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31 décembre 2015 4 31 /12 /décembre /2015 16:22

A proposito del volume "Rimini, dieci anni di economia. Tra passato e futuro", edito da "il Ponte".

Padre del concetto di «amicizia civica» (da intendersi quale «concordia politica» secondo Nicola Abbagnano [«Dizionario di Filosofia», I]), è quell'Aristotele che giganteggia nella mente del personaggio manzoniano di don Ferrante.
Il quale lo aveva scelto come suo autore per essere pure lui un filosofo («Promessi sposi», cap. XXVII), anzi un «dotto», come si legge nel passo dove (ib., cap. XXXVII) si dà notizia della sua morte per peste, ovvero per quella strana realtà indimostrabile mediante ragionamento, ma da lui ammessa soltanto quale effetto delle influenze astrali.
Don Ferrante era in buona compagnia: sua moglie donna Prassede (ib., cap. XXV) «faceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prender per cielo il suo cervello».

Se sovrapponiamo all'aristotelismo di don Ferrante le pretese ermeneutiche “totalitarie” di donna Prassede, otteniamo l'ideale figura del filosofo odierno che crede all'«amicizia civile» di Aristotele, ma dimentica che essa è concordia tra uguali in un mondo di disuguali.
Infatti, come si studiava un tempo, Aristotele ritiene che per “natura” ci siano uomini capaci di fare i cittadini ed altri no.
Ad esempio, né i coloni né gli operai potevano essere cittadini, ovvero partecipare al governo della cosa pubblica.
Ritenendo che “per natura” gli uomini non sono uguali, Aristotele legittima la schiavitù.

Il nostro richiamo alle pagine manzoniane sulla strana coppia Ferrante-Prassede, è non un vuoto ricordo di cose passate, ma un solido richiamo ai tanti fenomeni odierni per cui cerchiamo una concordia politica, anche se non ci preoccupiamo che essa sia garantita da un rinvio non ad Aristotele ma alla nostra Costituzione.
Vengono a proposito queste preziose parole di Vladimiro Zagrebelsky («La Stampa», 23.11.2015): «La libertà richiede rispetto degli altri e eguaglianza. […] Il vero ineliminabile collante è la tolleranza consapevole. Essa non è relativismo indifferente, ma riconoscimento delle libertà altrui».

L'«amicizia civile» di Aristotele non perviene a questo riconoscimento. La formula affascina, ma il suo retroterra non garantisce nulla, come dimostra la storia d'Europa che, scrive Zagrebelsky, «ha conosciuto roghi e fucilazioni di eretici e oppositori», per cui dobbiamo difendere «la società aperta, plurale, tollerante» che «è più debole di quella resa monolitica da una unica ideologia totalitaria».
La forza di questa debolezza, ci sembra, sta nel credere che la «tolleranza consapevole» non nasce da cattive amicizie civiche ma da buone radici di dialogo e confronto, che ogni giorno sta a noi di cercare e trapiantare ovunque.

Ancora Zagrebelsky. Il 24 dicembre su «Repubblica» ha scritto che, nella vita politica, occorre mirare a rifiutare l'«ingiustizia radicale» dell'utopia (perché «la giustizia solo razionale può diventare un mostro assassino»), attraverso l'educazione, il cui uso da parte della politica andrebbe sottoposto a controllo.

Stesso giornale e stessa data: il lungo pezzo di Eugenio Scalfari su «Misericordia. L'arma di Papa Francesco per la pace nel mondo» si chiude con un augurio: «che la fratellanza e l'amore del prossimo, la libertà e la giustizia abbiano la meglio su tutto il resto».

Dunque, per tornare al principio di questa nota, l'«amicizia civica» è nulla se non scaturisce da uguaglianza, libertà e giustizia, con buona pace di Aristotele e dei suoi lettori di oggi.
Dovrebbe apparire significativo il fatto che il nuovo Vescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, nell'insediamento ufficiale, ha citato alcuni articoli della nostra Costituzione, tra cui quello (il n. 3) che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…».

Alla vigilia di Natale, sul «Venerdì» di «Repubblica», Curzio Maltese ha affrontato proprio il tema della dignità, con una sostanziale visione negativa della realtà italiana: «La perdita di dignità», ha scritto, «è inflitta dall'alto al basso, ma viaggia anche in senso inverso e ormai i cittadini non hanno alcuna considerazione delle istituzioni e delle élite».
Così «un veleno violento» si sparge nella società, facendo risorgere razzismo e xenofobia, e favorendo «la folle corsa a nuove catastrofiche guerre».
Proprio nella Messa della Notte di Natale, il Papa ha parlato della necessità di «coltivare un forte senso della Giustizia», dando così ragione al suo amico Eugenio Scalfari ed all'articolo di quel giorno, apparso su «Repubblica».

Ed a proposito di Giustizia, proprio la Chiesa di Roma è tirata in ballo da un'inchiesta nata al suo interno sull'Apsa, l'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica: «Poi, sull'iniziativa è sceso il silenzio», commenta Filippo di Giacomo, notista de «il Venerdì» (24.12.2015). Ed infine c'è il processo vaticano “sospeso” contro i due giornalisti italiani Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.
Ovvero, non basta parlare di Giustizia, ma occorre praticarla.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

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8 juin 2015 1 08 /06 /juin /2015 17:13

Anna Rosa Balducci,
«Idee per una mattina di pioggia»

Travagli del presente e del passato (ovvero di lontane origini famigliari ebraiche), si fondono in un racconto che offre suggestioni e suggerimenti per comprendere i misteri della Storia e quelli (direbbero i filosofi) della vita.
Il tutto all'insegna di una saggia opinione che leggiamo a p. 73 di «Idee per una mattina di pioggia» di Anna Rosa Balducci (Edizioni Progetto Cultura): «La mente ha bisogno di un recinto largo per non ammalarsi e per non fare ammalare il corpo».

La vita quotidiana è amara in una città governata da «gruppi di potere che di diverso dagli antichi feudatari avevano solo la piccolezza della propria personalità».
Era «un grande paesone fantasma», un «piccolo ghetto di provincia», «con reti di rapporti simili a cosche malavitose».

La penna di Anna Rosa Balducci scava con delicata fermezza, delinea contorni di figure, che lentamente si accrescono nei particolari dei modi e delle idee, suggerendo una conclusione pessimistica che non tocca soltanto il destino della protagonista, Marta, ma «il degrado» di tutto il nostro Paese «negli ultimi venti, forse trenta anni».

L'impresa avviata con alcuni amici, anzi la «piccola avventura da sognatori» è finita.
Dove ricominciare, e come?
Il passato di quegli antenati «sempre un poco spiazzati» rispetto a loro tempi, rivela «quel fremito d'intelligenza» che porta via, lontano, e così salva, mentre sembra sconfiggere. Oppure ci sconfigge, mentre pare che ci salvi?
Perché poi Marta pensa che «forse il mondo delle idee è pura malattia», essendo impossibile raggiungere un giusto equilibrio tra gli opposti nella vita reale quotidiana.

Belle, intense, profonde, le pagine di questo libro di Anna Rosa Balducci, che offre l'esempio di come un'analisi di tipo filosofico possa ancora esprimersi nel racconto, dove ogni storia individuale è collocata in uno sforzo collettivo, generale, insomma storico.

Published by antonio montanari
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16 mai 2015 6 16 /05 /mai /2015 10:46

Era il 1961. Storie antiche di giornalismo riminese.


Un amarcord veloce. Avevo 19 anni nel 1961. Come scrissi anni fa, piombò a Rimini, con lussuosa sede al grattacielo, tale Carlo de' Siena, con un settimanale ("Europa flash"), che scomparve dopo pochi numeri: era l'imitazione del noto rotocalco "Oggi". Si presentava come un grande esperto, ma non conosceva neppure le telescriventi.
Credo, per notizie molto successive, che quell'impresa editoriale fosse più legata al controllo della città che era base militare Nato, che ad un'idea di fare qualcosa di nuovo nel panorama giornalistico nazionale.

Una quindicina d'anni dopo aiutai un amico a sopravvivere ad una
carognata estrema ricevuta da un quotidiano, collaborando ad un suo foglio locale. Ad un certo punto anche per noi arrivò una lussuosa sede (non ne avevamo mai avuta una, tranne un tavolo in tipografia), avendo ricevuto un contratto editoriale: la pagina fissa di un centro studi giuridico-economici. Che poi (molti anni dopo) scoprii essere una emanazione dei "servizi", curata da un collega che avrebbe fatta brillante carriera universitaria. Transitando dalla estrema destra molto surriscaldata di quegli anni. E godendo di un appoggio famigliare a sua volta basato sulla massoneria bolognese-romagnola.

ARCHIVIO
Dal mio blog politico sulla Stampa on line del 24/12/2007.
Caro Carlino (e tutto il resto)
Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.
L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
Montenaggi Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».
In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.
Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....
C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.

Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.
Lo ricordai sul web con queste righe.
Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.
Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo, il mio Tama 749.
Ciao, Gianni
Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant'anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.
C'era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.
Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c'era andato così, per sport.
Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l'unico errore della sua vita.
Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
Nel gennaio del '67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del '900. Ciao, Gianni.

L'anno scorso è scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro amico:
«Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che (come hai scritto tu) «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall'informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno».

Fuori tema, in apparenza. Rimini, il giornalismo, il sottoscritto e "La Stampa", con mia gratitudine ad Anna Masera. Da
il Rimino 157, anno XI. Gennaio 2009.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

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20 mars 2015 5 20 /03 /mars /2015 17:03

Demos Bonini, un ricordo del 1991
in occasione della mostra del 2015.


Il pittore Demos Bonini si è spento il 20 agosto 1991, a 76 anni. È un altro pezzo di una certa Rimini che scompare, a pochi giorni dal decesso di Glauco Cosmi (attento tessitore di trame culturali che spaziavano dal giornalismo alla musica), e nello stesso anno in cui ci ha lasciati Curzio Quondamatteo, uomo così semplice e genuino da ricercare in ogni attimo uno spazio per la riflessione sui valori che si vedono tramontare, in questa città divenuta alienante e quasi invivibile.
Bonini debutta in coppia con Federico Fellini, nel 1937, aprendo in via IV Novembre una bottega della caricatura. Ad Urbino, intanto, frequenta l'Istituto di Belle Arti. Poi la guerra. Nei giorni della "repubblichina", sul finire del '43, il ras fascista Paolo Tacchi lo arresta assieme ad altre otto persone, e lo consegna ai tedeschi. Liberato, Bonini si dà alla macchia: "Erano tempi difficili in cui anche gli amici e i compagni ti venivano a mancare", racconterà a Ghigi.
"Ho fatto la guerra di Liberazione, ma non figuro tra i partigiani, e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione", mi raccontò per "Il Ponte" (8.2.1987).
Nel 1950, c'è l'incontro con Guttuso, giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna lombarda venuta a divorziare a San Marino. "Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e, mi ha suggerito di tenere una mostra a Roma", mi disse. A Roma, Bonini fa "un pò da segretario" a Guttuso: "Non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto". Demos si considera l'allievo che vuole imparare la lezione dal maestro: "Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago". Poi, il ritorno a Rimini ("Mi è sempre piaciuta per viverci, qui potevo lavorare"), e l'adesione a "Realismo", "una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose", spiegava: "Una pittura per farsi capire da tutti".
Bonini, ad un certo punto, sembra trovare una sua sigla specifica nelle "giacche", così come Morandi l'aveva scoperta nelle "bottiglie". Ma dietro questi oggetti, non c'è soltanto l'intento di riprodurre cose, le cosiddette "nature morte". Anche la sua pittura, è la ricerca di un significato nei simboli, di quello che Montale ha chiamato il "segreto" celato dietro "l'inganno consueto" delle nude immagini quotidiane.
Ai paesaggi, negli ultimi anni, aveva affiancato altre opere che denunciavano il degrado della nostra vita. La polemica contro la rumorosa civiltà contemporanea, l'ha espressa nella "Grande piramide" di moto ammucchiate, a metà strada fra una montagna dei rifiuti e l'idolo sacro a tanti giovani. In un freddo, lunare grattacielo con i cento ritratti di politici ("Tutti prigionieri nello stesso condominio"), c'è l'allegoria dei misteri e delle corruzioni italiane. Infine, nella bizzarra "Calata dei giustizieri", ha dipinto tanti strumenti per purificare gli intestini (o le coscienze?), dagli intrallazzi e dalle stupidità collettive del mondo contemporaneo.
Apprezzato e conosciuto in tutt'Italia, Bonini aveva un suo modo di raccontarsi, ironico e pungente, ma sempre sincero. A Rimini ha anche insegnato, lasciando nei suoi allievi un ricordo affettuoso. La città lo ha visto come un protagonista, sempre discreto, ma pronto anche alla provocazione intellettuale. Non gli piacquero le statue astratte, esposte per qualche anno in Piazza Cavour: lo aveva detto con una satira affissa ad una finestra del suo studio, che si affacciava sul retro del Palazzo dell'Arengo. Qualcuno se la legò al dito.
Quando il Comune, per volontà del sindaco Conti, nel 1985 rese omaggio ai suoi 50 anni di attività con una mostra antologica, ci fu chi, al suo sarcasmo dettato da ragioni estetiche e civili, rispose con un attacco ingeneroso, pieno di quel livore che la vita provinciale sa far lievitare lentamente, con ridicole gelosie infantili. "Non volevano la mostra", mi raccontò sorridendo, "perché dicono che si rende omaggio soltanto ai morti. Mi dispiace che non li ho potuti accontentare".Il pittore Demos Bonini si è spento il 20 agosto 1991, a 76 anni. È un altro pezzo di una certa Rimini che scompare, a pochi giorni dal decesso di Glauco Cosmi (attento tessitore di trame culturali che spaziavano dal giornalismo alla musica), e nello stesso anno in cui ci ha lasciati Curzio Quondamatteo, uomo così semplice e genuino da ricercare in ogni attimo uno spazio per la riflessione sui valori che si vedono tramontare, in questa città divenuta alienante e quasi invivibile.
Bonini debutta in coppia con Federico Fellini, nel 1937, aprendo in via IV Novembre una bottega della caricatura. Ad Urbino, intanto, frequenta l'Istituto di Belle Arti. Poi la guerra. Nei giorni della "repubblichina", sul finire del '43, il ras fascista Paolo Tacchi lo arresta assieme ad altre otto persone, e lo consegna ai tedeschi. Liberato, Bonini si dà alla macchia: "Erano tempi difficili in cui anche gli amici e i compagni ti venivano a mancare", racconterà a Ghigi.
"Ho fatto la guerra di Liberazione, ma non figuro tra i partigiani, e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione", mi raccontò per "Il Ponte" (8.2.1987).
Nel 1950, c'è l'incontro con Guttuso, giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna lombarda venuta a divorziare a San Marino. "Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e, mi ha suggerito di tenere una mostra a Roma", mi disse. A Roma, Bonini fa "un pò da segretario" a Guttuso: "Non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto". Demos si considera l'allievo che vuole imparare la lezione dal maestro: "Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago". Poi, il ritorno a Rimini ("Mi è sempre piaciuta per viverci, qui potevo lavorare"), e l'adesione a "Realismo", "una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose", spiegava: "Una pittura per farsi capire da tutti".
Bonini, ad un certo punto, sembra trovare una sua sigla specifica nelle "giacche", così come Morandi l'aveva scoperta nelle "bottiglie". Ma dietro questi oggetti, non c'è soltanto l'intento di riprodurre cose, le cosiddette "nature morte". Anche la sua pittura, è la ricerca di un significato nei simboli, di quello che Montale ha chiamato il "segreto" celato dietro "l'inganno consueto" delle nude immagini quotidiane.
Ai paesaggi, negli ultimi anni, aveva affiancato altre opere che denunciavano il degrado della nostra vita. La polemica contro la rumorosa civiltà contemporanea, l'ha espressa nella "Grande piramide" di moto ammucchiate, a metà strada fra una montagna dei rifiuti e l'idolo sacro a tanti giovani. In un freddo, lunare grattacielo con i cento ritratti di politici ("Tutti prigionieri nello stesso condominio"), c'è l'allegoria dei misteri e delle corruzioni italiane. Infine, nella bizzarra "Calata dei giustizieri", ha dipinto tanti strumenti per purificare gli intestini (o le coscienze?), dagli intrallazzi e dalle stupidità collettive del mondo contemporaneo.
Apprezzato e conosciuto in tutt'Italia, Bonini aveva un suo modo di raccontarsi, ironico e pungente, ma sempre sincero. A Rimini ha anche insegnato, lasciando nei suoi allievi un ricordo affettuoso. La città lo ha visto come un protagonista, sempre discreto, ma pronto anche alla provocazione intellettuale. Non gli piacquero le statue astratte, esposte per qualche anno in Piazza Cavour: lo aveva detto con una satira affissa ad una finestra del suo studio, che si affacciava sul retro del Palazzo dell'Arengo. Qualcuno se la legò al dito.
Quando il Comune, per volontà del sindaco Conti, nel 1985 rese omaggio ai suoi 50 anni di attività con una mostra antologica, ci fu chi, al suo sarcasmo dettato da ragioni estetiche e civili, rispose con un attacco ingeneroso, pieno di quel livore che la vita provinciale sa far lievitare lentamente, con ridicole gelosie infantili. "Non volevano la mostra", mi raccontò sorridendo, "perché dicono che si rende omaggio soltanto ai morti. Mi dispiace che non li ho potuti accontentare".
Antonio Montanari
["il Ponte" n. 31, 1991]

Published by antonio montanari - dans Rimini
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16 mars 2015 1 16 /03 /mars /2015 11:17

«Scegliere la strada dell'ironia, ha osservato qualcuno, vuol dire cercare la giustizia.»
Ezio Raimondi.

Metto le mani avanti, assolvo tutti quanti hanno avuto che fare con me. Delle mie mancanze e colpe sono l'unico responsabile.
Ciò premesso, si rende necessaria un'aggiunta. La mia dichiarazione è oltremodo pericolosa non per le responsabilità personali che potrebbero diventare oggetto di denuncia morale da parte di persone particolarmente pie e vocate alla condanna delle altrui condotte. Ma perché tale dichiarazione sposta il soggetto delle situazioni personali da quell'assieme di presupposti per cui ogni persona è vista come il deposito di caratteri ereditari, di scelte provvidenzialistiche, di maturazioni sociali provocate dall'ambiente di provenienza o di formazione delle prime esperienze di vita.

Per chi raggiunge successo e fortune indicibili, si fanno le pulci e ponti d'oro. Proprio a Rimini s'è visto Lapo Elkan tenere una lezione all'università. Quando si dice avere santi in paradiso. Per chi può fregiarsi soltanto di batoste ricevute per decenni, basta ed avanza una risata che dovrebbe trasformarsi in un sorridente pernacchio, come in quella scena di Amarcord dove c'è il sordino, l'equivalente al rumore sbeffeggiante alla Totò, secondo un vecchio termine locale.
La pernacchia oggi è qualcosa di più sofisticato, da conventicole segrete che non ammettono che uno che sta libero e giocondo possa dire la sua nei limiti della legge, senza offendere nessuno, ma soltanto attraverso lo studio o qualche scritto occasionale di commento ai fatti della vita.
Quelle conventicole segrete spesso sono la trama quasi biblica che teologi carnevaleschi e manovratori ambiziosi al limite dell'impudicizia tessono, nel silenzio generale, perché sai com'è la vita, non si sa mai, possono servirmi in caso di bisogno.

A queste cose sono allergico, e dicendo così mi contraddico, perché le allergie sono un fatto patologico determinato da una certa predisposizione biologica, della quale non ci si può vantare, ma di cui si deve tener conto per una certa serie di comportamenti. Non posso dire che mi creo da solo le allergie. Sono certissimo invece del fatto che una psoriasi in zona oculare nel 2005 s'è sviluppata quando il mio sito «storico», ovvero quello più antico, nato nel 1999, venne chiuso d'autorità dal gestore. Il quale aveva ricevuto da uno studio legale la comunicazione falsa secondo cui ero sottoposto ad indagine giudiziaria per diffamazione a mezzo web.
Tutto falso, come l'ambiente e la società riminese in cui la mia inesistente vicenda personale andava e va collocata. Non si voleva che uno qualsiasi, uno che non voleva inginocchiarsi davanti a nessuna autorità economica dispensatrice di grazie, e che non voleva sottostare alle griglie interpretative della storia e della cultura imposte da quell'autorità non per dono divino, ma per affermare il principio secondo cui nessuna foglia doveva o poteva muoversi senza il suo permesso.

Tante volte allora, prima che il sito fosse riaperto nel 2007 soltanto esibendo la foto del giornale locale la cui copertina riportava la notizia di una condanna patteggiata in tribunale dal signore che aveva fatto scrivere la lettera falsa contro di me (e l'avvocata che l'aveva firmata fu assolta dal suo ordine professionale perché l'aveva appunto soltanto firmata e non pure composta…); tante volte prima di allora, dicevo, mi sono assunto la grave responsabilità filosofica e scientifica di dire che erano nato anarchico.
Ma nella vita si nasce o si diventa? Se chi compie una mala azione, come ad esempio quel vecchio amico e collega che negli anni Ottanta spinse il caporedattore del giornale a cui collaboravo con una serie di articoli sulla Rimini del Novecento, ad intimarmi che dovevo fermarmi per cedere il passo e le pagine a quello stesso vecchio amico e collega, dunque costui è nato o è diventato tale da permettersi di impedire ad un'altra persona di scrivere qualcosa?

Non vorrei apparire come colui che divaga dal vero senso delle cose, ma aggiungerei a questo punto qualche dubbio sulla coscienza di quel caporedattore, se non fossi certo che in lui il rispetto gerarchico del potere configurato in un modo che non è mai stato confessato ma anzi confermato con l'attenuante, che riconosco sinceramente, della costrizione a compiere opera di favoreggiamento soltanto per far ricavare all'istituzione a cui appartiene un utile economico al quale lui non partecipa. Quindi il voto dell'obbedienza premia chi comanda e costringe a disprezzare chi crede che essere liberi significhi rispettare tutti e tutto.
A quale biologia politica appartiene chi si ritiene autorizzato a mettere veti perché un misero cronista faccia qualcosa che piacerebbe fare a lui per avere il monopolio dispotico della Storia locale? Come si vede le domande crescono, le certezze diminuiscono, perché il «santo vero» di questa provincia addormentata è soltanto la spaccio trionfante di verità che si cuciono su misura per pararsi la parte del corpo umano che la verecondia vuole non nominarsi.
Come spiegare altrimenti la bugia di quell'avvocato che immaginando i retroscena della vicenda del 2005 mi diceva che ormai i termini per una denuncia era scaduti, mentre non era vero. Come s'accorse il suo assistente di studio quando mi sorprese davanti alla porta dell'ufficio 42 al terzo piano del Palazzo di Giustizia di Rimini, con in mano la denuncia da presentare, per cui sbottò in una domanda scandalizzata, «Ma che cosa ci fa qui?», come se mi avesse sorpreso in mutande e con i calzoni sul braccio nella stanza di un bordello (ovviamente felliniano).

Questo particolare scompagina non poco l'impostazione del mio racconto. Con una domanda conseguente: perché accadono certe cose? E se certe cose vengono a cambiare il corso della realtà che ci circonda, qual è la forza nostra personale per cercare di imprimere un certo corso agli eventi?
Mia madre aveva un posacenere nella sala da pranzo borghesemente arredata con le mie librerie. Su di esso era tracciata una scritta, «Tutto arriva a chi sa aspettare». Per nobilitare l'oggetto e quelle parole che esso offriva, forse basta la frase manzoniana con Renzo che evoca la Provvidenza. «La c'è la Provvidenza», spiega Ezio Raimondi, come opera di misericordia dell'uomo all'uomo secondo il precetto evangelico della carità, ricordando che all'osteria della Luna piena lo stesso Renzo aveva gridato spavaldo agli avventori di aver in mano «il pane della provvidenza». Che saggiamente Manzoni, aggiungo, scrive questa volta senza iniziale maiuscola.

Gira e rigira mi ritrovo a fare i conti con due Grandi, quel Manzoni che ho sempre amato, ed Ezio Raimondi, Maestro di uno stile non soltanto letterario ma di vita. Ecco perché proprio in capite di queste povere pagine ho inserito quella sua frase, «Scegliere la strada dell'ironia, ha osservato qualcuno, vuol dire cercare la giustizia», che per me ha sempre voluto dire parecchio.
Per tanti anni sui fogli locali ho tenuto rubriche percorrendo quella strada dell'ironia che serviva appunto per cercare la strada della giustizia. Forse per questo motivo, negli ultimi periodi, tanti illustri e potenti reazionari concittadini, alcuni per fissazione maniacale, altri per pregiudizio politico, hanno tentato di farmi sparire dalle pagine. Li ho accontentati. E mi sono ritirato. Da due anni.

Antonio Montanari
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28 février 2015 6 28 /02 /février /2015 10:04

Il primo Capo di Stato della Repubblica italiana è Alcide De Gasperi, dal 13 al 28 giugno 1946.
La Repubblica nasce il 18 giugno, con la proclamazione dei dati definitivi del referendum istituzionale tenutosi il 2 giugno.
Il re Umberto II, subentrato al padre Vittorio Emanuele III il 9 maggio, ha lasciato l'Italia per il Portogallo alle ore 16:07 del 13 giugno.
Il giorno prima, 12 giugno, alla fine della mattinata, Umberto II ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, per informarlo che intendeva aspettare la proclamazione definitiva della Cassazione sul voto referendario prima di andarsene.
Il 10 giugno, infatti, la Cassazione aveva già fornito i dati provvisori che davano per sconfitta la monarchia. Nel pomeriggio del 5 giugno, un'anticipazione del ministro dell'Interno Giuseppe Romita aveva ipotizzato lo stesso verdetto.
Alla lettera di Umberto II, il Consiglio dei Ministri risponde nella tarda serata dello stesso giorno, 12 giugno, con una delibera che attribuisce al proprio Presidente, Alcide De Gasperi, le «funzioni» ma non i poteri di Capo provvisorio dello Stato, in un «regime transitorio» a partire dal giorno successivo, 13 giugno. Dopo questa delibera, Umberto II decide di andarsene da Roma.
Il 18 giugno, i dati definitivi della Cassazione stabiliscono la vittoria della Repubblica, con 453.506 voti in più rispetto all'opzione monarchica.
Il 28 giugno è eletto Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, insediatosi il primo luglio 1946 non al Quirinale ma a Palazzo Giustiniani. Il 13 luglio entra in carica il secondo governo De Gasperi.

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28 janvier 2015 3 28 /01 /janvier /2015 18:22

Mi sfarfalla da tempo un ritaglio di «Chiamami città» intitolato «Parla Chicchi». Ricordate? «Silenzio. Parla Agnesi». Obbediamo, la parola al Sindaco: «Il ponte di Tiberio. Entro la legislatura si faranno due cose: sistemazione definitiva dell'invaso e realizzazione del passante stradale attraverso il parco, che permetterà di pedonalizzare il ponte».
Il primo progetto di sistemazione dell'invaso risale a circa 30 anni fa. Doveva venir realizzata una piscina olimpica. Se ne è fatta una valle paludosa da affidare al WWF. Allorché quel primo progetto venne esposto in piazza Cavour, sotto un 'pallone gonfiato' che fungeva da stand, a chi avesse proposto di pedonalizzare il ponte di Tiberio, invadendo con un «passante stradale» il parco Marecchia, chissà quali contumelie sarebbero giunte. Non esagero. Porto una documentazione legata a questa rubrica, e che è a disposizione nel volumetto «Quanto basta», voluto nel 1992 dall'allora direttore del «Ponte» Piergiorgio Terenzi. Cito da pag. 32.
Quando nel Borgo San Giuliano viene introdotto il senso unico sul ponte di Tiberio, per protesta i borghigiani vogliono assediare Palazzo Garampi: «Si respira meglio, ma la gente è tanto assuefatta all'ossido di carbonio ed al piombo della benzina, che non assorbendone nel sangue la vecchia dose, va in crisi d'astinenza». Dalla sezione del pci di San Giuliano, «continuano a brontolare anche contro il necessario, nuovo semaforo alle poste di via Matteotti, in un incrocio da kamikaze. Abituati agli scarichi delle auto, sono anche assetati di sangue?».
Nella stessa pagina, citando una polemica tra pci e dc in cui venni coinvolto, mi chiedevo perché l'anello mediano tra vecchia e nuova circonvallazione fosse rimasto incompiuto: «Volontà pubblica od interessi privati?». Quell'anello avrebbe risolto molti dei problemi che oggi dobbiamo ancora affrontare con il «passante stradale» sul parco.
Arriviamo all'oggi. Il 19 novembre «Mattina», sorellina locale dell'«Unità» nazionale, ha pubblicato un sondaggio sull'eventuale pedonalizzazione del ponte di Tiberio dividendo curiosamente le risposte (effetto del maggioritario) tra elettori «di centrodestra» e «di centrosinistra». Le differenze tra i due schieramenti non sono abissali come lo sarebbero state dieci anni fa. «Mattina» conclude: «...se sulle pietre ripulite del fondo torneranno a cadere le gocce d'olio dei motori Rimini sarà più povera». Dieci anni fa «l'Unità» non avrebbe osato tanto. Dietro il cambiamento, ci sono la svolta della Bolognina, il pianto di Occhetto, la nascita del pds? Oppure anche i blocchi ideologici del 1986 sono stati ripuliti dal buon senso?
Antonio Montanari

[Fonte: "il Ponte", Rimini, n. 43, 3 dicembre 1995]

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24 janvier 2015 6 24 /01 /janvier /2015 12:00

Nel settembre 1888 il re Umberto I visita il lido ed il Kursaal, e pronuncia queste parole: «Qui può venire chiunque».
Pure Gaetano Bresci (1869-1901), l'anarchico giunto dall'America, passerà da Rimini prima di recarsi a Monza per regolare domenica 29 luglio 1900 i suoi conti con lo stesso sovrano.
Ospitato nel borgo San Giuliano dall'oste Caio Zanni (1851-1913), Bresci con la rivoltella portata da Paterson (New Jersey) si esercita nel cortile di palazzo Lettimi sotto gli occhi di Domenico Francolini (1850-1926), un borghese prima repubblicano, quindi socialista ed infine anarchico. Francolini abita lì con la moglie, donna Costanza Lettimi (1856-1913).
La notizia inedita era raccontata dallo scrittore e giornalista Guido Nozzoli (1918-2000), e trova conferma in altre fonti orali inedite da cui apprendiamo che Zanni, noto alle autorità come anarchico, fu arrestato dopo il regicidio e trasferito al carcere di San Nicola di Tremiti.
Forse Bresci si ferma a Rimini prima di andare dalla sorella a Castel San Pietro, dove secondo i suoi biografi conosce un'operaia, la ventitreenne Teresa Brugnoli, che porta con sé a Bologna sino al 21 luglio quando parte per la Lombardia. Ma cronache giornalistiche del tempo spiegano che Teresa Brugnoli, fervente anarchica, era l'amante di Bresci già a Paterson dove aveva lasciato una figlia di diciassette anni. Quindi anche lei era giunta in Italia dall'America, e non aveva soltanto ventitré anni.
Da palazzo Lettimi, come testimoniava una lapide dettata nel 1907 da Domenico Francolini, s'erano pure mossi «nel 1845 gli audaci rivoltosi, preludenti l'italico risorgimento», guidati da Pietro Renzi.

Il 22 dicembre 1854 davanti alla Rocca malatestiana la ghigliottina aveva mozzato il capo di Federico Poluzzi, soprannominato «Bellagamba», fratello di Laura che era la madre del ricordato anarchico Caio Zanni che ospitò Bresci.
Secondo Carlo Tonini (1896), Poluzzi era un assassino abituale («imputato, come dicevasi, di molti omicidii»), che doveva rispondere soltanto dell'uccisione di don Giuseppe Morri, mansionario della cattedrale: «La pena era il taglio della testa colla ghigliottina, e fu eseguita sopra un palco eretto nella piazza Malatesta, o del Corso, sul campo presso la rocca. Intrepido porse il collo alla scure: e un senso di ribrezzo e di orrore ne rimase per lunga pezza al popolo non usato a così fatti spettacoli».

Guido Nozzoli nel 1992 ha scritto: Bellagamba non era uno stinco di santo, anzi aveva fama pessima. Di natura indocile e considerato pertanto una «testa calda», doveva essere uno di quei giovani che, nei giorni inquieti di allora, «tra lom e scur i andeva a prét e a pulizai»; nulla deponeva a suo favore, anche se «tra chi lo conosceva, si sussurrava che altri fossero gli uccisori di don Morri e che lui avesse rinunciato a difendersi presentando un alibi per non compromettere la moglie di un fornaio con cui aveva trascorso in intimità l'ora in cui era stato ucciso don Morri».

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22 janvier 2015 4 22 /01 /janvier /2015 16:46

Giornalismo e libertà, il ruolo dei lettori.
Lettera sul "Corriere Romagna", 22.01.2015


Un particolare ringraziamento desidero manifestare al prof. Roberto Balzani per l'intervista qui pubblicata il 20 gennaio, nella quale sottolinea in maniera fondamentale il ruolo dei cronisti, con l'efficace frase conclusiva: "Meno giornalisti, meno libertà". Desidero aggiungere che anche ai lettori vanno attribuiti compiti fondamentali, affinché la libertà non si dissolva in un fantasma che condensa in sé oscure prospettive, a cui non corrispondono i fatti che quella libertà dovrebbero realizzare.
Il vecchio motto sul giornalismo "cane da guardia della democrazia", oggi assume un significato particolare che deriva da vari fattori, come i comportamenti politici di chi costruisce le costose "bande della maglietta" per la squadra di chi governa. Non per nulla gli scandali "regionali" recenti, sono stati un'epidemia che non ha salvato (quasi) nessuno.
Quel "cane da guardia" ha oggi, attraverso l'informatica, veicoli nuovi che spesso trasportano non legittime opinioni ma offese espresse tanto per creare clamore.
Ogni discussione seria richiede nervi saldi, preparazione sull'argomento, e correttezza nelle espressioni, ovvero obbliga a rispettare le persone da cui si dissente. Ogni analisi attenta, acuta, pungente, è lecita, al contrario delle offese che qualificano chi le pronuncia, non chi le riceve magari senza poter aver occasione di esprimersi sulla materia del contendere.
In altro giornale poco tempo fa ho letto, attorno ad un tema culturale da me affrontato varie volte negli ultimi vent'anni, questo titolo: "Basta polemiche". Forse ci si richiamava inconsciamente alla mia lettera qui pubblicata il 7 gennaio, per negarmi il diritto di parola? Polemica non è raccontare fatti tragici accaduti da sei secoli, e presenti ancora in tutti i libri di scuola.
All'impegno dei cronisti a rispettare la molteplicità delle opinioni "lecite" ovvero non offensive e corrispondenti a fatti veri, dovrebbe accompagnarsi quello dei lettori, nel concorrere a far crescere la libertà del Paese. Si potrebbe pensare alla partecipazione degli stessi lettori ad un azionariato "popolare", come si diceva un tempo, e non speculativo, per sostenere le iniziative editoriali, da rispettare come testimonianza continua di un concetto di democrazia che s'alimenta da una lunga tradizione.
Dialogo, confronto, analisi dovrebbero essere punti fondamentali, non per ricercare potere e trarne benefici, ma per fondare il potere stesso sopra basi corrette, democratiche, consapevoli dei propri limiti e delle proprie funzioni, a beneficio di tutti.
Antonio Montanari


Lettera sopra citata del 7 gennaio 2015.
Memoria cancellata di Galeotto di Pietramala, Cardinale "malatestiano".
Le pochissime notizie su Galeotto Tarlati di Pietramala (1356-1398), Cardinale "malatestiano" (per via della madre, la riminese Rengarda), giunte sino a noi attraverso Luigi Tonini, non raccontano nulla del personaggio ma lasciano intravedere tanto sulla sua rimozione dalla memoria storica.
Galeotto, nominato a 22 anni nel 1378, passa attraverso momenti drammatici della vita della Chiesa, quando Papa Urbano VI fa uccidere un Vescovo (1385) e cinque Cardinali (1386), preparando quel clima di intolleranza che sfocia nei roghi "conciliari" di Costanza per ammazzare Giovanni Huss (1415) e Girolamo da Praga (1416).
Galeotto di Pietramala, dotto umanista, fu coraggioso uomo di Chiesa, capace di proporre nel 1395, con una celebre lettera, la via di risoluzione dei contrasti tra Roma ed Avignone, facendo dimettere il Pontefice di quest’ultima città dove lui stesso si era rifugiato. In tutt'Europa egli diventa una figura rispettata per la sua capacità di studiare e dibattere temi culturali e questioni teologiche, come documentano numerosi volumi.
Consono allo spirito di Galeotto da Pietramala (morto a Vienne nel Delfinato, e poi sepolto alla Verna) , è il Tempio di Sigismondo Pandolfo, suo cugino, dove si realizzano i progetti albertiani di un "umanesimo civile", che si leggono nella Cappella delle Arti liberali, il cui scopo principale è educare alla "polis", creando Concordia tra i cittadini, ai quali tocca di costruire la "Città giusta" con leggi per formare persone moralmente integre. Non è soltanto l'antica lezione platonica, ma pure quella che a Bologna, in quell'Università attorno al 1430, delinea Lapo di Castiglionchio, come Ezio Raimondi scriveva nel 1956.

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10 janvier 2015 6 10 /01 /janvier /2015 18:31

Galeotto di Pietramala, cardinale "malatestiano

 

La memoria cancellata.

Le pochissime notizie su Galeotto Tarlati di Pietramala (1356-1398), Cardinale "malatestiano" per via materna, giunte sino a noi attraverso lo storico Luigi Tonini, non raccontano nulla del personaggio ma lasciano intravedere molto sulla sua rimozione dalla memoria storica. Soltanto Gino Franceschini (1890-1974) nel 1964 pubblicava notizie fondamentali sul ruolo svolto dal nostro personaggio nella Chiesa del tempo.
Galeotto, nominato a ventidue anni nel 1378, passa attraverso momenti drammatici della vita della Chiesa, quando Papa Urbano VI fa uccidere il Vescovo dell'Aquila Stefano Sidonio (1385) e cinque Cardinali (1386): Marino del Giudice, Giovanni d'Amelia, Bartolommeo di Cogorno, Ludovico Donati e Gentile di Sangro, «personaggi tutti de' più dotti e cospicui del sacro Collegio», scrive Ludovico Antonio Muratori. Urbano VI, gettando il Vangelo alle ortiche, prepara quel clima di intolleranza che sfocia nei roghi "conciliari" di Costanza per uccidere, in nome della Croce, Giovanni Huss (1415) e Girolamo da Praga (1416).
Una recente biografia di Papa Urbano VI, composta dal giornalista Mario Prignano, riprende l'infondata versione di un Galeotto che, assieme al collega Pileo da Prata, studia un piano per far uccidere il Pontefice, come aveva confessato sotto tortura un canonico che era stato al servizio di un altro Cardinale, Bartolomeo Mezzavacca, Vescovo di Rieti, ben conosciuto dal collega "malatestiano" e reputato l'organizzatore della trama contro Urbano VI (Urbano VI. Il Papa che non doveva essere eletto, Genova-Milano 2010, p. 250; cfr. la voce Mezzavacca, Bartolomeo, DBI, 74, 2010, a cura di S. Fodale).
Il padre di Galeotto, Masio Tarlati, è Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347. Illustre cugino del padre di Masio,
è il Vescovo Guido Tarlati, Signore di Arezzo (dal 14 aprile 1321 alla morte, avvenuta il 21 ottobre 1327), deposto e scomunicato il 17 aprile 1326, come si legge nella Cronica di Giovanni Villani.

Nel 1327 Guido Tarlati, «ad onta del Pontefice», corona re d'Italia Ludovico IV il Bavaro.
A Rimini Masio trova occupazione e moglie: Rengarda Malatesti, figlia di Galeotto I, il cui fratello Malatesta Antico Guastafamiglia ha un figlio «spurio», Leale, che diventa Vescovo di Pesaro (1370-1374) e poi di Rimini sino al 1400.

 

http://www.geocities.ws/riministoria/cardgaleotto/genealogiamemoria2015.jpg

 

I Tarlati di Arezzo assumono il ruolo di antagonisti della Chiesa sin dal 1306, agendo proprio in Romagna. Il Vescovo Guido, per il ruolo politico svolto, ben più ampio di quello attribuitogli dal governo aretino, va incontro alla censura ecclesiatica. Dopo che Ludovico IV nel 1324 ha dichiarato deposto Papa Giovanni XXII («appello di Sachsenhausen», dal nome della città in cui fu pubblicato il 22 maggio 1324), il Pontefice avignonese (che lo ha scomunicato il 23 marzo 1324 e dichiarato decaduto l'11 luglio 1324 quando era re di Germania dal 1322), non può che punire Guido Tarlati, ritenendo l'esercizio della Signoria come la negazione dell'episcopato.
A proposito della «cattività» (1305-1377) dei Papi in Avignone, ricordiamo che Malatesta Antico vi si reca nel 1357, fermandosi presso la corte di Innocenzo VI per tre mesi e mezzo; e che nel 1366, dopo una visita di due anni prima, vi troviamo presente Malatesta Ungaro, come promotore di una lega contro le compagnie di ventura.

Il ricordo del nostro Galeotto è scomodo non tanto per azioni sue o responsabilità della famiglia della madre, quanto per il fatto che la memoria di lui avrebbe costretto a raccontare onestamente risvolti angoscianti (che si è preferito censurare) sullo scontro tra Papi ed Antipapi nel Grande Scisma (1378-1417).
Quando i Malatesti con Carlo (zio del Cardinal Galeotto e di Sigismondo) diventano protagonisti ai Concili di Pisa (1409) e Costanza (1415), come le cronache puntualmente registrano, sulla loro esperienza non poteva non proiettarsi l'immagine dello stesso Galeotto da Pietramala, dotto umanista e coraggioso uomo di Chiesa, capace di proporre nel 1395, con una celebre lettera, la via di risoluzione dei contrasti tra Roma ed Avignone, facendo dimettere il Pontefice di quest'ultima città, Benedetto XIII, dove lui stesso si era rifugiato. A Benedetto XIII, Pedro Martínez de Luna, eletto il 28 settembre 1394, Galeotto era molto legato da comuni interessi intellettuali.
Galeotto diventa in tutt'Europa una figura rispettata per la sua capacità di studiare e dibattere temi culturali e questioni teologiche, come documentato in numerosi volumi anche recenti.
Da Costanza, Carlo Malatesti non poteva non riportare a Rimini la consapevolezza che questo Cardinale meritava d'essere onorato. Nulla di più consono allo spirito di Galeotto da Pietramala (morto a Vienne nel Delfinato, e poi sepolto alla Verna), è il progetto umanistico del Tempio di Sigismondo Pandolfo, dove il "non detto" è più loquace di tante analisi che non collocano storicamente e culturalmente la lettura delle immagini e delle idee che le hanno generate, nel gran momento dell'Umanesimo.
Il Tempio di Sigismondo realizza i progetti albertiani di un "umanesimo civile", che si leggono nella Cappella delle Arti liberali: la Natura, attraverso l'Educazione, dà forma al Pensiero (Filosofia) tramite Letteratura, Storia, Oratoria, Metafisica, Fisica e Musica. La Natura, ci viene poi spiegato, si conosce attraverso Geografia, Astronomia, Logica, Matematica, Mitologia e la Scienza della stessa Natura che, sorridendo luminosamente, ci apre al discorso sulle finalità che ha la Cultura: educare alla "polis", creando Concordia tra i cittadini, ai quali tocca di costruire la "Città giusta" che, con le sue leggi, mira alla formazione di persone moralmente integre.
Non è soltanto l'antica lezione platonica, ma pure quella che a Bologna, in quell'Università attorno al 1430, delinea Lapo di Castiglionchio, come nel 1956 scriveva Ezio Raimondi. A dimostrazione che sono le idee a muovere il mondo, e non è il mondo che fa circolare le idee. Anche l'Umanesimo malatestiano di Rimini lo sapeva. Noi continuiamo a non accorgercene.

NOTA BIBLIOGRAFICA
Il testo di G. Franceschini è Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala, in «Italia medievale e umanistica», VII, Padova 1964, pp. 375-404. Non per nulla Dario Cecchetti (Paris 1982), nella nota 5 di pagina 27 del suo fondamentale testo Petrarca, Pietramala e Clamanges, scriveva che su Galeotto Tarlati di Pietramala «la raccolta di dati bio-bibliografici più ampia esistente» era appunto nel saggio di Franceschini.
Su Guido Tarlati, cfr. il saggio di Flavia Negro, Vescovi signori e monarchia papale nel Trecento, in «Signorie italiane e modelli monarchici (secoli XIII-XIV)», a cura di P. Grillo, Roma, 2013, pp. 181-204. A Flavia Negro si deve un importante discorso sui rapporti fra i Tarlati e la Chiesa.
Per il testo di Ezio Raimondi, cfr. I sentieri del lettore, I, Da Dante a Tasso, a cura di A. Battistini, Bologna 1994, p. 208.
 

Pagina aggiornata il 26.01.2015.
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