Tra i libri esposti alla mostra “Dalla Terra al Cielo. L’osservazione scientifica attraverso gli strumenti” (al Museo della
città di RIMINI sino al 24 maggio) 2009, c’è un testo che è legato alla storia della cultura riminese e romagnola. Si tratta dell’«Iride» di Giuseppe Antonio Barbari (1647-1707),
pubblicata a Bologna nel 1678.
Attorno a questo personaggio offriamo alcune notizie.
Giovanni Bianchi nel 1757 risponde al proprio ex allievo Giuseppe Garampi, allora a
Roma, che gli aveva chiesto chi fosse costui: «Quel Barbari di Savignano fu in Bologna scolaro del Montanari, e credo anche del Cassini […]. Essendogli morto un figlio in età di 20 anni, ed una
sua figliuola essendosi fatta monaca in Roncofreddo mi pare che egli si ritirasse tra Filippini di Cesena. Avea varj libri matematici […]».
Dopo gli studi letterari a Savignano e quelli filosofico-matematici a Rimini, Barbari
si forma a Bologna sul finire degli anni Sessanta. Quando quell’università vive un felice momento di proficua attività intellettuale, contrastata però dal rigido controllo dell’Inquisizione sulla
produzione libraria.
Vi si sta costituendo la scuola sperimentale. Ne sono grandi maestri Marcello Malpighi
per la Biologia, Geminiano Montanari per le Scienze matematiche, e Giovan Domenico Cassini per l’Astronomia. Montanari accoglie Barbari «con amore assai, e conosciutolo, l’ebbe come
fratello».
Malpighi, venerato all’estero, in Italia fu perseguitano dagli avversari. Nel 1689 un
gruppo di facinorosi irrompe nella sua villa di Corticella provocando la perdita di scritti e strumenti. Come scrisse Giovanni Ciampoli (che era stato avviato agli studi matematici da Galileo, e
fu amico di Federico Cesi il fondatore dei Lincei), dinanzi al «sapere» sta sempre il «potere». Ogni novità, come lui stesso sperimentò, provoca nemici da tutte le parti.
Malpighi tenne Barbari in grande considerazione: nel 1680 inviò assieme ad altri dieci
testi scientifici alla Royal Society (di cui era socio onorario dal 1669), una copia del lavoro pubblicato da Barbari, «L’iride», edito due anni prima.
Geminiano Montanari dopo la laurea in Giurisprudenza all'Università di Salisburgo,
studiò matematica e astronomia a Vienna sotto Paolo del Buono, uno degli ultimi allievi di Galileo. Dal 1661 a Modena fu filosofo e matematico del duca Alfonso IV, alla cui morte due anni dopo,
si trasferì a Bologna. Nel 1664, il Senato bolognese lo elesse alla cattedra di matematica dello Studio, dove si trattenne per quattordici anni fino a quando, nel 1678, passò all'università di
Padova dove, oltre alla cattedra di «astronomia e meteore», creata espressamente per lui, ricoprì vari incarichi pubblici per conto della Repubblica di Venezia.
A Bologna nel 1655 fondò l'«Accademia della Traccia o dei Filosofi» che seguì la via
dell'esperienza per avere «la vera cognizione della natura».
Gian Domenico Cassini (1625-1712) fu il successore per Matematica a Bologna del
gesuita milanese Bonaventura Cavalieri (1598-1647), dal 1650 sino al 1669 quando si trasferì a Parigi su chiamata di Colbert.
Barbari scrive: «Al nostro secolo anche per altri capi memorabile, e glorioso si deve
finalmente il vanto di haver restituita la libertà alla Filosofia, e resala di serva, e schiava ch’ell’era dominante, e padrona».
La Filosofia è «padrona» in quanto non è più «ancilla» della Teologia, come avevano
teorizzato Pietro Damiano e Tommaso d’Aquino. E perché, dopo Galileo, la Filosofia non deve più dipendere dall’«autorità di luoghi delle scritture» («Lettera a Cristina di Lorena»). Malpighi
parla di una «filosofia libera», posta alla base della nuova Medicina, e contrapposta ad una «filosofia spiegata con le facoltà», cioè ad una concezione aprioristica della
realtà.
Barbari osserva che esistono due modi di filosofare. Da una parte ci sono i «giurati
mantenitori delle opinioni di chi che sia». Dall’altra, quanti pongono come «fondamento d’ogni umano discorso» la «verità del fatto», le «esperienze sensate». Galileo ha usato l’espressione
«sensate esperienze» nella «Lettera a Cristina di Lorena».
Barbari aggiunge: «l’esperienze sensate, e le apparenze corrispondenti à qual si sia
cognizione non possono essere in tanto gran numero, che bastino per conchiuderne la necessità».
Con un contributo originale, Barbari indaga sul concetto di esperienza per mostrarne
tutta la complessità e debolezza nel pretendere d’arrivare a conclusioni certe e generali.
Sembra di leggere il passo della lettera che un discepolo e maestro galileiano come
Benedetto Castelli indirizza a Giovanni Ciampoli nel 1639 e che esce a stampa trent’anni dopo: «mi pare che sia troppo gran temerità il pretendere d’intendere perfettamente et assolutamente le
cose della natura». La riflessione di Benedetto Castelli sui limiti della conoscenza umana, come è stato osservato da M. Bucciantini, «costituisce certamente uno degli aspetti più rilevanti della
modernità galileiana», anche se assume «toni ben diversi da quelli usati da Galileo».
L’impostazione della prima parte dell’«Iride» ne fa una specie di “discorso sul
metodo” che riassume l’ampio dibattito filosofico del tempo.
Antonio Montanari
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Al post in cui si
trovano i link che interessano l'argomento.
Alla pagina "Le ombre di
Galileo" in "Riministoria".
Alla pagina "Libri Uomini
Idee" in "Riministoria".
Alla sezione "Quante
Storie" di "Riministoria".
Alla sezione "Storia delle
idee a Rimini. Il volto nascosto della Nuova Scienza".
Alla sezione dedicata a Giuseppe Antonio Barbari di "Riministoria".
Per scaricare il saggio
dedicato a G. A. Barbari, in pdf.
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