo e ci sparpagliammo in messo ai campi.»
In quel fuggi-fuggi, Alfredo Azzalli non ritrova il compagno bolognese Bondioli. Prosegue da solo.
«I ferrovieri in quei giorni fecero un bel servizio per i militari sbandati. Nelle vicinanze delle stazioni rallentavano i convogli a passo d’uomo, per dar modo ai fuggitivi di scendere e proseguire a piedi.»


5. Verso casa
Sempre attraverso i campi, Alfredo giunge in provincia di Ferrara. A casa, insomma. Si accompagna ad altri due giovani. Uno è faentino.
«Attraversammo il Po a bordo di una piccola barca, di uno del posto. Era quasi il tramonto del 21 settembre. Ci fermammo in una casa colonica. Chiesi se per favore potevano ospitarci nel fienile. Aggiunsi in dialetto che ormai ero giunto a destinazione, ad Argenta; e che mi sarebbe dispiaciuto essere catturato proprio allora. Quando il contadino sente nominare Argenta, mi dice: “Io ho fatto il militare con uno del vostro stesso paese. Si chiama Primo Azzalli, è della classe 1904”. Sono suo fratello, gli rispondo. E lui mi spiega che mi aveva visto bambino, ritratto in una foto che mio fratello Primo teneva con sé sotto le armi. M’invita in casa. Mi fa sedere a tavola con i suoi. Pollo e patate fritte. Mi fa dormire in un letto. Mi riposai come un papa.»
La mattina dopo i tre ripartono ed arrivano a Portomaggiore: «Poco dopo, ad un passaggio a livello chiuso, c’era un’auto ferma. Il conducente comprende la nostra situazione. Ci chiede dove stavamo andando. Lui era diretto a Filo di Argenta. Ci offrì un passaggio quando gli dissi che dovevo arrivare ad Argenta. Noi avevamo la solita paura di cadere in un tranello. Accettammo. Lui era solo e noi in tre, casomai ci fosse stato bisogno di difenderci».
Tutto va a buon fine, per Alfredo Azzalli, scaricato quasi davanti a casa.
«I miei immaginavano che arrivassi, e mi stavano aspettando con tanta ansia. Avevano paura che in un viaggio così lungo potessi rimetterci la pelle. Il faentino prosegue con una bicicletta della mia famiglia. Era il 22 settembre.»
Il giorno prima è stata liberata Rimini, dove Alfredo Azzalli ha la fidanzata, Graziella Montebelli. Ma ovviamente non lo sa.
Il giorno dopo, 23 settembre, Mussolini giunge in aereo a Forlì: i nazisti lo hanno prelevato a Campo Imperatore sul Gran Sasso il 12. Mussolini sale alla Rocca delle Caminate, poco distante da Predappio, dove il 27 avviene la prima riunione della Repubblica Sociale. Il 9 novembre sono richiamati alle armi anche i militari della leva del 1923 in congedo provvisorio (ossia scappati dopo l’8 settembre).
Tra loro c’è anche Alfredo Azzalli: «Io non volevo presentarmi perché avevo fatto tanta fatica a salvarmi. Non volevo rischiare nuovamente. Però, visto che i bandi dei chiamati alle armi erano sempre più feroci, pena la fucilazione, mi sono presentato di mala voglia al distretto con altri quattro compaesani: Rino Gualandi, Gino Mantovani, Rolando Nardini e Mendez Travasoni. Ci destinarono a Novara. Partimmo il 5 gennaio 1944. Nella caserma di Novara rimanemmo sette giorni».
Vengono a sapere che al Comando formavano gruppi da inviare in Germania. Alfredo Azzalli si confida con gli amici: «Sono scappato dalla Jugoslavia, in Germania non ci vado». Insieme decidono di tornare al paese. Abbandonano la caserma. Prendono il treno per Milano, dove giungono sul mezzogiorno. Dopo tre ore partono per Bologna.
Prima di risalire sul treno verso casa, Alfredo Azzalli esce dalla stazione. In una tabaccheria scrive una cartolina alla famiglia: «Saluti da Milano, mentre sto per andare in Germania». La cartolina sarebbe servita poi: «A chiunque avesse chiesto di me, i miei l’avrebbero potuta mostrare. Era il mio alibi». Partito per la Germania. Invece, ritorna ad Argenta.
Per non essere visti in paese, i cinque scendono alla stazione di Consandolo, quella prima di Argenta, a quasi sette chilometri. Arrivano a casa attraverso i campi. Alfredo Azzalli si ferma dalla sorella Adele che abita fra Boccaleone ed Argenta, rinchiudendosi nel fienile. Di notte va a casa propria, accompagnato dal cognato, Alberto Pollini.
Suo fratello Primo Azzalli, la mattina dopo sul far del giorno, prende con sé i propri figli Gloriano di tredici anni e Livio di dieci, e li trasferisce da una cognata, Giovanna Pollini (cugina di Alberto Pollini), a Filo di Argenta. Non dovevano sapere nulla dell’arrivo di Alfredo. Il quale alla sera s’incontra con i quattro compaesani scappati con lui da Milano: «Siamo amici. Però ciascuno ci pensi bene prima di prendere una decisione. Non dobbiamo poi rimproverare gli altri per quello che scegliamo di fare».
Lui decide di rimanere. Loro vogliono ritornare in caserma per non mettere nei guai i famigliari. Ripartono per Novara. Poi sono spediti in Germania. Quattro mesi di addestramento. Rimpatrio, pronti per il fronte. A quel punto diserteranno. Catturati. Fucilati. Il 19 agosto 1944.


6. A Rimini
Alfredo Azzalli decide, per maggior sicurezza, di andarsene da Argenta a Rimini, nella casa della fidanzata Graziella Montebelli, in zona Celle sulla via Emilia.
I loro padri erano amici, si erano conosciuti tramite il dottor Bragliani, un medico di Ferrara, che aveva proprietà terriere anche ad Argenta. Il babbo di Alfredo lo accompagnava spesso a caccia. In una delle tante battute, ha conosciuto Luigi Montebelli, il padre della Graziella, che era stato attendente di Bragliani durante la Grande guerra, dove pure lui aveva conosciuto la vita di trincea. D’inverno Bragliani, con un gruppo di «signori» della zona, andava a caccia a Lesina nel Gargano.
(Tra loro c’era anche il conte Manzoni: il suo nome resta legato alla strage della vedova e dei tre figli, compiuta il 7 luglio 1945.)
A Lesina avevano una casa: «Mio padre li accompagnava come “uomo di caccia”, mentre Luigi faceva il cuoco».
Alfredo Azzalli resta in casa Montebelli ben poco. I tedeschi piazzano davanti all’abitazione un fortino di cemento armato con un cannone. Temono lo sbarco degli anglo-americani.
«Prima che la casa fosse distrutta con una cannonata, fummo costretti a sfollare. Ci rifugiammo a Poggio Berni (lungo la valle del Marecchia dopo Santarcangelo di Romagna), nel palazzo Marcosanti dove rimasi per circa tre mesi.»
La moglie di Luigi, Aurelia Vittori, presenta Alfredo Azzalli alla gente come un suo figlio. Lei ed i suoi famigliari sono tutti di carnagione scura. Alfredo è un biondino di pelle chiara, come un tedesco. Qualcuno sussurra all’Aurelia: «Come mai siete così diversi, voi e vostro figlio?». Lei impavida si giustifica con la più ovvia delle scuse: «Capirete, quando si è giovani sono cose che succedono».
Il 18 febbraio 1944 a renitenti e disertori il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della Difesa nazionale di Salò, minaccia la pena di morte. Poi fa marcia indietro. Perdona chi si è presentato prima del 9 marzo e chi, arrestato entro tale data, si arruolerà come «volontario». Per i disertori costituitisi, la condanna capitale è trasformata in dieci anni di carcere. Il 25 aprile Graziani ci ripensa e promette il perdono agli «sbandati».
Alfredo Azzalli teme di mettere nei guai la famiglia Montebelli che lo ospita a Poggio Berni. Decide di ritornare ad Argenta. Parte sul biroccio condotto da «Talio» (Italiano) Valentini. Traguardo di tappa, è Viserba di Rimini, alla stazione ferroviaria della linea per Ferrara. Sul biroccio l’accompagna Luigi Montebelli: sua figlia Giovanna li segue in bicicletta per rendere la scena più famigliare. (Il viaggio di andata a Rimini, sempre in treno, lo aveva fatto con Alfeo Pollini, marito di sua sorella Rosina.)
Luigi sale in vagone con Alfredo, e lo segue fino a San Biagio, la stazione che precede Argenta.
«Era verso sera. Anche questa volta fui fortunato. In treno, nei pressi di Cervia, uno della Milizia ferroviaria si mise a questionare con un passeggero anziano che era seduto vicino a me, e che non aveva i documenti in regola. Lo fece scendere alla prima stazione per altri controlli. Io fingevo di leggere il giornale che avevo comperato a Viserba. Mi mostravo tranquillo, ma dentro di me avevo un grosso spavento. I miei documenti erano finiti in quel crepaccio in Jugoslavia.»


7. Ancora a casa
San Biagio, verso mezzanotte. Sotto la pioggia, a piedi, Alfredo e Luigi Montebelli avanzano verso la casa degli Azzalli. Attraverso strade di campagna. Stanno lontani dalle abitazioni, dove potevano trovarsi nascosti i tedeschi. Quando arrivano, il fratello di Alfredo prende i propri figli Gloriano e Livio e li porta ancora una volta via di casa, dalla cognata Giovanna Pollini.
«Primo, mio babbo e Luigi fecero una galleria nel fienile. Aprirono un buco nel granaio. E sistemarono un letto.»
Luigi torna a Rimini. Gloriano e Livio sono riportati in casa. «Era la fine di maggio. Rimasi chiuso nel granaio sino allo sfollamento avvenuto a novembre.»
A chiunque chieda di Alfredo, sua madre Angelina risponde che è stato mandato in Germania. E mostra la cartolina che suo figlio ha spedito da Milano.
«Di giorno, non mi facevo vedere da nessuno. Di notte uscivo dal nascondiglio per andare a dormire con mio zio Vincenzo che aveva un letto a due piazze. Mi teneva informato sugli avvenimenti. Lui andava sempre da un suo cugino, Umberto Azzalli, che faceva il giornalaio, ad ascoltare Radio Londra.»
In quella stessa camera dorme la mamma di Vincenzo, Maddalena, che era cieca ed aveva quasi novant’anni: «Sentendo bisbigliare, credeva che suo figlio Cencino parlasse da solo, e diceva: “A cred propi che te dventa mat, guerda cum che t’at ci ardôt”, credo proprio che tu diventi matto, guarda come ti sei ridotto. Prima che facesse giorno tornavo nel nascondiglio».
Nella casa degli Azzalli si sono alcuni sfollati. Tra loro, una famiglia di Pieve Santo Stefano (Arezzo) ed il capostazione di Argenta, Dario Pagnini con la moglie Adele e la figlia Maria Teresa, originari di Rimini, alloggiati nella stalla della cavalla.
«In tutto eravamo ventiquattro persone. Un sola volta i tedeschi vennero per controllare. Chiesero di vedere che cosa c’era nel granaio dove mi trovavo io. Mia madre, donna energica, rispose pronta che non aveva le chiavi. Le aveva il padrone. Tornassero quando c’era lui.»
I militari nazisti si guardarono un po’ attorno, e poi andarono via. In quel periodo i tedeschi s’impossessavano di quasi tutti gli animali dei contadini, ed era difficile rimediare qualche mezzo chilo di carne. Con la «tessera» («un cartoncino grigio con il numero, il nome e tanti tagliandi», ha scritto Marco Innocenti), ne davano pochi etti una volta alla settimana.
Per salvare dalla requisizione i quattro maiali degli Azzalli e quello dei Pagnini, il capostazione e Primo costruiscono un rifugio. Usano le traverse della linea ferroviaria che era stata bombardata. Lo fanno un po’ distante dalla casa, sottoterra, con un fosso di comunicazione dove c’era una finestra attraverso la quale passare per dar da mangiare agli animali.
«Nessuno si sarebbe accorto del rifugio. Ma qualcuno fece la spia. Un bel giorno i tedeschi vennero con un carro bestiame a prelevare i nostri maiali. Fecero molta fatica: qualche bestia tentava di scappare. Alla fine ci riuscirono. I tedeschi già inferociti ed urlanti, vennero in casa per portare via la scrofa che era gravida. L’avevano già presa per le orecchie quando mia madre, più arrabbiata dei tedeschi, circondata dai suoi nipoti e da tutti gli altri bambini degli sfollati, si mise ad urlare: “Non vedete quanti bambini abbiamo? Che cosa gli diamo da mangiare?”. I tedeschi lasciarono libera la scrofa e se ne andarono. Sbraitando.»
L’estate 1944 trascorre «abbastanza tranquilla». Il fronte è fermo ad Alfonsine. L’attività bellica si svolge perlopiù con saccheggi di bestiame trasferito verso il Po.
«Tiravano delle granate. C’era qualche episodio, ma soltanto nei punti strategici. Verso metà novembre i tedeschi ci mandarono via tutti. Dovevano far saltare la nostra casa e le altre della zona, per avere la visuale libera. Aspettavano l’esercito alleato. Dovevano minare i campi. Noi sfollammo a Filo d’Argenta dalla Giovanna Pollini, sorella dell’Edmea moglie di mio fratello Primo.»
Anche da Filo debbono andarsene. Solita storia. I tedeschi minano anche lì. Prima però prendono le mucche, ed aprono le botti che erano piene di vino.
«Noi siano andati a Longastrino, ai margini delle valli. Nel fienile di un colono, Sebastiano Zuffi detto Manèla. Il padrone del fondo era il conte Orsi Mangelli. Ci siamo rimasti per tutto l’inverno. C’erano altri sfollati. Ma anche i tedeschi delle SS, che stazionavano in cucina.»
Quei militari arraffano polli e conigli. Fanno grandi mangiate e bevute. Spesso si ubriacano e poi litigano fra loro. Sulle tavole maneggiano le bombe a mano come fossero giocattoli. Baciano i loro fucili dicendo: «Questo essere grande amore». Fanno paura a tutti.
«Lì, a Longastrino, vicino alla casa che ci ospitava, avevano costruito un rifugio molto robusto che ci proteggeva dalle granate. Il 12 aprile 1945 ci fu una notte d’inferno. Prima illuminarono a giorno la zona di Argenta. Poi cominciarono a sganciare le bombe. La terra tremava come per il terremoto.»
Argenta, ha scritto Adamo Antonellini, aveva assunto un ruolo strategico: «dopo tanti secoli, tornava ad essere l’unico passaggio possibile verso il nord, fra le valli di Comacchio e quelle di Campotto».
Ha testimoniato Olao Mingozzi: «A partire dal 6 aprile, metodicamente, gli alleati si sono dedicati alla devastazione di tutti i paesi, oltre che con le incursioni aeree, anche con l’artiglieria. Anita, Longastrino, Filo hanno subìto bombardamenti a tappeto fin nelle loro borgatine disseminate lungo la strada che conduce al Ponte della Bastìa».
Aggiunge Alfredo Azzalli: «Gli aerei bombardavano Argenta. Ma le artiglierie alleate piazzate vicino alla casa di Longastrino dove eravamo sfollati, sparavano granate sulle macerie. Il disastro diventava ancora più grave. Con altri morti. E’ stato uno dei momenti più tragici della guerra ad Argenta».
Il 13 aprile dalle valli arrivano a bordo di anfibi le truppe alleate: «I tedeschi in ritirata si nascondono anche loro nel nostro rifugio. Piangevano perché non volevano arrendersi. Continuano il saccheggio delle bestie. A noi ne hanno prese ventidue. Ci hanno lasciato soltanto con quanto avevamo addosso».
La battaglia di Argenta si conclude il 18: «Non so quanti siano stati i morti. Tanti. Soltanto dentro una ghiacciaia utilizzata come rifugio, ce ne furono novanta. L’avevano centrata in pieno. Morirono in quel bombardamento anche mio cognato Alfredo Pollini e sua figlia Verdiana. Mia sorella Ada era insieme a loro. Per lo spostamento d’aria prodotto da uno scoppio, finì più distante. Rimase lì ferita per diciassette ore, sotto le macerie d’un palazzo di due o tre piani. Sentiva il marito e la figlia lamentarsi e chiamare. Ma non poteva fare nulla per aiutarli. Le travi di legno della casa presero fuoco: marito e figlia morirono bruciati. Lei era protetta da un grosso masso. Invocava aiuto. Quando i soccorritori l’hanno sentita, hanno scavato riuscendo a salvarla».
A Longastrino, Alfredo Azzalli non sta più nascosto. Ormai gli eventi bellici sono giunti a conclusione. I fascisti hanno paura. Molti di loro scappano. Temono le vendette. Che arrivano puntuali.
«Passato il fronte, con la casa distrutta, siamo stati ospitati da mia sorella Adele, vicino a Boccaleone. Lì abbiamo aspettato che i campi fossero sminati da squadre organizzate dalle autorità governative. Molti morirono nel fare quel servizio. Mio zio Vincenzo non era nelle squadre incaricate ma vedendo che lo sminamento procedeva a rilento, e che la nostra famiglia aveva bisogno di lavorare, cominciò da solo a ripulire il terreno. In una tornatura di terra levò 47 mine. Per lo scoppio di una, perse l’occhio destro. Era il 15 agosto 1945. Per quella ferita non gli fu riconosciuto il diritto alla pensione. Aveva agito di sua iniziativa, spiegarono dal ministero, oltretutto in un terreno confinante con il suo.»
Vincenzo Azzalli era una persona nota ad Argenta. Aveva sempre fatto il contadino. Era molto appassionato al suo lavoro attorno agli animali, un intenditore di mucche e cavalli. Quando qualche «padrone» aveva bisogno di un parere per l’acquisto di bestie, si rivolgeva a lui. Anche il veterinario del paese Aldo Dalla Casa richiedeva il suo aiuto in parti che si presentavano difficili. Era nato nel 1891, morì nel 1977, a Rimini in casa di suo nipote Alfredo, con il quale si era trasferito da Argenta nel 1957.
«Cencino era in confidenza con i grandi proprietari terrieri che vivevano ad Argenta. Era l’unico contadino che potesse entrare nel loro bar in paese, il cosiddetto “caffè dei signori”. Nelle discussioni politiche, lui non nascondeva mai la propria avversione a Mussolini ed al fascismo. E faceva previsioni negative sull’esito della guerra. Forse anche per questi suoi rapporti con i capi fascisti del paese, la nostra famiglia che non aveva simpatie per il duce, mai subì violenze da parte delle squadracce che agivano ad Argenta e nei suoi dintorni.»

NOTE

Una parte delle presenti memorie, è stata pubblicata nel volume di Bruno Ghigi, La guerra sulla Linea gotica dal Metauro al Senio fino al Po, Ghigi editore, Rimini 2003, pp. 901-904.

Bibliografia
ADAMO ANTONELLINI, Argenta, aprile 1945, «Arzenta!», I, 5, ottobre 1993, p. 6. (Qui è riportata la cit. testimonianza di Olao Mingozzi.)
MARCO INNOCENTI, L’Italia del 1943, Come eravamo nell’anno in cui crollò il fascismo, Mursia, Milano, 1993, pag. 53.
ANTONIO MONTANARI, I giorni dell’ira. Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino,Il Ponte, Rimini, 1997. (Il testo integrale è disponibile su Internet, all’indirizzo <http://digilander.libero.it/monari/ira.html>.)
ANTONIO MONTANARI, Rimini ieri, Dalla caduta del fascismo alla Repubblica, Il Ponte, Rimini, 1989.

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