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  • : Storie, fatti e commenti a cura di Antonio Montanari
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28 février 2015 6 28 /02 /février /2015 10:04

Il primo Capo di Stato della Repubblica italiana è Alcide De Gasperi, dal 13 al 28 giugno 1946.
La Repubblica nasce il 18 giugno, con la proclamazione dei dati definitivi del referendum istituzionale tenutosi il 2 giugno.
Il re Umberto II, subentrato al padre Vittorio Emanuele III il 9 maggio, ha lasciato l'Italia per il Portogallo alle ore 16:07 del 13 giugno.
Il giorno prima, 12 giugno, alla fine della mattinata, Umberto II ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, per informarlo che intendeva aspettare la proclamazione definitiva della Cassazione sul voto referendario prima di andarsene.
Il 10 giugno, infatti, la Cassazione aveva già fornito i dati provvisori che davano per sconfitta la monarchia. Nel pomeriggio del 5 giugno, un'anticipazione del ministro dell'Interno Giuseppe Romita aveva ipotizzato lo stesso verdetto.
Alla lettera di Umberto II, il Consiglio dei Ministri risponde nella tarda serata dello stesso giorno, 12 giugno, con una delibera che attribuisce al proprio Presidente, Alcide De Gasperi, le «funzioni» ma non i poteri di Capo provvisorio dello Stato, in un «regime transitorio» a partire dal giorno successivo, 13 giugno. Dopo questa delibera, Umberto II decide di andarsene da Roma.
Il 18 giugno, i dati definitivi della Cassazione stabiliscono la vittoria della Repubblica, con 453.506 voti in più rispetto all'opzione monarchica.
Il 28 giugno è eletto Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, insediatosi il primo luglio 1946 non al Quirinale ma a Palazzo Giustiniani. Il 13 luglio entra in carica il secondo governo De Gasperi.

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23 janvier 2014 4 23 /01 /janvier /2014 09:28

Compromessi politici (e mafiosi) del Dopoguerra


La mostra che l'amico pittore Armido Della Bartola ha allestito, prima di Natale, con opere dedicate alla Rimini distrutta dalle bombe del 1943-44, mi ha suggerito alcune considerazioni. Sono nato nel 1942, di quei giorni non ricordo dunque nulla. Nella memoria e nell'animo sono rimaste però le parole raccolte nei successivi conversari casalinghi. Il ritorno alla normalità fu aspro. Mio padre che era impiegato comunale, tesserato fascista sino al 25 luglio 1943, caduta di Mussolini, quindi senza alcuna adesione alla repubblichina di Salò, fu sottoposto ad epurazione. I nuovi arrivati nella Pubblica amministrazione gli dissero di andare con moglie e figlio a mangiare l'erba ai fossi. L'umiliazione inferta a mio padre resta non soltanto come piaga mia ma pure quale testimonianza della perfidia delle persone che per bassi motivi (ovviamente, fregargli il posto a favore di qualche protetto), oltraggiavano un uomo innocente.
Uscendo dalla mostra di Armido, incontrai altri amici, più anziani di me, che raccontavano del Dopoguerra. Proprio qui sul Corso, davanti ad una libreria, un compagno prese a ceffoni un altro compagno per aver quest'ultimo militato nella repubblichina come guardia del corpo del ‘terrore di Rimini'. Come mai, chiedo, la vigilanza rivoluzionaria dei compagni si era allentata tanto, al punto di accogliere l'ex repubblichino, attorno al quale poi il partito avrebbe fatto quadrato per decenni, mentre un uomo qualunque come quell'impiegato comunale dovette essere sottoposto al Tribunale della Storia perché tesserato fascista sino al 25 luglio 1943? Non ricevo una risposta razionale. Uno scrittore mi obietta che i casi personali non contano, che il racconto dei fatti deve depurarsi da essi, per poi essere affidato alla serenità del giudizio degli Storici.
Qualche giorno dopo ho letto che la moglie di Antonio Gramsci era una spia dell'Nkvd (il Kgb del tempo). E che la cognata Tania, ritenuta sempre un Angelo Custode di Gramsci e come tale eternamente celebrata, era pure lei una spia di Mosca. Giuliano Gramsci, figlio di Antonio, non ha mai voluto vedere né parlare con la zia Tania: lo ha confidato Olga, figlia di Giuliano, a Massimo Caprara nel libro "Paesaggi con figure". Al citato scrittore incontrato sul Corso, se avessi fiducia nella razionalità umana, vorrei chiedere: anche quella di Antonio Gramsci è una vicenda personale di cui non tener conto?
Antonio Montanari

Appendice 2014.
Adesso che Benedetto Benedetti ci ha lasciati, aggiungo al vecchio testo che era lui lo "scrittore" dell'obiezione rivoltami nel 2001.

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30 octobre 2013 3 30 /10 /octobre /2013 11:38

La tragedia della guerra, con la constatazione di quanto fosse stato illusorio il sogno di un conflitto rapido e con la scoperta di un'impreparazione militare che andava a scontrarsi con i miti del guerriero fascista, costringe ad una scelta i ragazzi allevati al canto di Giovinezza. Sono studenti, operai, contadini. Le documentazioni storiche limitano spesso il discorso a quel gruppo di giovani, quasi sempre intellettuali, che hanno potuto e saputo riproporre le vicende della guerra, attraverso scritti ed interventi. Per gli altri basta riandare alle cronache dolorose di quei mesi tra '43 e '44, ed allora ritroviamo accanto ad un professore di scuola media come il santarcangiolese Rino Molari, il ferroviere di Rimini Walter Ghelfi, entrambi fucilati a Fossoli nel luglio '44 assieme ad Edo Bertaccini di Coriano, capitano dell'ottava brigata Garibaldi. [...]

L'altro figlio di Babbi, Angelo, la mattina del 19 al Commissariato di Rimini apprende la notizia che l'indomani suo padre sarebbe stato trasferito a Bologna. Verso le 10.30 del giorno 20, riesce a vederlo alla stazione ferroviaria di Rimini. Giuseppe Babbi viene avviato verso il treno quando si accorge della presenza del figlio, a cui fa segno di allontanarsi. Soltanto a fine aprile Angelo Babbi può avere il permesso per un colloquio col padre nel carcere di Bologna, alla presenza degli agenti: «... però noi parlavamo in dialetto. Mio padre mi disse che l'avevano interrogato più volte e che con lui c'erano... un ragazzo di Rimini, Walter Ghelfi e il prof. Rino Molari di Santarcangelo».
Una delle ultime volte che Angelo Babbi si reca a Bologna dal padre, la famiglia Molari gli affida un pacco da consegnare al professore. «Ma fui costretto a portarlo indietro, perché sia Molari che Ghelfi erano già stati portati nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, dove entrambi furono fucilati», nella notte fra il 12 ed il 13 luglio. Babbi invece viene liberato il 17 luglio. Babbi ha cinquant'anni, Molari trentatré e Ghelfi ventidue. (Dal febbraio del '44 alla liberazione, nel campo di Fossoli transitarono migliaia di prigionieri: inglesi, ebrei, italiani, antifascisti, intellettuali cattolici come Molari. Vi passò anche lo scrittore Primo Levi.) Rino Molari è un docente di lettere di Santarcangelo che nell'anno scolastico '43-44 insegna a Riccione, dove fa amicizia con il parroco di San Lorenzo in Strada don Giovanni Montali, suo compaesano. Poi entra in contatto con l'antifascismo del Cesenate e della Valmarecchia. Trasporta materiale clandestino. Al Provveditorato agli studi di Forlì, per le sue idee, lo giudicano un «elemento poco raccomandabile». Una spia della Repubblica di Salò, Giuseppe Ascoli (alias «capitano Mario Rossi») figlio del generale Ettore Ascoli, lo fa arrestare il 28 aprile '44.
Tonino Guerra in quell'anno cerca di apprendere e di tradurre in realtà la lezione politica e morale di Rino Molari. Ricevuti in consegna dei manifestini lasciati da Molari (nel frattempo ucciso) ad un fabbro, Guerra è fermato da un fascista del suo paese, portato poi a Forlì, quindi a Fossoli («e sono stato nella stessa baracca dove era stato Rino Molari quattro o cinque giorni prima, la numero 19»), infine in prigionia in Germania per un anno.
A don Montali, come scriverà don Domenico Calandrini, «la guerra civile... barbaramente spense il fratello e la sorella, trucidati in casa vecchi e stanchi, e gettati nell'attiguo pozzo, per rabbia contro il vecchio prete che non s'era fatto sorprendere ed arrestare in canonica». Ha ricordato Maurizio Casadei che don Montali «una volta, ritornando da un viaggio trovò il soffitto della camera sfondato dalle pallottole sparate dalla strada. Poi, dopo che i fascisti nel marzo 1944 arrestarono per attività 'sovversiva' il professor Rino Molari [...] la situazione si aggravò. Sospettato di essere un cospiratore e di aiutare partigiani e prigionieri alleati, don Giovanni dovette fuggire, vestito in borghese, a San Marino, prima a Valdragone e poi a Montegiardino». Quando la mattina del 15 settembre '44, i greci liberano San Lorenzo, nel pozzo vicino alla chiesa si scoprono i corpi di Giulia e Luigi Montali. Avevano cinquantanove e sessantasei anni.
Nel Giornale di Rimini del 2 settembre '45 si legge che a Giuseppe Ascoli «e ad altri due o tre individui in costume da ufficiali e sottufficiali dei bersaglieri [...] si imputa il bieco assassinio» dei due fratelli Montali. Ascoli, come si è visto, è il collaborazionista che fece arrestare il prof. Molari. Gli assassini si sarebbero vantati della loro impresa poco dopo «nel ristorante dell'albergo riccionese dove risiedevano i comandanti del battaglione». Secondo Amedeo Montemaggi (vedi Il Ponte, 9 ottobre 1988), in quei giorni «si incolparono falsamente i tedeschi o i bersaglieri».
Ho ascoltato due nipoti di don Montali. Don Michele Bertozzi: «Don Montali forse sapeva qualcosa di grosso, ma non mi volle mai dire niente». La signora Maria Teresa Avellini Semprini: «Luigi Montali forse era stato colpito al cuore, difficile stabilirlo perché il corpo era in stato di decomposizione. Giulia aveva invece ricevuto una fucilata alla testa». La signora Avellini era stata allieva di Rino Molari nel '43-44, e rammentava che cosa era stato raccontato allora dell'arresto del suo insegnante: «Alla pensione Alba, dove Molari era ospite, si presentarono dei fascisti che si sedettero al ristorante, parlando a voce alta fra loro: "Come ci pesa questa divisa...". Molari avrebbe detto: "Trovate la maniera di buttarla via, venite con me...". Così, con l'inganno, Molari venne arrestato». [...]

Queste pagine sono tolte da I giorni dell'ira.
Su Rino Molari altre pagine di Antonio Montanari:
Rimini 150
Riminilibri 1994
Fuorisacco 2013
"Giovinezza", addio
La caccia all'uomo.
Fossoli, il silenzio sulla strage
Antonio Montanari

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