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Carte parlanti. Vecchie storie, nuove notizie

Cap. 1. Iano Planco e Galileo


Uno dei riminesi più famosi nel mondo, il medico e scienziato settecentesco Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), rimprovera ai colleghi di Siena (dove insegna Anatomia dal 1741 al 1744) di insegnare una «anatomia cartacea».


Per comprendere il significato dell'aggettivo, è necessario risalire al discorso galileiano che ci rimaanda ad una «astronomia cartacea». Ovvero astratta, lontana dalla «sensata esperienza», e basata soltanto sulla conoscenza dei libri degli antichi e sulle «ragioni d'Aristotile».

La lezione galileiana in Bianchi torna in una lettera che il medico scrive a Muratori: «Io vorrei che i giovani, fino che sono in una certa età, non si divagassero tanto nella lettura di molti libri, ma vorrei che, avendo coltivato lo studio delle lingue erudite, cioè della greca, della latina e anche della nostra vulgare, stassero intenti a studiare unicamente per alcuni anni il bel libro della natura, i cui caratteri sono gli angoli, i triangoli, i quadrati, i circoli, le ellissi, i coni, i cubi, i cilindri e l'altre figure tutte, sì piane che solide. Con questo abecedario e con gli esperimenti e con le osservazioni prese dalla notomia, dalla buona chimica, dalla astronomia e da tutte l'altre arti utili al genere umano, si pongono certi fondamenti per le scienze tutte, senza de' quali è vano ogni nostro sapere […]».

Uno dei più celebri allievi di Bianchi, il filosofo savignanese Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-1792) porta un fondamentale contributo alla conoscenza del «modus operandi »intellettuale del maestro.
Per comprendere l'accusa di «anatomia cartacea» rivolta da Bianchi ai propri colleghi senesi, ci è utile ricordare l'episodio relativo alla questione della inoculazione del vaiolo.

A cui Planco è dapprima contrario, come dimostra un suo scritto contro il quale si scaglia Pietro Verri. Ed a cui invece si rivolge con atteggiamento opposto, proprio come soltanto Amaduzzi poteva conoscere, e ci ha testimoniato.

Il sapere sperimentale di Bianchi è dapprima condizionato da un errore epistemologico che rispecchia l’esperienza culturale del primo Settecento.

Questo errore di valutazione è documentabile con una lettera dello stesso Bianchi a Giovanni Lami. Dove «la quistione dell’innoculazione» è inserita tra le «cose letterarie» da discutere, magari nel «miglior latino», con il quale mandare «al diavolo tutti i pretesi calcoli [...] e tutte le altre ragioni sofistiche de’ fautori dell’innoculazione, giacché tutti costoro non sono filosofi e meno medici, ma sono sfaccendati [...]».

Amaduzzi scrive che Planco cede «in appresso all’evidenza del buon esito» dell’innesto del vaiolo, «con quel candore, e coraggio, che suole ispirare l’amore della verità nei cuori degli uomini grandi».

Bianchi così applica su se stesso quel metodo scientifico "moderno" che lo fa ricredere delle proprie opinioni espresse a proposito della inoculazione del vaiolo.


L'errore epistemologico di cui si è detto, è un tema importante per comprendere non soltanto la biografia intellettuale dello scienziato riminese, ma pure il processo culturale di trasformazione delle conoscenze scientifiche nel corso del Settecento europeo.

Quell'errore è spiegabile anche (ma non direi soprattutto) con le ragioni personali narrateci da Amaduzzi nel ritratto che pubblica sull’«Antologia romana» alla morte del maestro: «Fu egli uomo dotato di un vasto talento», scrisse il savignanese, «di memoria sorprendente, e di una somma diligenza. Mancò d’un certo criterio, per il che fu soggetto talvolta a qualche paralogismo».

Ma proprio quel suo «qualche paralogismo» ci obbliga a considerare la conoscenza scientifica come un cammino non lineare, bensì pieno di ostacoli e contraddizioni.

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